Indice

2. I CAMPI AUTOGESTITI E IL SOGNO COLTIVATO

2.1 Lo Stato in esilio
2.1.1 La RASD
2.1.2 Il Fronte Polisario
2.1.3 Dalla società tribale alla Nazione

2.2 I campi profughi autogestiti: peculiarità dei campi saharawi
2.2.1 La donna saharawi, perno della società in esilio

2.3 Origini e struttura dei campi vicino Tindouf
2.3.1 Memoria e costruzione identitaria

 

2.1 Lo Stato in esilio: la RASD e il Fronte Polisario

2.1.1 La RASD

Un aspetto positivo dell’organizzazione politica saharawi è la collegialità che affonda le sue radici nel nomadismo e nella divisione in tribù (qaba’el), che dovrebbe rappresentare un antidoto rispetto alle degenerazioni autoritarie e personalistiche di molti Stati di nuova indipendenza. (Felice Besostri)[1].

Per secoli i saharawi hanno abitato il territorio del Sahara senza identificarsi in uno stato sul modello degli stati-nazione con gli elementi di popolo, territorio e sovranità. La loro cultura infatti prevedeva un tipo d’organizzazione su base tribale e di tipo democratico acefalo. La nascita dello Stato saharawi (RASD) diventò necessaria proprio a partire dall’esilio, quando vennero minacciate l’identità e l’appartenenza del popolo al territorio.

Il Polisario proclamò la Repubblica Saharawi a Bir Lehlu il 27 Febbraio 1976 per porsi come interlocutore sul piano internazionale. Fin dalla sua fondazione aderì ai principi sanciti dall’Onu (diritto all’autodeterminazione dei popoli) e dall’Oua (diritto dei popoli colonizzati di vedersi riconosciuto uno Stato libero nei confini fissati dalla potenza coloniale)[2].

La Costituzione provvisoria, dei primi anni, definiva la nuova Repubblica araba, islamica, democratica e socialista. La Costituzione definitiva approvata nel 1991 e in vigore tutt’oggi prevede e garantisce come diritti fondamentali: il multipartitismo, la libertà di espressione e di associazione, l’emancipazione della donna, l’uguaglianza davanti alla legge, l’economia di mercato e la libertà di iniziativa individuale, il rispetto della proprietà privata, la libertà di confessione e la tutela delle minoranze religiose, infine la libertà di ogni persona di trasferirsi sul territorio nazionale (anche i marocchini!)[3].

Secondo quanto stabilito nella Costituzione[4] nella forma statale odierna al centro del potere dello Stato c’è il Presidente della Repubblica, che è al tempo stesso segretario generale del Fronte Polisario. Le maggiori cariche che si concentrano in quest’uomo (dal 1976 Mohammed Abdelaziz) sono tre: capo di Stato, capo del governo e capo delle forze armate. Il Presidente della Repubblica coordina la politica generale, decide la politica estera, garantisce il rispetto della Costituzione e della legge e firma le leggi dopo che sono state approvate dal Consiglio nazionale (Parlamento). Inoltre, secondo quanto contenuto nell’articolo 57 e 58 della Costituzione, il capo di Stato ha il potere di alleggerire le pene e concedere la grazia; nominare i Walis (governatori), gli alti funzionari della giustizia e gli alti responsabili della sicurezza. Per tutti i poteri che si concentrano nel capo di Stato la Repubblica saharawi è detta presidenziale.

Il potere legislativo, esecutivo e giudiziario sono divisi.

Il governo come già detto è presieduto dal capo di Stato, ha un primo ministro e molti ministri che sono individualmente responsabili dei loro ministeri (art. 66). È responsabile dell’esecuzione dei programmi, della legge e dei regolamenti in tutti i distretti (art. 64). Il primo ministro ha il compito di supervisionare l’attività del governo, stabilirne il programma annuale e presentarlo con la legge finanziaria al Consiglio nazionale in vista della loro approvazione (art. 65).

L’organo istituzionale del potere legislativo è il Consiglio nazionale, composto da 51 membri (art. 74) che sono eletti a suffragio diretto e segreto e rappresentano il popolo (art. 77 e 86). Le funzioni principali di quest’organo sono: legiferare (art. 104) e vigilare sul governo (l’art. 96 stabilisce che il Consiglio nazionale può votare una mozione di censura contro il governo o un singolo ministro). Suo compito è anche approvare il programma annuale di governo e la legge finanziaria.

Il terzo ed ultimo potere statale è quello giudiziario, che prevede tribunali di prima istanza, Corti di appello e la Corte Suprema, oltre ad un Tribunale militare (art. 114). La Corte Suprema è l’istanza superiore di giustizia, il suo Presidente è un giudice designato dal capo di Stato su proposta del ministro della giustizia (art. 116). A vigilare sull’operato dei giudici c’è poi un Consiglio Superiore di giustizia, istanza suprema dell’apparato giudiziario composta da: Presidente della Corte Suprema, due giudici nominati dal capo di Stato, due giudici designati dal Consiglio nazionale (Parlamento) e tre giudici eletti dall’assemblea generale dei giudici. Questi membri restano in carica quattro anni (art. 120 e 121). I tre poteri descritti (esecutivo, legislativo e giudiziario) sono al vertice di una piramide alla cui base stanno i Comitati popolari di base. Questi sono presenti a livello di daira (provincia, pl. dairas) e gestiscono i settori fondamentali nella dimensione locale: sanità, educazione, giustizia, approvvigionamento alimentare e artigianato. La democraticità del sistema statale saharawi è in mano alla rappresentatività. A livello di daira vengono eletti membri che presiederanno a istituzioni a livello di wilaya (regione), che a loro volta eletti presiederanno a istituzioni a livello statale.

Oltre a questi organi statali la RASD ha creato un’agenzia di stampa ufficiale per comunicare con l’esterno (la Sahara Press Service), una radio nazionale che trasmette in ogni wilaya e nei territori occupati, un giornale prodotto da saharawi interamente nei campi (Sahara Libre), una moneta virtuale[5], la festa nazionale (27 Febbraio) e la bandiera nazionale[6], che contiene quattro colori: il nero a simboleggiare la sofferenza del colonialismo, il bianco la lealtà, il verde la speranza nel futuro ed il rosso la lotta per la libertà, quasi in centro sta poi un simbolo a richiamo dei cinque arkan[7] dell’Islam. Si dice che una volta tornati nel Sahara la fascia nera che ora è nella parte superiore prenderà il posto di quella verde che si trova nella parte inferiore a simbolo della speranza nel futuro[8]. La RASD oggi ha sede a Rabouni, è lì che sono le principali istituzioni politiche, amministrative, militari, sanitarie, di prima accoglienza, ed i magazzini per gli aiuti umanitari[9].
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2.1.2 Il Fronte Polisario

Il Polisario è una sorta di partito unico al quale non c’è bisogno di iscriversi, tutti i saharawi infatti ne fanno automaticamente parte. Gode del consenso del popolo perché la sua politica è finalizzata al ritorno nel Sahara, che in questo momento, e da più di trent’anni, è desiderio unanime di tutta la popolazione. La Costituzione stabilisce che al momento del ritorno nel Sahara occidentale il Fronte Polisario verrà sciolto per lasciare spazio alla formazione di nuovi partiti politici[10].

Il Fronte è articolato come ogni partito unico in organizzazioni di massa: l’Unms che riunisce le donne, l’Ujsario che riunisce i giovani, l’Ugtsario che riunisce i lavoratori e la Mezzaluna rossa che si occupa di coordinare gli aiuti che arrivano dall’esterno[11].

La popolazione è rappresentata nei Congressi popolari a livello di daira e di wilaya. Questa rappresentatività culmina nel Congresso nazionale, organo del Fronte che si riunisce ogni tre anni. Tali strutture ricoprono un ruolo molto importante perchè assicurano la partecipazione politica dei cittadini[12].
I principali problemi con cui si è dovuto confrontare in questi anni sono: la sua struttura organizzativa e l’orientamento politico[13]. Per quanto riguarda il primo punto c’è da dire che il Polisario al pari della RASD ha una struttura piramidale che teoricamente muove dal basso all’alto. Il rischio con questo tipo di organizzazione è che si formino delle oligarchie all’interno del partito, come è successo nel 1988, quando una denuncia di abusi di potere fu messa a tacere con la violenza e si arrivò ad una discussione aperta. La crisi venne superata ma il rischio che si ripetano gli eventi è reale. Per quanto riguarda il secondo punto il Polisario ha la responsabilità di gestire le relazioni diplomatiche e delineare la linea politica dello Stato per quanto riguarda la modalità di lotta per l’indipendenza del Sahara occidentale: lotta armata o via diplomatica? Dal cessate il fuoco del 1991 il Polisario percorre la via diplomatica con tenacia, nella speranza che sia la linea giusta e che non nascano spaccature in seno al partito.
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2.1.3 Dalla società tribale alla Nazione

Il popolo saharawi fino alla colonizzazione spagnola si era sempre riconosciuto nell’appartenenza tribale che dettava intricate reti di alleanze fra gruppi su base agnatica. È a partire dalla colonizzazione spagnola, con la sedentarizzazione e nuove misure di identificazione (come la carta d’identità o i permessi di transumanza), che i saharawi hanno cominciato ad autopercepirsi nei termini di “gruppo etnico”:

Furono, infatti, le potenze coloniali a dichiarare che ogni persona possedeva un’“identità etnica”, e come tale, faceva parte di un determinato gruppo. Emblematico, a questo proposito, risulta il censimento, effettuato dall’amministrazione spagnola, su base “tribale”, che comportò la creazione di etichette assenti nel sistema concettuale saharawi. (Ilaria Rubbi)[14].

La nuova categoria concettuale di “gruppo etnico” non agì da fattore disgregante della società perché le varie tribù erano caratterizzate da una sostanziale omogeneità culturale a livello di lingua, religione e origine[15]. L’abbandono graduale della vita nomade e la progressiva sedentarizzazione agirono da stimoli verso una ridefinizione dell’identità saharawi fino all’abbandono del concetto di “tribù” per quello di “nazione”.

La prima spinta in questo processo la diedero le lotte di indipendenza del Maghreb iniziate negli anni Cinquanta. Combattendo a fianco del movimento nazionalista marocchino i saharawi incorporarono sempre più i concetti di “popolo”, “nazionalismo” e “indipendenza”. Questo processo di cambiamento fu vivamente incoraggiato prima dal Mls, poi dal Polisario, che lungi dal voler rafforzare i sentimenti tribali si impegnava a compattare il popolo verso lo scopo dell’indipendenza. Su questa linea abolì il termine qabila (tribù) a favore del termine asaba wahda[16] (popolo), che designava un unico gruppo parentale. Se con la percezione d’essere un unico gruppo di sangue i saharawi si avvicinarono al concetto di stato-nazione europeo è solo con l’introduzione del concetto di “patria” (watan) come “territorio del popolo” che si compì definitivamente la trasformazione. I saharawi ormai erano pronti per diventare uno stato a tutti gli effetti.

La “marcia verde” completò l’opera dando loro la coesione tipica di chi lotta contro qualcosa di “altro” per la sua conservazione. Ormai l’identità saharawi era riformulata sull’appartenenza ad un popolo con una lingua (l’hassaniya), una religione (l’Islam) ed un territorio (il Sahara occidentale).

L’unica battuta d’arresto nel processo di ridefinizione identitaria saharawi fu il censimento su base tribale che fece la MINURSO (Missione Internazionale delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale) negli anni Novanta ai fini del referendum. I saharawi ormai compatti in direzione dell’indipendenza non rispolverarono volutamente il passato con la volontà di vedere realizzare il sogno del Sahara libero.

A proposito di quello che il cambiamento ha comportato torna attuale una frase scritta nel 1882 da Ernest Renan, che dice: “L’essenza di una nazione è che tutti gli individui abbiano molte cose in comune e anche che tutti abbiano dimenticato un bel po’ di cose”[17]. Effettivamente oggi può capitare di sentire saharawi che negano l’esistenza delle tribù dicendo che è solo un’invenzione spagnola[18], anche se il popolo conserva diverse gradazioni nel colore della pelle, gli anziani ancora portano il ricordo della società tribale e magari si ricordano d’essere stati un tempo “signori del vento” e “figli delle nuvole”[19].

Nonostante le nuove generazioni non si percepiscano più in base all’appartenenza tribale sono rimasti molti simboli di continuità con il passato, per esempio: i saharawi di oggi come quelli di allora continuano a vivere nelle tende (khaima) nei campi profughi; usano il cammello; pregano in modo intimistico disponendo delle pietre in direzione della Mecca; sanno orientarsi nel deserto; fanno il the tradizionale; hanno una loro cucina tipica, ecc…
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2.2 I campi profughi autogestiti: peculiarità dei campi saharawi

È ormai abbastanza quotata nella letteratura sui campi profughi e sui suoi “ospiti” la tesi che sostiene che queste strutture siano poli d’interessi molteplici che coinvolgono gli stati ospitanti, le agenzie d’aiuto umanitario ed in generale i mercati economici mondiali[20]. Secondo questa tesi il mercato trarrebbe vantaggio dall’esistenza dei campi profughi perché per la pressione dei media, che propagano una figura del rifugiato stereotipata ed improntata all’impotenza, il “mondo Occidentale” si mobiliterebbe per fare la parte del “magnanimo salvatore degli ultimi”. Gli stati ospitanti gioverebbero dei fondi destinati dalla Comunità internazionale per la gestione dei campi. Le agenzie dell’aiuto troverebbero lavoro e potrebbero mettere in atto nuove “dominazioni”. Oggi quasi tutti i campi profughi sono gestiti dalle organizzazioni d’aiuto umanitario che provvedono oltre che a fornire i beni di cui hanno bisogno i rifugiati anche a gestirne la distribuzione. Nella maggior parte dei campi non c’è possibilità di trovare lavoro, non c’è possibilità di uscire, non si hanno diritti chiari che possano venir tutelati. I rifugiati perdono così in un colpo la loro vita precedente e ogni possibilità di gestirsi e sentirsi così ancora minimamente in possesso di loro stessi. L’azione degli operatori umanitari rischia così di portare verso la spersonalizzazione dei rifugiati, ridotti a clienti passivi della carità mondiale. Fred Cuny, uno dei pionieri nello sviluppo di un approccio olistico all’organizzazione dei campi profughi, in Refugees camps and Camp lanning: The State of The Art (1977), “Propone un sistema d’organizzazione e gestione basato sulla completa partecipazione dei rifugiati stessi, critica strenuamente le agenzie ed i governi sull’implementazione di un modello di management autocentrato e identifica la possibilità che tale modello di gestione del territorio possa destabilizzare ed esautorare i rifugiati stessi dal controllo e dai legami con la propria comunità”[21]. Per capire le “dinamiche dell’aiuto” è interessante la tesi che Mariella Pandolfi propugna nel saggio Contract of Mutual (in)Difference: Governance and the Humanitarian Apparatus in Contemporary Albania and Kosovo[22], secondo cui gli interventi militari ed umanitari agirebbero insieme creando nuove forme di dominazione. Della sua idea è anche Michel Agier che nel saggio Ordine e disordini dell’umanitario. Dalla vittima al soggetto politico[23] parla di forze militari e agenzie dell’aiuto umanitario come fossero la mano destra e sinistra di uno stesso soggetto, in un gioco delle parti in cui “una mano colpisce e l’altra soccorre”, dove entrambe ci guadagnano. In tutto ciò i rifugiati solitamente hanno una ben misera parte: è stato dimostrato che per tanti rifugiati influisce negativamente più la permanenza nel campo profughi che l’esperienza della fuga e della perdita[24].

Dopo aver delineato brevemente il panorama mondiale dei campi profughi si può capire perché quelli saharawi costituiscono un’eccezione: prima di tutto sono autogestiti, in secondo luogo questa autogestione è in mano alle donne. Il motivo di questa autogestione è che i saharawi profughi in Algeria non sono la minoranza di uno stato-nazione, sono un intero Stato. Il Polisario si pone come interlocutore nei confronti degli organismi internazionali di aiuto umanitario, tutto quello che arriva ai campi viene distribuito da lui, a livello più capillare dai Comitati popolari di base[25] ed in definitiva dalle donne. Nel momento in cui il Sahara venisse liberato i campi chiuderebbero nel più breve tempo e nessuno potrebbe opporvisi. È per questo che i saharawi continuano a investire nel loro futuro e a migliorare le loro condizioni con alacrità. Camillo Boano scrive che “La vita di un rifugiato può essere definita da un altissimo grado di isolamento, non solo fisico, ma anche socio-economico e culturale”[26]. I saharawi lottano da trent’anni per non essere isolati, per istruirsi, lavorare, crescere anche nell’esilio come popolo e come individui. È così che danno un senso alla permanenza nei termini di costruzione di un futuro.
Un discorso a parte merita il posto di primo piano occupato dalle donne all’interno dei campi profughi saharawi.
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2.2.1 La donna saharawi, perno della società in esilio

La donna saharawi non ha mai dovuto lottare per i suoi diritti perché li ha sempre avuti. Ora le nuove generazioni studiano. L’obiettivo comune, però, è l’indipendenza. La donna saharawi ha la responsabilità della khaima, di accudire il marito e i figli, ma prima di tutto c’è la rivoluzione. (Prima donna entrata nel Polisario)[27].

La donna fin dai tempi precoloniali ha sempre avuto un ruolo partecipe nella società, diversamente dalle donne di altri stati mussulmani. La vita nomade richiedeva il lavoro di tutti i membri del gruppo senza distinzioni di genere. La donna si occupava di mungere le capre, macinare, fare il burro, filare, tessere, nonché di educare i figli, aver cura degli anziani, controllare gli animali al pascolo, praticare la medicina tradizionale[28] e fare piccoli lavori di artigianato nei quali poteva esprimere la sua creatività[29]. Il suo ruolo, pur prevedendo che stesse più in casa dell’uomo, non le impediva di accedere alla sfera pubblica. La poligamia era ammessa ma poco praticata a causa della penuria di risorse che rendeva difficile all’uomo mantenere più nuclei familiari. Anche il divorzio era ammesso e poteva essere richiesto sia dall’uomo che dalla donna nel caso in cui nel contratto di matrimonio fosse stata inserita come clausola[30]. I matrimoni erano fatti in giovane età e tutti combinati dalle famiglie, infatti erano occasione di nuove alleanze interne alla tribù e non riguardavano strettamente l’individuo[31]. La donna era tenuta a rimanere vergine fino al matrimonio, alla sua verginità era legato l’onore del padre, del fratello e del marito. La sessualità femminile era considerata come funzionale alla procreazione e l’argomento del piacere delle donne era tabù[32]. La sua importanza era dettata sia dallo svolgimento delle mansioni della vita materiale che dal ruolo di trasmettitrice di valori che ricopriva, infatti era a lei che competeva l’educazione dei figli e quindi la trasmissione dei valori comunitari, in primis la solidarietà, il rispetto e l’altruismo[33].

Un mutamento in senso peggiorativo nel ruolo della donna lo portò la sedentarizzazione promossa dagli spagnoli che la confinò in casa privandola del suo ruolo attivo in società. Anche il progetto di alfabetizzazione a cura dei colonizzatori non prevedeva la sua partecipazione[34]. Nonostante questo declassamento poteva ancora girare a volto scoperto, era molto considerata dall’uomo nella vita domestica e coniugale, poteva chiedere la separazione e risposarsi dopo tre mesi dal divorzio e poteva parlare senza limitazioni con chi voleva[35].

Dalla nascita del Polisario le donne saharawi hanno ripreso gradualmente a partecipare alla vita politica della comunità e nel 1974 hanno fondato l’Unms (Unione nazionale delle donne saharawi)[36]. Con l’esodo e la creazione dei campi profughi il cambiamento di ruolo della donna ha subito un’inversione e un’accelerazione in direzione dell’emancipazione. La necessità ha infatti portato la donna a diventare capo-famiglia e a prendere in mano la gestione degli accampamenti con l’appoggio del Polisario. In assenza dell’uomo, che si trovava al fronte, la donna ha dato vita a una comunità nell’esilio, si è preoccupata di assicurare a tutto il popolo il soddisfacimento dei bisogni fondamentali, ha occupato ruoli nell’amministrazione, nella politica[37], nel campo della salute e dell’istruzione. La necessità ha fatto cadere molti tabù. Oggi la donna saharawi è istruita, parla in pubblico, stringe mani, accoglie nella sua tenda stranieri, è in politica, viaggia da sola e sempre più spesso sposa chi vuole; ha consapevolezza dei suoi diritti, delle sue capacità e della sua importanza[38].

Quello che non è cambiato pur nei vari mutamenti succedutisi nei secoli è l’idea della donna come madre: il matrimonio e la maternità nella società saharawi sono considerati passaggi naturali che segnano un cambiamento di status a livello sociale e sono tappa dell’autorealizzazione personale[39]. Finché è nubile la donna rimane sotto l’ala della famiglia, è solo con il matrimonio che raggiunge la “maggioretà sociale” e con essa la capacità di decidere per sè stessa[40]. Oggi i matrimoni sono fatti in età sempre più avanzata e prevalentemente per scelta degli sposi; i festeggiamenti sono stati ridimensionati per la scarsità delle risorse[41], ma le nascite sono sempre alte, un po’ per tradizione un po’ anche in risposta alla politica natalista del Polisario diretta ad aumentare la popolazione[42]. Un detto (mazal) saharawi recita: “Colui che non ha figlie, nessuno saprà quando è morto”[43]. Da sempre infatti la famiglia ha avuto un ruolo centrale nella società saharawi. Subito dopo l’esodo il Polisario si impegnò a promuovere una politica delle nascite per scongiurare l’“estinzione” del popolo sotto l’offensiva marocchina e in condizioni di vita particolarmente dure. Da qualche tempo, soprattutto fra i giovani che hanno viaggiato, si comincia a discutere l’uso degli anticoncezionali[44], ma sono tanti quelli che ancora rifiutano di manipolare la naturale crescita familiare, sia per motivi religiosi[45] sia per i motivi politici di aumento della popolazione suddetti.

È importante notare che la donna in questo cambiamento ha acquisito nuove mansioni ma non ha perso le vecchie! Ciò significa che oltre a partecipare all’organizzazione collettiva dei campi deve quotidianamente portare avanti la gestione della sua famiglia essendone diventata il “capo”. Le mansioni che la impegnano regolarmente sono: la preparazione del pranzo e della cena con conseguente lavaggio delle stoviglie, la pulizia della khaima, il bucato, l’accudimento degli animali di proprietà della famiglia e le pulizie del campo settimanali[46]. È proprio a questo sovrapponimento di compiti che le donne imputano la loro assenza ai livelli politici più alti, perché a sentire loro richiederebbe un impegno di tempo eccessivo. Le donne infatti sono presenti in tutti i Comitati popolari di base, nelle scuole, negli ospedali, nell’esercito (fino a un po’ di tempo fa), ma non ce ne sono a capo dei dicasteri, a fare il wali o le direttrici o vicedirettrici dei centri di sicurezza[47].

Anche se l’emancipazione della donna è stata portata da eventi esterni, i giovani, e le donne in particolar modo, sono convinti che non sia possibile una battuta d’arresto, né tantomeno una regressione.

B.: io penso di no, perché? La nostra donna… siamo anche noi una società mussulmana proprio, però la nostra donna da tempo molto antico, moolto antico, la donna è stata sempre presente nella società.

M.: è vero, il ruolo della donna è diverso rispetto agli altri paesi. E poi comunque in questo periodo dell’esilio ha dato talmente prova della sua forza e anche della sua importanza che è difficile sovvertire il suo ruolo in un futuro. È impossibile, perché se era importante prima e poi ha dato prova della sua importanza anche durante questo periodo sicuramente avrà un ruolo importante, anche, insomma, nella guida della famiglia, ma anche fuori nel lavoro, perché comunque lì le donne lavorano, insegnano nelle scuole, è proprio una figura diversa rispetto agli altri Paesi arabi.

B.: possiamo partecipare alle elezioni, al Parlamento, la maggior parte sono donne.

M.: ecco, non è sottomessa al marito proprio per nulla. (B. L. e M. L.)[48].

Emblematica, a proposito della coesistenza fra vecchi sistemi di valori tradizionali e nuovi orientamenti, è la disposizione vigente ai campi che prevede l’incarcerazione delle donne che rimangono incinte senza essere sposate[49]. L’avere figli fuori dal matrimonio è considerato un reato contro la religione, e nella maggior parte dei casi sono le famiglie stesse, sentitesi disonorate, a denunciare alle autorità la figlia. L’incarcerazione va dai sei mesi, nel caso in cui la donna sia nubile, ad un anno, nel caso in cui sia separata. Alcune donne vedono questo periodo come una disposizione che in qualche modo protegge le interessate dalla loro famiglia. Se ne deduce che l’emancipazione femminile saharawi non segue un tracciato rettilineo. Nel laboratorio che sono i campi profughi passato e presente coesistono in un equilibrio sempre in trasformazione.
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2.3 Origini e struttura dei campi vicino Tindouf

Abbiamo preso qualche asino, acqua, cibo, e siamo andati via così. Di giorno ci dobbiamo fermare, dobbiamo legare gli asini che se no scappavano via lasciandoci senza acqua e senza cibo. Quando viene la notte prendiamo questi asini, mettiamo acqua, mettiamo cibo, poi partiamo. Quando siamo arrivati alla città di Tifariti abbiamo trovato tanta, tanta, tanta gente con i camion e con le macchine. Migliaia e migliaia di donne sono scappate via con bambini, tanti bambini sono morti. (B. L.)[50].

Il trasferimento della popolazione si concluse nella primavera del 1976. La prima città al di là del confine, Tindouf, non era in grado di accogliere i 200mila profughi in fuga, così venne scelta la località di Robinet (da “rubinetto”), che aveva un pozzo ed un serbatoio d’acqua[51].

Come prima misura il Polisario divise i rifugiati in tre gruppi, che poi diventarono quattro. I quattro gruppi sarebbero andati a fondare gli accampamenti, distanti fra loro per motivi di sicurezza: si temeva infatti nei primi tempi un’incursione aerea marocchina, e poi erano presenti seri rischi di epidemie. La zona che venne data dall’Algeria alla popolazione in fuga è l’hammada (deserto) algerino, tra Tindouf ed il confine con la Mauritania. Una delle maledizioni più temute dalle genti del deserto significativamente recita: “Che Dio ti mandi nella hammada!”[52] Questo luogo infatti è un deserto piatto e pietroso, freddo d’inverno e soffocante d’estate (le temperature arrivano ai 45°-50° in estate per scendere poi in inverno a –5°), spesso battuto dall’erih, un vento molto forte che riempie gli occhi e la bocca di sabbia[53]. È in questa terra inospitale che è iniziata la sorprendente costruzione dello Stato in esilio, rapidamente, con l’aiuto di tutti, mettendo insieme le conoscenze e dandosi un’organizzazione.

Ogni accampamento (wilaya) ricevette il nome di una città del Sahara occidentale per evidenziare il legame con la terra lasciata, o come dice Luciano Ardesi, per “iscrivere sul terreno attraverso i nomi la simbologia della patria che si è stati costretti ad abbandonare”[54]. Gli accampamenti si chiamarono quindi: Smara, Dakhla, El Ayoun e Ausèrd. Ogni accampamento (wilaya) fu diviso in sei-otto province (dairas), a loro volta suddivise in quartieri (barrios)[55]. In ogni daira furono istituiti Comitati popolari di base per i settori chiave: educazione, sanità, giustizia, approvvigionamento alimentare, artigianato[56]. I settori nei quali si concentrarono i primi e più consistenti sforzi furono quelli della sanità e dell’educazione[57]. Ogni daira aveva un dispensario con le medicine e ogni wilaya un ospedale con un laboratorio di analisi e un reparto di ostetricia-ginecologia. Le vaccinazioni erano obbligatorie e se c’erano casi gravi venivano mandati all’ospedale nazionale di Algeri[58].

Per quanto riguarda il settore dell’educazione scolastica in ogni daira vennero creati asili nido e scuole elementari a classi miste, cui in seguito si affiancarono scuole speciali per bambini disabili con personale saharawi specializzatosi all’estero[59]. Con il tempo poi vennero stipulate convenzioni con diversi stati per borse di studio ai saharawi per le superiori e l’università. Oggi sono tantissimi i giovani saharawi che prendono una laurea all’estero, soprattutto in Spagna, Italia, Algeria[60], Libia e a Cuba.

Oltre agli investimenti nei due settori suddetti sono state aperte scuole professionali. La scuola per donne “27 Febbraio” è una delle più importanti, fu istituita nel 1978 per alfabetizzare le donne e dar loro una formazione come istitutrici, infermiere, segretarie amministrative, e nel tempo informatiche, artigiane[61].

Dal punto di vista abitativo i profughi saharawi hanno ricreato una “dimensione casa” con le tende che sono state fornite dagli organismi internazionali ad ogni famiglia, anche se gli inizi sono stati drammatici:

Gente sempre al cimitero per i bambini morti. Perché freddo, senza medicine, una cosa incredibile, una cosa incredibile. Con il tempo abbiamo messo una tenda, abbiamo fatto il possibile per mettere nelle tende i bambini piccoli, le donne appena partorito e gli anziani. Il primo cibo che esiste è stato fatto per loro. [E gli altri che erano sani aspettavano, però comunque erano persone anche loro]. E poi freddo nel mese di Novembre e Dicembre, ma un freddo incredibile, una cosa… una cosa tremenda. (B. L.)[62].

Nei primi tempi gli accampamenti erano dei semplici buchi per terra dove proteggerci, ma già allora e in quelle condizioni, abbiamo organizzato delle scuole e una minima assistenza sanitaria. Da zero. Dal nulla. Ognuno contribuiva con quello che sapeva e insegnava agli altri. (Prima donna entrata nel Polisario)[63].

Oggi tutte le famiglie vivono in una propria tenda, fornita dagli aiuti internazionali e quando serve ricucita dalle donne. In ognuna sono contenuti tappeti, il necessario per preparare il the tradizionale, a volte un mobiletto per contenere i pochi oggetti personali, cuscini, coperte e materassi disposti sul perimetro della tenda utili per sedersi o dormire[64]. Accanto alle tende da un po’ di tempo sono comparsi piccoli edifici costruiti con mattoni di sabbia e acqua non cotti che fungono da cucina. Nello stesso modo vengono costruiti anche edifici pubblici[65]. Queste strutture essendo di materiale deperibile vengono però erose dal vento e dalle poche ma violente piogge. La resistenza dei saharawi verso costruzioni più solide e durature soprattutto inizialmente era di tipo psicologico-ideale: costruire in cemento andava contro l’idea del ritorno nel Sahara, si voleva evitare di mettere radici. Tuttavia da quando il processo di pace è entrato in stallo si costruisce di più, a volte, quando c’è, anche con il cemento[66]. Da un po’ di anni sono stati introdotti i pannelli solari come fonte di energia alternativa.

Nei campi non c’è acqua corrente: ad Ausèrd e Smara l'acqua viene trasportata con camion-cisterna ad ogni daira, dove poi la popolazione si rifornisce a seconda della composizione familiare. A Dakhla ed El Ayoun invece l'acqua è reperibile in pozzi a pompa manuali o con secchio e corda[67].

Ovviamente il sistema fognario non esiste e spesso i bagni sono semplici buchi nella sabbia[68]. Il cibo arriva totalmente dagli aiuti umanitari e viene poi distribuito ad ogni famiglia. I rifornimenti

hanno durata mensile[69]. Il pasto medio della famiglia saharawi consiste in: pane e olio o marmellata per colazione, zuppa di lenticchie o fagioli o pasta con verdure per pranzo, couss-couss per cena. Raramente si mangia carne di dromedario, mentre spessissimo durante il giorno si beve the o latte[70]. Per cercare di integrare l’alimentazione con cibi freschi sono stati fatti degli esperimenti di agricoltura nel deserto grazie al consulto di agronomi internazionali[71]. Oggi miracolosamente ogni accampamento ha un orto (in arabo jenna) coltivato a cipolle, carote, rape, zucche, cocomeri e pomodori. Questi esperimenti, come i saharawi non si stancano di puntualizzare, sono fatti in visione del ritorno nel Sahara e in modo assoluto non in vista di un radicamento nella zona[72].

Se il popolo saharawi riuscirà a tornare nei propri territori, tutto sarà necessariamente abbandonato perché sono ospiti in territorio algerino; e tutti gli esperimenti sociali, politici, culturali, fatti nei campi, così come gli esperimenti agricoli fatti nelle oasi, saranno utilizzati nella propria terra. (Ahmed, saharawi)[73].

Sempre con l’obiettivo di integrare l’alimentazione negli accampamenti si pratica l’allevamento, a livello familiare e a livello statale. Per quanto riguarda il primo tipo, quasi ogni famiglia alleva capre, pecore e a volte dromedari; per quanto riguarda il secondo tipo, il governo possiede polli (45mila) e numerose mandrie di dromedari (60mila capi) allevati secondo il sistema tradizionale nomade della transumanza[74].

Volendo collocare l’ordine politico dei saharawi in esilio si può dire che fino agli anni Ottanta c’è stato il comunismo[75], infatti tutti ricevevano un uguale trattamento indipendentemente dal ruolo che ricoprivano, l’attenzione era rivolta in primo luogo ai più deboli (bambini, anziani, donne gravide), non c’era circolazione di denaro, a tutti gli effetti era rispettata la formula comunista “Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”[76]. Con gli anni Ottanta è entrato in circolo il denaro[77], un po’ perché il governo spagnolo ha cominciato a pagare le pensioni ai saharawi che durante l’occupazione sono stati alle sue dipendenze lavorando nell’amministrazione o nell’esercito, un po’ perché all’interno di progetti di solidarietà internazionale i bambini saharawi hanno cominciato a fare viaggi estivi in Europa cui seguivano doni materiali e donazioni di denaro. Oggi si assiste alla comparsa di piccole differenze fra le famiglie, infatti ai campi arrivano a titolo familiare nuovi beni di consumo occidentali (televisioni, cellulari, pannelli solari, radio,…) ed in tutte le wilaya sono sorte botteghe che commerciano vestiti, pipe, qualche spezia, qualche giocattolo occidentale, detersivi, caramelle, carne di dromedario[78]. Per adesso però non c’è rischio che si formino consistenti disuguaglianze economiche, perché le risorse a disposizione sono ancora limitate[79]. È interessante a proposito dell’aspetto socialista del sistema sociale saharawi una favola che narra di tempi passati…

Si dice che in una certa occasione uno sheik andò in Mauritania con alcuni dei suoi uomini, invitato da un emiro che aveva garantito loro protezione e rifornimenti finché avessero percorso il Paese vicino. E così fu. Quando volevano prendere il tè o mangiare, l’emiro dava gli ordini ai suoi uomini e questi si mettevano immediatamente a cercare la legna, ad accendere il fuoco e a preparare il tè o il cibo, senza che i sahrawi dovessero fare alcunché. Alla fine del soggiorno in Mauritania, arrivati al confine, lo sheik, a sua volta, invitò l’emiro e i suoi uomini a viaggiare in sua compagnia. Ormai in territorio sahrawi, l’emiro volle prendere il tè, ma fin quando lo stesso sheik non si mise a raccogliere la legna, nessuno dei suoi uomini fu disposto a partecipare al lavoro. L’emiro si stupì, e lo sheik gli rispose: “Io sono solo uno fra i miei uomini e non posso ordinare loro niente, visto che siamo tutti uguali”. Ascoltando queste parole, l’emiro si scandalizzò e, temendo che i membri del suo seguito volessero emulare il comportamento dei sahrawi e si rifiutassero di ubbidirgli in futuro, concluse la sua visita e tornò nel suo Paese. (Favola saharawi)[80].    

All’interno dei campi fra i molti mutamenti i saharawi portano avanti alcune tradizioni in segno di continuità con il passato, come i riti d’accoglienza (l’offerta di the o di latte) e le formule di saluto[81]. Nei campi profughi come nel Sahara occidentale ogni occasione è buona per sedersi insieme sul tappeto e bere il the tradizionale. Questo rito richiede l’abilità di chi lo prepara e un po’ di tempo, infatti la tradizione vuole che vada preso per tre volte di fila, la prima volta amaro come la vita, la seconda dolce come l’amore, la terza soave come la morte. Alcuni sostengono che questa simbologia sia un’invenzione spagnola edulcorata di quella che era l’originaria motivazione dei tre the. Secondo questi i tre the derivano il loro uso e nome da tre “g”, in hassaniya le iniziali di tre parole che significavano: riunione, brace, calma. “I capi delle tribù nomadi, quando dovevano prendere decisioni, si riunivano in una tenda, attorno al the, per fare il quale era necessaria la brace, e dovevano discutere con calma e ponderazione”[82].

Il necessario per la preparazione del the consiste in: un fornello a gas, una teiera, un vassoio a tre gambe in metallo (rame, ottone o latta), quattro o cinque bicchierini in vetro o metallo, miscela di the cinese, acqua e zucchero. L’acqua viene messa a bollire nella teiera, quando raggiunge il bollore viene aggiunta la miscela di the e lasciata lì qualche minuto. Il primo the viene buttato perché troppo forte. La teiera viene riempita d’acqua una seconda volta e quando bolle vi si aggiunge lo zucchero e si versa da un bicchierino all’altro da un’altezza notevole in modo tale da fargli fare la schiuma. I saharawi dicono che questa operazione venga fatta per l’aerazione e la spuma, ma alcuni credono sia un retaggio dell’occupazione spagnola, quando i colonizzatori la chiedevano in modo che il the ricordasse loro la birra. Comunque, dopo aver versato il the da un bicchierino all’altro si assaggia per vedere se è abbastanza dolce, si prosegue poi con il travaso per creare la schiuma. Quando il the è zuccherato al punto giusto si versa nei bicchieri di tutti i presenti e si beve. Questo per tre volte di seguito, ed ogni volta mettendo un po’ più zucchero.

Il rito del the oltre ad essere una piacevole pratica di compagnia è molto radicato tra i saharawi come rito che li distingue rispetto agli altri popoli del nord Africa, come si può capire da quanto dice L. B.:

L.: […] lo facciamo in un modo particolare... per esempio queste tre fasi che nessuno lo fa, per esempio il passaggio tra i bicchieri per fare la schiuma nessuno lo fa, anche se vai nel Marocco o vai in Algeria fanno il the ma non è come il tipico saharawi, il the nostro. (L. B.)[83].

Un altro rito d’accoglienza è l’offerta di una ciotola di latte che una volta era di dromedario, oggi è in polvere o condensato.

Sempre in continuità con il passato nomade troviamo poi la formula di saluto. Fra i saharawi del passato il saluto era il “telegrafo del deserto”[84], doveva servire a scambiare informazioni sulla situazione dei pozzi, sulla condizione  delle piste, su eventuali pericoli, epidemie, sulla salute delle famiglie e sugli affari. Come si può ben intuire la formula di saluto saharawi andava e va oltre le due parole. Un esempio di come sono le formule di saluto ancora adesso nei campi è riportato in versione abbreviata nel libro di Fabrizia Ramondino Polisario, un’astronave dimenticata nel deserto:

Come stai?
Sto bene, grazie a Dio. E tu come stai?
Bene, grazie a Dio. Come stai in salute?
Bene, grazie a Dio. E come sta la tua famiglia?
Bene, grazie a Dio. E come sta la tua?
Bene, grazie a Dio[85].

I saharawi nei campi da un lato conservano le loro tradizioni per quanto gli è possibile, dall’altro sperimentano, crescono come popolo restando aperti a quello che arriva dall’esterno. Emblematico è l’uso dei pannelli solari. La mentalità saharawi è aperta ai mutamenti in un costante gioco di mediazione fra tradizione e modernità.
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2.3.1 Memoria e costruzione identitaria

È nella memoria che si radica l’esperienza ed è a partire dalla memoria che possiamo definire la nostra identità presente e immaginare il futuro. (Chiara Giaccardi)[86].

Se la memoria del passato è tenuta viva, allo stesso tempo la tradizione rimane disponibile a nuovi apporti, alle trasformazioni. Per questo quella saharawi è una società viva ed aperta, è un simbolo della modernità poiché, senza negare il passato, aspira ad una più alta condizione: l’indipendenza. (Luciano Ardesi)[87]

In una condizione di grandi mutamenti sociali come possono essere la trasformazione da società tribale a stato-nazione, o il trasferimento nei campi profughi, è responsabilità delle vecchie generazioni e del giovane Stato ricordare, trasmettere a chi è nato nei campi la memoria del popolo.

Oltre a portare avanti quelli che sono i caratteri identitari del popolo, la memoria, come dice Beneduce, “è anche pratica rituale, una ridefinizione del corpo sociale lacerato dalle violenze e una modalità, anche terapeutica, di affrontare il peso dei ricordi, di raccontarli o di dimenticarli collettivamente”[88]. È tramite la memoria che i saharawi rivivono il loro passato, elaborano i cambiamenti vissuti e traggono forza per lottare per la loro causa. Il Polisario, consapevole della sua responsabilità, ha creato date di festa nazionale (27 Febbraio, 8 Marzo, 10 Maggio, 20 Maggio, 9 Giugno, 17 Giugno e 12 Ottobre)[89], istituito luoghi della memoria (vedi il Museo della Guerra[90], il Museo Nazionale Saharawi[91], i siti archeologici,…) e tramandato la storia del suo popolo ai giovani nati nei campi, primariamente tramite la scuola. L’educazione scolastica infatti è il veicolo privilegiato di trasmissione della storia e della cultura del popolo sia nei campi che all’estero, dove ai ragazzi delle superiori vengono insegnate a livello extra-scolastico le materie di storia e cultura saharawi. Le lingue in cui si insegna sono lo spagnolo e l’hassaniya[92].

Ogni anno tutti i diplomati vengono portati nei territori liberati per far vedere loro il Sahara libero, dove stanno i militari saharawi e dove si è combattuto. Sempre nel Sahara libero sono stati creati dei siti archeologici che mostrano la pittura rupestre dell’antichità.

A Rabouni c’è il Museo della Guerra, all’aperto e cinto da un muro. Dentro sono custodite le armi prese ai marocchini durante azioni di guerriglia prima del cessate il fuoco del 1991 e casse piene di migliaia di foto trovate addosso ai soldati marocchini caduti in battaglia. “Per i saharawi non si tratta di un bottino ma di un enorme dolore rispettosamente conservato, con umiltà”[93]. Mohamed Sidi Aupa, direttore del museo, spiega la presenza delle foto nei termini di “testimonianza della guerra in corso” (che il Marocco per anni ha cercato di far passare per una messinscena del Polisario) e nei termini della comprensione dell’indifferenza dei soldati marocchini verso questo conflitto[94]. Oltre le considerazioni pratiche è come se quelle foto fossero lì ad aspettare i parenti dei defunti, forse per quando Marocco e Sahara occidentale avranno trovato la pace.

Oltre al Museo della Guerra più di recente è stato creato anche un Museo Nazionale Saharawi nell’accampamento dove si trova il centro di formazione per donne “27 Febbraio.” La struttura è costruita in mattoni ed è formata da varie sale contenenti oggetti e disegni che percorrono la storia del Sahara dalla preistoria ad oggi. Il materiale che espone è quello che è stato trovato durante le ricerche archeologiche svolte dai saharawi con la collaborazione dell’Università di Girona (Spagna).

Oggi grazie a tutti gli sforzi profusi dal popolo saharawi per “scrivere la loro storia nella sabbia” l’hammada algerino è un luogo “culturalmente segnato”, un “luogo antropologico”, ovvero un “luogo in cui le persone si incontrano, ci sono relazioni, si condivide il significato, si cresce reciprocamente”[95].
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[1] Rubbi, 2004/5.

[2] Mancinelli, 1998, 70.

[3] Mancinelli, 1998, 74-75.

[4] Per tutta la sezione sull’organizzazione statale si veda la Costituzione saharawi. Il testo è reperibile sul sito dell'Association de soutien a un referendum libre et regulier au Sahara Occidental: www.arso.org, agg. 2007.

[5] La moneta saharawi è la peseta, è stata creata nel 1996 ma non è ancora entrata in uso. Nei campi viene usata la moneta algerina. (Ardesi, 2004, 98; Mezzetti, 1993/4).

[6] Ardesi, 2004, 98.

[7] Gli arkan sono i cinque principi su cui si basa l’Islam: testimonianza di fede, preghiera, imposta coranica, digiuno nel mese di Ramadan, pellegrinaggio alla Mecca. (Dal sito del Museo interreligioso Bertinoro: http://www.museointerreligioso.it/it/museo/la-visita/i-cinque-pilastri-dellislam/, agg. 2007).

[8] Tortajada, 2004, 100.

[9] Ramondino, 1997, 84.

[10] Bendoni, 2000.

[11] Ardesi, 2004, 101; Trimestrale di solidarietà al popolo saharawi, 2002, XII.

[12] Ardesi, 2004, 98-101.

[13] Ardesi, 2004, 101-102.

[14] Rubbi, 2004/5.

[15] Ardesi, 2004, 104.

[16] Asaba indica il patto attraverso il quale si può estendere l’asabiya, ovvero la solidarietà agnatica. Wahda significa invece uno, unico (Rubbi, 2004/5).

[17] Calchi Novati, 2002, 119.

[18] Tortajada, 2004, 100.

[19] (Lamore, 2004, 86; Tortajada, 2004, 21). I saharawi sono detti “signori del vento” e “figli delle nuvole” per la loro capacità, legata al nomadismo, di leggere i segni della natura per trovare l’acqua ed in generale per orientarsi.

[20] Pandolfi, 2003; Agier, 2005; Harrell-Bond, 1999; Van Aken, 2005. (Gli ultimi tre autori si possono trovare nell’Annuario di antropologia n. 5, in bibliografia).

[21] Boano C., Floris F., 2005, 34.

[22] Pandolfi, 2003, 369-381.

[23] Annuario antropologia n. 5, 2005, 49.

[24] Annuario antropologia n. 5, 2005, 16.

[25] Istituzioni nate all’interno dei campi profughi con lo scopo di gestire i cinque settori fondamentali: educazione, sanità, giustizia, artigianato e appovvigionamento alimentare.

[26] Boano C., Floris F., 2005, 40.

[27] Tortajada, 2004, 99.

[28] Nella società saharawi è ancora oggi diffusa la medicina tradizionale, praticata fino a prima del 1975 da uomini e donne. Le curatrici godono di grande stima fra la popolazione. La RASD non riconosce la medicina tradizionale anche se occasionalmente organizza la raccolta delle erbe medicinali. (Mezzetti, 1993/4; Ramondino, 1997, 61).

[29] Mancinelli, 1998, 27; Tortajada, 2004, 108-109.

[30] Mancinelli, 1998, 25; Ramondino, 1997, 64.

[31] Mancinelli, 1998, 24; Tortajada, 2004, 118.

[32] Melotti, 1998/9.

[33] Melotti, 1998/9.

[34] Bendoni, 2000; Mancinelli, 1998, 77; Tortajada, 2004, 60.

[35] Mancinelli, 1998, 25.

[36] Mancinelli, 1998, 77; Tortajada, 2004, 225.

[37] In Parlamento la quota delle donne è del venticinque per cento, nelle istituzioni locali quasi del settantacinque per cento. (Dvd saharawi, 2006).

[38] Ardesi, 2004, 83.

[39] Ardesi, 2004, 84; Ramondino, 1997, 64.

[40] Tortajada, 2004, 143-144.

[41] Ramondino, 1997, 47.

[42] Ardesi, 2004, 84.

[43] Tortajada, 2004, 130.

[44] Ramondino, 1997, 73.

[45] L’Islam come il Cristianesimo vieta l’uso di contraccettivi, il rapporto sessuale infatti è strettamente legato alla procreazione.

[46] Tortajada, 2004, 108-109.

[47] Tortajada, 2004, 145.

[48] Dall’intervista a B. L. e M. L.. (Prato, 18/12/06).

[49] Ramondino, 1997, 74; Tortajada, 2004, 126/128.

[50] Dall’intervista a B. L. e M. L.. (Prato, 18/12/06).

[51] Ardesi, 2004, 80

[52] Tortajada, 2004, 103.

[53] Mancinelli, 1998, 76; Melotti, 1998/9.

[54] Ardesi, 2004, 80.

[55] Ardesi, 2004, 80-83; Mancinelli, 1998, 77.

[56] Ardesi, 2004, 85; Bendoni, 2000; Mancinelli, 1998, 77.

[57] Ardesi, 2004, 86; Mancinelli, 1998, 80.

[58] Ardesi, 2004, 86; Mancinelli, 1998, 81; Ramondino, 1997, 61; Tortajada, 2004, 105.

[59] Ardesi, 2004, 89; Tortajada, 2004, 132/134.

[60] La RASD ha stretto un accordo con l’Algeria che prevede l’assegnazione di 5mila borse di studio l’anno ai saharawi. (Dall’intervista a Omar Mih alla sede dell’associazione “El Ouali per la libertà del Sahara occidentale”. Bologna, 14/12/06).

[61] Ardesi, 2004, 83-84; Mancinelli, 1998, 78.

[62] Dall’intervista a B. L. e M. L.. (Prato, 18/12/06).

[63] Tortajada, 2004, 98.

[64] Mezzetti, 1993/4; Ramondino, 1997, 26.

[65] Mezzetti, 1993/4; Ramondino, 1997, 40-41.

[66] Ramondino, 1997, 65.

[67] Mezzetti, 1993/4; Ramondino, 1997, 40; Tortajada, 2004, 106.

[68] Ramondino, 1997, 75; Tortajada, 2004, 52.

[69] Ardesi, 2004, 86.

[70] Ramondino, 1997, 44.

[71] Ramondino, 1997, 84.

[72] Ramondino, 1997, 82-92.

[73] Ramondino, 1997, 82.

[74] Ardesi, 2004, 86; Lanfredi 2003/4.

[75] Ardesi, 2004, 86.

[76] Karl Marx (dal sito: http://it.wikiquote.org/wiki/Bisogni, agg. 2007).

[77] Ardesi, 2004, 90-91.

[78] Ardesi, 2004, 91; Ramondino, 1997, 40; Tortajada, 2004, 107.

[79] Tortajada, 2004, 107-172.

[80] Tortajada, 2004, 46-47.

[81] Ardesi, 2004, 22; Bendoni, 2000; Ramondino, 1997, 48; Tortajada, 2004, 27-114.

[82] Ramondino, 1997, 48.

[83] Dall’intervista a L. B.. (Bologna, 6/12/06).

[84] Ramondino, 1997, 96.

[85] Ramondino, 1997, 95.

[86] Boano C., Floris F., 2005, 70.

[87] Lamore, 2004, 19.

[88] Beneduce, 2004, 12.

[89] Il 27 Febbraio è la data della proclamazione della Repubblica, l’8 Marzo la data di morte di El Ouali, il 10 Maggio la data di nascita del Polisario, il 20 Maggio la data della dichiarazione della lotta di liberazione nazionale, il 9 Giugno il giorno dei martiri, il 17 Giugno il giorno dell’insurrezione e il 12 Ottobre la festa dell’unità nazionale. (Dal testo della costituzione saharawi, sul sito dell' Association de soutien a un referendum libre et regulier au Sahara Occidental: www.arso.org, agg. 2007).

[90] Lamore, 2004, 54; Ramondino, 1997, 89-90; Trimestrale di solidarietà al popolo saharawi, 2002, 14-15-18;

[91] Tortajada, 2004, 63-64.                                                                                                                     

[92] Ardesi, 2004, 89; Mancinelli, 1998, 81.

[93] Lamore, 2004, 54.

[94] Chiaravalloti.

[95] Boano C., Floris F., 2005, 63.