Indice


INTRODUZIONE

Il Terzo mondo e l'Occidente
Gli anni della decolonizzazione

Il Terzo Mondo e l'Occidente
La legittimità della lotta è basata su un principio fondamentale di filosofia politica: il diritto di un popolo all'autodeterminazione. Non c'è nessun dubbio che la RASD (Repubblica Araba Sahrawi Democratica), dichiarata il 27 febbraio del 1976, sia uno stato sovrano. Lo è per la sua costituzione, per la struttura e l'organizzazione sociale, per il ruolo e la condizione della donna, per l'azione militare e diplomatica, per i suoi martiri e i suoi prigionieri politici scomparsi nelle celle del re del Marocco (1). E ciò nonostante non lo si trova su nessun atlante geografico.
La maggioranza delle nazioni del continente africano, ha, dal 1976 ad oggi (2), riconosciuto la legittimità della Repubblica Araba Sahrawi Democratica, costituita da 200.000 rifugiati che vivono in esilio, nel deserto algerino, da un quarto di secolo, aspettando un referendum deciso dall'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). A questo punto si può sostenere che l'Europa e l'America incarnano l'arcaismo politico a fronte del modernismo assoluto del popolo sahrawi e del continente africano.
I tanti sforzi sostenuti da paesi molto potenti per combattere un piccolo popolo decimato, una nazione appena nata e soprattutto la totale mancanza di informazione o la presenza di disinformazione menzognera, mi turbano e mi conducono a voler esaminare da vicino questa questione, incredibilmente ancora aperta, poco conosciuta e di difficile soluzione (per ragioni fin troppo evidenti e sconcertanti). Basta con questa prolungata quiescenza. E' ora che l'Occidente si svegli, la terra dei diritti umani non può permettere che continui questo lungo silenzio e cominci ad ascoltare le richieste di un popolo che lotta per la sua autodeterminazione. Stati Uniti, Francia, Spagna, Unione Europea sembra non abbiano coraggio, l'ONU sembra dimentichi la sua missione fondamentale, il rispetto della legalità. Il caso sahrawi mette in evidenza tutte le contraddizioni che sottendono la democrazia borghese. Quello che mi indigna maggiormente, da cittadina del mondo contemporaneo, è la complicità di buona parte dell'informazione internazionale, la censura rende permanente il conflitto nel Sahara Occidentale. Perfino riviste pubblicamente schierate contro la globalizzazione neoliberista, riviste di denuncia, di riflessione, a volte dimenticano la questione del Sahara Occidentale. Purtroppo ne è uno sconcertante esempio il noto mensile parigino "Le Monde Diplomatique", di cui il quotidiano "Il manifesto" cura un'edizione in lingua italiana. Nel 2003 ha stampato un interessante atlante che denuncia tutto ciò che la globalizzazione sconvolge, nomina gli attori che determinano le sorti del mondo, ci mostra i conflitti in corso dal Medioriente all'Afghanistan, dalla Cecenia al Kashmir, dalla Colombia all'Africa, con dettagliate carte e utili commenti, ma il Sahara Occidentale non c'è. Una carta segnala la presenza nel territorio di conflitti congelati, di un "muro" eretto dal governo marocchino e di giacimenti di fosfati. La regione è infatti ricca di fosfati ferro rame uranio petrolio e gas naturale. Fonti di ricchezza nelle mani del re del Marocco, fedele amico della Francia e di tutto l'Occidente, perciò libero e forte di agire e mentire come meglio crede. E' la censura della Corte reale del Marocco che decide ciò che i media francesi hanno il diritto di dire su questo argomento: piacere al re o tacere.
E' fin troppo evidente e sconcertante come le menzogne dette sul popolo sahrawi si siano facilmente radicate nel sapere collettivo, dettate dai nostri governi e veicolati dalla stampa, tanto da diventare realtà. Ed in questo modo tentare un'analisi del problema, come vuole essere il mio lavoro, è più complicato del normale "fare ricerca" per un complesso di motivi. Ed ancora, per l'opinione pubblica, il Fronte Polisario, per chi ne ha sentito parlare, è sinonimo di terrorismo e d'integralismo.
Quello che mi spinge a tentare di affrontare questa questione credo sia quella passione, pietas, che ti fa pensare "questo non è giusto", quella voglia di comprendere ciò che è nascosto e far sì che sia conosciuto.
Nel mio piccolo vorrei legarmi a ciò che gli storici chiamano "il dovere della testimonianza" e cercare di rompere un silenzio troppo lungo ed interessato.
Questo lavoro vuole semplicemente seguire e analizzare i fatti, svelando i quali il rinvio logico è al colonialismo europeo, fase storica che ha definito un'epoca tra la fine del XIX e l' inizio del XX secolo, con l'usare e sfruttare le risorse dei singoli popoli dell'Africa e dell'Asia. Conosceremo l'abilità di un popolo, i sahrawi, che con la sua forza, la sua determinatezza, la brillante strategia diplomatica e militare, la sua volontà d'indipendenza, porta avanti l'ultima lotta di liberazione dell'Africa non solo contro l'occupante, il Marocco, ma anche contro le complicità vergognose dell'Occidente.
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Gli anni della decolonizzazione
Nel corso dell’Ottocento pochi paesi – per lo più quelli sulle coste settentrionali dell’Atlantico – conquistarono il resto del mondo con ridicola facilità. Il capitalismo e la società borghese trasformarono e dominarono il mondo e fornirono il modello – fino al 1917 l’unico modello – per quanti non volevano essere travolti o spazzati via dal treno della storia. Dopo il 1917 il comunismo sovietico fornì un modello alternativo(3), ma essenzialmente un modello dello stesso tipo, che faceva a meno dell’iniziativa privata e delle istituzioni liberali. L’economia mondiale capitalista nell’età degli Imperi penetrò in quasi tutte le aree del pianeta e le trasformò. Il motto dei francesi è stato “mission civilisatrice” e degli inglesi “The white man’ s burden” (successivamente gli Stati Uniti si fanno sostenitori della politica dell’“open door”). Quali che fossero state l’economia, la ricchezza, le culture ed i sistemi politici dei paesi coloniali prima che venissero ghermiti dalla piovra nordatlantica, essi furono tutti risucchiati nel mercato mondiale, a meno che i capitalisti e i governi occidentali non abbandonassero al loro destino alcuni territori ritenendoli di scarso interesse economico, benché pittoreschi, come avvenne ai grandi deserti popolati dai beduini, prima che in quell’ambiente inospitale venisse scoperto il petrolio. Il valore dei paesi coloniali per il mercato globale era essenzialmente quello di fornitori di prodotti primari e quello di sfogo per gli investimenti del capitalismo dei paesi settentrionali, principalmente sotto forma di prestiti governativi e di realizzazione di infrastrutture nei trasporti, nelle comunicazioni e nelle città, senza le quali le risorse dei paesi dipendenti non potevano venire efficacemente sfruttate.
Inevitabilmente la Grande crisi del 1929-33 ebbe un rilievo di prim’ordine nella storia dell’anti-imperialismo e dei movimenti di liberazione del Terzo mondo. Essa cambiò tutto. Per la prima volta la dipendenza coloniale divenne inaccettabile anche per quelli che fino allora ne avevano tratto benefici. Gli anni ’30 furono un decennio cruciale per il Terzo mondo, non tanto perché la crisi portò ad una radicalizzazione politica, ma piuttosto perché stabilì in ogni paese un raccordo fra minoranze politicizzate e masse popolari. Nel 1928, ad esempio, vediamo comparire in Egitto il movimento dei Fratelli Mussulmani che dedicavano nel loro programma uno spazio rilevante ai temi economico-sociali. Il suo fondatore Hasan al-Banna lavorava come maestro in una scuola di Isma’iliyya, centro Amministrativo della compagnia del Canale di Suez e cuore della presenza militare britannica in Egitto. Egli aveva sotto gli occhi il contrasto tra le agiate condizioni di vita di ufficiali e funzionari europei da una parte, e dall’altra il tenore di vita di gran lunga inferiore dell’egiziano medio. Le sperequazioni economiche e le tensioni sociali che ne discendevano erano ben visibili e formavano un terreno facile da sfruttare; circostanza che spiega meglio di qualsiasi ricorso alla categoria del fanatismo religioso il successo della Fratellanza mussulmana e dei movimenti che si possono considerare suoi discendenti (4). Fuori dall’Egitto le sue idee trovarono terreno fertile soprattutto in Pakistan, in Palestina e in Indonesia.
In India, dove il movimento nazionalista aveva già raccolto un sostegno di massa, dopo una nuova costituzione di compromesso concessa dagli inglesi, le prime elezioni provinciali su tutto il territorio nazionale tenutosi nel 1937 dimostrarono il consenso vastissimo di cui godeva il Congresso.
Nel Nordafrica francese seri movimenti politici sorsero per la prima volta in Tunisia e in Algeria e ci furono perfino alcuni fermenti in Marocco.
Nei sonnolenti Caraibi, come li giudicavano i ministri delle colonie, una serie di scioperi tra il 1935 e il 1938 nei pozzi petroliferi di Trinidad e nelle piantagioni e nelle città della Giamaica diede luogo a tumulti e scontri in tutte le isole, che rivelarono uno scontento di massa fino ad allora sconosciuto.
L’ondata degli scioperi negli anni 1935-40 riguardò tutta l’Africa. Non fu ancora una agitazione politica in senso anticoloniale, ma per la prima volta i governi coloniali cominciarono a riflettere sull’effetto destabilizzante dei mutamenti economici sulla società rurale africana. Tuttavia, politicamente, il pericolo sembrava lontano. Ciò che cambiò la situazione fu la seconda guerra mondiale. I grandi imperi coloniali si trovano dalla parte perdente. La Francia crollò ignominiosamente e molte delle sue colonie sopravvissero con l’autorizzazione delle potenze dell’Asse. I giapponesi invasero le colonie inglesi, olandesi e di altri paesi occidentali nel Sudest asiatico e nel Pacifico. Perfino nell’Africa settentrionale i tedeschi occuparono tutto ciò che vollero, giungendo a poche miglia a ovest di Alessandria.
Gli inglesi presero in seria considerazione il ritiro dall’Egitto. Solo l’Africa subsahariana rimase sotto fermo controllo occidentale, gli inglesi riuscirono a liquidare l’impero italiano nel Corno d’Africa con poca fatica. I vecchi sistemi coloniali si infransero inanzitutto in Asia. La Siria e il Libano(ex colonie francesi) divennero indipendenti nel 1945; l’India e il Pakistan nel 1947; la Birmania, Ceylon (Sri-Lanka), la Palestina (Israele) e le Indie orientali olandesi (Indonesia) lo divennero nel 1948. Nel 1946 gli USA avevano garantito formalmente l’indipendenza alle Filippine, che avevano occupato dal 1898. L’Africa settentrionale era già scossa, ma era ancora sotto controllo. La maggior parte dell’Africa subshariana e le isole dei Caraibi e del Pacifico rimanevano relativamente tranquille. In alcune parti del Sudest asiatico ci si oppose seriamente alla decolonizzazione, in particolare nell’Indocina francese ( gli attuali Vietnam, Cambogia e Laos) dove la forze di resistenza comunista avevano dichiarato l’indipendenza dopo la liberazione sotto la guida della nobile figura di Ho Chi Minh (5). I francesi, sostenuti dagli inglesi e poi dagli Usa,
condussero una disperata lotta di retroguardia per riconquistare e mantenere il paese contro la rivoluzione vittoriosa. Furono sconfitti e costretti a ritirarsi nel 1954, dopo la famosa sconfitta a Dien Bien Phu, ma gli Usa impedirono l’unificazione del paese e mantennero un regime satellite nella parte meridionale del Vietnam diviso in due (6). L’opposizione al processo di decolonizzazione nel resto del Sudest asiatico fu sporadica. Gli olandesi erano troppo deboli per mantenere una forza militare adeguata nell’enorme arcipelago indonesiano. Essi abbandonarono l’Indonesia quando scoprirono che gli Usa non consideravano quell’area un fronte essenziale nella lotta mondiale contro il comunismo, diversamente dal Vietnam (7).
Con il 1950 la decolonizzazione dell’Asia era completata, a eccezione dell’Indocina. Nel frattempo tutti i paesi islamici, dalla Persia (Iran) al Marocco, furono trasformati da una serie di movimenti popolari, di colpi di stato e di insurrezioni rivoluzionarie, che cominciarono con la nazionalizzazione di campagne petrolifere occidentali in Iran (1951) e con la virata verso il populismo di quel paese sotto la guida di Muhammad Mossadeq (1880-1967), sostenuto dall’allora potente partito Tudeh (comunista) (8). La rivoluzione dei Liberi ufficiali in Egitto (1952) guidata da Gamal Abdel Nasser (1918-1970) e il conseguente rovesciamento dei regimi filooccidentali in Iraq (1958) e in Siria non poterono essere annullati, benché gli inglesi e i francesi, insieme con il nuovo stato di Israele schierato contro gli arabi, cercassero di fare del loro meglio per rovesciare Nasser con la guerra di Suez del 1956 ( tentativo che fallì clamorosamente). La Francia resistette aspramente alla ribellione per l’indipendenza nazionale dell’Algeria (1954-1962), territorio in cui, come in Sudafrica, la coesistenza della popolazione indigena con un vasto gruppo di europei colà insediatisi rendeva difficile il problema della decolonizzazione.
La guerra in Algeria fu un conflitto particolarmente brutale, che contribuì ad istituzionalizzare la pratica della tortura nell’esercito, nella polizia e nei servizi segreti di paesi che si consideravano civilizzati. Questa guerra, durante la quale si diffuse la pratica infame della tortura mediante applicazione di scariche elettriche sulla lingua, i capezzoli e i genitali, condusse al rovesciamento della Quarta Repubblica (1958) e per poco non provocò anche il tracollo della Quinta Repubblica (1961), prima che l’Algeria ottenesse l’indipendenza che il generale De Gaulle aveva da tempo riconosciuto come inevitabile. Nelle opere di Frantz Fanon (1925-1961), psichiatra dei Carabi, che prese parte alla guerra d’Algeria si realizza l’affermazione e la prese di coscienza del significato universale della rivoluzione dei popoli coloniali e l’avvento del Terzo mondo come protagonista della storia. I suoi scritti guardano alla rivoluzione algerina e alla lotta del Fronte di Liberazione Nazionale algerino come esempio di una guerra di liberazione che rappresenta “lo sforzo grandioso di un popolo, che era stato mummificato, per ritrovare il suo genio, riprendere in mano la sua storia e ricostituirsi sovrano”, la difficoltà del problema della mistificazione “frutto di anni e anni d’insegnamento menzognero e di sistematica falsificazione dellastoria” (9). L’esperienza di questa rivoluzione è terrificante, ma allo stesso tempo esaltante per la determinazione e la passione delle lotte
algerine che sembrano riportare l’umanità al centro della storia. “La Voce dell’Algeria combattente” è una voce spezzata e discontinua, ma esistente, da Tunisi, da Damasco, dal Cairo, da Rabat vengono diffusi programmi per il popolo, organizzati dagli algerini (10). Nel frattempo il governo francese aveva pacificamente negoziato l’autonomia e l’indipendenza (1956) di due altri protettorati nordafricani: la Tunisia che divenne una repubblica ed il Marocco che rimase una monarchia.
Nello stesso anno gli inglesi concessero tranquillamente la libertà al Sudan, che era diventato incontrollabile da quando essi avevano perso il dominio sull’Egitto.
L’epoca dei vecchi imperi stava giungendo al termine, alla fine degli anni ’50 era per loro ben chiaro che il colonialismo ufficiale doveva essere liquidato. Solo il Portogallo di Oliveira Salazar continuò a contrastare la dissoluzione del proprio impero coloniale, perché la sua economia metropolitana, arretrata, isolata e marginalizzata, non gli permetteva di adottare la soluzione neocolonialista.
In Kenya ci fu una grande insurrezione popolare e una lotta di guerriglia, anche se confinata ad una delle popolazioni locali, i Kikuyu (il cosiddetto movimento dei Mau Mau 1952-1956). Altrove la politica di decolonizzazione preventiva fu perseguita con successo. Parigi, Londra e Bruxelles (per quanto riguarda il Congo Belga) puntarono sulla concessione spontanea dell’indipendenza formale e il mantenimento di fatto della dipendenza economica e culturale, preferibile a lunghe lotte che sarebbero probabilmente terminate con la conquista dell’indipendenza da parte delle colonie e con l’insediamento di regimi di sinistra. Come analizzato dall’ancora attuale libro di Susan George sul fenomeno dell’indebitamento, oggi, i paesi metropolitani, genitori del colonialismo e dell’imperialismo, fanno funzionare i medesimi meccanismi per arricchirsi a spese del resto del mondo.(11)
Il Congo Belga precipitò quasi subito nell’anarchia e nella guerra civile, e divenne teatro del confronto politico tra le potenze internazionali. Nell’Africa britannica alla Costa d’Oro (Ghana) fu concessa l’indipendenza nel 1957. Nell’Africa francese la Guinea fu costretta nel 1958 ad accettare l’indipendenza precocemente e in condizioni d’impoverimento, quando il suo leader, Sekou Touré (12) rifiutò l’offerta di De Gaulle di aderire ad una “Comunità Francese”,nella quale la concessione dell’autonomia si combinava con una rigida dipendenza economica.
In Africa tutte le restanti colonie inglesi, francesi e belghe furono lasciate libere nel 1960-62. Le più grandi colonie caraibiche inglesi furono decolonizzate senza scontri negli anni ’60, le isole più piccole lo furono a vari intervalli tra quella data e il 1981. Le isole dell’Oceano Pacifico e dell’Oceano Indiano ottennero l’indipendenza alla fine degli anni ’60 e nei ’70.
L’età imperiale giungeva alla sua fine. Meno di tre quarti di secolo prima quell’epoca era sembrata indistruttibile.
La decolonizzazione e la rivoluzione trasformarono vistosamente la mappa del pianeta. In Asia il numero degli stati indipendenti, riconosciuti a livello internazionale, si quintuplicò; in Africa ce ne furono una cinquantina; nelle Americhe, dove la decolonizzazione dell’inizio dell’Ottocento si era lasciata alle spalle in America latina circa venti repubbliche, un’altra dozzina se ne aggiunsero dopo la decolonizzazione novecentesca (13).
Questi stati post-coloniali sorti dopo la seconda guerra mondiale, insieme con la maggior parte dell’America latina, si ritrovarono ben presto ad essere raggruppati sotto l’etichetta di “Terzo mondo” per contrapposizione con il “Primo mondo” dei paesi capitalistici sviluppati e con il “Secondo mondo” dei paesi comunisti. A dispetto dell’evidente assurdità di trattarli come società dello stesso tipo, questa classificazione non era del tutto impropria, nella misura in cui tutti quei paesi erano poveri (se paragonati al mondo sviluppato), tutti erano indipendenti, tutti avevano governi che volevano lo “sviluppo” e nessuno credeva, dopo le esperienze della Grande crisi e della seconda guerra mondiale, che questo fine sarebbe stato raggiunto grazie al mercato capitalistico mondiale, né grazie alla libera iniziativa privata all’interno. Con lo stringersi della morsa d’acciaio della Guerra fredda, i paesi che avevano una certa libertà, volevano evitare di associarsi ad uno dei due sistemi di alleanze e cercarono di tenersi fuori dalla temuta terza guerra mondiale.
Questo non vuol dire che i “non-allineati” si opponessero con la stessa determinazione a tutte e due gli schieramenti della Guerra fredda. Infatti, gli ispiratori e gli esponenti di spicco del movimento, che prese il nome di “movimento dei paesi non allineati” in seguito alla prima conferenza internazionale tenutasi a Bandung in Indonesia nel 1955 (14), erano ex rivoluzionari delle ex colonie: l’indiano Jawaharlal Nehru, l’indonesiano Saturno, l’egiziano colonnello Gamal Abdel Nasser e un comunista dissidente, il presidente jugoslavo maresciallo Tito. Questi paesi, come molti regimi coloniali, erano o dicevano di essere socialisti secondo una via nazionale, diversa dal modello sovietico, compresa la Cambogia nella quale vigeva un socialismo buddista e monarchico. Tutti nutrivano simpatia per l’Unione Sovietica o almeno erano pronti ad accettare aiuti economici e militari. Il movimento dei non allineati però non è riuscito a dare un modello di sviluppo alternativo, come si sperava, perché nella maggior parte dei casi non allineamento ha significato occasione per ottenere finanziamenti dagli schieramenti rivali. L’occasione fornita dalla guerra fredda consentiva forme di pressione ricattatoria consistenti nel giocare la carta della Nato contro quella del Patto di Varsavia, e viceversa, per ottenere aiuti dagli uni grazie alle minaccia di farseli dare dagli altri. Gli Stati Uniti che, non appena il mondo si era spaccato in due, avevano abbandonato le loro vecchie tradizioni anticoloniali, cercavano chiaramente di appoggiarsi agli elementi più conservatori del Terzo mondo: all’Iraq prima della rivoluzione del 1958, alla Turchia, al Pakistan, all’Iran dello scià, che formavano l’Organizzazione del Trattato delle nazioni centrali (CENTO); al Pakistan, alle Filippine e alla Thailandia che formavano l’Organizzazione del Trattato del Sudest asiatico (SEATO). Esse avevano le scopo di completare il sistema militare antisovietico basato sulla NATO, ma non ebbero alcun peso.
Dopo la rivoluzione cubana del 1959 il gruppo dei non allineati estese la propria influenza anche nel continente americano. Vi aderirono quelle che nutrivano minori simpatie per il Grande Fratello del Nord. Tuttavia gli stati non comunisti della Conferenza di Bandung non avevano alcuna intenzione di farsi coinvolgere nello scontro mondiale tra le superpotenze. In un simile conflitto la linea del fronte sarebbe di certo passata per il loro territorio, come dimostrarono la guerra di Corea, quella del Vietnam, nonché la crisi di Cuba.
Pochissimi stati del Terzo mondo, di qualunque grandezza, hanno attraversato il periodo che va approssimativamente dal 1950 fino ad oggi senza una rivoluzione, senza cioè colpi di stato militare per reprimere, impedire o promuovere una rivoluzione, o senza qualche altra forma di conflitto armato intestino. Le eccezioni principali sono l’India e poche altre colonie governate da figure paternalistiche, anziane o autoritarie, come il dottor Banda in Malawi (l’ex Nyasaland) e l’indistruttibile Felix Houphouet-Boigny della Costa d’Avorio. Il comune denominatore del Terzo mondo è questa persistente instabilità sociale e politica.
Il potenziale rivoluzionario del Terzo mondo era evidente, i capi dei movimenti di liberazione coloniale tendevano a considerarsi socialisti, impegnati come l’Unione Sovietica a realizzare un progetto di emancipazione, di progresso e di modernizzazione, con le stesse modalità. Educati dall’Occidente, potevano perfino ritenersi ispirati dal pensiero di Marx e di Lenin, anche se nel Terzo mondo forti partiti comunisti non erano comuni e (ad eccezione di Mongolia, della Cina e del Vietnam) nessun partito comunista diventò la forza principale dei movimenti di liberazione nazionale. Ma si resero conto dell’utilità del modello leninista di partito, che imitarono per costruire una propria organizzazione partitica. Non va dimenticato il fondamentale apporto dell’Islam come ideologia di giustizia e modello di organizzazione della società.
Il Terzo mondo divenne il pilastro portante della fede e della speranza di quanti credevano ancora nella rivoluzione sociale. In quell’area risiedeva infatti la grande maggioranza dell’umanità. “Sembrava che fosse un vulcano mondiale pronto ad esplodere, una zona sismica i cui tremiti annunciavano futuri, più grandi terremoti” (Hobsbawm). Il Terzo mondo poteva alimentare gli ideali della sinistra e i partiti che appartenevano alla grande tradizione dell’illuminismo avevano bisogno di ideali non meno di programmi politici concreti. Senza ideali non potevano sopravvivere.
Dopo l’ondata rivoluzionaria del 1917-20 e del 1944-62, all’inizio degli anni ’70, mentre l’“Età dell’ oro” del capitalismo mondiale (Hobsbawm) giungeva a termine, una nuova ondata rivoluzionaria si diffuse in larghe parti del globo e fu seguita negli anni ’80 dalla crisi dei sistemi comunisti occidentali, che li portò al crollo nel 1989. Le rivoluzioni degli anni ’70 iniziarono, abbastanza a sorpresa, in Europa con il rovesciamento nell’aprile del 1974 del regime portoghese e, poco dopo, con il crollo della dittatura militare di estrema destra in Grecia. Dopo la morte lungamente attesa del generale Franco nel 1975, la transizione pacifica della Spagna da un regime autoritario ad uno parlamentare completò il ritorno della democrazia costituzionale nell’Europa meridionale.
Il colpo di stato dei militari radicali in Portogallo fu generato dalle lunghe e frustanti guerre condotte in Africa dall’esercito portoghese, sin dai primi anni ’60, contro i movimenti guerriglieri di liberazione coloniale. In quel decennio i movimenti di guerriglia africani si erano moltiplicati a seguito del conflitto nel Congo e dell’inasprimento del regime di apartheid in Sudafrica (massacro di Sharpeville). Sempre più aiutati dai sovietici, i movimenti africani rinacquero all’inizio degli anni ’70, ma fu la rivoluzione portoghese che permise finalmente alle colonie di acquistare l’indipendenza nel 1975. Il Mozambico e l’Angola dovevano ben presto ripiombare in una guerra civile ancor più sanguinosa della guerra di liberazione, in seguito all’intervento congiunto del Sudafrica e degli USA (1980-88).
Mentre crollava l’impero portoghese, un’importante rivoluzione scoppiava nel più vecchio stato africano indipendente, l’Etiopia. Con il paese devastato dalla carestia, l’imperatore fu rovesciato (1974) ed infine sostituito da una giunta militare di sinistra, fortemente allineata con l’URSS. In Africa in quegli anni, almeno sulla carta, si dichiararono in favore della causa del socialismo, seguendo una moda diffusa, il Dahomey (che divenne Benin), l’isola del Madagascar, il
Congo, la Rhodesia del Sud (oggi Zimbabwe). Non dimentichiamo l’incredibile sconfitta vietnamita. Gli Stati Uniti si ritiravano dall’Indocina, tutto il Vietnam era ora sotto il governo comunista senza più opposizione, governi simili presero il potere in Laos e Cambogia (15).
Alla fine degli anni ’70 l’ondata rivoluzionaria sfiorò le coste statunitensi; l’America centrale e i Caraibi parvero spostarsi a sinistra. La rivoluzione del Nicaragua rovesciò nel 1979 la famiglia Somoza, El Salvador venne attraversata da movimenti di guerriglia, il generale Terrijos si insediò a Panama, nella minuscola isola di Grenada nel 1983 ci fu una rivoluzione(16). Movimenti che, in contrasto con il fallimento di quelli degli anni ’60, provocarono un’ atmosfera prossima all’isteria durante il periodo del presidente Reagan (1980-88). I governi degli USA consideravano le rivoluzioni degli anni ’70 parte integrante di un’offensiva mondiale condotta da una
superpotenza comunista. Ciò si doveva in parte al clima della Guerra fredda, ogni vantaggio acquisito da una delle due potenze implicava una perdita per l’altra. Visto che gli USA, come abbiamo precedentemente visto, avevano sostenuto nella maggior parte del Terzo mondo, le forze conservatrici, essi si trovarono sempre dalla parte degli sconfitti ogni qualvolta si era in presenza di una rivoluzione. Washington riteneva inoltre di avere fondati motivi di preoccupazione per i progressi sovietici nella corsa agli armamenti nucleari. Gli USA scorgevano inevitabilmente in ogni indebolimento della propria supremazia militare una sfida che la metteva in discussione e un segno della sete sovietica di dominio mondiale.
Le rivoluzioni degli anni ’70 portarono a quella che è stata chiamata da Halliday nel 1983 la “seconda Guerra fredda”, combattuta da ambo le parti attraverso i propri alleati in Africa e poi in Afghanistan.
L’URSS, intanto, pensava che le nuove rivoluzioni le consentissero di spostare in proprio favore l’equilibrio mondiale o di compensare almeno in parte la grave sconfitta diplomatica subita negli anni ’70, quando l’Egitto e la Cina, in seguito alle pressioni di Washington, avevano abbandonato l’alleanza con Mosca. Fidel Castro, con il sostegno e l’incoraggiamento dell’URSS, inviò truppe in Etiopia contro la Somalia, diventata un nuovo cliente degli USA (1977), in Angola contro il movimento dei ribelli dell’ UNITA, sostenuto dagli USA e contro l’esercito sudafricano.
La più grande rivoluzione degli anni ’70 fu però quella iraniana che, per quanto costituisse un duro colpo per gli USA, non aveva nulla a che fare con la Guerra fredda. Una delle più importanti del nostro secolo, la rivoluzione guidata dall’ayatollah Khomeini, rovesciò nel 1979 il regime dello scià che intraprese un programma di fulminea modernizzazione e industrializzazione, nonché armamento, con il fermo sostegno statunitense e ricorrendo alla ricchezza petrolifera del paese, con la speranza di trasformare l’Iran nella potenza dominante dell’Asia occidentale. Questa rivoluzione è l’unico esempio di conquista del potere (e di un effimera conservazione) da parte di un movimento fondato su valori cultural-religiosi, segna una svolta. Fino al 1979, nel mondo islamico la resistenza alla dominazione coloniale e neocoloniale ha trovato espressione per lo più in ideologie che - anche quando si proclamavano formalmente “socialiste”- nascevano da una matrice nazionalista.

Dopo il 1979, l’unica concezione del mondo a fungere da dottrina nazionale è l’Islam, e proprio all’Iran spetta il merito di aver islamizzato la rivoluzione creando un’alternativa alle rivoluzioni nazionaliste e socialiste (17). L’esperimento tentato dalla rivoluzione islamica in Iran si proponeva di dimostrare che esiste una via islamica allo sviluppo economico distinta sia dal capitalismo, sia da quella del socialismo. Inevitabilmente il sistema economico islamico presenta punti di contatto sia con il libero mercato, sia con l’economia pianificata. Da una parte Khomeini si proponeva di costruire una società più egualitaria, in cui i diseredati godessero di una buona assistenza sociale, e di combattere lo sfruttamento, la miseria e l’ingiustizia; dall’altra riconosceva l’inviolabilità della proprietà privata, la legittimità dell’ambizione del singolo a migliorare la propria condizione e l’esistenza di incentivi materiali, sia pure indirizzati dall’azione di governo. In generale la società avrebbe dovuto incoraggiare la moderazione nei consumi, combattere gli sprechi ed operare per una più equa ripartizione delle risorse utilizzando prevalentemente “strumenti islamici”: in particolare quello della elemosina canonica (18). Una forma particolare di redistribuzione molto diretta ebbe una certa diffusione subito dopo la rivoluzione sotto forma di collette nel corso delle quali chi poteva dava, e chi aveva bisogno prendeva. Questa via alternativa intrapresa ha finito però con l’avvicinarsi molto al capitalismo, fino a confluire in esso.Malgrado i risultati non brillanti, la rivoluzione islamica in Iran continua a rappresentare per la maggior parte dei mussulmani di tutto il mondo un esempio esaltante e un modello da seguire. Il processo avviato in Iran dal rovesciamento dello scià è stato visto in Occidente come, in primo luogo, una minaccia potenziale sul piano economico, ideologico e militare, fondata tra l’altro su una presunta incompatibilità assoluta tra Islàm e democrazia. Per i mussulmani si tratta invece dell’avvio di una ricostruzione dell’identità culturale, della speranza di tornare ad essere protagonisti della storia, anziché sue pedine come negli ultimi secoli. Gli anni ’70 sono anni cruciali anche per il Sahara Occidentale. Il 1976 è l’anno in cui il governo spagnolo decide di “liberare” il territorio ritirando le sue truppe, viene proclamata la Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD), ma migliaia di sahrawi sono costretti, sotto le bombe marocchine, alla fuga e ad abbandonare il proprio territorio. A questo punto, è necessario ripercorrerne la storia

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  1. 1- E' dal 1990 che Amnesty International denuncia la persistenza di flagranti violazioni dei diritti umani nei territori occupati del Sahara Occidentale e la sparizione di      centinaia di cittadini sahrawi e di detenuti politici ("desaparecidos" sahrawi)
  2. A metà settembre 2004 anche il Sudafrica ha riconosciuto la RASD.
  3. La rivoluzione russa fin dall'inizio si è proposta come stimolo e modello di decolonizzazione, presentato immediatamente dai bolscevichi, appena conquistato il potere,sotto forma del celebre "appello ai popoli dell' Oriente" che li incitava alla lotta di liberazione
  4. Pier Giovanni Donini, Il mondo islamico, Roma-Bari, Laterza & Figli, 2003, p.262
  5. Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1995, p.259
  6. Quando anche questo regime parve sul punto di crollare, gli Usa condussero in Vietnam una guerra lunga dieci anni, finchè furono definitivamente sconfitti e costretti a ritirarsi nel 1975, dopo aver lanciato su quella terra infelice più bombe di quante ne fossero state usate in tutta la seconda guerra mondiale
  7. I nazionalisti indonesiani nel 1948 avevano represso un'insurrezione del locale partito comunista. Questo convinse gli Usa che la forza militare olandese sarebbe stata meglioimpiegata in Europa contro la supposta minaccia sovietica piuttosto che nel mantenimento dell'impero coloniale.
  8. Mossadeq doveva essere rovesciato da un colpo di stato dei servizi segreti angloamericani nel 1953
  9. Frantz Fanon, Opere scelte 2, Torino, Einaudi, 1971, p.21-21
  10. Frantz Fanon, Opere scelte 1, Torino, Einaudi, 1971, p.207
  11. Susan Gorge, Il debito del terzo mondo, Roma, Edizioni Lavoro, 1989. Sull'evoluzione più recente del fenomeno, cfr. Michel Chossudovsky, La globalizzazione della povertà. L'impatto delle riforme del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1998.
  12. Sekou Touré fu il primo leader nero africano costretto a rivolgersi a Mosca per ottenere aiuto.
  13. Eric J. Hobsbawm, Ilsecolo breve, cit., p. 405
  14. 18-24 aprile 1955. Organizzata da Birmania, Ceylon, India, Indonesia e Pakistan con la partecipazione di 29 paesi asiatici e africani. Al centro degli incontri le questioni politiche della decolonizzazione in Asia e in Africa. I lavori si conclusero con la condanna di tutte le forme di oppressione di tipo coloniale, inclusa quella della supremazia sovietica in Europa orientale. I dieci punti della Dichiarazione finale, sulla pace e la cooperazione tra i popoli, ispirati dall'indiano Nehru, sono alla base del movimento dei paesi non allineati
  15. In Cambogia la leadership era detenuta dal partito Khmer rossi con a capo Pol Pot. Questo regime massacrò i propri cittadini, il 20% della popolazione. Un'invasione vietnamita restaurò nel 1978 un governo umano. Cina e USA continuarono a sostenere i resti del regime in funzione antisovietica e antivietnamita.
  16. Il presidente Reagan mobilitò tutta la propria potenza militare
  17. Pier Giovanni Donini, Il mondo islamico, cit., p. 265
  18. Uno dei cinque pilastri dell'Islàm: la professione di fede, la preghiera canonica, il digiuno nei giorni del ramadan, l'elemosina rituale e il pellegrinaggio