Indice

CAPITOLO II


La lotta armata e il “muro” marocchino

-L'esodo sahrawi
-La proclamazione della Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD)
-I guerriglieri sahrawi e l'intelligenza strategica
-La Mauritania esce di scena
-Marocco, Francia e Stati Uniti e Fronte Polisario, Libia e Algeria
-Le armi
-La strategia dei "muri"
-L'uso politico della lotta armata

L’esodo sahrawi
Gli accordi di Madrid segnano il passaggio di consegne da parte dell’amministrazione spagnola e l’inizio dell’invasione maroccomauritane. Il Fronte Polisario rinforza le sue file, grazie all’arrivo di sahrawi precedentemente arruolati nelle truppe nomadi o nella polizia coloniale, ed estende il suo controllo su una parte del territorio. La sua prima preoccupazione è proteggere la popolazione civile dagli attacchi degli eserciti invasori. Durante i primi mesi del 1976 gli aerei marocchini compivano stragi sulla popolazione inerme che cercava riparo nei campi di raccolta organizzati dal Fronte Polisario.
Il calvario sahrawi è segnato dai bombardamenti di Um Dreiga (nella zona centrale, vicino Guelta), di Amgala, Ued Erni e Tifariti (1). Le bombe al napalm, le stesse cadute in terra vietnamita, caddero anche qui su vecchi donne e bambini.
Coloro che riuscirono a sfuggire ai bombardamenti dell’aviazione marocchina, si radunarono nel giro di qualche mese, intorno ad un pozzo, in una regione completamente desertica, ad una trentina di chilometri da Tindouf. Un vero e proprio esodo attraverso il deserto verso il confine algerino dove vengono organizzati i primi campi profughi. Con una corsa contro il tempo la Mezza Luna algerina, l’equivalente della nostra Croce Rossa, e le organizzazioni umanitarie assicurano un minimo di accoglienza in condizioni davvero difficili. I bombardamenti, la fuga nel deserto per centinaia di chilometri , la separazione delle famiglie, i lutti, sono scolpiti nella memoria del popolo sahrawi.
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La proclamazione della Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD)
Per colmare il vuoto istituzionale lasciato dal ritiro degli spagnoli (completato il 26 febbraio), il Fronte Polisario, dopo un non facile dibattito interno, il 27 febbraio, nell’oasi di Bir Lelu, nelle zone liberate, sceglie la strada della proclamazione dell’indipendenza del Sahara Occidentale. Viene approvata una Costituzione provvisoria per dare una base politica e sociale al nuovo stato denominato Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD). La repubblica viene definita come araba, islamica, democratica e socialista, dove la sovranità appartiene al popolo, l’islam è la religione di stato e l’arabo (hassaniya) la lingua nazionale. L’unità dei popoli del Maghreb viene considerato un obbiettivo verso l’unità araba. Il riferimento al socialismo è piuttosto il richiamo alla giustizia sociale su cui deve fondarsi la società. Passo importante verso la definizione dell’assetto istituzionale che dovrà reggere il popolo sahrawi nella difficile fase nella lotta per la liberazione del proprio territorio e della transizione da una situazione di emergenza al compimento dell’autodeterminazione.
Il programma politico e la struttura del nuovo stato sono precisati nel 3° Congresso del Fronte Polisario, 26 – 30 agosto 1976. Vengono adottati un programma nazionale generale e un Manifesto politico. Il programma fissa gli obbiettivi politici a breve e lungo termine. Nell’immediato si tratta di approfondire la coscienza e la mobilitazione del popolo nella sua lotta per l’ indipendenza. Sul piano diplomatico il programma mette l’accento sulla creazione di un fronte progressista arabo africano di cui l’intesa con l’Algeria e la Libia costituisce il primo passo. Sul piano sociale la priorità viene data alla necessità delle popolazioni rifugiate nei campi.
A lungo termine il programma si propone una politica di costruzione nazionale e di realizzazione del socialismo attraverso un sistema repubblicano e democratico, l’equa ripartizione della ricchezza nazionale, e la soppressione di ogni forma di sfruttamento. Sul piano culturale viene evidenziato l’impegno nell’insegnamento, che sarà in lingua araba, obbligatorio e gratuito, e nella protezione della cultura tradizionale e dell’eredità religiosa; su quello economico, la volontà del controllo delle risorse del paese. L’unità maghrebina è, sul terreno diplomatico, una tappa verso l’unità del mondo arabo. L’organizzazione politica affida al Comitato esecutivo del Fronte la designazione del Consiglio dei ministri. Il potere legislativo è affidato al Consiglio nazionale sahrawi di 41 membri, il Segretario generale del Polisario e presidente della RASD è Mohamed Abdelaziz (2) che prende il posto di El Wali, dopo la sua morte in territorio mauritano nel giugno del 1976.
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I guerriglieri sahrawi e l’intelligenza strategica
Nel maggio 1976 l’obbiettivo di portare in salvo la popolazione civile è pressoché raggiunto, e il Polisario può riprendere gli attacchi, del resto mai completamente cessati. Nel Sahara occidentale, il vento dominante viene dall’ovest, dall’oceano. Spazza il territorio occupato dall’armata reale marocchina soffiando verso est, dove si trovano i santuari del Fronte Polisario, nei territori liberati e in Algeria. I combattenti sahrawi si servono del vento. Porta loro l’odore ed il rumore del nemico, emergono silenziosamente. Quando aggirano il nemico, i guerriglieri sahrawi spuntano dalle nuvole di sabbia che il vento solleva al suo passaggio. Se questi uomini si chiamano “Figli delle nuvole”, sono anche “Signori del Vento”(3).
Il territorio è familiare ai guerriglieri, conoscono ogni piccola pietra, ogni piega di questa terra desertica. Mobilità e mimetismo sono le armi che permettono di colmare lo svantaggio di un armamento ridotto. Le imboscate si susseguono costringendo le truppe di occupazione a trincerarsi dietro postazioni fisse o a muoversi in grandi convogli che a loro volta costituiscono facili bersagli.
L’offensiva del Polisario si rivolge soprattutto contro la Mauritania, che ben presto si rivela l’anello più debole dell’alleanza. L’esercito di Nouakchott è poco numeroso e male equipaggiato, il territorio è immenso e difficile da controllare; inoltre tutta l’economia mauritana si regge sulle miniere di ferro di Zouerate, che assicurano l’80% delle risorse in valuta (4). Per questo motivo gli attacchi dei guerriglieri vengono portati direttamente dentro i confini mauritani, in particolare contro le installazioni minerarie di Zouerate e la ferrovia che per 450 km trasporta il minerale fino al porto di Nouadhibou. La capitale mauritana viene colpita di sorpresa una prima volta nel giugno 1976, è in questa occasione che El Wali viene ucciso, durante la ritirata. Il primo segretario del Polisario aveva rinnovato la tradizione guerriera dei sahrawi, che voleva che i capi si ponessero alla testa delle loro truppe, rischiando la vita.
Il secondo attacco avverrà un anno più tardi, nel luglio 1977. Tutti i centri del paese sono ormai sotto la minaccia del Polisario, ed è chiaro che la Mauritania non è più in grado di difendersi da sola. Si ritrova così a dipendere dall’aiuto francese e dalla presenza dell’esercito marocchino sul suo territorio. La preoccupazione maggiore dopo l’indipendenza era stata quella di allontanare la minaccia del Marocco. Nel 1973 Ould Daddah aveva denunciato gli accordi militari con la Francia e abbandonato la zona franca per istituire una moneta nazionale, l’anno seguente aveva nazionalizzato le miniere di Zouerate. Il peso della guerra diventa insostenibile per la Mauritania,
l’economia è al collasso per lo sforzo bellico e per il crollo dell’esportazioni di ferro.
Da Parigi a Nouakchott si faceva strada la convinzione che questa guerra non si sarebbe potuta vincere. I giacimenti di fosfati di Bou Craa e il nastro trasportatore erano fermi, bersaglio mirato del Polisario, e così le grandi ricchezze del Sahara non potevano essere sfruttate. Occorreva trovare una soluzione politica alla guerra del Sahara occidentale.
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La Mauritania esce di scena
Nella notte tra il 9 ed il 10 luglio 1978 a Nouakchott un gruppo di ufficiali destituisce il presidente Ould Daddah e porta al potere Mustafa Uld Salek. Una settimana dopo, il Fronte Polisario, rispondendo alle ripetute dichiarazioni di pace di Uld Salek, sospendeva unilateralmente la guerra nel sud del paese e confermava la decisione durante il 4° congresso, tenutosi l’ultima settimana di settembre.
Il Fronte Polisario chiedeva il ritorno degli invasori alla legalità internazionale, la partenza delle truppe straniere, il rispetto dei diritti legittimi del popolo sahrawi all’autodeterminazione, all’integrità territoriale e alla sovranità nazionale conformemente alle risoluzione e alle Carte delle organizzazioni internazionali (ONU, OUA) e formulava una previsione di pace.
Intanto Giscard d’Estaing, Uld Salek, Hassan II e il ministro degli Esteri algerino Bouteflika discutevano sulla possibilità, ottenendo l’avallo del Dipartimento di stato statunitense, di cedere la parte meridionale del Sahara, il Rio de Oro, al popolo sahrawi.
Compromesso inaccettabile. La risposta di Abdelaziz fu infatti categorica, il popolo sahrawi non avrebbe mai accettato. Il Fronte Polisario rivendicava l’integrità territoriale; non si trattava solo di orgoglio nazionale ma di assicurare lo sviluppo futuro del Sahara occidentale. Non dimentichiamo che le maggiori ricchezze sono nella parte settentrionale occupata dalle truppe marocchine.
Il 5 agosto 1979 viene firmato ad Algeri l’accordo di pace fra Fronte Polisario e Mauritania, che nel 1984 riconoscerà ufficialmente la RASD. E di conseguenza, a questo punto, la Mauritania esce di scena, ed il Polisario concentra i suoi attacchi verso il Marocco.
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Marocco,Francia e Stati Uniti e Fronte Polisario, Libia e Algeria
.Come precedentemente analizzato ricordiamo che in piena Guerra fredda, l’Occidente era ossessionato dal pericolo comunista. Le rivoluzioni degli anni ’70 erano considerate parte integrante di un’offensiva mondiale condotta dalla superpotenza comunista. Inoltre gli USA avevano sempre sostenuto in Africa, in Asia e in Medio Oriente le forze conservatrici. Solo un occupante affidabile poteva preservare quella zona desertica dalla minaccia filo-sovietica che l’Algeria e la Libia ben rappresentavano. La fedeltà del Marocco era indiscutibile.
Il Fronte Polisario, oltre all’aiuto alimentare e farmaceutico di alcune organizzazioni umanitarie fra cui la Croce rossa internazionale, era sostenuto militarmente dalla Libia e dall’Algeria, che assunse i costi dei servizi, della benzina e degli aiuti ai rifugiati (5).
La Francia vedeva il Fronte Polisario come il braccio armato dell’Algeria, da cui si era dolorosamente separata dopo i lunghi anni di ribellione algerina per il raggiungimento dell’indipendenza nazionale (1954-1962). Visione di certo influenzata da vecchi rancori e poco corrispondente alla realtà. Infatti l’Algeria non ha mai avuto ambizioni espansionistiche e la sua prima preoccupazione, fin dall’indipendenza, è sempre stata quella di assicurare una vera politica rivoluzionaria, basata sul diritto all’autodeterminazione dei popoli, in qualunque luogo del mondo questi si trovino. In questo contesto, non c’è niente di più naturale che accogliere degli esiliati e fornire loro aiuto perché cacciati da un territorio vicino e perché lottano per il proprio diritto all’autodeterminazione. Diritto posto alla base dellafilosofia politica algerina.
Il Fronte Polisario braccio armato dell’Algeria? Avrebbe dovuto utilizzare tutta la forza della sua aviazione e delle sue divisioni blindate ed ottenere una lotta ad armi pari. Non è successo.
Riconoscenti per gli aiuti dati loro, i sahrawi hanno sempre dimostrato una profonda indipendenza. Un enorme arsenale, per tentare di schiacciare la resistenza sahrawi, lo hanno avuto a disposizione il Marocco e la Mauritania.
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Le armi
L’armamento preso al nemico dà un’idea della complessità del conflitto e delle fortune fatte, nel frattempo, dai fabbricanti di armi e dai loro mercanti. Al banco dei mercanti d’armi è presente tutta la Comunità europea, gli Stati Uniti, l’ex-Urss, la Cina e anche il Sud Africa. Senza dimenticare l’aiuto finanziario dell’Arabia Saudita.
Blindati sud-africani fabbricati su licenza francese in pieno periodo di embargo anti-apartheid, cannoni, lanciarazzi, mortai, F5 US, Mirage 1 Marcel Dassault, sedili eiettabili Brevetto Martin Semmb Bois Colombes, Francia n° di serie 13396; bombe a frammentazione US Air Force serial n° NOJJ32512; mezzi di trasporto blindati Saviem (Saviem ha regalato dei camion ai sahrawi come aiuto umanitario); AK47 cinesi, Fal Herstal belgi, grosse mitragliatrici Urss.
Cannoni antiaerei da 23 mm, mortai spagnoli da 60, 80 e 120mm; missili Maveric Usa, VAP Panhard con il muso da Bull terrier, costruito su licenza francese in Sud Africa, autocannone AML 90, ancora l’asse Francia-Sud Africa! ENMP Berthiez, sede sociale 15, av. D’Eylau Paris xvi, fabbrica de Le Havre, torretta H90 n° 1607, pneumatici Michelin. Cannone auto trainante da 155 mm CN 155 F3 fabbricato in Francia, Creusot Loire St Chamond EAB 1977 n° 15. Carri austriaci, da trasporto truppe, Unimog Daimler Benz. Una quantità fenomenale di mine anti-uomo e anticarro statunitensi, russe, italiane e spagnole.(6)
Non dimentichiamo Israele che ha fornito, con gli Stati Uniti, la tecnologia assassina, che ora vedremo, utilizzata per costruire il muro di separazione, lungo più di 1400 km, che impedisce ai sahrawi l’accesso ai territori occupati dai marocchini.
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La strategia dei “muri”
Tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976, l’esercito marocchino occupò gran parte dei centri occupati: la capitale El-Ayoun, Smara, città di tradizioni religiose e culturali, Boujdour e Dakhla, porti pescherecci, le istallazioni di Bou Craa per l’estrazione di fosfati.
Gran parte della popolazione urbana scelse l’esilio per sfuggire alla repressione. Le migliaie di persone rimaste vivono l’occupazione coloniale del Marocco, gli insediamenti dei coloni sono all’ordine del giorno e i centri abitati sono sottoposti ad una stretta vigilanza, per impedire fughe o infiltrazioni della guerriglia.
Demolita la resistenza mauritana, gli attacchi dei guerriglieri sahrawi si concentrano dentro il Marocco, nel sud e specialmente nel massiccio dell’Ouarkziz, spingendosi fino alla costa atlantica dove nelle acque territoriali sahrawi fanno prigionieri gli equipaggi di numerosi pescherecci (spagnoli, marocchini, portoghesi, sudcoreani, rumeni) per obbligare i rispettivi governi a trattare col Polisario. Nel 1980 gran parte del territorio è sotto controllo dei sahrawi, con i marocchini assediati nei centri principali. Il Fronte predilige in questo momento la soluzione militare, ma non perde mai di vista, come vedremo, quella diplomatica.
Il Marocco riorganizza la propria difesa e concentra i suoi sforzi nel proteggere il sud del paese e il Sahara “utile” ( il triangolo Smara, Bou Craa, El-Ayoun). L’obbiettivo primario è impedire le incursioni del Polisario in territorio marocchino e per questo viene decisa la costruzione di un nuovo sistema difensivo. Nella primavera del 1981 viene costruito il primo “muro” difensivo che partendo da Zag, in territorio marocchino ai confini con l’Algeria, raggiunge la costa a El-Ayoun passando per Smara e la miniera di Bou Craa. Nell’ottobre dello stesso anno si svolge la battaglia decisiva per il controllo del restante territorio. A Guelfa Zemmour la guarnigione marocchina (almeno 2000 uomini) arroccata nell’ex-fortino spagnolo, subisce una totale disfatta. Qui l’esercito di liberazione fa uso per la prima volta di mezzi pesanti. (7)
La sconfitta convince Rabat che è impossibile resistere agli accerchiamenti del Polisario nei centri isolati, e decide di sviluppare la strategia dei “muri”. Tra il 1983 e il 1987 ne vengono completati altri cinque, che alla fine lasciano incustodite solo due piccole porzioni del territorio: a nord, al confine con l’Algeria, e a sud, alla frontiera con la Mauritania. Si tratta di terrapieni di sabbia o pietrame, secondo le località, costruiti con i materiali di riporto ricavati dalla trincea sottostante e preceduti da campi minati. Sono dotati di rader, batterie d’artiglieria e sistemi elettronici di sorveglianza ed intercettazione, con posti di guardia distribuiti ad intervalli regolari. L’effettivo della Forces Armées Royales (Far) è portato a 130.000 uomini (8).
Al riparo dei “muri” i marocchini hanno colonizzato il Sahara, come mai gli spagnoli erano riusciti a fare. Il Polisario ha adeguato la sua tecnica di guerriglia alla nuova situazione, creando attorno ai “muri” una zona di insicurezza, con incursioni a sorpresa e frequenti azioni di sabotaggio.
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L’ uso politico della lotta armata
Il conflitto armato, tra vere e proprie battaglie in campo, episodi di guerriglia, fasi di relativa tregua, è durato 16 anni, fino al 6 settembre 1991, quando, dopo anni di trattative in sede ONU e OUA, è entrato in vigore il cessate il fuoco.
Per il Polisario non è stata una sconfitta militare; per il regime di Rabat la guerra, combattuta o meno, ha significato un enorme utilizzo di mezzi finanziari, incidendo pesantemente sul bilancio dello stato. Tutti gli anni 80 sono segnati in Marocco da numerose rivolte popolari contro il caro-vita.
Uno degli aspetti fondamentali che caratterizzano il Polisario rispetto ad altri movimenti di liberazione è il significato politico ben preciso della sua strategia militare. Innanzitutto la lotta sahrawi è una lotta popolare, nei ranghi dell’esercito di liberazione sono impiegati praticamente tutti gli uomini validi che a turno ricoprono anche altre mansioni ( per esempio nella diplomazia). L’uso delle armi non è fine a se stesso;al contrario, essendo una scelta imposta dal nemico – come il Polisario ha spesso ribadito – è sempre collegato con gli sviluppi della battaglia politica e diplomatica. La maggior parte delle grandi offensive è condotta in coincidenza con i momenti politicamente più importanti.
La lotta è intesa come una guerra di liberazione circoscritta al territorio sahrawi, pertanto non ha mai utilizzato metodi terroristici, né in Marocco né altrove.
I prigionieri civili sono stati usati per ottenere un riconoscimento politico negato. Il 17 dicembre 1980 il Polisario riesce ad ottenere il riconoscimento dalla Spagna del principio dell’autodeterminazione del Sahara occidentale durante le trattative per il rilascio di alcuni marinai. (9) Lo stesso vale per i prigionieri di guerra marocchini, visitati regolarmente dalla Croce Rossa internazionale, ma che il governo di Rabat ha sempre rifiutato di riconoscere.
Hassan II sarà costretto alla fine a misurarsi sul terreno a lui meno favorevole, quello diplomatico. Ricco di ben studiati successi per il Fronte Polisario, che in questi anni ha saputo portare avanti un’ottima strategia politica, militare e diplomatica.
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  1. Virgilio Boccalini, Un popolo canta lulei, Milano, Ottaviano, 1980, p.68
  2. Proclamazione della Rasd, Manifesto politico del 3° congresso, Programma d’azione del 3°congresso, Costituzione della Rasd. Appendice a Virgilio Boccalini, Un popolo canta lulei,cit., p.122-157
  3. Jean Lamore, Diario del Polisario, l’alfabeto urbano-Colpo di fulmine, Napoli, 2002, p.86
  4. Luciano Ardesi, La lotta armata,in Anna Bozzo - Luciano Ardesi, Sahara Occidentale, inserto dell’Unità, “Storia dell’oggi”, 28 ottobre 1991, p. 39
  5. Maurice Barbier, Le conflit du Sahara Occidental, Parìs, L’Harmattan, 1982, p. 367 .
  6. Jean Lamore Carnets du Polisario, in «Mamba», méandres à travers le monde par brèves analyses, n. 3, Parigi, giugno 2000, traduzione di Rosario Romero
  7. Luciano Ardesi, il Fronte Polisario, Napoli, centro documentazione “El-uali”, CUEN, 1986, p.12
  8. Anna Bozzo - Luciano Ardesi, Sahara Occidentale, cit., p.44
  9. Luciano Ardesi, il Fronte Polisario, cit., p.13