Indice

CAPITOLO IV

Il popolo sahrawi

-La popolazione e il territorio
-I campi di Tindouf
-La prima Costituzione
-La vita sociale…
-La donna sahrawi
-I territori occupati
-La solidarietà
-Il progetto "necessità dei volti"

 

La popolazione e il territorio
Prima delle divisioni con artificiali confini, quell’ampio territorio,angolo del continente africano era semplicemente chiamato sahel, l’Ovest. Era più che altro delimitato da abitudini e modi di vita comuni, rafforzati dall’unità della lingua, l’hassanya, era, come i suoi abitanti chiamavano se stessi, la Terra degli Uomini Bianchi, il Trab
el Bidan
(1).
Nei suoi confini naturali, laddove i popoli parlavano altre lingue e avevano tradizioni diverse, si trovavano i mercati, i luoghi dove si tenevano le fiere del bestiame che i nomadi frequentavano e là c’erano anche le città comprese nelle rotte carovane. A nord stavano le genti che vivevano sotto l’autorità del sultano, ciò che sarebbe diventato il Marocco. A est c’erano Tindouf e le note miniere di sale, dove cominciava la terra dei tuareg. A sud, verso l’interno, si trovavano varie enclave, attualmente entro i confini della Mauritania, e la celebrata Timbuctù, divisa tra tuareg, uomini bianchi El Bidan e neri del Mali.
All’epoca il territorio era diviso in tre grandi regioni: Saguiat el Hamra, il Fiume Rosso, una zona caratterizzata dalla peculiare presenza del gigantesco fossile di un fiume, da cui prende il nome, con i suoi affluenti e torrenti, naturalmente a loro volta secchi e scomparsi, riconoscibili soltanto perché nei letti cresce ancora la vegetazione. E’ l’area dove si trovano le miniere di fosfati di Bou Craa, il giacimento all’aperto più ricco e grande del mondo, che destò la cupidigia degli spagnoli prima, del Marocco oggi. Zemmur, la regione centrale, è montagnosa e rocciosa, lì prevalgono i massicci di granito, non troppo alti, ed alcune valli fertili. Infine a sud, Rio de Oro, il gran deserto, il Tiris, un’immensa pianura dove d’inverno le greggi possono trovare pascoli, e dove spiccano colline di granito nero.
Il territorio era occupato da guerriere tribù berbere che, vista la prossimità geografica dei territori appartenenti al sultano marocchino, dovevano respingere le incursioni delle truppe del sultano che, già allora, pretendeva di annettersi le terre nomadi. Essi convivevano con pacifiche tribù di allevatori che possedevano enormi mandrie di
cammelli e pagavano un tributo ai guerrieri in cambio di protezione. In fasi successive arrivarono coloro che sarebbero diventati i più numerosi, i discendenti di famosi uomini santi, dediti allo studio del Corano, la cui origine si può ricondurre all’immigrazione, tra l’XI e il XIII secolo, degli arabi Maqil, provenienti dallo Yemen. Così con un lento processo d’integrazione prendeva forma la popolazione del Sahara Occidentale: i guerrieri che difendevano i territori, gli allevatori di cammelli e i saggi che pregavano, insegnavano ed impartivano giustizia. La società era completata dagli Iggauen, musicisti e poeti girovaghi, dagli haratin, schiavi neri dei nomadi bianchi, e dai maalamin, gli artigiani, chiamati anche majarreros, che fabbricavano ogni sorta di oggetti in cambio di protezione e cibo.
Tutti insieme formarono ciò che oggi è il popolo sahrawi, gente forte abituata a sopravvivere nelle circostanze più avverse, capace di difendere le sue greggi e il suo territorio, con le armi se necessario. “Se uno ti morde e tu non lo mordi, quello crede che tu non abbia i denti”, recita un proverbio sahrawi, un chiaro avvertimento perché il nemico non pensi che le sue malefatte rimarranno impunite o che potrà ripeterle a suo piacimento. Gente fiera del proprio passato e delle proprie tradizioni. Gente abituata ad agire unita, perché nel deserto un uomo solo è un uomo morto. Gente dalle profonde convinzioni e dal grande senso pratico. Uomini e donne liberi nel senso più stretto della parola, perché non hanno mai vissuto sottomessi ad alcuna autorità o sotto un potere organizzato, mentre le società vicine si lasciavano dominare da sultani ed emiri.
Fra i nomadi, ogni gruppo ubbidiva soltanto al proprio sheik, il capo famiglia, scelto per meriti personali e per aver servito la società.
Non si trattava di una posizione di potere, né era sempre ereditaria perché poteva essere tolta se l’uomo non adempiva ai suoi doveri e perdeva il rispetto della sua gente. Fra le qualità che doveva possedere c’erano la tolleranza, l’ospitalità e la generosità, che gli procuravano prestigio e reputazione personale. Questa concezione del potere ci ricorda le analisi antropologiche di Pierre Clastres che ci dimostra che nelle società primitive il potere, come forza operante, appartiene all’intero gruppo, il capo primitivo è solo l’uomo del discorso, colui che si adopera per mantenere la pace nel suo gruppo. Nessuno si sente in dovere di seguire quanto egli consiglia “paradossalmente, nessuno presta attenzione al discorso del capo; o meglio si finge la disattenzione. Se il capo, come tale, deve sottostare all’ obbligo di parlare, le persone a cui egli si rivolge non sono invece tenute che a far mostra di non ascoltarlo”, coloro che vogliono fare i capi, forti del prestigio acquisito, con l’eloquenza e la generosità dimostrata, non trovano seguaci, perdono prestigio, gli voltano le spalle (2). Nei momenti di emergenza, conflitti interni, aggressioni esterne, pioggia o per celebrazioni collettive si riunivano in una confederazione non rigida i notabili, gli anziani che rappresentavano il proprio gruppo familiare. L’Ait Arbain o consiglio dei quaranta (secondo la tradizione quaranta era il numero delle tribù) aveva funzioni di coordinamento e potere decisionale.
La colonizzazione spagnola non ha favorito questo genere di vita e le sue strutture, anzi ha duramente colpito la società nomade. Dal 1958, quando divenne provincia, si innescò un rapido processo di sedentarizzazione e occidentalizzazione che ebbe gravi conseguenze, come la perdita di numerosi diritti della donna sahrawi, che ha sempre svolto un ruolo importante sia sul piano economico che sociale. Purtroppo ci sono volute le terribili circostanze dell’ esilio, negli accampamenti di Tindouf, perché recuperassero e incrementassero il loro ruolo protagonista nelle società, una società che si è trasformata a un ritmo vertiginoso e che oggi è molto più paritaria. Il lavoro viene fatto in comune e le decisioni si prendono in funzione della finalità del gruppo. La tuiza, ovvero il lavoro comunitario, ha permesso loro di sopravvivere in passato come gruppo e come individui in un ambiente difficile qual è il deserto e nel presente degli accampamenti di Tindouf ha permesso che dall’esilio, dalle difficoltà tipiche dei campi di rifugiati (perché in fondo questo sono) sorgesse una nuova società chevede le donne responsabili e artefici di un’invidiabile organizzazione
sociale. Non ci sono più guerrieri, saggi e pastori: soltanto uomini e donne che vivono con dignità in circostanze indegne.
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I campi di Tindouf

Sono circa 200.000 i sahrawi che sotto i bombardamenti marocchini scelsero la via della fuga verso il territorio algerino, nella zona più ad ovest, nei pressi di Tindouf, su un altopiano desertico ricoperto di sassi e sabbia. Uno dei deserti più inospitali della terra, la hammada, è una zona senza elementi geografici, che si estende fin dove arriva lo sguardo. Qui la temperatura passa dai 5° sotto lo zero d’inverno ai 50° in estate. Le piogge sono rarissime, ma in caso di pioggia, si possono verificare alluvioni, veri e propri fiumi di durata brevissima a causa dell’evaporazione o assorbimento del terreno (3). Il territorio, di circa 100 kmq, è attraversato d’estate da un vento di scirocco che a volte alza delle tempeste di sabbia e d’inverno da un vento freddissimo simile alle nostra tramontana. La vegetazione è assente eccetto dei rarissimi alberi a spina ed un’oasi naturale di poche vecchissime palme presso la tendopoli di Dakhla. L’acqua è reperibile a breve profondità grazie a strati argillosi nel sottosuolo, ma ha un’elevata salinità fino a renderla non potabile e di difficile uso agricolo. L’acqua potabile è invece reperibile solo in poche zone, vicino alle quali sono state costruite le tendopoli dei rifugiati.
In questa gigantesca pianura si trovano gli accampamenti sahrawi che le donne hanno creato dal nulla, facendoli diventare luoghi vivibili. Sono sparpagliati qua e là, sia per la disponibilità d’acqua, sia per proteggere il popolo nel caso dovessero ripetersi i bombardamenti marocchini.
La popolazione degli accampamenti è divisa in quattro wilaya che, come unità amministrative, corrispondono alle nostre province. Ogni provincia comprende sei o sette daira, i comuni. Le wilaya e le daira hanno nomi di città e località del Sahara Occidentale, occupate dalle truppe marocchine, per sottolineare lo stretto legame con la propria terra di origine. Le wilaya sono El Ayoun (che comprende le daira di Hagunia, Tcera, Amgala, Dora, Guelfa e Bou Craa), Ausseer (con Bir Genduz, Zug, Myek, Tichla, Aguenit e La Guera), Smara (con Mahbes, Farsia, Tifariti, Bir Lehlu, Gderia, Hausa) e Dakhla (con Argub, Bir Enzaran, Ain Beda, Glabat al Fula, Oumdreiga, Boujdour e Zarefia). Ogni comune, diviso in quattro quartieri, conta circa ottomila abitanti in gran parte donne, anziani e bambini. Nei primi anni si è avuto un vertiginoso e comprensibile aumento delle nascite. Alle quattro province ed ai venticinque comuni si aggiungono tre scuole residenziali: l’istituto professionale per le donne “27 febbraio”, che ricorda la proclamazione della Rasd, e le scuole “9 giugno” e “12 ottobre”, la prima ricorda il martirio del fondatore del Fronte Polisario El Uali Mustafa Sayed, la seconda fa riferimento alla riunione di Ain Bin Tili nel 1975 dove la nuova generazione, rappresentata dal Fronte Polisario, si incontrò con i tradizionali leader sahrawi riuscendo a raggiungere l’unità nazionale riguardo la necessità d’indipendenza per il progresso del paese.
Le tende degli accampamenti non sono le tradizionali e spaziose jaimais di lana e pelli di capra e di cammello, ma normali tende da “campagna” che offrono rifugio, ognuna ad un nucleo familiare. Vicino alle tende ogni famiglia ha costruito alcuni piccoli ambienti, in mattoni d’argilla, che fungono da cucina ed abitazione per i mesi più freddi. L’illuminazione è fornita da lampade a gas facilmente reperibili in Algeria così come le bombole che alimentano i fornelli per le cucine. Alcuni edifici, come le receptions destinate all’ospitalità delle delegazioni e gli ospedali, godono dell’apporto di gruppi elettrogeni, in funzione alcune ore al giorno.
La fuga precipitosa di diverse decine di migliaia persone ha provocato fin dall’inizio un rimescolamento delle popolazione, cancellando nei fatti la struttura tribale e le sue gerarchie interne. Il Fronte Polisario sin dall’inizio si è adoperato per superare l’identità tribale. Tutti si conoscono e tutti sanno a quale tribù una persona appartiene, ma a livello politico e sociale la divisione tribale è largamente superata. Si può dire che in momenti di crisi e di incertezza i legami familiari (che sono anche tribali) possono giocare un ruolo per venire in contro alle necessità dei singoli o del nucleo familiare (esattamente come accade da noi) (4). L’identità tribale è stata necessariamente riportata in auge con il processo di identificazione degli elettori, e ha preso come criterio le tribù censite nel 1974 dagli spagnoli. Non va comunque dimenticato che la tribù è un’istituzione in profonda crisi a causa del progressivo processo di sedentarizzazione dei nomadi e il controllo delle loro aree di pascolo
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La prima Costituzione
Attualmente nei campi profughi è vigente uno stato che dovrebbe avere come territorio l’ex-Sahara spagnolo e come cittadini tutti i sahrawi, per questo si parla di Rasd riferendosi ai campi profughi in territorio algerino. La nuova Repubblica fu subito dotata di una Costituzione di stampo socialista (5). La necessità di far fronte ad un’emergenza permanente, in cui era in gioco la stessa sopravvivenza della comunità, ha senza dubbio rafforzato un’identità collettiva che aveva radici antiche, facendola prevalere sulle inevitabili divisioni e rivalità tribali; di più, i riconoscimenti internazionali, che sono stati tempestivi agli inizi e sono aumentati negli anni successivi, esprimendo una concreta solidarietà intorno a quell’embrione di stato, hanno contribuito a far crescere una coscienza “nazionale”.
Si trattava per il Fronte Polisario di suscitare le iniziative appropriate a coprire i bisogni alimentari e quelli di attrezzature minime non meno indispensabili ai rifugiati, per rendere possibile una loro permanenza nelle tendopoli. Né era dato prevedere la durata dell’esilio in quell’angolo di deserto arido e inospitale, che non era consentito abbandonare, a ridosso com’era dalla zona delle operazioni di guerra. I sahrawi che erano sfuggiti ai massacri, privi di tutto, non potevano più, per ovvie ragioni, praticare il nomadismo; la loro sedentarizzazione, da tempo avviata, ora si realizzava in tempi fin troppo rapidi ed in circostanze drammatiche.
Il testo costituzionale era un testo molto semplice, di soli 31 articoli, di ispirazione socialista, anche se si trattava pur sempre di un socialismo islamico. Sul piano storico merita alcune considerazioni, perché ebbe un ruolo non trascurabile nello sviluppo di una coscienza politica del popolo del deserto. Quando essa fu adottata dal III Congresso generale del Fronte Polisario (26-30 agosto 1976), rispondeva alla necessità di dotare di un governo “statale” legittimo la comunità di profughi che si andava accampando nelle vicinanze di Tindouf. Inoltre, se quella prima Costituzione riflette lo stato di emergenza in cui la comunità sahrawi si apprestava a condurre la sua resistenza armata rappresentò anche il quadro giuridico adeguato per l’adozione di misure amministrative che consentissero la transizione, per quanto provvisoria, dal regime coloniale, senza dover fare dei sahrawi dei marocchini in esilio (6). Si rivelò anche lo strumento adatto ad organizzare la popolazione “civile”, in gran parte fatta di donne, anziani e ragazzi, e a metterla in grado di autogestire la vita quotidiana delle tendopoli. Grazie alla prima Costituzione, che sanciva il principio dell’uguaglianza fu possibile mettere a tacere le gerarchie tribali e superare le divisioni. Priorità fu data al fattore unitario, come obbiettivo da realizzare per tappe (7).
Grazie a questo embrione di stato, la popolazione poteva fare riferimento a delle istituzioni sentendole proprie, anche prescindendo dalla mediazione del Polisario. Con tutti i suoi limiti e le sue lacune, e proprio perché alla base dei riconoscimenti di molti paesi, questa prima Costituzione non solo ha conferito legittimità al regime repubblicano ideato dal Fronte Polisario, ma ha anche funzionato. Essa ha consentito dunque alla comunità dei campi di Tindouf di dare vita ad istituzioni che assicuravano il suo autogoverno, sempre però considerato come provvisorio e riferito al proprio territorio situato altrove.
Nelle tendopoli, ribattezzate con i toponimi dei luoghi di provenienza, si viveva l’esperienza di una democrazia di base, sia pure imperfetta, ma completamente autogestita, e si realizzava un’alfabetizzazione di massa intensa e di ottimo livello. Alla pratica intensa e generalizzata dell’ istruzione, ivi compresa l’alfabetizzazione degli adulti, è stata sempre data molta importanza, e così pure all’organizzazione di una sia pur limitata produzione agricola diautosussistenza. Inoltre, i rapporti intensi con organismi internazionali e Ong in tutto il mondo, in ordine agli aiuti internazionali, hanno sottratto i sahrawi alla loro condizione di profughi indigenti e passivi e li hanno trasformati in una controparte attiva, protagonista e destinataria di cooperazione internazionale, capace di gestire e ottimizzare in proprio gli aiuti ricevuti.
In un angolo invivibile del deserto, questa singolare comunità di rifugiati vive per essere domani la classe dirigente di uno stato inserito nel Grande Maghreb. Con gli anni molto sahrawi dei campi di Tindouf sono diventati in effetti dei quadri istruiti, politicizzati e determinati più che nel passato ad affermare il loro diritto ll’autodeterminazione, mantenendo un legame certo e documentato con una resistenza clandestina nei territori occupati. La Repubblica Araba Sahrawi ha conservato un suo spazio, e anche quando le lotte per la decolonizzazione erano ormai quasi ovunque concluse, partecipava alla battaglia per i diritti umani, in nome dei diritti delle minoranze e delle culture più deboli e minacciate. La Carta Costituzionale del ’76, dopo le leggere modifiche dell’agosto ’77 e dell’ottobre ’82, è stata rinnovata nel giugno 1991 (8), per rispondere alle nuove esigenze della società sahrawi, ed in previsione di una nuova stagione politica, nell’eventualità, in quegli anni non affatto remota, che l’opzione dell’indipendenza del Sahara Occidentale potesse uscire vittoriosa dalle urne (9). Il progetto del 1991 contiene molti elementi innovatori rispetto alla precedente e si colloca al livello delle altre Costituzioni maghrebine. In più bandisce esplicitamente sia la pena di morte sia la tortura. Esso propone una Repubblica presidenziale con i requisiti formali e sostanziali per gettare le basi di uno stato di diritto e fissa le grandi linee e gli orientamenti in base ai quali il futuro Parlamento, cardine dell’ordinamento della Repubblica, dovrà essere chiamato a legiferare, secondo i principi che ispirano il programma d’indipendenza sahrawi. Il principio della separazione dei poteri appare affermato senza ambiguità e fissa le prerogative di organi giudiziari, pensati per tutelare innanzitutto i diritti dei cittadini. I poteri del presidente della Repubblica sono molto estesi, presiede il governo e sceglie i ministri. Questo cambia nel 1999, anno dell’ultima modifica del testo costituzionale (10). La Repubblica da presidenziale diventa semipresidenziale.
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Il sistema sociale
La struttura politico-amministrativa della Rasd, creata con lo scopo di evitare vuoti di poter del quale potessero approfittare l’espansionismo marocchino e mauritano, si fonda sulla stretta interrelazione tra apparato ideologico e apparato statale. Il popolo, come sopra detto, è raggruppato in quattro province (wilaya) a loro volta suddivise in comuni (daira), venticinque nel complesso. Ogni anno si riunisce un Congresso popolare di base, uno in ogni comune al quale partecipa la quasi totalità degli abitanti e che elegge un rappresentante dopo aver valutato i problemi ed i programmi a questo livello, ogni quattro anni elegge i propri rappresentanti al Congresso nazionale. Questo a sua volta designa i membri che compongono il Consiglio della Rivoluzione ed i membri dell’Ufficio politico del Fronte Polisario. Il Consiglio della Rivoluzione, che esercita il potere esecutivo e determina gli indirizzi politici fondamentali dello stato, si fonde con il Comitato esecutivo del Fronte Polisario, infatti, il segretario del Fronte svolge anche le funzioni del Presidente della Repubblica. Inoltre il Consiglio della Rivoluzione procede alla nomina del Consiglio dei Ministri, la cui competenza è di natura strettamente tecnica. L’attività giudiziaria è svolta da un tribunale in ogni daira, una corte d’appello in ogni wilaya e una suprema corte a livello nazionale. La partecipazione popolare e l’iniziativa dal basso si esprimono negli organismi di base ai due livelli della daira e della wilaya. Come accennato in precedenza i campi sono quasi esclusivamente abitati da donne, vecchi e bambini e quindi la loro organizzazione è in mano alle donne che presiedono i cinque comitati popolari che esistono in ogni daira. Come i nostri assessorati, i comitati popolari individuano i settori più rilevanti delle necessità e delle attività svolte all’interno di una comunità ed ogni persona dà il proprio contributo a favore della collettivà nel campo che preferisce.
I comitati popolari provvedono alla sanità, all’educazione, all’approvvigionamento alimentare,alla giustizia e all’artigianato. I compiti del comitato della salute sono principalmente di prevenzione grazie a grosse campagne che vengono effettuate periodicamente all’interno dei campi; ogni mattino tutte le daira sono ripulite dai rifiuti e spesso apposite ispezioni controllano il rispetto delle norme igieniche fondamentali all’interno delle tende. In ogni comune funziona un ambulatorio con un infermiere specializzato. In caso di malattie di una certa gravità il malato viene indirizzato all’ospedale della wilaya; se anche questo non avesse i mezzi necessari per una terapia efficace si ricorre all’ ospedale nazionale. La struttura sanitaria è però sottoposta a tutte quelle carenze tipiche di situazioni in cui mancano l’ energia elettrica continua, i macchinari e i medicinali. I casi non risolvibili ai campi sono trasferiti in Algeria o all’estero presso paesi, comitati ed associazioni solidali con il popolo sahrawi. L’attento lavoro di prevenzione ha evitato in tutti questi anni l’esplosione di epidemie all’interno dei campi. Un altro punto chiave per il controllo delle infezioni è l’igiene dell’acqua. Per due province (Auserd e Smara), l’acqua viene trasportata con un camion-cisterna nelle cisterne centrali della daira e poi la popolazione si rifornisce da queste con contenitori vari. Nelle altre due province (Dachla ed El Ayoun), l’acqua è reperibile in pozzi disseminati nelle daira, alcuni dotati di pompe manuali, altri aperti dove si può prendere l’acqua con secchio e corda. Per entrambi i tipi di approvvigionamento idrico nascono dei problemi per la potabilizzazione. Il metodo usato è quello della clorazione dei pozzi o delle cisterne, ma è sempre necessario un controllo del cloro residuo attivo, che viene attuato giornalmente.
Il comitato dell’educazione ha un compito di supporto a tutta la politica nazionale svolta a favore dell’istruzione. Nel giro di appena un quarto di secolo, la società sahrawi ha invertito la percentuale di analfabetismo della popolazione. La scolarizzazione è obbligatoria per tutti i bambini. Parallelamente sono state varate delle campagne d’istruzione per adulti. Il novanta per cento della popolazione era analfabeta quando la Spagna abbandonò il Sahara Occidentale, oggi la piramide si è capovolta. Negli accampamenti c’è una solida infrastruttura scolastica: dai tre anni in su, tutti i bambini vanno alla scuola materna, prima preoccupazione delle donne per evitare di trascurare i propri figli mentre si dedicavano ai lavori comunitari, e lì fra un gioco e l’altro imparano l’alfabeto arabo. A sei anni frequentano le elementari, poi le medie inferiori, presenti in tutte le daira. Per le medie superiori ci sono le due scuole sopra menzionate, il “12 ottobre” e il “9 giugno”. Per seguire i corsi universitari, il governo RASD ha inviato i suoi studenti migliori, maschi e femmine, a studiare all’ estero grazie a borse di studio concesse da diversi Paesi amici. In questo senso Cuba, Algeria e Libia, sono stati i più generosi. Inoltre c’ è il “27 febbraio”che è un Istituto professionale femminile, qui si apprendono dattilografia, informatica, inglese, francese, spagnolo, e si svolgono corsi per infermiera, maestra d’asilo, giornalista oltre che artigianato (tappeti, sartoria, utensileria). Una scuola simile è la Olof Palme della wilaya di El Ayoun, costruita grazie al contributo svedese.
Il comitato dell’approvvigionamento alimentare gestisce le forniture che arrivano dai paesi, organizzazioni internazionali e associazioni di solidarietà. Il comitato della giustizia, vista l’assenza di fenomeni di criminalità, si preoccupa essenzialmente di organizzare cerimonie di matrimoni, di fornire la tenda agli sposi e di risolvere le pratiche del divorzio, piuttosto frequenti. I maltrattamenti alle donne da parte dei mariti sono un fenomeno quasi assente, se accade la donna ha diritto a un divorzio immediato. La religione islamica permette di avere più mogli ma nella realtà i sahrawi sono tendenzialmente monogami. Essi vivono la loro fede senza forme di fanatismo. Il ruolo della donna è centrale, gode di privilegi sconosciuti in altri paesi islamici.
Infine, il comitato dell’artigianato raggruppa persone che lavorando materia recuperabile nei campi, realizzano oggetti che vengono inviati all’estero o regalati alle delegazioni in visita come testimonianza di una tradizione e di una cultura che non sono state perse.
Questa struttura ha consentito negli anni di provvedere ai bisogni della popolazione privata delle sue risorse e teoricamente condannata a vivere nell’inattività e nell’attesa degli aiuti umanitari. Tutti sono chiamati ad un ruolo attivo, sono valorizzati gli anziani e soprattutto le donne condividono responsabilità a tutti i livelli (gli uomini sono principalmente al fronte o ricoprono cariche diplomatiche). Un’intensa operosità per evitare quel degrado fisico e mentale portatore della remissività e del vittimismo che potrebbero pericolosamente condurre ad una società basata esclusivamente sull’assistenzialismo.
Il denaro ha iniziato a circolare nei campi alla fine degli anni ’80, inizio anni ’90 quando il governo spagnolo ha riconosciuto lo status ai sahrawi arruolati nell'esercito, nella polizia nel Sahara Spagnolo, cominciando a versare una pensione, in pesetas, ovviamente. Nei campi circola dunque peseta spagnola e dinari algerini, derivanti dal cambio delle pesetas e che consentono di fare acquisti nella vicina città di Tindouf. Oggi naturalmente al posto delle pesetas circolano euro. Inoltre con l'emigrazione in Spagna, iniziata dopo il cessate il fuoco del 1991, gli emigrati possono risparmiare e inviare alle famiglie del denaro. Inoltre da sempre i profughi si sono spostati dai campi verso i territori liberati e la Mauritania (denaro permettendo). Con l’arrivo del denaro di cui sopra anche i contatti con la Mauritania si sono intensificati, e quindi anche la circolazione del denaro (11). Il ritorno degli uomini nei campi ha portato con sé la comparsa gradualedel commercio nelle wilaya, i piccoli empori aperti proliferano al punto di formare una via. L’avvio del piccolo commercio nei campi ha ulteriormente contribuito alla circolazione monetaria. Negli ultimi anni i progetti di cooperazione internazionale prevedono il pagamento di incentivi ai sahrawi che collaborano alla loro realizzazione, e ciò è un'altra fonte di denaro. I soldi, prima inesistenti negli accampamenti, hanno cominciato a circolare e a segnare leggere differenze sociali, perché nonostante la struttura ed il sistema comunitario della società, la proprietà privata esiste, è lecita e si rispetta, com’è sempre stato in tutta la storia di questo popolo. I piccoli empori che proliferano negli accampamenti e cominciano a rendere sono gestiti dagli uomini, le donne esercitano ancora professioni non remunerate e di servizio alla comunità.
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La donna sahrawi
L’assenza degli uomini, inizialmente occupati nella lotta armata, ha lasciato alla donna sahrawi un incredibile lavoro da svolgere che ha rafforzato la sua posizione, centrale da sempre nella società nomade.
Può essere utile ricordare ancora Pierre Clastres che sulle relazioni tra i sessi nelle società primitive scrive “esiste, mediata dalla guerra, un’intima relazione e un’essenziale affinità tra mascolinità e morte”, l’uomo, come guerriero, è “essere-per-la-morte” mentre “la caratteristica essenziale delle donne è quella di assicurare la riproduzione prima biologica, poi sociale della comunità: le donne mettono al mondo i bambini” e “emerge da questo un’immediata prossimità tra vita e femminilità, tale che la donna è, nella sua essenza, essere-per-la-vita”. E ancora “nell’inconscio collettivo della tribù (la cultura), l’inconscio maschile teme e riconosce la differenza sui sessi come superiorità irreversibile delle donne sugli uomini”; “questa è la primitiva e primordiale verità che emergerebbe da una seria analisi di alcuni miti e riti” (12).
L’amministrazione e l’organizzazione dei campi è affidata alle donne. Oltre ad accudire la propria famiglia, studiano, lavorano, si riuniscono e dibattono problemi vitali di gestione. Gestiscono le scuole, gli ambulatori, gli ospedali, i centri di formazione per le donne e gli asili nido. Hanno creato e gestiscono scuole speciali come centri di formazione per disabili, provvedono alla cura degli anziani, degli orfani e delle persone non autosufficienti. Negli anni di guerra si sono fatte volontariamente carico di un processo di crescita demografica, consapevoli che quella guerra puntava allo sterminio. Al cessate il fuoco sono state loro stesse a ridurre il tasso delle nascite. Il loro sguardo è sempre rivolto al futuro.
Il ritorno degli uomini ha esonerato le donne da lavori duri come quello dell’edilizia, ma per quindici anni che è durata la guerra sono state loro ad impastare la sabbia e il fango, a dare forma ai mattoni sotto il sole e a costruire le loro case ed i locali comuni (ospedali, nidi, scuole). Ed è sempre il loro lavoro a mantenere vive e funzionanti le infrastrutture degli accampamenti. La presenza degli uomini presuppone una nuova grande sfida per le donne, che non intendono ridurre la propria presenza negli incarichi di responsabilità.
Per evitare qualunque tipo di abuso che prenda a pretesto i precetti religiosi, le responsabili dell’Union Nacional Mujeres Sahrawi (UNMS) hanno previsto in ogni daira dei corsi di formazione per le donne sui contenuti e fondamenti dell’Islam. Solo conoscendo a fondo la propria religione potranno impedire che venga loro imposto una qualche sorta di repressione in nome dei principi religiosi, affatto incompatibili con i loro diritti di donna.
L’UNMS è l’Unione nazionale delle donne sahrawi, fondata nel 1974 come organizzazione popolare di tutte le donne appartenenti a quella che, un paio d’anni più tardi, sarebbe diventata la Repubblica Araba Sahrawi Democratica. Nacque in risposta alla necessità di unire le forze nella lotta per l’indipendenza e nella difesa del diritto all’autodeterminazione del loro popolo. In quanto organismo indipendente, ha degli obbiettivi specifici, sia a livello nazionale sia internazionale, e possiede struttura e funzionamento interno propri. L’organo supremo è il Congresso, che si tiene ogni cinque anni. Contando quello del 2004 ne ha celebrati quattro dalla sua fondazione, ognuno dedicato ad una delle tante vittime sahrawi della repressione, che vengono chiamate martiri, come gli uomini caduti in combattimento. Oltre al Congresso, che traccia il bilancio della situazione e delle attività svolte ed indica gli obbiettivi a breve e lungo termine, esiste la Segreteria Nazionale, che ha funzioni dirigenziali e si riunisce una o due volte all’anno per definire le linee d’azione, valutare i programmi e, se necessario, adottare delle posizioni politiche. Per quanto riguarda l’applicazione pratica delle decisioni della dirigenza, l’organo principale è il Bureau Esecutivo nazionale, che coordina gli uffici delle wilaya e delle daira. Tutti questi si riuniscono una volta al mese. L’UNMS ha una rappresentanza nel governo con cui agisce in modo coordinato, pur godendo di un certo margine d’indipendenza. Gli obbiettivi dell’UNMS, a livello nazionale, sono molteplici e diversificati: sensibilizzare le donne circa il loro ruolo nella società, far prendere coscienza alle donne dei propri diritti sociali e politici per garantirne la partecipazione attiva presente e futura, lottare per l’emancipazione delle donne incrementando le loro conoscenze e la loro formazione politica e professionale, analizzare il ruolo della famiglia nella società e garantire un’istruzione paritaria a bambini e bambine sulla base del rispetto e dell’uguaglianza, fare sì che le donne siano consapevoli dell’importanza della prevenzione sanitaria, essere solidali con le donne sahrawi delle zone occupate, costrette ad affrontare l’aggressione marocchina e vittime di discriminazione. In ambito internazionale i suoi obbiettivi sono: seguire attentamente la situazione della donna nel mondo, perché tutte lavorino per raggiungere gli stessi scopi, nonostante le differenze religiose, politiche o sociali, potenziare i rapporti con il maggior numero possibile di organizzazioni di donne in tutto il mondo. Questo rapporto con l’esterno permette di rafforzare il lavoro dell’UNMS grazie all’informazione e all’esperienza di altre organizzazioni e di ottenere materiali e finanziari per i progetti di formazione e sviluppo della donna.
L’UNMS fa parte di diverse organizzazioni come la Federazione Democratica Internazionale della Donna e l’Unione Generale delle Donne Arabe, dal 1977; l’Organizzazione Panafricana delle Donne, dal 1980; l’Organizzazione Non Governativa delle Donne per la Comunicazione, o l’Organizzazione delle Donne per la Pace. Inoltre dal 1979, l’Unione nazionale delle donne sahrawi ha partecipato a numerosi incontri internazionali sulla donna e mantiene buoni rapporti con molte organizzazioni non governative, umanitarie, sindacali e politiche, come anche i partiti politici e le organizzazioni femminili (13).
Fra le conclusioni che l’organizzazione riporta nella documentazione scritta risaltano due punti. Innanzitutto che l’UNMS lavora con la convinzione che la solidarietà internazionale femminile sia la colonna portante per stabilire dei rapporti di cooperazione, che permettono loro di moltiplicare i propri sforzi e superare gli ostacoli che impediscono uno sviluppo positivo. Contemporaneamente, lancia un appello a tutte le donne del mondo, perché diano il proprio appoggio incondizionato alla lotta legittima per il diritto all’indipendenza e all’ autodeterminazione del loro popolo, tramite un referendum libero, giusto e trasparente.
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I territori occupati
Tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976, l’esercito marocchino ha occupato gran parte dei centri abitati: la capitale El Ayoun, Smara, città di tradizioni religiose e culturali, Dakhla e Boujdour, porti pescherecci e le istallazioni di Bou Craa per l’estrazioni dei fosfati. Gran parte della popolazione scelse l’esilio per sfuggire alla repressione. Da allora, le migliaia di persone rimaste vivono l’occupazione coloniale del Marocco. I centri abitati sono sottoposti ad una stretta vigilanza, per impedire fughe ed infiltrazioni della guerriglia. All’isolamento relativo dei primi anni segue uno ancora più grande con la costruzione dei “muri”. Il sistema marocchino dei “muri” (in tutto cinque, costruiti in più riprese dal1980 al 1986), costituisce una linea difensiva continua, che si snoda per 2500 km dal sud del Marocco fino alla costa atlantica, al confine con la Mauritania e racchiude circa 200.000 kmq di territorio (14). Passare da una parte all’altra è sempre più difficile, poi impossibile. Una rete clandestina cerca tuttavia i contatti con i sahrawi dei campi, in cui arrivano saltuariamente fuggiaschi con le loro testimonianze. Lo strumento più diffuso è però la radio, in molti casi unico mezzo per far arrivare le notizie nelle zone occupate. E’ la radio nazionale sahrawi, trasmessa nelle zone del Sahara Occidentale liberate e controllate dal Fronte Polisario.
Il regime poliziesco instaurato fin dai primi giorni, con intere guarnigioni militari a presidiare le città, ha come scopo principale quello di impedire l’espressione dei sentimenti nazionalisti. Per questo è necessario spezzare la resistenza sahrawi, cancellare la loro identità attraverso l’ intimidazione e l’acculturazione forzata.
Il Marocco è da anni sulla lista nera dei diritti umani violati, ma nel Sahara Occidentale le violazioni sono generalizzate. Qualunque manifestazione è proibita, in occasione di ricorrenze celebrative, si ricorre ad arresti preventivi. Chiunque evidenzi la propria appartenenza nazionale, è sospetto di attività sovversiva e come tale imprigionato, quasi mai condannato, per evitare processi pubblici, spesso trattenuto in condizioni durissime e torturato. Uno dei mezzi più ricorrenti e sbrigativi è quello di far scomparire le persone a scopo intimidatorio, secondo Amnesty International si contano quasi un migliaio di “desaparecidos”, tra cui molti di loro avrebbero diritto al voto. La violenza dello stato marocchino lascia tutti i sahrawi senza alcuna libertà d’espressione, senza alcuna difesa.
La repressione assume naturalmente anche forme più raffinate. La cultura sahrawi è sistematicamente osteggiata, è vietato parlare la lingua nazionale, l’hassaniya, e portare costumi tradizionali. I giovani sahrawi sono discriminati nell’educazione e nel lavoro, a meno che non accettino il distacco dalle famiglie per qualche località del nord. Vengono favoriti in ogni modo i matrimoni misti. La massiccia presenza di militari ha portato inevitabilmente ad un degrado della moralità.
Per rafforzare la propaganda del “Sahara marocchino”, il governo di Rabat ha investito in modo considerevole in alloggi, edifici pubblici, strade asfaltate, comunicazioni. I centri urbani hanno conosciuto una forte crescita e tutti questi anni migliaia di marocchini sono stati attratti nel Sahara Occidentale con la prospettiva di premi e sgravi fiscali. Lo scopo marocchino è annegare letteralmente la popolazione sahrawi, ormai minoritaria, e perfezionare il fatto compiuto, la marocchinizzazione del Sahara Occidentale.
L’unica concessione marocchina è arrivata nel marzo 2004, quando, dopo anni, Mohamed VI ha ceduto alle insistenti richieste dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite di permettere lo scambio di visite fra famiglie sahrawi dei campi e dei territori occupati. Tra le famiglie iscritte alle lunghe liste d’attesa “c’era chi temeva di non poter riconoscere la madre e chi non avrebbe immaginato di trovare il fratello minore con i capelli bianchi. C’era anche chi conosceva la terra d’origine solo dai racconti ripetuti all’infinito sotto una tenda nel deserto” (15).
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La solidarietà
La sussistenza dei campi di Tindouf dipende esclusivamente dall’arrivo di aiuti esterni. Gli aiuti umanitari provengono dal governo algerino e dai vari organismi internazionali, l’Alto Commissariato per i Rifugiati (HCR) dell’ONU, l’ECHO, il programma di aiuti umanitari dell’Unione Europea e il PAM, programma alimentare mondiale. Fortunatamente non manca la solidarietà internazionale. L’Europa, poco decisa nel suo appoggio politico, è al primo posto nella solidarietà di base. Esistono comitati nazionali in Svezia, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Germania, Francia, Austria, Svizzera, Spagna, Portogallo e Italia. Un’assemblea annuale di coordinamento si riunisce ogni anno in una diversa sede europea, per programmare la cooperazione seguendo le necessità dei campi nei vari settori, sulla base di un rapporto del responsabile della Mezzaluna Rossa Sahrawi (MLRS). La MLRS si è costituita sin dai primi anni di esilio del popolo sahrawi e opera in uno stato di continua emergenza. Il suo compito è fare una stima delle principali necessità, mensilmente aggiornate dal personale che lavora a diretto contatto con le famiglie. Sulla base di queste informazioni vengono formulati piani d’intervento e richieste d’aiuto ad organizzazioni esterne. La Mezzaluna Rossa Sahrawi lavora con le varie organizzazioni non governative europee. Ma la cooperazione, col tempo, si sta indebolendo e non basta più. Le Organizzazioni non governative (Ong) a volte abbandonano dei progetti o li realizzano male. Il flusso di cooperanti e volontari è comunque ancora notevole, e l’impegno delle persone ammirevole e costante, ma come al solito, è la volontà singola di ognuno quella che manda avanti le cose. Le istituzioni non fanno che promettere e dimenticare.
I comitati di sostegno al popolo sahrawi sono formati essenzialmente di associazioni, Ong ed enti locali. In Italia l’ANSPS, Associazione Nazionale di Solidarietà con il Polpolo Sahrawi, con sede a Roma, riunisce e coordina le associazioni e i comitati locali di solidarietà con il popolo sahrawi, le Ong, le associazioni nazionali e gli enti locali e territoriali che intendono impegnarsi a favore del popolo sahrawi. E’ organizzata su base federativa con coordinamenti regionali e per settori di attività ed è membro del Coordinamento europeo delle associazioni di sostegno al popolo sahrawi (EUCOCO).
La regione Toscana conta il maggior numero di associazioni ed enti locali gemellati con il popolo sahrawi.
La solidarietà si concretizza a livello politico, sensibilizzando il governo, le forze politiche e sociali e le organizzazioni internazionali, e inviando aiuti alimentari e sanitari e ospitando in Italia bambini sahrawi durante i mesi estivi con l’offerta di cure mediche.
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Il progetto “necessità dei volti”
Il mio primo approccio alla questione sahrawi è partito proprio da qui, per cui ritengo essenziale soffermarmi su questo progetto nato in occasione di un viaggio nei campi di Tindouf nel 1997, di un fotografo napoletano, un uomo di una straordinaria semplicità che, come pochi, credo sia riuscito a dare un senso al suo agire.
L’inatteso incontro mi ha permesso di venire a conoscenza di un’iniziativa che non solo contribuisce a scrivere una pagina di storia essenziale per la causa sahrawi troppo spesso dimenticata, ma ha la capacità di sfiorare le coscienze e di essere un’esperienza emozionale indelebile.
Essa rompe i codici di rappresentanza della guerra, quelli a distanza dei reportage tv, con i relativi effetti di sangue e retorica e quelli del silenzio, dell’oscuramento, delle bombe virtuali di cui poco e niente si dice se non che sono su un nemico di cui si mostrano le vittime per giustificare il comportamento.
Durante la lotta armata il popolo sahrawi al termine degli scontri sequestrava le armi, le apparecchiature, i mezzi di trasporto, i documenti e tutto ciò che apparteneva ai soldati marocchini. Inizialmente per migliorare il proprio equipaggiamento con armi e veicoli direttamente sottratti al nemico e ottenere informazioni militari utili alle operazioni di guerra, attraverso la valutazione dei materiali recuperati. Dal 1980 i sahrawi hanno creato un luogo di custodia e di memoria in cui è depositato parte del materiale, creando un involontario “museo di guerra” che testimonia il conflitto, tenacemente nascosto dalla censura della monarchia di Rabat. Nelle operazioni di guerra oltre ai materiali suddetti vengono recuperati con cura anche oggetti personali, lettere, libretti sanitari e fotografie in possesso dei soldati uccisi e catturati. Quanto è confiscato originariamente solo per una circoscritta funzione informativa e simbolica, viene poi mostrato in vecchie casse di legno, a fianco di armi e altre testimonianze sulla realtà della guerra, ai giornalisti e ai fotografi che visitano i campi, al personale delle organizzazioni internazionali, alle delegazioni di volontari che lavorano all’invio di aiuti alimentari e sanitari, ai rappresentanti dei partiti e associazioni solidali con il Fronte Polisario.
Prende forma così un archivio fotografico di straordinaria forza narrativa, unico per dimensione e valore testimoniale, che racconta nei dettagli, attraverso il volto dei soldati nemici e delle loro famiglie, uno degli scenari più dolorosi e ignorati del conflitto.
Patrizio Esposito, curatore del progetto, seleziona con due giovani sahrawi, 483 fotografie prima di allora mai date in affidamento, con lo scopo di portarle in Italia, riprodurle ed esporle. Il lavoro prende il nome di “necessità dei volti” e si articola in tre fasi complementari: 1) la visione delle immagini in abitazioni private e nel corso di incontri con piccoli gruppi di visitatori-ospiti; 2) la pubblicazione in venti copie di un libro, rilegato in forma artigianale e composto di due parti separate; il corpo centrale in cui è riprodotta l’intera sequenza fotografica avuta in custodia, ed un quaderno composto da brevi testi redazionali sulla questione sahrawi, il conflitto e le motivazioni del progetto; 3) l’affidamento graduale dei venti libri a personalità ed istituzioni rappresentative, in varie aree del mondo, di un concreto impegno per il diritto dei popoli, ed in contatto tra loro in virtù di una comune responsabilità di custodia e di diffusione.
La prima affidataria è stata la scrittrice Fabrizia Ramondino che con il suo lavoro ha dato visibilità alla tragedia sahrawi e sostenuto la realizzazione del referendum di autodeterminazione. Il 25 marzo 2003, durante un incontro presso la Terza Università di Roma, Pilar del Rio e Josè Saramago hanno espresso la disponibilità ad essere “custodi” di un libro, che può diventare strumento della lotta per la pace.
Mi ha piacevolmente colpito scoprire la scelta di evitare di pubblicare un libro appariscente e costoso da lanciare sul mercato come fosse un libro d’arte da tenere in salotto, e come troppo spesso si usa fare. Credo che quello scrigno color smeraldo è il risultato di un progetto, che, come giustamente afferma Jean Lamore, scrittore e giornalista francese, che per la causa sahrawi nel 2002 ha pubblicato un libro dal titolo Diario del Polisario, “è un grande progetto, un nobile progetto, agli antipodi delle mostre di arte contemporanea, nel cuore dell’umanità” (16).
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  1. Ana Tortajada, Figlie del deserto, Milano, Sperling & Kupfer Editori, 2004, p.43
  2. Pierre Clastres, La Società contro lo Stato, Milano, Feltrinelli, 1977, p.116
  3. Nel mese di novembre del 1994 la pioggia ha causato una vera e propria alluvione alle tendopoli di El Ayoun, lasciando circa 4.000 persone senza tenda, causando così seri danni alle strutture in muratura come le scuole
  4. Sul rischio del tribalismo, Faroaq Ismail, La Rèpublique sahraouie, Paris, L’Harmattan, 2001
  5. La Costituzione fu approvata dal III Congresso del Polisario (agosto 1976). Il testo integrale, tradotto in inglese, è in Tony Hodges, Historical Dictionary of Western Sahara, London, Scarevrow Press, 1982, p. 307-309.
  6. Anna Bozzo, Il modello costituzionale sahrawi – osservazioni a proposito del progetto di costituzione del 1991, in «Oriente moderno», anno X, n. 1-6, Napoli, 1991, p. 167
  7. Sul piano internazionale riflette le medesime concezioni che ispirano la Carta Nazionale e la Costituzione algerina del 1976: l’unità maghrebina è concepita come il primo livello di integrazione, seguito dall’unità araba e africana.
  8. Il testo, tradotto in italiano, è in Anna Bozzo, Il modello costituzionale sahrawi –osservazioni a proposito del progetto di costituzione del 1991, cit., p. 175-180
  9. Nella primavera del 1989 si assisteva nella vicina Algeria alla formazione di una quantità di nuovi partiti e associazioni; da poco più di un mese la nuova costituzione aveva reso legale il multipartitismo.
  10. Il testo integrale, tradotto in francese, è tratto dal sito dell’associazione svizzera A.R.S.O.: www.arso.org
  11. Le notizie sulla circolazione del denaro nei campi di Tindouf sono tratte da un colloquio con Luciano Ardesi, presidente dell’Associazione Nazionale di Solidarietà con il Popolo Sahrawi
  12. Pierre Clastres, Archeologia della violenza, Roma, Maltempi, 1998, p. 105-106.
  13. Ana Tortajada, Figlie del deserto, cit., p. 228.
  14. Anna Bozzo - Luciano Ardesi, Sahara occidentale, cit., p. 77.
  15. Francesca Ghirardelli, W. Sahara, lo scambio di visite riaccende le speranze, in «Il manifesto», 31 agosto 2004
  16. «Mamba», méandres à traves le monde par brèves analyses, n.3, Parigi, giugno 2000, traduzione di Rosario Romero.