Indice

1. ORIGINI E STORIA DEL POPOLO SAHARAWI

1.1 Le origini tribali 

1.2 La società tradizionaleDalle esplorazioni all’occupazione spagnola
1.3.1 La scoperta del Sahara
1.3.2 La conferenza di Berlino

1.4 Occupazione spagnola e resistenza delle tribù localii

1.5 Nazionalismo saharawi e lotta armata: il Fronte Polisario

1.6 Invasione marocchina e nascita della RASD

 1.7 Il piano di pace
1.7.1 L’impasse

 

1.1 Le origini tribali

Il popolo saharawi ha origini curiose. È uno strano mix di tre popolazioni: i berberi, gli arabi, gli africani. Questo cocktail si realizza in un luogo, il deserto, che fa sì che noi siamo sì mussulmani, ma anche molto aperti, tolleranti, capaci di accettare le differenze. (Omar Mansur, ministro della RASD)[1].

Come dice Omar Mansur, ministro della RASD[2], i saharawi al pari di molti altri popoli sono frutto dell’incontro di più culture. Prima del XIV secolo la regione che oggi chiamiamo Sahara occidentale, e che prima della colonizzazione europea era molto più vasta[3], era abitata da popolazioni di lingua berbera sanhadja e nelle zone meridionali da nero-africani[4].

A partire dal XIV secolo la conquista araba iniziata nel VII secolo arrivò nella regione per mano delle tribù arabe Maqil[5], e più precisamente del loro gruppo principale, gli Hassan, originari dello Yemen. Dall’incontro-scontro delle tribù berbere e nere con le tribù arabe colonizzatrici nacque la società che gli storici chiamano maura, di cui fanno parte i saharawi. Questa fusione portò notevoli cambiamenti nella cultura di entrambi i gruppi. I berberi[6] in particolare subirono-attuarono un processo di islamizzazione e di arabizzazione tramite l’adozione della lingua hassaniya[7], idioma vicino all’arabo classico parlato dagli Hassan della penisola arabica. La cultura che prese forma e vita rappresenta l’embrione del popolo saharawi.
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1.2 La società tradizionale

La nuova società che si formò era organizzata su base tribale coerentemente con gli assetti sociali precedenti la fusione, ma aveva necessariamente una struttura più complessa dovendo unire molte tribù di differenti origini. La coesione fu assicurata dalla divisione delle funzioni economico-sociali su base tribale, che alcune tradizioni locali fanno risalire a prima dell’arrivo degli arabi yemeniti, e che è comunque una peculiarità dei popoli nomadi del Sahara[8].

La società saharawi era infatti composta da quaranta tribù nomadi che si dividevano in tributarie di discendenza berbera, e in guerriere o letterate-religiose di discendenza araba[9].

Le tribù tributarie (dette znaga) pagavano tributi[10] ai guerrieri in cambio di protezione e solitamente erano dedite all’allevamento, di dromedari principalmente ma anche di caprini, ovini e asini.

Le tribù guerriere e le tribù letterate-religiose stavano a capo della gerarchia sociale[11]. Quelle guerriere praticavano razzie, e cosa molto importante, con il monopolio delle armi e l’attitudine alla guerra garantivano la sicurezza del gruppo; quelle letterate-religiose (dette zwaya o alla francese marabutte) studiavano il Corano, vantavano una discendenza diretta da Maometto, più che altro di natura mitica, e avevano il potere di benedire tutte le altre tribù, cosa che assicurava loro la protezione fisica da parte delle tribù guerriere[12]. Fra tribù guerriere e letterate-religiose c’era una discreta mobilità[13], nel senso che era possibile che una tribù guerriera diventasse letterata-religiosa e viceversa, o addirittura, più raramente, che una tribù tributaria si elevasse a guerriera o letterata-religiosa grazie al suo valore bellico o alla ricostruzione di una genealogia che arrivasse a Maometto.

I legami fra le diverse tribù erano stretti e costanti grazie alla dipendenza reciproca, infatti ogni tribù guerriera era legata a varie tribù sia tributarie che letterate-religiose da un impegno di protezione e in cambio riceveva da loro denaro, benedizione, cultura e prodotti del commercio.

Parallelamente alla segmentazione sociale orizzontale ce n’era anche una verticale che comprendeva i maalemin (artigiani specializzati soprattutto nella lavorazione di pelli e metalli), i griot (poeti, musici, cantastorie) e al gradino più basso gli harratin (schiavi affrancati) e gli abid (schiavi)[14].

Nonostante la società saharawi fosse acefala quando c’erano da discutere problemi collettivi, come potevano essere attacchi esterni, conflitti interni, o altro, riuniva i rappresentanti delle quaranta tribù in un consiglio democratico, l’Ait Arbain, appunto il “Consiglio dei Quaranta”[15]. La natura acefala del sistema sociale saharawi e il sistema di alleanze fra tribù ci può portare a dire che i saharawi fossero una società segmentaria nei termini in cui la descrive Fabietti riprendendo Evans-Pritchard: “Un corpo sociale che si reggeva grazie alla dinamica dei segmenti i quali non solo si alleavano e si scontravano, ma si opponevano a pari livello di segmentazione assicurando una condizione d’ordine ad una società “anarchica”, priva di capi stabili e riconosciuti”[16].
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1.2.1        Struttura interna della tribù

Alla base di ogni qabila (tribù, pl. qaba’el) c’erano la khaima (la famiglia coniugale): padre, madre, figli non sposati; e l’aial (la famiglia allargata)[17]. Khaima stava a significare sia la famiglia coniugale sia la tenda, sua residenza. L’aial riuniva le persone che discendevano da un antenato vivente, e poteva comprendere varie tende collocate in accampamenti anche distanti fra loro. Un insieme di aial costituiva una frazione, cioè un gruppo familiare con un antenato comune (anche morto). La frazione poteva concentrarsi in uno o più frig (accampamenti)[18] ed aveva la funzione di mantenere una solidarietà economica interna. Più frazioni formavano una tribù. Gli appartenenti alla stessa tribù si riconoscevano in un lontano antenato comune spesso inserito nella discendenza del Profeta tramite la figura di un conquistatore mussulmano del XIV secolo[19]. La tribù aveva una funzione difensiva verso l’esterno. La struttura interna di ogni tribù si basava su appartenenze parentali patrilineari, spesso mitiche[20]. All’interno di ogni qabila c’era poi un’assemblea di notabili (anziani che rappresentavano il proprio gruppo familiare) che esercitava il potere legislativo, esecutivo e giudiziario: la yemaa[21]. Questa istituzione politica in ambito giuridico si atteneva alla sharia, la legge coranica, e all’orf, il codice orale delle norme comportamentali nomadi. L’aial era l’unità economica di base[22]. La dura vita del deserto imponeva la cooperazione fra i gruppi sociali e la condivisione delle infrastrutture primarie: i punti d’acqua ed i terreni di pascolo[23]. In risposta al bisogno di conservare le risorse si seguivano strategie matrimoniali di tipo endogamico[24]. La poligamia era ammessa ma poco praticata per la difficoltà di garantire ad ogni moglie e unità familiare un mantenimento egualitario, come stabilisce il Corano[25].

Il nomadismo era praticato in un territorio molto più vasto di quello dell’attuale Sahara occidentale[26]. Sugli spostamenti influivano più che altro le stagioni, le carestie e le guerre locali[27].
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1.3 Dalle esplorazioni all’occupazione spagnola

1.3.1 La scoperta del Sahara

Le prime esplorazioni europee[28] nel territorio del Sahara occidentale risalgono al 1436, quando una spedizione tentò un attracco nel golfo del Rio de Oro[29] senza però riuscirvi per l’opposizione degli abitanti locali. Seguirono diversi tentativi fino al 1443, quando i portoghesi riuscirono ad installarsi nella vicina isola di Arguin, da dove grazie ad una politica di collaborazione con i capi locali effettuavano la tratta dei neri ed il commercio dell’oro. La Spagna, rivale del Portogallo, cercò di insediarsi nel tratto di fronte alle Canarie e nel 1479 le due potenze europee stipularono un accordo che definiva le rispettive zone d’influenza: alla Spagna vennero riconosciute le Canarie e il tratto di costa dal sud dell’attuale Marocco al capo Bajador, al Portogallo le coste a sud fino all’attuale Guinea. La conquista dell’America (1492) e l’apertura della via delle Indie con la circumnavigazione dell’Africa di Vasco de Gama (1497/99) fecero perdere l’interesse verso il Sahara occidentale, che fino al XIX secolo rimase dimenticato. In questo lasso di tempo saranno i marocchini a tentare delle incursioni nel territorio sfidando le tribù guerriere, senza peraltro ottenere successi.
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1.3.2 La conferenza di Berlino

All’inizio del XIX secolo l’interesse per l’Africa si risvegliò nel cuore delle potenze europee e si ebbe una sorta di “seconda” scoperta dell’Africa. Ad alimentare l’interesse c’erano due motivazioni[30]: l’intenzione di porre fine alla tratta degli schiavi che non era più funzionale al neo-nato sistema capitalistico e che riceveva aspre critiche, e la ricerca di materie prime che dovevano alimentare l’industria nascente, ma non solo.

All’inizio del XIX secolo la Francia avviò la penetrazione dell’Africa su due fronti: dal fiume Senegal verso nord e dalla costa mediterranea verso l’Algeria, che conquistò nel 1830. La Spagna a sua volta dopo la perdita delle colonie americane vantò delle pretese sul Marocco per la vicinanza e perché già occupava le isole di Ceuta e Melilla. La prima metà del secolo sarà invano dedicata dalla Spagna alla conquista del Marocco[31].

A partire dagli anni Ottanta armatori, banche e imprese spagnole esercitarono pressioni sul loro governo perché appoggiasse la colonizzazione delle regioni atlantiche. Fu così che alcune società si installarono sulla costa vicino Dakhla, cercando accordi con la popolazione locale e allo stesso tempo tentando esplorazioni nell’interno[32]. Risale a questo periodo la conferenza di Berlino (Novembre 1884/Febbraio 1885), nella quale le potenze europee decisero che le conquiste per essere effettive dovevano venir notificate alle altre potenze[33]. Si aprì così una seconda fase nella colonizzazione dell’Africa, questa volta disciplinata da un accordo fra le Nazioni in corsa.
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1.4 Occupazione spagnola e resistenza delle tribù locali

In un primo periodo che va dalla conferenza di Berlino fino agli inizi del XX secolo la presenza spagnola nel Sahara fu blanda e discreta. La colonizzazione si limitava alla presenza sulla costa, infatti la Spagna non aveva i mezzi economici e quindi militari necessari per occupare concretamente il territorio, e i tentativi di penetrazione nell’interno venivano puntualmente fatti fallire dalla resistenza delle tribù saharawi che si manifestava con raid nel deserto (gazzi) effettuati da gruppi che si spostavano su cammelli[34].

Le convenzioni di Parigi del 1900 e del 1904, e quella di Madrid del 1912, stipulate da Francia e Spagna all’inizio del XX secolo, stabilirono i confini dei rispettivi possedimenti seguendo il criterio dei meridiani e dei paralleli, metodo che non teneva in considerazione le differenze culturali e sociali delle zone in questione[35]. Il popolo saharawi dovette prendere atto del cambiamento quando i francesi cominciarono a far controllare i confini e gli sconfinamenti da pattuglie mobili (mehari[36]) ostacolando i percorsi tradizionali e le razzie fra tribù guerriere da una parte e dall’altra della nuova linea di confine[37]. La reazione fu ancora una volta quella dei gazzi, effettuati dalle qaba’el guerriere saharawi e questa volta condotti contro i fortini francesi sfidando i mehari alla ricerca di armi da usare nella resistenza anticoloniale. È proprio durante un attacco francese che verrà distrutta nel 1913 la biblioteca di Smara[38].

Paradossalmente si può dire che in questo periodo fosse più ingombrante la presenza francese, che non aveva influenza sulla zona, della presenza spagnola che ne era la colonizzatrice.

Per l’occupazione militare spagnola nel Sahara occidentale si dovette aspettare il 1934, quando la Spagna con l’appoggio della Francia occupò militarmente il territorio sedando la resistenza locale, sciogliendo il Consiglio dei Quaranta e ottenendo la sottomissione dei capi delle tribù saharawi[39]. Nonostante ciò solo a metà secolo la colonizzazione diventò economica oltre che militare-amministrativa. La svolta si verificò con la scoperta dei giacimenti di fosfati di Bou Craa[40] che catalizzò gli interessi di potenti holding[41] finanziarie sia spagnole che statunitensi ed inaugurò una nuova politica coloniale a maglie più strette, che portò dal punto di vista socio-culturale alla sedentarizzazione dei nomadi saharawi per rispondere alle necessità dello sfruttamento economico[42].

Parallelamente all’intensificarsi della presenza spagnola nel Sahara occidentale nel resto dell’Africa e in Asia iniziava il processo di decolonizzazione. Le rivolte anticoloniali che a partire dagli anni Cinquanta investirono il Maghreb (Libia, Tunisia, Marocco, Algeria e Mauritania) destarono l’interesse di molti guerrieri saharawi che, consapevoli del fatto che per il Sahara i tempi non erano ancora maturi, presero parte alla lotta anticoloniale marocchina[43]. Questa esperienza fece loro crescere il sentimento anticolonialista.

Nel 1958 il Sahara venne trasformato da “colonia” in “provincia d’oltremare” per rispondere alle normative Onu[44] che vietavano il possedimento dei cosiddetti “territori non autonomi” ai suoi membri[45]. Nonostante il cambiamento di statuto non ci furono modifiche nella gestione della regione: il potere era ancora in mano all’esercito e al vertice c’era un governatore militare. Solo dopo qualche anno in risposta alle pressioni delle Nazioni Unite, pur senza dimenticare gli interessi delle multinazionali, il governo spagnolo istituì la djemaa[46] (Assemblea generale saharawi, 1967) che doveva riprodurre il vecchio Consiglio dei Quaranta con funzione consultiva, ma in realtà era un’istituzione fantoccia che si limitava ad approvare le decisioni dell’amministrazione spagnola. Il 1958 fu anche l’anno dell’operazione Ecouvillon[47], operazione congiunta franco-spagnola nella quale vennero avvelenati i pozzi e massacrato il bestiame, elementi chiave della vita nomade. Questa operazione si sospetta sia stata fatta per accelerare il processo di sedentarizzazione dei nomadi saharawi nelle città al fine di garantirne un miglior controllo. La siccità degli anni 1968/73 agì poi da ulteriore spinta verso la sedentarizzazione, che fino al 1971 aveva investito solo un sesto della popolazione[48]. Fu un po’ per le politiche spagnole, un po’ per il processo di decolonizzazione in corso negli stati vicini ed un po’ per le risoluzioni Onu a favore della decolonizzazione emanate negli anni 1960 e 1965[49] che nel 1968 nacque il Movimento di Liberazione del Sahara (Mls)[50]. Il movimento si formò intorno ad una giovane elìte di studenti urbanizzati formatisi principalmente all’estero e quindi consci delle diverse realtà politiche, e fra questi soprattutto intorno alla figura di Mohamed Bassiri[51]. L’Mls rimase clandestino fino al 1970 quando in occasione di una manifestazione in appoggio all’assimilazione del Sahara al Marocco organizzò una contromanifestazione. Le forze di polizia repressero l’iniziativa nel sangue. Bassiri insieme a tanti altri venne arrestato e di lui non si seppe più niente. I saharawi lo considerano il primo desaparecido (scomparso) di una lista che arriva fino ai giorni nostri. Con quest’evento e lo scioglimento dell’Mls che seguì la scomparsa di Bassiri si aprì la seconda fase nella lotta di liberazione.
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1.5  Nazionalismo saharawi e lotta armata: il Fronte Polisario

Lo scioglimento dell’Mls che fu causato dalla repressione rispose anche alla necessità di definire meglio quali fossero gli obiettivi del movimento, nonché i mezzi per raggiungerli. È su queste premesse che nel Maggio 1973 venne creato il Fronte PO.LI.SA.RIO (Frente popular para la liberaciòn de Seguia el Hamra y Rio de Oro)[52] attorno ad un gruppo di studenti dell’Università di Rabat (capitale marocchina), fra cui spiccava El Ouali[53], ed alcuni superstiti dell’Mls. Il Fronte era clandestino e militante, diviso in cellule che avevano il compito di organizzare manifestazioni e riunioni. Venne definito come “espressione unica di massa” in quanto non era una coalizione di vari movimenti ma l’espressione di tutto il popolo: tutto il popolo vi apparteneva senza la necessità di aderirvi. Una prima linea del Fronte venne chiarita al I Congresso tenutosi:

Dopo il fallimento di tutti i mezzi pacifici […] il Fronte Polisario è nato come espressione unica di massa, optando per la violenza rivoluzionaria e la lotta armata affinché il popolo saharawi arabo, e africano, possa ritrovare la sua libertà totale, e sconfiggere le manovre del colonialismo spagnolo. (Dal manifesto politico del 10 Maggio 1973, I Congresso del Fronte Polisario)[54].

Chiaramente contemplava l’uso delle armi, diversamente dal movimento nazionalista che l’aveva preceduto, mentre poco articolata era la linea politica che si riduceva alla lotta contro il colonizzatore spagnolo[55]. Solo dieci giorni dopo il Congresso si svolse la prima azione armata del Fronte[56]: l’attacco contro il posto militare spagnolo di El khanga, tenuto da soldati saharawi che non opposero resistenza. Era iniziata la “rivoluzione del 20 Maggio”. In questa fase è da ricordare il sabotaggio da parte del Fronte Polisario del nastro trasportatore della miniera di Bou Craa (Ottobre 1974)[57]. Nonostante questi episodi di guerriglia i primi momenti di vita del Fronte lo videro impegnato soprattutto nella ricerca del consenso fra la popolazione, e solo nel II Congresso, nel 1974, venne individuato nell’indipendenza l’obiettivo fondamentale[58]:

Davanti a queste manovre (manovre coloniali volte a mantenere il controllo del territorio e delle ricchezze del Sahara Occidentale) il popolo saharawi non ha altra soluzione che la lotta, fino ad ottenere l’indipendenza, le sue ricchezze e la sovranità completa sul suo suolo. (Dal manifesto politico dell’Agosto 1974, II Congresso del Fronte Polisario)[59].

In quanto partito unico il Fronte venne subito riconosciuto come rappresentante del popolo saharawi sia dall’Oua (Organizzazione dell’Unità Africana) che dall’Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite)[60]. Nel 1974, in seguito a molteplici pressioni delle Nazioni Unite, la Spagna acconsentì a organizzare il referendum per l’autodeterminazione del popolo saharawi e cominciò a censire la popolazione[61]. Questo cambiamento fu determinato sia dalla lotta armata dei nazionalisti, sia dalle pressioni delle Nazioni Unite, come già detto, sia dalla crisi del regime franchista, e ultimo ma non meno importante dalla decolonizzazione in corso (o già condotta) nel resto del mondo[62]. Come aveva già fatto in passato con la creazione della djemaa, mentre lasciò credere di andare verso la decolonizzazione il governo spagnolo creò una forza politica, il Puns (Partito dell’Unione Nazionale Saharawi) a cui intendeva affidare il governo in modo da continuare a controllare il futuro Stato[63]. Decolonizzazione e neo-colonizzazione si incrociarono in un atteggiamento tutt’altro che coerente che simulava l’andamento del gambero. Il partito comunque ebbe vita breve.

La forza che invece prese rilievo e che si frapponeva all’autodeterminazione saharawi era ora il Marocco. Nello stesso anno dell’indipendenza marocchina (1956) prese corpo infatti la dottrina politica del “Grande Marocco” in seguito ad un discorso pubblico del fondatore del Partito dell’Indipendenza marocchino Alal Alfasi:

Il Marocco è indipendente, ma non è completamente unificato; i marocchini continueranno a lottare finché otterranno l'indipendenza di tutte le parti del Marocco, finché il Sahara sotto influenza spagnola ed il Sahara sotto influenza francese saranno liberati, finché i territori dei quali si è impadronito il colonialismo: Tinduf, Colomb-Bechar, Tuat, Kenadsa e la Mauritania ritorneranno al Regno sceriffiano. Il Marocco, fratelli, a sud ha come limite Saint Louis del Senegal. (Alal Alfasi)[64].

Il “Grande Marocco” doveva comprendere Sahara occidentale, Mauritania, parte del Mali e dell’Algeria[65]. Con l’indipendenza della Mauritania e dell’Algeria (1960 e 1962) il Marocco si concentrò solo sul Sahara occidentale e ne fece una questione di politica interna. Tralasciando il principio dell’intangibilità delle frontiere coloniali stabilito dall’Oua il Marocco interpellò la Corte internazionale di giustizia dell’Aia circa la legittimità delle sue pretese sul Sahara. La Corte grazie ad una missione di inchiesta nella zona stabilì che al momento della sua colonizzazione non esisteva alcun legame di sovranità con il Regno del Marocco e con gli Emirati Mauritani. Il verdetto giuridico venne pubblicato il 16 Ottobre 1975[66]. Fallita la via diplomatica Hassan II (sovrano marocchino) passò all’azione militare.
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1.6 Invasione marocchina e nascita della RASD

La morte è obbligatoria, la schiavitù no.
(Proverbio saharawi).

Già dal Maggio del 1975 il Marocco cominciò a mandare i suoi soldati nella parte nord del Sahara in attacchi armati contro le forze militari spagnole, sia per tastare il terreno sia per favorire un accordo, infatti il sovrano marocchino aveva intenzione di prendere il posto del colonizzatore europeo congiuntamente con la Mauritania. Il 14 Novembre 1975 Hassan II firmò un accordo segreto con la Mauritania ed il governo di Madrid che stabiliva la cessione del Sahara ai due Stati africani[67]. Il regno marocchino poteva così inseguire il suo sogno del “Grande Marocco”, arricchirsi economicamente sfruttando le risorse naturali del Sahara (pesce, fosfati, gas, ferro e petrolio) e allo stesso tempo dirottare sulla “questione del Sahara” i problemi interni allo Stato. Fra il 1971 ed il 1972 infatti l’esercito aveva messo in atto due rivolte contro il regime[68]. Dal punto di vista della politica interna in un colpo solo il re poteva allontanare l’esercito[69], dare un motivo di speranza ai marocchini più poveri (a cui promise terre e fortune nel Sahara), nonché mettere a tacere l’opposizione con un progetto ad “interesse nazionale”.

La Mauritania poteva invece sperare nel pieno riconoscimento del suo Stato da parte del Marocco che in passato aveva avuto mire anche su di lei, ed allo stesso tempo arricchirsi un po’[70]. Fa riflettere l’opinione di Jean Lamore secondo cui:

La “pacifica” invasione era parte di un piano elaborato dalla Francia e dagli Stati Uniti. Questi fecero pressione sul colonizzatore spagnolo, che stava lasciando quel territorio, allora Sahara spagnolo, affinché non si opponesse all’occupazione del Marocco. L’Occidente desiderava che queste terre venissero date al re piuttosto che ai nomadi saharawi che ci vivevano. In piena guerra fredda, solo un occupante affabile poteva preservare quella zona desertica dalla minaccia filo sovietica rappresentata dall’Algeria e, più a est, dalla Libia. (Jean Lamore)[71].

La “pacifica” invasione del Sahara, che Hassan II chiamò “marcia verde” (colore dell’Islam), avvenne con la timida condanna delle Nazioni Unite il 6 Novembre 1975 per mano di 350mila civili marocchini seguiti dall’esercito[72], attraverso un passaggio chiamato “Madre delle Iene”[73].
Il 10 Dicembre la Mauritania invase il Sahara da sud[74].
Subito dopo l’annunciazione della marcia, e prima che si compisse, il Polisario si riunì a Guelta Zemmu per sciogliere la djemaa con il consenso dei suoi membri, che non ne riconoscevano la rappresentatività, e per istituire un Consiglio Nazionale Provvisorio saharawi al quale venne affidata la legittima sovranità saharawi[75]. Importantissimo poi, un giorno prima del ritiro della Spagna previsto per il 28 Febbraio 1976, proclamò a Bir Lehlu in territorio liberato la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD)[76]. La Costituzione provvisoria definiva la nuova Repubblica araba, islamica, democratica e socialista. L’Islam diventava la religione di Stato e l’arabo la lingua ufficiale, il socialismo invece voleva essere un richiamo alla giustizia sociale[77]. (Fu proprio in nome di quest’ultimo principio istitutivo che in seguito le Nazioni del blocco americano poterono sostenere il loro appoggio al Marocco in chiave anti-sovietica).

Il Polisario organizzò l’esodo dei saharawi verso lo Stato amico algerino sotto i bombardamenti marocchini con il napalm e le bombe al fosforo, poi organizzò la lotta armata e allo stesso tempo intraprese la via diplomatica[78]. Una doppia via perché “Il Fronte non si stancherà mai di sottolineare di essere costretto a prendere le armi per difendersi e liberare il territorio occupato militarmente, ma di essere favorevole alla convivenza pacifica fra tutti i popoli del Maghreb”[79]. Il Polisario mise in salvo la popolazione al di là del confine nei pressi di Tindouf, utilizzando camion e viaggiando di notte per ridurre il rischio di essere colpiti dall’aviazione[80]. Dopodiché l’esercito di liberazione popolare saharawi (Elps) entrò nell’arena, in un rapporto di forza alla “Davide e Golia”. Il Marocco, finanziato dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi, dal Kuwait e dall’Iraq comprò il suo armamento dall’Occidente, paradossalmente da Stati di quell’Unione Europea che formalmente sosteneva il diritto all’autodeterminazione: Italia, Spagna, Austria, Francia, Regno Unito, Belgio e ancora Russia, Stati Uniti, Cina, Egitto, Sud Africa, Israele[81]. Sull’altro fronte il Polisario combatteva con le armi che gli arrivavano dall’Algeria, dalla Libia (fino al 1984) e dall’ex-Yugoslavia (fino al 1989), sempre con la storica tecnica dei gazzi, questa volta condotti sulle Land Rover[82]. L’esercito marocchino invase le città seminando il terrore,  bruciando villaggi interi con il napalm e uccidendo uomini, donne, vecchi e bambini senza distinzione. L’obiettivo non era solo l’Elps ma tutti i civili: i saharawi in generale come popolo che si frapponeva all’assimilazione del Sahara. “Raccapriccianti sono state le testimonianze sulle violenze commesse dalle truppe di occupazione. A Smara, Hausa, Echeiria esse hanno attuato una spietata repressione contro la popolazione, sgozzando pubblicamente i civili che non erano riusciti a fuggire di fronte alla loro avanzata”[83]. La politica militare dell’Elps si concentrò da subito sull’anello più debole, la Mauritania, ottenendo enormi successi[84]. Il Fronte saharawi infatti nonostante non disponesse di buoni mezzi vantava una conoscenza del deserto ineguagliabile, non per niente saharawi significa “gente del deserto”[85]. La Mauritania oltre a non conoscere altrettanto bene il terreno di scontro disponeva di un esercito limitato e male equipaggiato, inoltre presentava molte affinità con il popolo saharawi, elemento che influì sull’esito dello scontro[86]. Dopo l’ingresso dell’Elps nella capitale mauritana Nouakchott nell’Agosto 1979 ad Algeri venne firmata la pace fra i due Stati. Finiva così la “guerra delle sabbie”[87]. Durante un’incursione in territorio mauritano morì El Ouali e prese il suo posto Mohammed Abdelaziz, attuale Presidente della RASD[88].

A quel punto restava da combattere solo il Marocco, che però era l’avversario militarmente ed ideologicamente più forte. Fino al 1980 l’Elps riuscì a tenere sotto il suo controllo la maggior parte del territorio. La situazione precipitò a partire dal 1981, quando Hassan II, con l’aiuto di Stati Uniti, Israele[89] e Arabia Saudita, attuò la cosiddetta “strategia dei muri”[90]. Nel corso di circa sette anni la zona del Sahara occupato dai marocchini venne isolata da un muro difensivo lungo 2400 km che andava dal sud del Marocco fino alla costa atlantica al confine con la Mauritania. Il muro fu dotato di fortificazioni con radar, sistemi elettronici di sorveglianza ed intercettazione, posti di guardia e pattuglie; inoltre per avvicinarcisi bisognava attraversare un terreno pieno di mine anti-uomo, anti-carro ed anti-carro pesante (fornite massicciamente dall’Italia). La spesa giornaliera per mantenere i 135mila soldati marocchini di pattuglia al muro era di un milione di dollari[91]! Nonostante la prepotenza marocchina:

Fin dall’inizio, contrariamente ad altri movimenti di liberazione, il Polisario rifiuta l’uso di azioni terroristiche, e ciò lo pone come interlocutore credibile, rispettoso della legalità e delle istituzioni internazionali. (Luciano Ardesi)[92].

Già a partire dalla fine degli anni Settanta il Polisario intensificò la sua azione nel fronte che rimaneva più promettente: la lotta diplomatica. Si rivolse prima di tutto all’Oua, che nel 1978 istituì un comitato di saggi con il compito di trovare una soluzione al problema. L’anno seguente la soluzione venne individuata in un referendum d’autodeterminazione garantito da una forza di pace panafricana. Questo referendum prevedeva l’adozione del censimento spagnolo del 1974. Al 17° vertice dell’Oua a Nairobi, nel 1981, Hassan II accettò per la prima volta la proposta proprio mentre cominciava la costruzione dei muri[93]. Nel 1982 l’organizzazione africana ammise la RASD come suo membro, e dopo varie vicissitudini l’ingresso ebbe luogo nel 1984, mentre il Marocco ne usciva per protesta[94]. Fu proprio in seguito a questi eventi che nel Luglio 1985 iniziò la mediazione del segretario generale dell’Onu, Perez de Cuellar[95]. Da questo momento prese avvio la lunga fase del processo diplomatico per la pace e l’autodeterminazione del popolo saharawi, caratterizzata dall’ostruzionismo marocchino verso la soluzione del conflitto secondo le disposizioni delle Nazioni Unite e dell’Oua.
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1.7 Il piano di pace

Si può uccidere il gallo che canta la nascita dell’alba
ma non si può impedire all’alba di nascere.
(Proverbio saharawi).

La prima mediazione internazionale a cura di de Cuellar portò nel 1988 ad un piano di pace[96] che prevedeva un referendum di autodeterminazione, il cessate il fuoco e lo scambio di prigionieri di guerra. L’operazione presentava due difficoltà: innanzitutto la presenza militare-amministrativa dei marocchini nei territori occupati, dopodiché l’individuazione del corpo elettorale. Per quanto riguarda il primo punto il Polisario accettò una soluzione di compromesso che prevedeva la riduzione progressiva dei militari marocchini a partire dall’arrivo delle forze Onu; per quanto riguarda invece il secondo punto si decise di tenere come valido il censimento effettuato dalla Spagna nel 1974, apportando solo le modifiche necessarie relative all’accrescimento naturale della popolazione in base agli elementi di nascita e morte. Nonostante la questione sembrasse risolta, nel 1989 durante un incontro fra una delegazione del Polisario ed il sovrano marocchino a Marrakech quest’ultimo presentò l’incontro come un’udienza[97]. La risposta del Polisario fu un attacco al muro. La pace slittava a tempo indefinito.

Un certo sblocco si ebbe con il nuovo piano di pace del 1991[98]. Questo piano prevedeva l’istituzione della MINURSO (Missione Internazionale delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale), l’inserimento nelle liste elettorali di tutte le persone che potevano dimostrare la loro provenienza dal territorio dell’ex-colonia e la graduale diminuzione dell’esercito marocchino nel Sahara occupato; inoltre dava importanza allo scambio dei prigionieri di guerra, alla liberazione dei prigionieri politici, e imponeva il cessate il fuoco a partire dal 6 Settembre. Accettate tutte queste condizioni da entrambe le parti, quando ormai sembrava prossimo il referendum (era previsto per il Gennaio 1992) il Marocco iniziò a porre una serie di ostacoli come impedire militarmente l’istituzione dei seggi elettorali nelle zone liberate, far spostare nel Sahara occupato 200mila marocchini[99] fatti passare per saharawi rifugiati in Marocco per fargli prendere parte alle votazioni, far deportare 8mila saharawi per impedire loro di votare, oltretutto non rispettò il cessate il fuoco[100]. Allo stesso tempo mise in atto nei territori occupati una “marocchinizzazione” forzata[101] che consistette nel proibire ai saharawi l’uso della loro lingua (hassaniya), di indossare i loro abiti tradizionali, di manifestare la loro appartenenza identitaria, di tenere corrispondenza con le persone fuori dal muro, di creare associazioni di ogni tipo, di lasciare il territorio del Sahara occupato (a questo scopo vennero privati del passaporto). La pena poteva andare dalla punizione fisica alla sparizione in carceri segrete dove venivano praticate torture[102]. È ignoto il numero dei desaparecidos saharawi per mano del regime marocchino, l’Afapredesa (Associazione delle Famiglie dei Prigionieri e degli Scomparsi Saharawi) ne conta ottocento[103]. Da anni Amnesty International denuncia la violazione marocchina dei diritti umani ma sul piano internazionale nessuno prende provvedimenti, come  nemmeno i caschi blu che stanno sul territorio e le forze di polizia incorporate nella MINURSO[104]. Il fallimento del piano d’altra parte non è da imputare solo al Marocco, perché anche l’Onu non adempì ai suoi impegni: il piano prevedeva l’invio di 1695 soldati e trecento poliziotti delle Nazioni Unite, nel Sahara però ne arrivarono solo 233 in tutto[105]. La MINURSO oltretutto, come già detto, non assolse il suo compito nella zona. Proprio mentre si arenava il piano di pace finì anche il mandato di De Cuellar. Il Polisario sollevò una polemica sul fatto che poco prima di dimettersi il segretario Onu fosse stato nominato vicepresidente di una filiale del consorzio marocchino ONA, legato ad Hassan II. Effettivamente, andandosene, il segretario uscente raccomandò al Consiglio di Sicurezza di allargare il censimento del Sahara occidentale prima dello svolgimento del referendum d’autodeterminazione. La polemica trovò spazio sul giornale spagnolo El Mundo il 2 Febbraio 1993[106].

Tornando al piano di pace, il referendum si era ormai smarrito nei mille espedienti del Marocco ma per l’azione di Baker, inviato speciale delle Nazioni Unite dal 1997, Marocco e Polisario firmarono un accordo a Houston (Settembre 1997)[107]. Il Marocco come in precedenza aveva già fatto ostacolò in vari modi la compilazione delle liste, che uscirono solo nel Febbraio 2000, e una volta rese pubbliche presentò oltre 75mila richieste d’appello[108]. Il referendum ancora una volta si allontanò.

Nel mese di Settembre il Marocco affermò pubblicamente, in occasione di un incontro con il Polisario a Berlino, di voler abbandonare il piano di pace dell’Onu, l’alternativa che propose era la cosiddetta “terza via”, ovvero l’autonomia del Sahara occidentale sotto la sovranità marocchina[109].

Ovviamente il Polisario non accettò. Si arrivò nel 2001 al cosiddetto “accordo quadro”[110], formulato sempre da Baker. Questo prevedeva un periodo di autonomia da Rabat con scarsi poteri, per poi dopo cinque anni fare il referendum ammettendo come elettori tutti i residenti nel Sahara da almeno un anno. Ancora una volta il Polisario rifiutò, sapendo che con queste disposizioni le deportazioni attuate da Rabat avrebbero alterato il risultato del referendum.

Seguì un altro piano di pace di Baker chiamato “peace plan for self-determination of the people of Western Sahara[111], che non era altro che una rielaborazione del precedente. Questo II piano Baker, come il primo, prevedeva che fossero chiamati al voto tutti gli abitanti del Sahara occidentale, compresi i marocchini trasferitisi in seguito alle campagne governative. Il Polisario inizialmente rifiutò il piano, poi quando si sentì accusato dal Marocco di ostacolare il lavoro dell’Onu cambiò rotta e lo accettò. Il Marocco che inizialmente vi aveva aderito fece un passo indietro e in questo modo calò la maschera: evidentemente non era il Polisario ad impedire il processo di decolonizzazione e la realizzazione del referendum.

Nel 2004 Baker si dimise dall’incarico, e nel 2005 prese il suo posto Peter van Walsum[112]. Nonostante la posizione presa dall’Onu a favore dell’autodeterminazione del popolo saharawi e l’atteggiamento collaborativo del Polisario la situazione è tutt’oggi stagnante, tanto che nei giovani comincia a crescere l’insofferenza e si discute quale sia l’azione politica migliore per sbloccare la situazione[113].
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1.7.1 L’impasse

Le cause di questa impasse sono molteplici: determinante è per esempio l’appoggio francese al Marocco, motivato dai forti interessi a tenere la supremazia nella zona del Maghreb, interessi che condizionano l’operato delle Nazioni Unite avendo la Francia diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza[114]. Durante un incontro diplomatico tenutosi il 21 Novembre 2006 alla Protezione Civile di Bologna il Governatore di Smara ha detto:

Come sapete, come sappiamo tutti, non è una cosa nuova, la Francia storicamente ha sempre appoggiato il Marocco e costituisce il primo ostacolo alle risoluzioni dell’Onu sul problema dei saharawi. Purtroppo negli ultimi tempi è andata oltre esercitando la sua pressione sui grandi organismi internazionali e sull’Unione Europea per ridurre gli aiuti umanitari verso i rifugiati saharawi. (Governatore di Smara).

E ancora…

La Francia ostacola l’organizzazione del referendum, fa pressione per ridurre gli aiuti umanitari e si muove per far sì che il Polisario e il popolo saharawi non tornino alla guerra.
Sta cercando di nascondere il fatto che il Marocco viola i diritti umani dei saharawi nei territori occupati […]. Non ci aspettiamo che si allinei sulla posizione pro-saharawi, ma che non anteponga i suoi interessi nella zona del Maghreb al rispetto del diritto internazionale. (Governatore di Smara)[115].

Pur essendo il Sahara un territorio da decolonizzare, e quindi non sfruttabile, la Francia ha mandato la TotalFinalElf, un’impresa petrolifera, alla ricerca del petrolio. Con lei è partita anche una ditta americana, la Keer-McGee. Il 5 Febbraio 2002 la questione, sottoposta alle Nazioni Unite, si è conclusa con la dichiarazione dell’illegalità di questa esplorazione[116].

L’altro Stato europeo che dal 1975 appoggia il Marocco è la Spagna. Vediamone i motivi: innanzitutto questa Nazione nel momento in cui firmò la cessione del Sahara occidentale a Marocco e Mauritania si premurò di tenersi monopoli economici nella zona[117]. In secondo luogo dalla metà degli anni Novanta si è aggiunto un altro fattore a rinforzare i legami con il Marocco: l’immigrazione clandestina marocchina verso la Spagna. È plausibile infatti che esistano accordi particolari fra le due Nazioni, che riguardano il controllo dell’immigrazione clandestina da parte del Marocco in cambio dell’appoggio spagnolo sul piano internazionale nella questione del Sahara occidentale[118].

Un altro motivo dell’impasse sono gli interessi di molti stati[119] nella fornitura di armi al Marocco, o gli interessi dell’Unione Europea nello sfruttamento delle risorse del Sahara, come dimostrano gli accordi di pesca stipulati dal Marocco con l’UE nel 1986, che includevano le acque territoriali sahariane[120]. È importante sottolineare che se da una parte l’UE sfrutta le risorse del Sahara occidentale, dall’altra, tramite il Parlamento Europeo, ne difende i diritti[121].

Un altro motivo ancora è l’ostruzionismo marocchino a fini economici e politici. Lo sfruttamento delle risorse (in particolare dei fosfati e della pesca) pone il Marocco in posizione di forza, dandogli la possibilità di fare pressione sui suoi “clienti” perché lo appoggino a livello di politica internazionale[122]. Da un punto di vista più strettamente politico la perdita del Sahara occidentale costituirebbe per questo Stato del Maghreb uno smacco enorme, capace di fare incrinare la legittimità della monarchia stessa, basata sul potere del re, che è politico ma anche religioso e sta al di sopra delle istituzioni[123]. Porterebbe a casa moltissimi soldati potenzialmente pericolosi, riporterebbe l’attenzione sulla politica interna, in breve metterebbe il regime a rischio di attacchi politici (dell’opposizione) e militari. Inoltre è opinione di Josè Saramago che “Finché il Marocco manterrà un freno all’integralismo religioso interno e si mostrerà un alleato fedele, le potenze occidentali non saranno disposte a complicare la vita al re e ad avviare una soluzione vera del conflitto”[124]. D’altra parte Jean Lamore ritiene che l’integralismo religioso sia solo la nuova scusa adottata dal Marocco una volta finita la Guerra fredda per mantenere il consenso dell’Occidente sul controllo della regione, scusa adottata anche dagli Stati occidentali economicamente interessati nella questione per giustificare la loro posizione filo-marocchina (vedi per esempio la Francia)[125].

Negli ultimi anni molti stati cominciano o hanno cominciato a denunciare il comportamento del Marocco, fra questi gli Stati Uniti, che nei summits di Lisbona, Londra e Houston hanno appoggiato con più convinzione la misura del referendum, forse proprio perché le necessità legate alla Guerra fredda sono ormai venute meno[126]. Nonostante questo cambiamento gli Stati Uniti sono ancora lontani dall’esercitare una pressione proporzionale alle loro forze su Rabat.

L’italia ha un ruolo ambiguo: in passato non ha fatto mistero della sua alleanza con il Marocco, che andava dal rifornimento d’armi (16 miliardi di dollari nel 1991!), all’addestramento dei militari marocchini nell’utilizzo delle armi italiane, allo stanziamento di fondi per la cooperazione allo sviluppo[127]; negli ultimi anni ha mostrato segni di cambiamento, per esempio: 

C’è stata la votazione alla quarta Commissione delle Nazioni Unite, la maggioranza dei Paesi europei ha votato a favore della risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu, hanno votato contro solo la Spagna e la Francia. A causa del voto favorevole dell’Italia il Marocco ha deciso di non ricevere Prodi in Marocco. (Governatore di Smara)[128].

La RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica) non è ancora stata riconosciuta dallo Stato italiano ma da anni ci sono rapporti diplomatici fra i rappresentanti dello Stato saharawi e quelli del governo italiano. Nel mese di Giugno 2006 il Presidente della camera Bertinotti ha incontrato un’attivista dei diritti umani saharawi, Aminatou Haidar, e durante l’incontro “Ha detto che il Marocco deve rispettare i diritti umani dei saharawi che stanno lì, deve rispettare le decisioni dell’Onu”[129]. Nella società civile poi l’associazionismo dagli anni Novanta è fiorito e conta moltissime associazioni che lavorano per la causa di questo popolo organizzando eventi, facendo azioni di sensibilizzazione, ospitando gruppi di bambini saharawi ogni estate, offrendo cure mediche, borse di studio, organizzando corsi di formazione, spedendo aiuti materiali che vanno dal cibo, alle attrezzature ospedaliere, ai telai per la lavorazione dei tappeti, ecc…

Lo Stato saharawi (RASD) oggi è riconosciuto da più di ottanta paesi, in prevalenza africani[130].

Nei territori occupati dal 1999 si assiste alla protesta pacifica[131] dei saharawi che vivono sotto la repressione marocchina, i quali, a causa dell’esodo e delle deportazioni governative, costituiscono ormai solo una minoranza della popolazione del Sahara. La protesta consiste in manifestazioni pubbliche e pacifiche contro la mancanza di libertà, la situazione di stallo che si imputa all’inefficienza dell’azione dell’Onu e la discriminazione economico-sociale contro i saharawi. La risposta è sempre la repressione attuata dalle forze di polizia.

Oggi gli uomini dell’esercito saharawi sono ancora mobilitati nonostante dal 1991 ci sia il cessate il fuoco. Pattugliano i territori contro ogni movimento sospetto delle forze marocchine, perché come dice un proverbio (mazal) saharawi: “La terra partorisce senza avere le mammelle”[132].

Il Polisario ha stabilito la sua sede a Rabouni, in Algeria. Ha rapporti con i saharawi che hanno deciso di continuare a vivere da nomadi nei territori liberati (rischiando continuamente di calpestare mine)[133], con i campi che sono stati costruiti nell’esilio, con il mondo Occidentale tramite sedi di rappresentanza e di conseguenza con tutti i saharawi in diaspora.
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[1] Alemanno, S.- Chiostrini, R., 2006.

[2] RASD sta per Repubblica Araba Saharawi Democratica, è stata istituita il 28/02/76 a Bir Lehlu.

[3] Andava dall’uad Draa (fiume che si trova nel sud marocchino) al fiume Senegal, e dalla costa atlantica alla longitudine di Timbuctù.

[4] Ardesi, 2004, 15; Bendoni, 2000.

[5] Ardesi, 2004, 15; Ramondino, 1997, 13; Tortajada, 2004, 44-45.

[6] Berbero: detto di chi appartiene a gruppi fisicamente affini a quelli mediterranei, parlanti una lingua semitica diffusa in Africa settentrionale e in particolare nelle regioni dell’atlante e nell’interno dell’Algeria, della Tunisia e della Libia. (Vocabolario Lo Zingarelli, 1994).

[7] L’hassaniya prende il nome dai Banu Hassan, tribù yemenita arrivata nel Sahara nel XIII secolo e protagonista del processo d’arabizzazione della zona. (Bendoni, 2000; Tortajada, 2004, 30).

[8] Ardesi, 2004, 16-17.

[9] Mancinelli, 1998, 14.

[10] Esistevano tre tipi di tributi: la horma, pagata individualmente da ogni capo famiglia znaga ad una famiglia designata, all'interno della tribù guerriera alla quale si era assoggettati. Il ghaffer, pagato da un’intera tribù o da una sua frazione ad un’altra per mantenere un’alleanza o un patto. La debiha, attraverso la quale si stabilivano accordi, si risarcivano danni o si compensavano debiti. (Chiaravalloti).

[11] Ardesi, 2004, 16; Ramondino, 1997, 13.

[12] Ardesi, 2004, 16; Mancinelli, 1998, 14.

[13] Ardesi, 2004, 16.

[14] Ardesi, 2004, 16; Mancinelli, 1998, 14.

[15] Ardesi, 2004, 17; Bendoni, 2000; Mancinelli, 1998, 14; Ramondino, 1997, 14.

[16] Fabietti, 2001, 158.

[17] Ardesi, 2004, 18.

[18] Tortajada, 2004, 107.

[19] Ardesi, 2004, 18.

[20] Ardesi, 2004, 18.

[21] Tortajada, 2004, 46.

[22] Ardesi, 2004, 21.

[23] Ardesi, 2004, 21.

[24] Endogamico: di, relativo a, endogamia. (Endogamia: istituzione per cui i membri di un clan o di una tribù contraggono matrimonio entro lo stesso gruppo sociale). (Vocabolario Lo Zingarelli, 1994).

[25] Ardesi, 2004, 22; Mancinelli, 1998, 24; Ramondino, 1997, 46.

[26] Mancinelli, 1998, 14.

[27] Ardesi, 2004, 21; Mancinelli, 1998, 14.

[28] Per tutto il paragrafo si veda: Ardesi, 2004, 23-24.

[29] Il Sahara è formato da due regioni: la Saguia el Hamra a nord (letteralmente “fiume rosso”), più piccola e popolosa, e il Rio de Oro a sud, più grande ma scarsamente popolata. (Mancinelli, 1998, 9; Tortajada, 2004, 43-44).

[30] Ardesi, 2004, 26.

[31] Ardesi, 2004, 27.

[32] Ardesi, 2004, 28.

[33] Ardesi, 2004, 28; Mancinelli, 1998, 17; Ramondino, 1997, 16-17.

[34] Ardesi, 2004, 29.

[35] Ardesi, 2004, 29; Mancinelli, 1998, 17.

[36] I mehari erano pattuglie mobili cammellate che controllavano i confini per conto dei francesi.

[37] Mancinelli, 1998, 17.

[38] Smara, che significa “giunco”, era una città importante nella regione e possedeva una grande biblioteca, che venne distrutta dai mehari nel 1913, insieme alla città. (Ardesi, 2004, 34; Mancinelli, 1998, 18; Ramondino, 1997, 15).

[39] Ardesi, 2004, 34; Mancinelli, 1998, 18; Ramondino, 1997, 15.

[40] Bou Craa è una grande miniera a cielo aperto situata nella regione nord del Sahara, la Seguia el Hamra. La scoperta dei fosfati risale agli anni Quaranta, ma è solo alla fine degli anni Sessanta che iniziò lo sfruttamento. Grazie a questa miniera il Sahara Occidentale è il quarto esportatore del mondo di fosfati (preceduto da Marocco, Usa, Urss). (Calchi Novati, 2002, 109-110; Mancinelli, 1997, 27).

[41] Holding: società finanziaria che detiene la maggioranza azionaria di un gruppo di imprese, controllandone l’attività. (Vocabolario Lo Zingarelli, 1994).

[42] Ardesi, 2004, 35; Mancinelli, 1998, 30; Ramondino, 1997, 15.

[43] Ardesi, 2004, 36; Mancinelli, 1998, 29; Ramondino, 1997, 16.

[44] La Spagna entrò nell’Onu nel 1955, mentre ancora possedeva la colonia del Sahara.

[45] Mancinelli, 1998, 19.

[46] La djemaa era composta da settanta capi tribù e frazioni di tribù e somigliava a livello istituzionale ad un parlamento. (Ardesi, 2004, 35; Mancinelli, 1998, 20).

[47] Ardesi, 2004, 36; Mancinelli, 1998, 29.

[48] Mancinelli, 1998, 23.

[49] Dvd saharawi, 2006; Mancinelli, 1998, 32.

[50] Ardesi, 2004, 39-40; Bendoni, 2000; Mancinelli, 1998, 30-31; Ramondino, 1997, 16.

[51] Mohamed Bassiri nacque a Tan Tan, nell’allora Marocco meridionale spagnolo, studiò in Egitto e in Siria e si laureò in giornalismo. Nel 1966 tornò in Marocco e fondò il giornale Al Chiaab (“La Fiaccola”) a difesa dell’identità saharawi.

[52] Ardesi, 2004, 40-41; Bendoni, 2000; Mancinelli, 1998, 30-31; Ramondino, 1997, 16; Volpe, 1998, 11.

[53] Nato nel 1948, El Ouali Mustafa Sayed, affettuosamente chiamato Lulei, trascorse l’infanzia da nomade per poi trasferirsi con la famiglia a Tan Tan. Studiò al liceo di Rabat e poi legge all’università. Aggregò un nucleo di nazionalisti con l’obiettivo della liberazione del Sahara occidentale e dopo aver cercato invano un dialogo con i partiti di opposizione marocchini si unì al gruppo dei superstiti dell’Mls dando vita al Fronte Polisario.

[54] Ardesi, 2004, 41.

[55] Ardesi, 2004, 41; Mancinelli, 1998, 31.

[56] Ardesi, 2004, 41; Mancinelli, 1998, 31-32.

[57] Ardesi, 2004, 41.

[58] Mancinelli, 1998, 32.

[59] Rubbi, 2004/5.

[60] Mancinelli, 1998, 71.

[61] Mancinelli, 1998, 35.

[62] Ardesi, 2004, 42; Mancinelli, 1998, 32-33.

[63] Ardesi, 2004, 42; Mancinelli, 1998, 35.

[64] Moulud.

[65] Ardesi, 2004, 39; Mancinelli, 1998, 29-33.

[66] Ardesi, 2004, 42-45; Mancinelli, 1998, 36-37; Ramondino, 1997, 17.

[67] Ardesi, 2004, 45; Bendoni, 2000; Mancinelli, 1997, 34/36-41; Ramondino, 1997, 17; Volpe, 1998, 9-10.

[68] L’esercito marocchino sferrò un primo colpo di stato nel ‘71 a Sjirat e nel ‘72 si adoperò per un attentato all’aereo del re, fallito. (Lamore, 2004, 99-100; Moulud).

[69] Ramondino, 1997, 100.

[70] Il Marocco non riconobbe lo stato mauritano dal 1960 al 1969, oltre ad ostacolare il suo ingresso nelle Nazioni Unite. (Mancinelli, 1998, 48; Moulud).

[71] Lamore, 2004, 61.

[72] Ardesi, 2004, 46; Lamore, 2004, 60.

[73] Analogia con la “Baia dei porci” di Cuba.

[74] Ardesi, 2004, 46.

[75] Ardesi, 2004, 46; Mancinelli, 1998, 45-46.

[76] Ardesi, 2004, 46; Bendoni, 2000; Mancinelli, 1998, 70; Ramondino, 1997, 17.

[77] Mancinelli, 1998, 70-74.

[78] Ardesi, 2004, 47; Mancinelli, 1998, 44.

[79] Ardesi, 2004, 47.

[80] Tortajada, 2004, 98.

[81] Lamore, 2004, 53-54; Moulud; Ramondino, 1997, 90.

[82] Lamore, 2004, 53; Mancinelli, 1998, 42; Moulud; Trimestrale di solidarietà con il popolo saharawi, 2002, 14.

[83] Mancinelli, 1998, 44.

[84] Ardesi, 2004, 48; Mancinelli, 1998, 47; Ramondino, 1997, 17.

[85] Ramondino, 1997, 13.

[86] Ramondino, 1997, 67.

[87] Ardesi, 2004, 48-51; Mancinelli, 1998, 50; Ramondino, 1997, 17.

[88] Ardesi, 2004, 48; Mancinelli, 47; Ramondino, 1997, 17.

[89] I saharawi, in base ad alcuni documenti in loro possesso, ritengono che Israele abbia collaborato alla costruzione del muro in cambio dell’appoggio marocchino nella questione Israele-Palestina (vedi per esempio il favoreggiamento a Camp David). (Ramondino, 1997, 67).

[90] Ardesi, 2004, 51; Lamore, 2004, 65; Mancinelli, 1998, 51/53; Ramondino, 1997, 18.

[91] Alemanno, S.- Chiostrini, R., 2006.

[92] Ardesi, 2004, 51.

[93] Moulud.

[94] Ardesi, 2004, 52; Mancinelli, 1998, 71-72; Ramondino, 1997, 18.

[95] Ardesi, 2004, 53.

[96] Ardesi, 2004, 53-54; Mancinelli, 1998, 90; Moulud; Ramondino, 1997, 18.

[97] Ardesi, 2004, 54.

[98] Ardesi, 2004, 54-57; Mancinelli, 1998, 91-92; Volpe, 1998, 11-12.

[99] Mancinelli, 1998, 94.

[100] Ardesi, 2004, 57; Mancinelli, 1998, 93-94.

[101] Ardesi, 60-63; Mancinelli, 1998, 55; Ramondino, 1997, 20.

[102] Mancinelli, 1998, 54/69.

[103] Ardesi, 2004, 64; Lamore, 2004, 115; Ramondino, 1997, 84-85.

[104] Ardesi, 2004, 64; Mancinelli, 1998, 67; Ramondino, 1997, 85.

[105] Moulud.

[106] Ardesi, 2004, 57; Moulud; Associazione di Solidarietà Internazionalista con Cuba: http://www.ecn.org/asicuba/popoli/sahara_2.htm, agg. 2007; Rivista online Popoli, Maggio 1997, articolo di Sergio Trippodo: http://ospiti.peacelink.it/popoli/maggio/m5.htm, agg. 2007; Quotidiano El Mundo, 27 Maggio 1996: http://www.elmundo.es/papel/hemeroteca/1996/05/27/mundo/113544.html, agg. 2007.

[107] Ardesi, 2004, 57.

[108] Lanfredi, 2003/4; Moulud; Rubbi, 2004/5.

[109] Ardesi, 2004, 57-58.

[110] Ardesi, 2004, 59.

[111] Moulud.

[112] Moulud.

[113] Ramondino, 1997, 82.

[114] Ardesi, 2004, 107.

[115] Dal discorso del Governatore di Smara alla conferenza con le associazioni dell’Emilia Romagna. (Protezione Civile di Bologna, 21/11/06).

[116] Moulud; Tortajada, 2004, 6.

[117] Dvd saharawi, 2006.

[118] Ardesi, 2004, 107; Dvd saharawi, 2006.

[119] Per esempio gli Stati Uniti, che in un anno hanno incassato 266 milioni di dollari in vendita d’armi al Marocco. (Lamore, 2004, 54).

[120] Ardesi, 2004, 73; Mancinelli, 1998, 73; Ramondino, 1997, 100.

[121] Dossier Per il popolo saharawi, 2006.

[122] Ardesi, 2004, 74.

[123] Ardesi, 2004, 74/77.

[124] Lamore, 2004, 5.

[125] Lamore, 2004, 102.

[126] Lamore, 2004, 69.

[127] Mancinelli, 1998, 87/89.

[128] Dal discorso del Governatore di Smara alla conferenza con le associazioni dell’Emilia Romagna. (Protezione Civile di Bologna, 21/11/06).

[129] Dall’intervista a L. B.. (Bologna, 6/12/06). Riferimenti più precisi sul sito dell'associazione "El Ouali per la libertà del Sahara occidentale": www.saharawi.org/documenti/bertinotti4.htm, agg. 2007.

[130] Vedi nota n. 2.

[131] Ardesi, 2004, 72-73; Lamore, 2004, 20.

[132] Lamore, 2004, 19; Ramondino, 1997, 60; Tortajada, 2004, 33-34-121.

[133] Lamore, 2004, 19.