Indice

 

CAPITOLO III

La battaglia diplomatica, il referendum e l’ incessante rinvio

 

 

-Il Polisario bussa alle sedi internazionali
-Marocco: sconfitta diplomatica
-Polisario: vittoria diplomatica
-La questione sahrawi approda al Parlamento europeo
-La svolta del 1988
-Il referendum
-L'infinita attesa

 

Il Polisario bussa alle sedi internazionali
Ancor prima dell’inizio della lotta di liberazione contro l’occupazione marocco – mauritana il Fronte Polisario ha manifestato una gran maturità politica. Ultimo nato dei movimenti di liberazione africana ne ha colto l’esperienza, ma anche i limiti di certe derive militariste e dell’isolamento sul piano internazionale.
E’ in questo contesto che va letta e compresa la scelta di proclamare la Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD) al momento del ritiro definitivo degli spagnoli (27 febbraio).
Del resto, il Fronte Polisario, tranne una passeggera illusione alla fine degli anni ’70, non aveva mai creduto in una vittoria esclusivamente militare, e questo spiega lo straordinario attivismo sul piano diplomatico, per una soluzione politica. Il Polisario bussa a tutte le sedi internazionali. Gli si aprono le porte dell’OUA, dell’ONU, del Movimento dei Non Allineati, più tardi quelle del Parlamento europeo(1)
E’ interessante ed utile ripercorrere le tappe della battaglia diplomatica che il Polisario ha saputo condurre.
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Marocco: sconfitta diplomatica
Come abbiamo precedentemente visto, l’ONU, nel 1975, non è riuscita a fornire un’indicazione univoca ed operativa(2). Nel 1976 l’Assemblea Generale delega all’OUA il compito di trovare una soluzione “giusta e durevole” del problema.
Durante il Consiglio dei Ministri dell’OUA nel febbraio del 1976 ad Addis Abeba, il dibattito, dal riconoscimento del Polisario come legittimo movimento di liberazione, si sposta, con la proclamazione della RASD, sul riconoscimento del nuovo Stato. L’OUA risponde con una soluzione di compromesso in base alla quale il riconoscimento del nuovo Stato è competenza dei singoli paesi membri e non dell’Organizzazione; in soli due mesi la RASD viene riconosciuta da ben 9 paesi (Madagascar, Burundi, Algeria, Benin, Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Togo, Ruanda).
Quando al vertice OUA di Mauritius (luglio 1976) si profila la possibilità di una decisione favorevole all’ammissione della RASD, il Marocco risponde con la minaccia di organizzare un boicottaggio della riunione. L’OUA elabora una nuova formula di compromesso che rimanda la questione all’esame di un vertice straordinario che non sarà convocato. Compromesso che si riflette anche sulle posizioni delle altre sedi internazionali. A tale formula fanno riferimento sia la già citata risoluzione dell’ONU del 1976, sia la “Risoluzione Generale sull’Imperialismo, sul Colonialismo, sul Neo-Colonialismo e sullaDecolonizzazione” adottata al vertice dei non-allineati di Colombo (1976).(3)
L’uscita di scena della Mauritania isola il Marocco sia sul piano militare che sul piano diplomatico. L’OUA incomincia ad avviare procedure di mediazione tra le parti. Nel 1978 il vertice di Khartum costituisce un Comitato ad hoc (o “comitato dei saggi”) che nel 1979 giunge ad indicare alcune linee di soluzione. Un cessate il fuoco immediato e generale tra le parti, l’esercizio del diritto all’autodeterminazione attraverso un referendum che contemplasse l’alternativa tra l’indipendenza e mantenimento dello status quo (integrazione al Marocco), l’invio di forza di pace dell’OUA nel Sahara Occidentale. Raccomandazioni adottate al vertice di Monrovia (luglio 1979). Alcune delegazioni, inclusa quella marocchina, abbandonano la riunione dando inizio ad una politica di boicottaggio che esploderà all’inizio degli anni 80. Rabat annuncia di non riconoscere i risultati a cui è giunto il Comitato, non accetta i termini e il principio stesso della mediazione dell’OUA.
In questi anni la tattica marocchina consisteva nel dirottare la questione dalla sede ONU alla sede OUA, credendo di poter contare su rapporti di forza più favorevoli. Invitava l’ONU a non intralciare con proprie iniziative il processo di mediazione dell’OUA. Per cui la sconfitta politica e diplomatica diventa pesante. L’Assemblea generale dell’ONU, alla fine del 1979, nel recepire il contributo, reputato decisivo, dell’OUA ( risoluzione AHG 104) non si limita a ribadire il diritto all’autodeterminazione del Sahara, ma invita il Marocco ad “unirsi al processo di pace e a porre termine all’occupazione” e soprattutto riconosce il Polisario come “rappresentante del popolo del Sahara Occidentale”, raccomandandone la piena partecipazione alla ricerca di “una soluzione politica giusta, durevole e definitiva”.
La stretta collaborazione ONU – OUA ai fini di una soluzione negoziata del conflitto isolerà sempre più il Marocco sul pianointernazionale.
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Polisario: vittoria diplomatica
Il riconoscimento da parte dell’ONU del Polisario come rappresentante del popolo sahrawi concorre a sua volta alla formazione per la prima volta al vertice OUA di Freetown ( luglio1980) di una maggioranza di 26 Stati su 50 favorevole al riconoscimento della RASD e alla sua ammissione all’OUA. Anche i tradizionali sostenitori del Marocco si spingono su posizioni più neutrali. Uno dei cardini dell’organizzazione, oggi per alcuni discutibile, è il principio dell’intangibilità delle frontiere coloniali. In questo contesto di crescente isolamento il Marocco muta nel 1981 la sua posizione negoziale e dichiara, su suggerimento dei partner occidentali, di non opporsi più al principio del referendum. La decisione marocchina ha un puro valore strumentale, guadagnaretempo e allontanare il momento del riconoscimento della RASD in sede OUA.
Le linee di soluzione dell’OUA e dell’ONU sono definite e formalmente accettate da entrambe le parti. Il vero problema è strettamente politico, riconoscere il Polisario come parte negoziale, come raccomandato dall’ONU, che dopo il 1981 insiste sulla necessità di un negoziato diretto tra Marocco e Polisario, idea che Rabat continuerà a rifiutare (la sua controparte è l’Algeria).
In sede OUA, fra il 1982 e il 1984, l’abile offensiva diplomatica del Polisario raggiunge grandi successi. Al Consiglio dei Ministri di Addis Abeba nel febbraio del 1982 la RASD è ammessa come 51° stato membro con una decisione che si definisce “amministrativa”. Questo provoca il boicottaggio della riunione da parte del Marocco e di altre 18 delegazioni africane. Si apre così una battaglia procedurale che nasconde in realtà problemi di natura strettamente politica. Oltre alla questione dell’ammissione della RASD, la crisi del Chad e l’opposizione alla prevista presidenza libica dell’OUA da parte di molti paesi africani, schierati con Francia e Stati Uniti contro quella che era definita la “minaccia libica”, contribuiscono all’acuirsi dellacrisi dell’OUA, condotta sull’orlo della paralisi (nel corso del 1982 ben due vertici, convocati in Libia a Tripoli, non riescono a riunirsi per mancanza del quorum legale, causa boicottaggio).
All’interno dell’OUA si manifestano due dinamiche contraddittorie. La prima è la forte polarizzazione e scontro tra i due blocchi contrapposti dei “moderati” e dei “radicali” sulle tre questioni suddette, relativi allo scontro Est-Ovest e agli allineamenti internazionali dei paesi che lo compongono. Non è certo una coincidenza che all’irrigidimento marocchino ad esempio corrisponda in sede ONU la decisione degli Stati Uniti di votare contro le risoluzioni dell’Assemblea Generale sul Sahara Occidentale ed inoltre, all’aumento dell’appoggio diplomatico e militare USA al Marocco corrispondono concessioni sull’uso delle basi marocchine per le operazioni della Rapid Deployment Force statunitense per l’area meridionale e del Golfo(4). La seconda tendenza, che si alimenta di motivi strettamente africani, e che risulterà vincente, è la volontà trasversale di mantenere in vita l’OUA ed evitare una spaccatura, attenuando lo scontro tra blocchi interni all’Organizzazione proprio a favore di una mediazione politica sul Sahara Occidentale. Così la questione della RASD da problema di ammissione, legale e procedurale, diventa oggetto di mediazione, un nodo politico la cui soluzione è strettamente funzionale alla sopravvivenza dell’OUA, obiettivo di entrambi gli schieramenti pro e anti-RASD.
Il Marocco vede ridursi il suo spazio d’azione diplomatica e politica fermo nel cercare di bloccare l’ammissione della RASD con il ricatto della spaccatura dell’OUA.
Il Polisario esce vincente grazie alla sua grande accortezza politica evidente sin dal secondo vertice fallito di Tripoli, quando evita di porre il problema della sua ammissione per permettere all’Organizzazione di riunirsi e evitare una spaccatura.
Nel giugno del 1983 ad Addis Abeba, il 19° vertice dell’OUA riesce ad unirsi grazie alla decisione “volontaria e temporanea” della RASD di non partecipare al summit ed il Polisario raggiunge una doppia vittoria. Per la prima volta Marocco e Polisario sono nominati esplicitamente come “parti in conflitto” e invitati a procedere a negoziati diretti in vista di un referendum di autodeterminazione. Inoltre gli si riconosce un atteggiamento costruttivo che rende di fatto irreversibile la sua ammissione.
La RASD può occupare regolarmente il proprio seggio all’interno dell’Organizzazione ed è definitivamente ammessa al 20° vertice dell’OUA, tenutosi ad Addis Abeba nel novembre 1984, anno in cui otterrà i riconoscimenti della Mauritania e soprattutto della Nigeria, paese chiave per gli equilibri interafricani, proprio alla vigilia del vertice. La dinamica del coordinamento ONU-OUA si rimette in moto. Il Marocco esce dall’Organizzazione, seguito soltanto dallo Zaire (che abbandona il vertice ma non l’OUA).
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La questione sahrawi approda al Parlamento europeo
Pur essendo il referendum in linea di principio accettato dalle parti, la situazione si congela sullo status quo, anche se il nuovo segretario generale dell’ONU Perez de Cuellar non rinuncia a tenere in agenda la questione sahrawi. I rapporti di forza esistenti all’interno del Consiglio di Sicurezza impediscono una soluzione reale. Ma ciò che caratterizza questa fase è soprattutto il disimpegno dell'Europa, in direzione della quale si dispiega una grande manovra diplomatica del Marocco, che aspira all’entrata nella Comunità Economica Europea.
La strategia del Polisario in direzione dell’Europa è dunque diversa: non punta infatti al riconoscimento della RASD, ma presenta il referendum come unico strumento negoziale che, in presenza di un'assoluta intransigenza marocchina, possa dirimere la controversia sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Il Polisario aggira l’indifferenza o le dichiarazioni di impotenza dei governi svolgendo un lavoro capillare di base a tutti i livelli della società civile, illustrando la situazione dei profughi e chiedendo solidarietà sul piano dell'informazione e dell'aiuto materiale. Il primo risultato di rilievo è la Conferenza internazionale di Parigi "Paix pour le peuple sahrawi:
un enjeu européen" (23-24 novembre 1985), che ha riunito oltre 300 parlamentari, esponenti di partiti e associazioni, giuristi e personalità della cultura di tutta Europa.
Nel dicembre 1986 la questione sahrawi approda al Parlamento europeo, in seguito alla vicenda dell’accordo di pesca tra CEE e Marocco. Infatti il precedente accordo del 1983 tra Spagna e Marocco, prossimo a scadenza, aveva dovuto essere rinegoziato su scalacomunitaria, come conseguenza dell'entrata della Spagna nella Comunità. Le clausole del nuovo testo presentato il 22 dicembre 1986 e siglato dopo due mesi di iter nelle commissioni il 25 febbraio 1988, lasciavano ambiguità sull'estensione delle acque “su cui si esercita la giurisdizione” del Marocco; in realtà includevano senza menzionarle, come dimostra la descrizione del pescato, le acque territoriali del Sahara Occidentale, a sud del parallelo 27°40' (5). Scoppia un caso sul dovere di tutelare le risorse di un popolo che non ha avuto ancora accesso all'autodeterminazione. Si evocano i precedenti atteggiamenti della CEE nei confronti delle risorse della Palestina e della Namibia. Nel concreto il Polisario otterrà solo alcuni emendamenti di scarso rilievo; tuttavia un ampio dibattito si sviluppa sulla questione, fino alle sedute plenarie di maggio e giugno 1988, ad opera dell'intergruppo parlamentare Paix pour le peuple sahraoui, che si era formato nel 1986 come riflesso della partecipazione di alcuni parlamentari europei alla Conferenza di Parigi e al 10° anniversario della RASD nei campi profughi. Saranno loro a riportare in primo piano, nei suoi veritermini, la guerra dimenticata che fa da sfondo alla mancata decolonizzazione del Sahara.
Sono tuttavia anni difficili, in cui l’allargarsi del consenso sul referendum nelle sedi internazionali è direttamente proporzionale all’irrigidimento di Rabat, che approfitta della situazione di stallo all’ONU per attuare una politica di grandi investimenti nelle “province sahariane”, e rendere così irreversibile la loro integrazione al Marocco.
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La svolta del 1988
Il processo di pace in sede ONU fa i primi passi con il primo viaggio di ricognizione di Perez de Cuellar a Rabat nel luglio 1985 eun’audizione separata delle parti nel 1986. Dopo qualche anno di stallo, con la fine della Guerra fredda subisce una nuova accelerazione grazie anche all’inaspettata ripresa, nel 1988, delle relazioni diplomatiche tra Algeria e Marocco, ferme dal 1976, quando l’Algeria aveva riconosciuto la RASD. Era necessario ripresentare un fronte arabo compatto al vertice della Lega araba di Algeri nel giugno 1988 sulla questione palestinese. In questa occasione viene chiesto all’ambasciatore della RASD, accreditato regolarmente ad Algeri, di non partecipare per non urtare Rabat.
Il 25 maggio 1988, l’Algeria con una mossa a sorpresa, pochi giorni dopo la nuova intesa col Marocco (avvenuta il 16 maggio 1988), si fa promotrice dell’elezione della RASD alla vice-presidenza dell’OUA, in occasione del vertice che celebra il 25° anniversariodell’Organizzazione. E’ evidente l’intenzione dell’Algeria di scorporare definitivamente la questione sahariana dal capitolo delle relazioni algero-marocchine. Il Marocco dal canto suo non può più fingere che la minaccia ai suoi possedimenti sahariani provenga dall'Algeria, e si troverà costretto ad accettare la nuova iniziativa del Segretario generale dell’ONU, che nell'agosto del 1988 convoca separatamente le parti e riesce ad ottenere da entrambe l’accettazione di massima della sua nuova edizione del piano di pace, referendum compreso. Il Marocco si troverà così, dapprima in sede ONU a Ginevra, poi direttamente, nell’incontro di Marrakesh, accordato da Hassan II al Polisario il 4 gennaio 1989, faccia a faccia con
l’interlocutore sahrawi
Dopo due viaggi nella regione, Perez de Cuellar elabora una nota informativa ( doc. S/21360 del 18 giugno 1990), recepita poi dal Consiglio di Sicurezza nella sua risoluzione 658 del 27 giugno 1990. Le Nazioni Unite in quegli anni sembrano voler rivalutare l’organismo come arbitro delle vertenze e dei conflitti internazionali; infatti, nonostante la crisi del Golfo, il dossier sahariano non viene accantonato, anzi trascorrono solo 10 mesi e in tempi record il Consiglio di Sicurezza approva all’unanimità la successiva risoluzione 690 nella sua seduta del 29 aprile 1991(6).
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Il referendum
Il referendum ha come obbiettivo di permettere al popolo sahrawi di scegliere liberamente tra l’integrazione al Marocco el’indipendenza. La storia della procedura referendaria è complessa. La monarchia marocchina, appoggiata dalla Francia, continua ancora oggi ad impedire lo svolgimento del referendum, creando complicazioni e ritardi per rimandare la scadenza del voto di autodeterminazione, il risultato rischia di essere contrario ai desideri del re.
La risoluzione 690 del 1991 mette concretamente in moto la macchina del referendum, dando il via alle operazioni preliminari e in particolare alla istituzione della “Missione Internazionale delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale” (MINURSO).
Il documento S/22464 del 29 aprile 1991 curato da Perez de
Cuellar definisce innanzitutto un periodo di transizione di 20
settimane a partire dalla data del cessate-il-fuoco e della pubblicazione
delle liste elettorali (6 settembre 1991), durante il quale:
• il Marocco dovrà ridurre le sue truppe a 65.000 unità, circa
la metà degli effettivi presenti, sotto la vigilanza dei militari della MINURSO, in luoghi convenuti a ridosso del muro, lo
stesso per le truppe del Polisario.
• Dovranno essere rilasciati i prigionieri politici e i detenuti
sahrawi. E’ certo che tra i “desaparecidos” sahrawi nelle
carceri marocchine si trovano persone indicate dalla
commissione di identificazione come appartenenti al corpo
elettorale.
• I prigionieri di guerra dovranno essere scambiati e rimpatriati. Il Polisario come segnale di pace ha liberato, a partire dal 1989, molti prigionieri marocchini, ma non   sono mai stati ricevuti dal Marocco.
• Una commissione preparerà il materiale per il referendum, un regolamento con istruzioni e norme elettorali da pubblicare in loco, tali da garantire l’assoluta segretezza    del voto. Il risultato sarà determinato a maggioranza semplicedei voti validi espressi.
• Il rimpatrio dei profughi, attendati vicino Tindouf, sarà gestito dall’Alto Comitato per i Rifugiati delle Nazioni Unite.
Per la compilazione delle liste elettorali ci si rifà alle operazioni di censimento, condotte con grande dispiego di mezzi, dal governo spagnolo nel 1974, quando il referendum di autodeterminazione, previsto dalle procedure di decolonizzazione delle Nazioni Unite (fin dal 1965)(7), sembrava ormai prossimo. Da esse risulteranno censiti 20.126 europei e 73.497 indigeni (a cui si aggiungevano 1.396 residenti temporanei provenienti da altri paesi africani), essenzialmente residenti nei centri urbani o in prossimità di essi, mentre verosimilmente una parte delle tribù nomadi (circa il 18% secondo le stime di Barbier) è sfuggita all’inchiesta(8).
A questa spinosa questione dell’identificazione e iscrizione dei votanti è riservata maggiore attenzione. Nel giugno 1990, 38 anziani e/o capi tribali, per metà provenienti dai territori occupati, per metà dai campi profughi, hanno ridato vita, riunendosi a Ginevra presso gli uffici dell’ONU, ad una inedita edizione del Consiglio dei Quaranta, cui era affidata tradizionalmente la memoria del popolo sahrawi nelle sue articolazioni di famiglie allargate facenti capo al rispettivo patriarca. La collaborazione degli anziani sahrawi è stata preziosa per garantire la partecipazione al referendum di tutti e soltanto degli aventi diritto. I sahrawi insediati nel territorio di Tarfaya nel Marocco meridionale non avranno diritto al voto, pena il suo stravolgimento. Tarfaya non aveva lo statuto di colonia, bensì quello di protettorato (restituito al Marocco nel 1958). Una clausola del documento, fortemente voluta dal Marocco e inserita dopo forti esitazioni del Polisario prevede che persone eventualmente non censite nel 1974 possano essere autorizzate a votare, se riescono a dimostrare di aver vissuto all’epoca sotto la giurisdizione spagnola. E’ chiaro che questa clausola può rappresentare una serie di incognite, come fonte di ritardi nella pubblicazione delle liste, nonché di contestazioni inesauribili.
Il calendario del piano prevede il voto nel gennaio 1992. La tregua, malgrado i tentativi di Rabat di rinviarla, è proclamata il 6 settembre 1991, ma poiché la compilazione delle liste elettorali non è terminata, il Marocco rifiuta di applicare integralmente il piano, a cominciare dal progressivo disimpegno dei territori occupati. Non è un particolare trascurabile poiché ciò significa che la MINURSO, dispiegata a partireda quell’anno, non potrà mai esercitare un controllo reale su quei territori.
Nel 1991 come ancora oggi il Marocco prova con tutti i mezzi a giocare carte false, a manipolare la lista elettorale o a ritardare il processo. Il Marocco non è disposto ad accettare la possibilità che dalla urne esca un Sahara indipendente, l’accettazione del principio del referendum era inevitabile sul piano dei rapporti internazionali. La società ed i partiti marocchini sono sempre stati indotti a credere che il Sahara è un territorio che appartiene già al Marocco, che il popolo sahrawi non esiste, che è un’invenzione dei nemici del Marocco. Le autorità marocchine appaiono impegnate con i funzionari della MINURSO in una cavillosa controversia sui criteri di identificazione del corpo elettorale, di cui pretendono la revisione e l’allargamento. E’ la continuazione di uno stato di fatto che dura da troppo tempo. Il piano di pace, rinviato dal 1991 ad oggi, è un fallimento. Il Marocco concentra la sua offensiva diplomatica per ottenere un allargamentoprogressivo dei criteri per la compilazione delle liste elettorali, è fortemente deciso a predeterminare il risultato del referendum facendo votare i suoi cittadini, d’altronde lo ha sempre considerato un problema interno di ordine pubblico. Rabat non ha mai smesso di dichiarare che il Sahara Occidentale è parte integrante del proprio territorio. I paesi occidentali tacciono. Va riconosciuta ad Hassan II una grande abilità a legarli a sé. Ha saputo offrire la garanzia di un paese stabile, alleato fedele, baluardo contro il fondamentalismo che corrode i paesi vicini. Durante la guerra fredda la monarchia marocchina incarnava il baluardo che tutelava l’Occidente dal pericolo venuto dall’ Est. Oggi bastione contro l’integralismo, è questo il tema ricorrente usato dalla Francia per giustificare la sua indefettibile amicizia con Hassan II. In cambio di questa garanzia il re ha le mani libere per fare ciò che vuole, contrastare il lavoro della commissione d’identificazione, rinviando all’infinito la data del referendum e continuare un’intensa colonizzazione del territorio sfruttandone le risorse e facilitando l’ingresso nel territorio di cittadini marocchini.
Alla fine degli anni ’80 ha infatti iniziato un’intensa colonizzazione. Nei primi anni del ’90 Hassan II organizza una seconda “marcia verde”, reclutando 30.000 persone nel Marocco meridionale e prepara l’accoglienza di circa altre 170.000 persone, con la pretesa di inserirli nelle liste elettorali (9).
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L’infinita attesa
La pretesa del Marocco di esaminare e accettare tutte le domande da lui presentate, l’accettazione della politica del compromesso portata avanti prima da Pérez de Cuéllar poi da Boutros-Ghali (nuovo Segretario Generale dell’ONU), quindi la superficialità e l’improvvisazione dimostrata dall’ONU, il silenzio dei paesi occidentali, l’abilità del Marocco d’impedire di fatto il referendum senza negarne il principio, ma spostando l’attenzione su questioni secondarie, tutto questo ha allontanato la possibilità di una reale soluzione. Dopo vari slittamenti, all’inizio del 1996 viene sospesa l’identificazione degli elettori. Il Marocco pretendeva di aggiungere ai 74.000 censiti dagli spagnoli altre 180.000 persone, di cui 100.000 nate in Marocco (10). Il processo arriva ad un pericoloso punto morto.
La speranza si riaccende nel 1997, quando Kofi Annan, nuovo Segretario generale dell’ONU, affida la questione a James Baker , ex Segretario di stato americano. In qualità di nuovo rappresentante dell’ONU per il Sahara Occidentale riesce a mediare una serie di colloqui diretti tra il Marocco e il Fronte Polisario, mettendo in campo tutto il suo prestigio e le sue doti di buon diplomatico. Si respira un certo ottimismo, in passato i faccia a faccia erano avvenuti senza testimoni indipendenti, facilitando l’arroganza marocchina. Con la sua mediazione in Texas si firmano gli accordi di Houston nel settembre del 1997 per lo svolgimento del referendum ancora una volta sotto i patrocini dell’ONU e dell’OUA. La data per il referendum è fissata al 7 dicembre 1998. I punti del piano riprendono quello del 1991, ma per il Marocco non sarà più possibile presentare richieste in blocco di migliaio di presunti sahrawi, sono ammesse integrazioni individuali. Le operazioni di identificazione richiedono la partecipazione di osservatori del Fronte Polisario, del Marocco, dell’OUA e di alcuni paesi ONU.
Il disaccordo fra Marocco e Fronte Polisario non fa che interrompere le operazioni d’identificazione, il governo di Rabat non accantona l’intenzione di “fabbricare” sahrawi, contesta l’operato dell’ONU, minaccia rivolte popolari nel caso in cui la MINURSO non cambi metodi d’identificazione e non consenta ai suoi cittadini di votare. La stampa marocchina inizia una campagna di violenti attacchi contro la missione ONU, e contro lo stesso Kofi Annan. L’avvio del piano Baker subisce slittamenti e anche questa volta la data del referendum viene cancellata. Con la pubblicazione delle liste elettorali all’inizio del 2000, il Marocco, guidato da Mohamed VI, succeduto al padre nel luglio del 1999, si rende conto che referendum equivale a dire indipendenza. Mira così a sabotare il piano di pace e propone negoziati diretti per trovare una diversa soluzione. La Francia gli propone un’alternativa che fa sua, la cosiddetta “terza via”, ovvero né referendum, né annessione da parte del Marocco, ma un Sahara Occidentale provincia autonoma dello stato marocchino. Il Fronte Polisario non accetta.
Nel 2003 è sempre James Baker che, per superare lo stallo, presenta un nuovo piano (noto negli ambienti diplomatici come “Baker II”) che prevede un periodo di autonomia particolare a carattere provvisorio, che non dovrebbe durare più di cinque anni. Si darebbe via ad una speciale Autorità Transitoria per il Sahara Occidentale che assumerebbe la responsabilità per il governo locale, la sicurezza interna, l’economia, gli affari sociali e l’istruzione. Il governo marocchino conserverebbe le deleghe relative a politica estera, difesa e sicurezza nazionale. Entro cinque anni dovrebbe essere indetto un referendum per concedere al popolo sahrawi la possibilità di realizzare la propria autodeterminazione. La questione delle liste scatena reclami ancora oggi. Secondo il piano il diritto di voto sarebbe attribuito a tutti i cittadini registrati come residenti nella regione alla data del 30 dicembre 1999 e che, con riferimento al giorno indicato, avessero compiuto almeno diciotto anni. Tele disposizione è contestata dal Fronte Polisario in quanto nelle liste elettorali sarebbero compresi molti coloni marocchini che si sono insediati nel Sahara Occidentale durante tutti questi anni. Ma a sorpresa il Polisario accetta mentre Rabat lo respinge. In una lettera inviata a Baker il governo marocchino afferma che non può accettare un periodo transitorio segnato dall’incertezza sullo statuto finale del territorio, questo potrebbe trascinare tutto il Maghreb nell’insicurezza e nell’instabilità. Secondo il Marocco il referendum deve escludere l’opzione dell’indipendenza. Rifiuta così un piano che prima di allora aveva avuto il suo consenso, almeno formale, contraddicendo al principio di autodeterminazione, diritto riconosciuto dall’ONU.
Il Marocco gioca evidentemente sul tempo per consolidare la presenza nei territori occupati, e per fiaccare la volontà sahrawi. Mohamed VI sta cercando di massimizzare la rendita che gli deriva dalla piena fedeltà alle potenze occidentali. Dopo l’11 settembre 2001,Rabat è cresciuta di rango, divenendo la capitale simbolo di un modello da esportare, quel mondo arabo moderato che concilia tradizione e modernità. Parigi è ancora oggi il suo principale partner politico e commerciale. Questo induce Mohamed VI a mantenere ferma la sua posizione. Egli però non può tuttavia illudersi di poter ignorare una risoluzione ONU appoggiata oramai da larga parte della comunità internazionale.
Intanto la soluzione della questione sahrawi diventa sempre più un miraggio. Nel giugno 2004 James Baker ha annunciato le dimissioni, Alvaro de Soto lo ha sostituito. Sono passati 13 anni, i sahrawi attendono ancora il referendum per l’autodeterminazione. Il mandato della MINURSO viene continuamente prorogato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, fino ad ora sono stati spesi 600 milioni di dollari. L’ONU, l’OUA e l’Unione Europea affermano la loro volontà di aiutare le parti a giungere ad un accordo politico giusto, duraturo e reciprocamente accettabile che permetta l’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale, si susseguono vane risoluzioni. Intanto il Marocco nell’ottobre del 2004 ha firmato con due importanti compagnie petrolifere, la francese Total FinaElf e la statunitense Kerr-
McGee, un contratto esplorativo di dodici mesi per un monitoraggio di gas e petrolio a largo delle coste del Sahara Occidentale. L’ONU, interpellato dal Fronte Polisario, ha riconosciuto come illegale lo sfruttamento delle risorse in territori non autonomi. Ma il Marocco sfrutta liberamente le risorse del territorio da quasi trent’anni, è divenuto il primo esportatore di fosfati grazie al giacimento di Bou Craa, uno dei più grandi del mondo, ben protetto dai muri innalzati nei primi anni ottanta. E ancora il ferro, l’uranio, il piombo, lo zinco, il cobalto, l’oro e non ultima l’intera costa, tra le più pescose della fascia atlantica.
E’ insopportabile l’indifferenza e l’impassibilità delle Nazioni Unite, del governo spagnolo, che dovrebbe assumersi la sua responsabilità storica, di tutti i potenti del mondo che si definiscono democratici e si riempiono la bocca con belle parole sui diritti umani. Il Fronte Polisario ha sempre rispettato il cessato il fuoco e liberato unilateralmente centinaia di prigionieri di guerra come da piano previsto (11). Il popolo sahrawi è in attesa da quasi trent’anni, all’interno dei muri la popolazione di origine sahrawi è sottoposta ad un durissimo regime poliziesco denunciato da Amnesty International sin dal 1990 (mancanza di libertà di espressione e di circolazione, detenzioni arbitrarie, scomparse forzate, torture, trattamenti inumani e degradanti) e nei campi di Tindouf, che vivono di aiuti internazionali, le condizioni materiali si fanno sempre più dure. Sono nati comitati europei di sostegno al popolo sahrawi (12), organizzazioni non governative, ed ancora l’UJS (Unione dei Giuristi Sahrawi),
l’AFAPREDESA (Associazione della Famiglie dei Prigionieri e Desaparecidos Sahrawi), l’Interfaith (Ufficio internazionale per il rispetto dei diritti umani nel Sahara Occidentale), che permettono la diffusione di informazioni, promuovono iniziative e conferenze, lanciano svariati appelli ai governi, all’OUA, all’ONU e all’Unione
Europea e ci ricordano che il popolo sahrawi aspetta ancora giustizia.
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  1. La questione sahrawi è iscritta all’ordine del giorno dell’Oua nel 1976, dell’Assemblea Generale dell’Onu dal 1965, al Parlamento europeo approda solo nel 1986.
  2. L’Assemblea Generale nel dicembre 1975 vota due risoluzioni separate e contrastanti sulla questione del Sahara Occidentale.
  3. Maria Cristina Ercolessi, Gli aspetti diplomatici della questione sahrawi, Napoli, centro documentazione “El uali”, CUEN, 1986, p. 6
  4. Maria Cristina Ercolessi, Gli aspetti diplomatici della questione sahrawi, cit., p.10
  5. Anna Bozzo - Luciano Ardesi, Sahara Occidentale, cit., p. 51.
  6. Anna Bozzo - Luciano Ardesi, Sahara Occidentale, cit., p. 55
  7. Ricordiamo che dopo la dichiarazione del diritto dei popoli colonizzati all’autodeterminazione da parte dell’Assemblea Generale dell’ ONU nel 1960, il Sahara spagnolo venne incluso, a partire dal 1963, nella lista dei territori cui tale principio doveva ancora essere applicato, e nel dicembre 1965 l’Assemblea Generale adottò la prima risoluzione in cui chiedeva esplicitamente a Madrid di prendere tutte le misure necessarie per la liberazione del Sahara e dell’enclave di Ifni nel Marocco meridionale (quest’ultima verrà restituita al Marocco nel 1969).
  8. Maurice Barbier, Le conflit du Sahara Occidental, cit., p.14-15.
  9. Anna Bozzo - Luciano Ardesi, Sahara Occidentale, cit., p.62
  10. Luciano Ardesi, Forse Baker ce la fa, in «Nigrizia», settembre 1997
  11. Prigionieri di guerra che come previsto possono ricevere visite dalle organizzazioni
    internazionali e mantenere una corrispondenza con i familiari. Nelle prigioni marocchine nessuno sa cosa succede.
  12. In Italia oltre all’Associazione nazionale di solidarietà con il popolo sahrawi (Ansps), riunisce e coordina le associazioni e i comitati locali di solidarietà con il popolo sahrawi, le Ong, le associazioni nazionali e gli enti locali e territoriali che intendono impegnarsi a favore del popolo sahrawi, Ed è membro del Coordinamento europeo delle associazioni di sostegno al popolo sahrawi (EUCOCO)