Indice

3. LA DIASPORA

 3.1 Il governo e la società civile
3.1.1 Il governo italiano
3.1.2 La società civile

 3.2 Assistenza medica
3.2.1 Viaggi estivi dei “piccoli ambasciatori di pace”

3.3 Studenti saharawi in Italia
3.3.1 Interazioni e rete di relazioni dei saharawi in Italia
3.3.2 L’identità saharawi in diaspora
3.3.3 Il ritorno come scelta

 

Quando entri in una foresta fa i suoni che fanno gli uccelli.
(Proverbio saharawi).

3.1 Il governo e la società civile

Il governo italiano non riconosce la RASD, riconosce però il Polisario come rappresentante del popolo saharawi, ed è tramite questo che i politici saharawi svolgono la loro azione politica.

In Italia sono due le sedi di rappresentanza del Polisario, una regionale in Toscana e l’altra centrale a Roma. La sede della Toscana è molto vecchia e adesso svolge un ruolo secondario, ma viene mantenuta perché è lì che si è manifestato il primo interessamento della società civile italiana per la causa dei saharawi, con il gemellaggio firmato dal comune di Sesto Fiorentino con la città di Mahbes1. La sede romana è invece di più recente fondazione e svolge il ruolo di polo della rappresentanza saharawi in Italia, il suo rappresentante ufficiale è Omar Mih. L’Italia come tutti gli altri stati che ospitano le delegazioni saharawi è divisa fra il governo centrale, che è idealmente a favore del referendum ma non fa niente di concreto per far sì che si svolga, e la società civile, che da decenni dà il suo sostegno spassionato ai saharawi sia sottoforma di pressioni politiche che di aiuti materiali.
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3.1.1 Il governo italiano

Il governo italiano in passato si è schierato apertamente con il Marocco, come già detto nel primo capitolo2, fornendo armi, uomini, nonché fondi per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1989 il Marocco è stato addirittura promosso da “paese di seconda priorità” a “paese di prima priorità” diventando uno degli Stati più beneficiati dal governo degli esteri italiano3. Dal cessate il fuoco del 1991, e grazie alla dichiarazione dell’Onu a favore dell’autodeterminazione, anche l’Italia ha fatto slittare la sua posizione fino a diventare almeno a parole filo-saharawi. Questo cambiamento è testimoniato dalla votazione dell’Italia a favore della risoluzione delle Nazioni Unite per il referendum di autodeterminazione nel Sahara occidentale. Nonostante ciò, come ha ricordato Omar Mih:

L’Italia non riconosce la Repubblica saharawi, quindi non abbiamo un’ambasciata con uno statuto diplomatico nell’Italia, perché il governo, come quasi tutti i governi europei, non ha fatto questo passo del riconoscimento ufficiale della nostra Repubblica. Abbiamo un rapporto come rappresentanza del Fronte Polisario che è il movimento di liberazione. Siamo ricevuti dentro il ministero, c’è una corrispondenza, tra di noi c’è un contatto permanente di informazioni, e c’è poi anche un intervento del governo italiano soprattutto negli aspetti umanitari, per esempio aiuti ai rifugiati, sia direttamente, sia attraverso ONG, o anche la concessione di borse di studio per gli studenti (…). Noi li aggiorniamo ogni volta, ogni mese, della nostra situazione, gli inoltriamo le nostre richieste, vogliamo che l’Italia prenda una buona posizione […] questo è lo scopo, per arrivare un giorno al riconoscimento. (Omar Mih).

L’azione politica del Polisario nei confronti del governo italiano è quindi totalmente di tipo diplomatico e consiste in contatti continui, aggiornamenti sulla situazione dalle due parti del muro, pressioni per far sì che l’Italia si faccia sentire dal Marocco e incontri di sensibilizzazione (vedi l’incontro della rappresentante saharawi dei diritti umani Aminatou Haidar con Bertinotti nel Giugno 2006)5.

Viceversa, l’azione del governo italiano è duplice: sul piano internazionale consiste in una presa di posizione di cauto sostegno che si è espressa nella votazione favorevole all’Onu, (come dice Omar Mih però è un po’ una posizione di comodo, infatti è difficile dirsi contrari a livello ideale ad una risoluzione delle Nazioni Unite a favore dell’autodeterminazione di un popolo che ha visto interrotto il suo processo di decolonizzazione); sul piano dell’aiuto umanitario consiste invece nella concessione di borse di studio a partire dall’università. Questa iniziativa è molto importante perché inserisce l’Italia nella lista di quei Paesi che portano avanti la scolarizzazione del popolo saharawi a livelli avanzati in un momento in cui la RASD non può offrire questo diritto fondamentale nel territorio statale trovandosi in esilio.
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3.1.2 La società civile

Il sostegno della società civile si esprime in modo decisamente più spassionato, forse anche perché è meno condizionato dagli equilibri politici internazionali e dagli interessi economici. In Italia il sostegno ai saharawi arriva da due Regioni in particolare: la Toscana e l’Emilia Romagna6.

Tutto è cominciato nel 1983 quando un piccolo gruppo di profughi saharawi è andato in Toscana ospite dei sindacati7. Elio Marini, allora sindaco di Sesto Fiorentino, rimase molto colpito dalla storia che raccontavano sulla loro pelle quei bambini e decise di impegnarsi per la loro causa. Fu così che firmò un patto di gemellaggio fra il suo Comune ed una tendopoli saharawi e aprì a Sesto una “casa dei popoli” che serviva ad ospitare i saharawi di passaggio per studio o per cure mediche e che poi sarebbe diventata la sede della rappresentanza saharawi in Toscana. Nel 1984 poi promosse la fondazione di una Associazione Nazionale di Solidarietà e Sostegno al Popolo Saharawi (ANSSPS) per estendere l’aiuto a loro favore e sensibilizzare l’opinione pubblica e lo Stato italiano. Successivamente l’associazione avrebbe adottato uno statuto a carattere federativo e assunto il nome di ANSPS. È grazie all’impegno di quest’uomo che oggi si possono contare moltissime associazioni, enti locali, ong, movimenti di volontariato e istituzioni che offrono il loro aiuto al popolo saharawi.

Io mi occuperò principalmente dell’Emilia Romagna avendo avuto durante il mio lavoro di campo contatti con associazioni e saharawi residenti soprattutto in quella Regione. L’Emilia Romagna dal 1999 sostiene progetti di aiuto umanitario e cooperazione internazionale a favore dei saharawi grazie a due risoluzioni del Consiglio regionale (n. 3090 del 1997 e n. 6491 del 2000)8. Queste risoluzioni impegnano anche la Giunta regionale ad attivare iniziative di aiuto internazionale e pressione politica sugli organismi internazionali competenti perché si svolga il referendum previsto dal piano di pace del 1991. Il settore referente per la Cooperazione internazionale della regione Emilia Romagna ha istituito un “Tavolo-paese saharawi”9 cui partecipano enti locali, ong, associazioni di solidarietà, agenzie regionali, aziende ospedaliere, cooperative sociali, organizzazioni sindacali, singoli cittadini e professionisti. Il Tavolo-paese ha il compito di definire le linee di orientamento programmatico e di valutare ed eseguire gli interventi. Nel 2002 poi, per rendere più puntuale e concreto l’impegno, è stato stipulato un accordo di cooperazione fra l’assessorato dell’Emilia Romagna ed il governo saharawi10. L’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna in data 26 Luglio 2005:

[…] impegna la Giunta e l’Assemblea legislativa regionale

a mantenere un forte impegno politico volto alla cooperazione con il popolo saharawi ed operare affinché le Regioni europee possano avere un ruolo attivo per l’applicazione delle risoluzioni Onu e nel sostegno al processo di pace nel Sahara occidentale;

ad operare affinché il Marocco rispetti la Carta dei Diritti Umani dell’Onu e cessi le repressioni della popolazione civile;

invita

in particolare la Presidente dell’Assemblea legislativa ad organizzare una missione nei territori del Sahara occidentale per incontrare autorità locali, istituzioni internazionali presenti e rappresentanti delle associazioni per i diritti umani nel Sahara occidentale e a rappresentare al console del Marocco i contenuti di questa risoluzione;

il governo italiano ad operare in sede europea perché l’eventuale accordo UE-Marocco per lo sfruttamento dei beni naturali territoriali e marittimi escluda le zone oggetto di controversia sottoposte dall’Onu allo svolgimento del referendum per l’autodeterminazione;

il governo ed il parlamento italiani a riconoscere il diritto di autodeterminazione del popolo saharawi ed operare affinché il Marocco cessi le intimidazioni perpetuate contro i difensori dei diritti umani nei Territori Occupati del Sahara occidentale, e permetta alla stampa internazionale di entrare in tali territori;

a incoraggiare il governo del Marocco a rispettare l’accordo del 1991 e le leggi internazionali, dando attuazione alle deliberazioni dell’Onu;

ad adottare misure di sostegno ai rifugiati saharawi nei campi profughi in Algeria;

a prendere in considerazione il riconoscimento ufficiale della Repubblica Araba Saharawi Democratica del Sahara occidentale, quale legittimo rappresentante del popolo saharawi e sua espressione istituzionale. (Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna, 26/07/05)11.

Oltre che con le risoluzioni la Regione esercita la sua azione politica con mozioni e con incontri pubblici12 che si svolgono a seconda dei casi fra gli assessori regionali o il Presidente della Giunta dell’Emilia Romagna, con il segretario generale del Polisario o il rappresentante del Polisario in Italia (Omar Mih) o il Governatore di Smara13 o il Ministro per la Cooperazione e gli aiuti umanitari (Salek Baba). A partecipare agli incontri e a far visita alle regioni e alle associazioni infatti non è solo il rappresentante del Polisario in Italia ma anche i governatori dei campi profughi in Algeria. Per esempio il 21 Novembre 2006 il Governatore di Smara è andato alla sede della Protezione Civile di Bologna per incontrare la Protezione Civile, i rappresentanti del comune di Ravenna, della regione Emilia Romagna, della Cgil di Bologna, dell’associazione “El Ouali per la libertà del Sahara occidentale” di Bologna e Radio for peace. Nella stessa settimana ha partecipato ad incontri a Parma, Ferrara, Reggio Emilia e Riccione. Queste visite vengono fatte sia per sensibilizzare ulteriormente la società civile, sia per informarla sugli sviluppi, le condizioni e le esigenze più urgenti, sia per ringraziare le associazioni, gli enti locali e le ONG dell’aiuto che danno e dell’impegno politico di pressione sul proprio governo. Durante l’incontro il Governatore ha infatti ringraziato e detto:

Sicuramente è grazie agli sforzi e all’energia che hanno impegnato questi amici che abbiamo potuto stabilire questo tipo di relazione con la regione Emilia Romagna.
Questa solidarietà, questa cooperazione, si vede a livello dei progetti e degli aiuti concreti che questa Regione sta portando avanti, con tutti i rifugiati saharawi e specificamente con la provincia di Smara. In diversi settori, non solamente attraverso l’impegno politico, le posizioni politiche che sono state prese a vari livelli (dagli o.d.g. alle mozioni, al consiglio regionale, provinciale, comunale, a livello delle petizioni che fanno le associazioni verso il governo e verso il parlamento) ma soprattutto con la solidarietà concreta nei diversi settori della vita nei campi di rifugiati, nel settore della sanità, dell’assistenza ai disabili, dell’educazione e in altri. (Governatore di Smara)14.

È questo lo sforzo della società civile, indispensabile perché svincolato dall’andamento della politica ad alto livello. Un esempio dell’importanza di questa rete di solidarietà incondizionata è il calo degli aiuti umanitari alimentari diretti ai campi profughi verificatosi in seguito alle pressioni della Francia in seno all’Onu15. Il vuoto creatosi è stato colmato dall’Algeria e dall’aiuto della società civile, fra cui quella italiana. È opinione del Governatore di Smara che questa della Francia sia stata una manovra per fiaccare lo spirito dei saharawi ed indurli ad accettare soluzioni più di compromesso. Quando la politica a livello internazionale non permette più di assicurare il sostentamento nei campi, la società civile continua ad esserci. È questo il secondo tipo di aiuto: l’aiuto materiale. Con esso si intende16:

-accoglienza estiva di bambini saharawi nei mesi più caldi, in strutture o in famiglia (cure mediche incluse e gratuite)17

-accoglienza estiva di bambini saharawi disabili nei mesi più caldi (cure mediche incluse e gratuite)

-adozione di desaparecidos saharawi a distanza18

-corsi di formazione per meccanici, elettrauti e saldatori

-corsi di formazione per medici e infermieri saharawi in emergenza sanitaria

-sostegno alle capacità di gestione e smaltimento dei rifiuti solidi e di prevenzione sanitaria

-fornitura di medicinali e materiale sanitario per i dispensari

-qualificazione professionale del personale operante nel settore dell’handicap

-Sahara marathon (maratona di solidarietà nel deserto)

-prevenzione delle epatiti virali

-rafforzamento del sistema di comunicazione nei campi (es.: l’introduzione del telefono fisso e la fornitura di mezzi di trasporto)

-appoggio alle scuole professionali delle donne

-supporto alla campagna di alfabetizzazione per donne adulte

-ristrutturazione e riqualificazione del sistema sanitario di base

-fornitura di tende dalla Protezione Civile

Riassumendo, l’aiuto della società civile si articola in due punti: il primo sono le azioni politiche ( risoluzioni, mozioni, incontri), il secondo sono le azioni di solidarietà. Gli interventi che intendo analizzare sono l’accoglienza estiva dei bambini saharawi in Italia e la concessione di borse di studio ai saharawi dall’università. Mi focalizzerò su questi due punti perché sono i motivi principali di permanenza in Italia e perché costituiscono anche i settori di maggior investimento della RASD: salute e istruzione.
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3.2 Assistenza medica

3.2.1 Viaggi estivi dei “ piccoli ambasciatori di pace”

Ogni estate più o meno 10mila bambini saharawi escono dall’hammada algerino per raggiungere uno stato dell’Europa e passarvi i mesi più caldi della stagione19. Solo in Italia ogni anno vengono accolti quasi cinquecento bambini20. Lo scopo della vacanza è triplice: primo, togliere i bambini dal clima particolarmente caldo dei mesi estivi e allo stesso tempo cogliere l’occasione per curarli nelle strutture sanitarie italiane; secondo, diffondere informazioni sulla situazione dei saharawi; terzo, permettere a questi bambini di allargare i loro orizzonti oltre la realtà del campo profughi21.

Per quanto riguarda l’aspetto sanitario la regione Emilia Romagna dal 1999 nell’ambito dei programmi di accoglienza estiva offre tutta una batteria di prestazioni mediche ai bambini in visita. Dal 2004 poi, grazie a due delibere regionali (n. 370 del I° Marzo 2004; n. 1006/200122), tutti i bambini saharawi possono essere curati presso le strutture sanitarie regionali con copertura totale a carico del Servizio Sanitario Regionale. Questo trattamento è riservato a tutti i bambini in visita estiva, ma in alcuni casi anche ad adulti con malattie gravi, tramite l’intermediazione del Polisario. Omar Mih mi spiegava durante un’intervista23 che in alcuni casi durante le visite mediche effettuate nella permanenza in Italia emerge qualche malattia che richiede cure prolungate; in questi casi il Polisario richiede che oltre alle cure mediche al bambino in questione sia offerta la possibilità di studiare. Ci sono quindi bambini che vivono in Italia per ricevere le cure mediche, frequentano le scuole pubbliche e abitano con famiglie italiane che danno la loro disponibilità ad accoglierli per il periodo necessario. Altre volte capita che per operazioni particolarmente delicate le associazioni organizzino (e paghino) viaggi ad hoc di breve durata, dove le cure sono sempre a carico del Servizio Sanitario Regionale (SSR). Il problema delle cure mediche è molto sentito da tutto il popolo in quanto le condizioni di vita nei campi profughi sono difficili e causano vari disturbi, i più diffusi sono24:

-malattie respiratorie (a causa della sabbia, della brusca escursione termica e dell’avitaminosi)

-diarrea (dovuta alle difficoltà igieniche causate dalla penuria di acqua)

-cefalee croniche (dovute al sole implacabile)

-malattie degli occhi (dovute alla sabbia e alla sporcizia)

-otiti

-sinusiti

-gengiviti (dovute alla mancanza di vitamina C)

Come si può notare sono quasi tutte collegate alla vita nel deserto dell’hammada algerino.

Per quanto invece riguarda l’aspetto socio-culturale delle visite è utile citare ancora una volta Omar Mih:

Stiamo facendo uno sforzo nell’educazione civica e politica dei nostri giovani.
In quest’ottica si inserisce anche la nostra politica di mandare ogni estate più di 10mila bambini saharawi per due mesi in Europa nelle famiglie europee. Lo facciamo per far vedere ai nostri bambini che al mondo non ci sono soltanto i campi saharawi, i campi di rifugiati, non ci sono solo saharawi, ma c’è un altro mondo più ampio, più grande. (Omar Mih)
25.

I bambini durante il loro soggiorno possono stare in famiglia o in gruppo all’interno di strutture pubbliche con animatori volontari saharawi. In Italia si propende per la seconda possibilità. L. B. raccontava a proposito della sua esperienza:

Maria: stavi in famiglia?
L.: in Spagna sì, qua in Italia... anche, anche qua in Italia. Sì sì, anche qua in Italia, infatti ogni tanto vado a trovarli a Roma.
Maria: sempre famiglie con cui ti sei trovato bene?
L.: sì sì sì sì. Nel 1995 ero ospite da una famiglia, molto gentili, poi c’era loro figlio, era piccolo, aveva la mia età, avevamo tredici anni, scherzavamo. Adesso lui studia all’università, fa l’Ingegneria, quindi è diventato più grande anche lui, quindi…
Maria: cosa facevate mentre eravate qua?
L.: dove? Quando eravamo qua? Mah, andavamo alla piscina, bambini, giocavamo.[…]
Poi due tre volte a settimana ci troviamo tutti noi saharawi perché comunque abbiamo voglia, sai, quand’eravamo piccoli siamo un po’ legati fra di noi, e poi la lingua non la capivo, (risata), quindi c’era un po’…
[…]
Ci trovavamo da diverse città, sì sì, proprio diverso, perché è bello così, perché comunque conosci nuova gente, perché non stai solamente nel tuo campo a giocare con gli stessi bambini, è un po’…
Maria: ma quando vi ritrovavate fra di voi, mi hai detto prima una volta a settimana... vi facevano ritrovare fra di voi per farvi un po’ stare insieme... e da varie città anche o tutti quelli che stavano...?
L.: no no, solamente il gruppo che stava per esempio a Roma fanno degli incontri.
Per esempio questi a Bologna vanno sempre insieme, non vanno mai in famiglia, però per esempio quando... però prima di arrivare qua a Bologna vanno a Reggio Emilia, e a Reggio Emilia invece vengono ospitati dalle famiglie, quindi anche a Reggio Emilia per esempio ogni famiglia c’è un giorno, fanno un accordo, una cosa del genere, e in un giorno si trovano, si incontrano tutti i bambini insieme. Sì sì. È stata un’esperienza molto bella, molto bella, sì, sono molto contento. (L. B.)
26.

 

 

Per ogni bambino c’è la possibilità di fare più di un soggiorno. Da un punto di vista antropologico queste vacanze creano dei veri e propri ponti fra culture, tante sono infatti le contaminazioni. Ad ogni viaggio segue uno scambio di doni27: se al bambino in partenza per il ritorno ai campi vengono dati beni di consumo come giocattoli, caramelle, vestiti, televisori, pannelli solari, coperte, soldi… le famiglie d’origine del bambino si rendono disponibili per ospitare quelle d’accoglienza nella loro tenda ai campi. A volte si tengono i contatti, come raccontava L., che ancora va a trovare la famiglia che l’ha accolto da bambino. I piccoli saharawi al loro ritorno ai campi non portano solo beni materiali, ma anche usanze, per esempio la pratica del compleanno. L’esperienza così segna chi viaggia ma anche chi resta fermo, perché ogni ritorno porta qualcosa di “altro”. La cultura saharawi è “in scrittura”, come tutte le culture del mondo, ma forse a distinguerla dalle altre in questo processo naturale è la consapevolezza che ha di essere “in formazione”. C’è coscienza di questa costruzione culturale sia nei politici che nelle persone che fanno parte del popolo:

O.: e questo è un problema perché sai, il saharawi che ha studiato in Kazakistan o in Australia o in Gran Bretagna, o in Sud America, o in Messico, o che ha studiato in Italia, o in Algeria… tutti questi tornano un giorno nel Sahara occidentale, e quindi si ha una mescola di mentalità.
Maria: ed è una cosa che trovate positiva?
O.: molto, molto bella. Non è facile ovviamente perché ognuno porta la sua visione del mondo, però comunque è qualcosa di bello, apre la mente.
Maria: quindi siete aperti a portare dei cambiamenti, innovazioni?
O.: certo, senza quello non si può vivere, ormai oggi non ci si può isolare. Manteniamo sì la nostra identità come popolo, quello è molto importante per noi, siamo pochi, però bisogna anche aprirsi. Ci sono molte cose positive, belle, di altre culture, di altre nazioni, che bisogna prendere, non essere chiusi con la mente […] non c’è niente che è migliore, c’è sempre qualcosa da prendere dagli altri. (Omar Mih)
28.

E.: sì, anche noi stiamo imparando, dall’Italia, dagli altri… perché sai, i saharawi sono tanta apertura, perché la gran maggioranza della gente è andata fuori a studiare, a Cuba, in Spagna, nei Paesi dell’est, in tutte le parti del mondo, nei Paesi arabi, del Medio Oriente, quindi c’è un gran fermento di cambio. Speriamo che tutti i cambi siano buoni (risatina). (E. M.)29.

La RASD investe molto nella formazione della sua gioventù perchè rappresenta il futuro, è la generazione che con tutte le speranze andrà a ricostruire lo Stato una volta tornati nel Sahara occidentale. Le risorse messe a disposizione dall’aiuto internazionale vengono quindi convogliate soprattutto nel settore della salute e dell’istruzione. In questa politica si inseriscono le esperienze di studio all’estero dei giovani saharawi.
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3.3 Studenti saharawi in Italia

Liberare l’essere umano per noi vuol dire creare una persona libera, libera dall’ignoranza ma soprattutto una persona tollerante che capisce che il mondo non è soltanto questo pezzo di deserto dove siamo noi. Ci sono altre persone, altre culture, altre religioni. Bisogna rispettare tutti. Cercare di convivere con la diversità degli altri. (Handoud Farek, direttore della scuola 9 Giugno)30.

Quando parlo di aumentare, incrementare la solidarietà, la cooperazione, mi riferisco in particolare al settore dell’educazione e dell’insegnamento, un settore nel quale dobbiamo fare molte cose […]. Se vogliamo evitare di creare delle nuove generazioni ignoranti, integraliste, estremiste, dobbiamo impegnare tutti i nostri sforzi in questo settore, per far sì che le nuove generazioni siano caratterizzate dalla tolleranza, dall’apertura e dalla solidarietà verso gli altri.

Noi vogliamo un certo livello di educazione, di insegnamento per le generazioni future del Sahara occidentale. (Governatore di Smara)31.

Il popolo saharawi, a partire dall’esilio, in un quarto di secolo ha invertito la sua percentuale di analfabetismo. Quando la Spagna ha abbandonato il Sahara a saper leggere e scrivere era il dieci per cento della popolazione, oggi è il novanta per cento32. Per i bambini la scuola è diventata obbligatoria e per gli adulti sono state fatte campagne di alfabetizzazione33. Attualmente i saharawi sono il popolo africano più alfabetizzato34. Questo impegno prende forza dalla volontà dei saharawi di essere istruiti per essere più tolleranti, non cadere nell’integralismo religioso, sapersi rapportare ad altre culture e popoli alla pari con mente aperta e coscienza di sè, della propria storia e cultura. Il Polisario si impegna perché ogni saharawi riceva un’istruzione almeno fino alle scuole superiori, poi sta a lui scegliere: può continuare gli studi all’estero grazie alle borse di studio universitarie, continuare la sua formazione in una scuola di formazione professionale nei campi, fare un lavoro non specialistico sempre nei campi o entrare nell’esercito. È apprezzabile a questo proposito la scelta del Polisario di non permettere a chi non ha conseguito la maturità superiore di entrare nell’esercito.

Omar Mih mi spiegava che sono tre i tipi di borse di studio che vengono loro offerte dall’Italia35. Il primo tipo di borsa di studio è quella che viene offerta dal Ministero degli Affari Esteri italiano; il secondo tipo di borsa di studio è quella che viene offerta da enti locali, come il Comune, o associazioni; il terzo e ultimo tipo di borsa di studio è quella che viene offerta da una famiglia o da un’associazione, ed è legata a problemi di salute del beneficiario. Premesso che ad ogni saharawi è garantita la possibilità di iscriversi all’università, i criteri generali per l’assegnazione delle borse di studio sono: il merito scolastico, l’esser figlio di martire, la cattiva condizione di salute36. Questi criteri vengono seguiti per l’assegnazione delle borse di studio in Europa e a Cuba, che sono più ambite. Tutti gli studenti che non rispondono ai tre criteri suddetti possono comunque frequentare un’università algerina. La procedura per l’assegnazione delle borse di studio prevede il comunicato della notizia sulla disponibilità di queste ultime al Polisario in Italia, il quale contatta il ministro dell’educazione saharawi che propone l’offerta agli studenti che rispondono ai tre criteri suddetti.
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3.3.1 Interazioni e rete di relazioni dei saharawi in Italia

Tutti i saharawi che vivono in Italia che ho avuto modo di incontrare hanno rapporti costanti con il Polisario di Roma, la modalità più frequente è il telefono, cui seguono l’e-mail e le occasioni di incontro. Alla sede del Polisario di Roma ogni membro si incarica di seguire una zona d’Italia. Per “seguire” s’intende tenere informati i saharawi che ci abitano sulla situazione della lotta per l’indipendenza, essere un punto di riferimento per tutti i problemi che possono verificarsi durante la permanenza in Italia e seguire le questioni burocratiche, come la scadenza del passaporto o del permesso di soggiorno.

Tutti inoltre hanno parenti e amici sia nelle zone occupate sia nei campi profughi in Algeria37. I rapporti con i primi sono più difficoltosi perché Rabat impedisce ai saharawi che vivono nel Sahara occupato di uscire dal territorio, è a questo scopo che viene loro tolto il passaporto, insomma: si può entrare (e diventare oggetti della marocchinizzazione) ma non uscire. Raccontava B. L. che dopo venticinque anni è riuscita a rivedere la sorella che vive ancora nei territori occupati grazie ad un incontro segreto organizzato dal Polisario in Mauritania, al confine sud del Sahara:

B.: comunque il rapporto fra cittadini saharawi e profughi, il nostro rapporto con i nostri parenti nelle città occupate, è molto limitato, perché il Marocco impedire che noi andiamo lì, se andiamo lì noi andiamo prigionieri, loro non possono uscire fuori a trovare noi. Sei anni fa gente ha scoperto che è più facile prendere questa [via dalla] Mauritania. Fanno un modo molto segreto comunicare con loro familiari nel campo profughi o con loro parenti fuori del campo organizzare un incontro. Per questo motivo ho fatto questo viaggio, ho comunicato con le mie sorelle nelle città occupate (…). Anche i nostri familiari nel campo profughi, loro hanno preso la strada del Sahara occidentale per la Mauritania, quelli dei campi sono andati nel deserto proprio.
Maria: ma non è pattugliato tutto?
[…]
B.: loro non impedire… Marocco non impedire cittadini saharawi nelle città occupate di andare in Mauritania, impedire di andare ai campi, di andare in Europa, però di andare in Mauritania no, capito adesso?
Maria: comunque non per sempre, cioè, poi devono ritornare dentro?
M.: no, poi devono tornare. (B. L. e M. L.)
38.

Da qualche anno l’Onu ha avviato dei piani di scambio per far incontrare i saharawi che vivono da una parte e dall’altra del muro39, questi piani permettono di unire per qualche giorno persone che dal 1975 sono rimaste separate, magari perché non sono riuscite a scappare, un po’ come è successo con il muro di Berlino. Nei saharawi che stanno fuori dal Sahara occupato c’è preoccupazione per le persone che vi sono rimaste, infatti tramite internet arrivano continuamente notizie di sparizioni, pestaggi ai manifestanti, discriminazioni sul lavoro e a scuola. Quando non c’è la possibilità di fare gli scambi con le Nazioni Unite, né di organizzare incontri segreti, da qualche anno le persone al di qua e al di là del muro hanno la possibilità di scriversi lettere.

Il rapporto con chi vive nei campi è un po’ più semplice grazie alla possibilità di raggiungere liberamente gli accampamenti e grazie anche all’introduzione dei cellulari e di telefoni fissi, risultato del progetto di una ONG. Mi raccontava comunque E., la donna saharawi che frequenta la scuola di Specializzazione in Ginecologia ed Ostetricia a Modena, che spesso non riesce a parlare con la famiglia ai campi a causa delle interferenze nella linea telefonica, oppure parla poco perché chiamare con il cellulare costa parecchio. Il telefono fisso infatti non è ancora capillare bensì pubblico e condiviso da molte persone. A distanza di tempo variabile (da più volte l’anno a una ogni qualche anno) tutti i saharawi con cui ho parlato fanno ritorno negli accampamenti dai parenti per delle visite. Questi viaggi sono motivo di gioia e occasione per fare regali, come il formaggio grana, caramelle, vestiti, telefonini e medicine. Fra i beni che arrivano ci sono anche i soldi che chi va all’estero si impegna a spedire, secondo la disponibilità. Il mezzo per farli arrivare sono gli italiani che vanno ai campi durante l’anno. Se nessuno è in partenza il Polisario appena sa di un gruppo che va agli accampamenti in Algeria contatta il saharawi che vuole far arrivare i soldi e così si compie la transazione. La consapevolezza della condizione in cui vivono le persone care nei campi fa sì che in chi vive all’estero ci sia un pensiero costante verso di loro. Il legame familiare già forte normalmente nella cultura saharawi si rafforza nella situazione dell’allontanamento.

Oltre ai rapporti con il Polisario e con il proprio popolo i saharawi in diaspora vivono quotidianamente il rapporto con gli italiani. Le considerazioni a proposito sono varie essendo determinate anche da differenze caratteriali, comunque tutte le persone che ho intervistato hanno costruito amicizie con italiani e non hanno avuto particolari rimproveri da fare verso di essi e la loro cultura. Le cose che vengono apprezzate sono l’organizzazione, lo spirito del lavoro, la solidarietà e il cibo. L’organizzazione in particolare mi è stata fatta notare da ognuno come caratteristica positiva che avrebbero piacere di riprodurre nel loro Stato. Per “organizzazione” intendevano sia quella familiare o individuale nel gestire la giornata, scandita da ritmi, abitudini e occupazioni, sia quella statale, per esempio nel sistema sanitario. Probabilmente l’attrattiva nasce dall’impossibilità al momento attuale di riprodurre un’organizzazione simile nel loro Stato. Un’altra considerazione positiva legata all’Italia è la possibilità di fare molte cose che rende la vita intensa. Questa è una caratteristica riscontrabile in tantissimi stati anche extra-europei ma effettivamente non nel campo profughi. Come scrive Maria Chiara Cremona nel suo saggio La morfologia spaziale del campo: “Avere un’attività che riempia le giornate permette ai rifugiati di sentirsi ancora utili e accettare le difficili condizioni di vita e la mancanza di una prospettiva futura, almeno a breve termine”40. Infatti la vita nel campo profughi, anche se autogestito come in questo caso, non lascia molto spazio all’imprenditoria individuale. Tutti si impegnano per svolgere le varie attività ma ad un certo punto per chi non lavora la giornata continua senza che ci sia niente di particolare da fare. Quello che invece nelle interviste è emerso non piacere dell’Italia sono la diffidenza, la freddezza, il razzismo e l’individualismo. Tutte queste cose mi sono state dette da persone diverse ma sono abbastanza condivise. La spiegazione potrebbe essere il fatto che la società saharawi è improntata alla tuiza, il lavoro comunitario tradizionale, solidale. Ai campi si mangia sempre in compagnia, c’è un continuo scambio di visite, le donne quando hanno un po’ di tempo si ritrovano nelle tende a parlare, darsi l’hennè sulle mani, profumarsi; i bambini a loro volta quando non sono a scuola giocano insieme, insomma, lo spazio lasciato all’individualismo è minimo. Tutti vivono e portano avanti la vita nel campo insieme, la differenza con una città europea è quindi notevole. La reazione è di due tipi: da un certo punto di vista manca l’appartenenza forte alla comunità di origine che dà sostegno e permette di identificarsi, dall’altro viene apprezzata l’organizzazione anche un po’ individualista della società italiana, sul modello occidentale. Oltre gli apprezzamenti e le critiche c’è da dire che i saharawi hanno una capacità d’adattamento ben sviluppata, forse proprio per il fatto d’essere un popolo d’origini nomadi:

E.: c’è anche un detto saharawi per la tolleranza che dice: “Quando tu entri in una foresta fa i suoni che fanno gli uccelli.” Quindi vuol dire che quando uno è qua, è fuori da casa sua, deve adattarsi all’ambiente degli altri e rispettarli, fino a che non ritorna a casa sua. Questo detto me lo dice mia madre.
Maria: è un bello spirito di adattamento!
E.: sì sì, quindi… noi abbiamo l’adattazione facile. Tu mai vedi un saharawi che va alla macelleria che gestiscono gli arabi, i mussulmani. Per me, io vado a comprare la carne al supermercato, alla COOP, non quella… capito? È una cosa che distingue i saharawi fuori, in Spagna, in Italia, dove vanno. (E. M.)41.

Per quanto riguarda gli aspetti negativi dell’Italia la nota un po’ fuori del coro è stata M. L., la ragazza che è nata e vissuta a Prato. Dal suo punto di vista, che è frutto dell’incontro della cultura familiare saharawi e di quella nella quale vive, gli italiani sono più aperti di tanti altri popoli d’Europa. A suo giudizio gli italiani non sono freddi ma solamente cauti nel prendere confidenza e poi aprire le braccia a persone nuove. La sua posizione è singolare perché la pone in condizione di dover continuamente mediare fra quelli che sono i valori familiari che le vengono passati dai genitori e quelli che sono i valori e gli usi della società nella quale è nata e vive. Riprendendo Ruba Salih42, il lato positivo sta nella possibilità di ottimizzare le risorse simboliche dei due Paesi nella costruzione della propria identità. Quella di M. L. è un’identità meticcia; un oscillamento fra i due mondi si verifica quotidianamente senza che l’uno possa mai escludere l’altro.

Maria: e cos’è che senti che di te appartiene alla cultura saharawi e cosa alla cultura italiana?
M.: eh… (silenzio).
Maria: cioè, cos’è che senti che ti caratterizza come saharawi e cos’è che invece trovi di diverso rispetto alle persone che hanno vissuto e continuano a vivere nei campi?
M.: ti ripeto, siccome sono stata educata in un certo modo magari, non so, alcuni principi sono vicini alla realtà di là…
Maria: tipo?
M.: per esempio, non so, il rispetto per gli adulti, che magari qui è un po’ più sovvertito, verso gli anziani, verso i genitori stessi, insomma verso gli adulti in generale, questo può essere un esempio. (M.L.)43.
M. L. non mette in discussione la sua appartenenza al popolo saharawi, ma per tante cose si sente italiana. Da quando è nata è stata solo due volte ai campi e come lei stessa ha detto era come fosse una visitatrice europea con più cognizione di causa.

Sempre a proposito dei rapporti con gli italiani, alla domanda “È importante che il compagno nella vita di coppia sia saharawi?”, tutti mi hanno risposto di no. Da quando si sono intensificati gli scambi con l’estero esistono varie coppie nelle quali uno dei due è saharawi e l’altro italiano, o viceversa, e la cosa non è percepita come strana. Il Polisario da questo punto di vista non pone limiti alla libertà individuale, il che significa che tutti possono liberamente scegliere di sposarsi con italiani ed eventualmente rimanere a vivere all’estero. In alcuni casi i nuclei familiari che nascono dall’incontro delle due culture decidono di rimanere a vivere in Italia, in altri casi di trasferirsi a vivere nei campi profughi. Quest’ultimo caso presuppone la scelta importante della condivisione dell’esperienza di vita nel campo profughi. Contrariamente a quanto viene detto nella letteratura sui profughi, per i saharawi la permanenza nel campo spesso è una scelta volontaria.

Il rapporto con i marocchini in Italia è più sfaccettato. Alcuni fra gli intervistati hanno serenamente affermato d’avere buoni rapporti, altri pessimi. Sia E. M. che Omar Mih sostengono che ogni volta che c’è un incontro di saharawi arrivi un gruppo di marocchini a disturbare. Per disturbare s’intende:

O.: […] ogni volta che noi andiamo a fare una conferenza c’è sempre un gruppetto di marocchini che secondo noi, ne siamo convinti, sono manipolati, o spinti, o consigliati, o mandati dal Consolato marocchino nel posto, in questo caso a Bologna, per disturbare. Non rappresentano la maggioranza dei marocchini, perché i marocchini qui per esempio in Emilia Romagna sono più di 48mila o 50mila marocchini. Quelli che vengono a disturbare sono sempre un gruppo di cinque, sei persone che vengono mandate e che noi ormai conosciamo perché si presentano in tutte le manifestazioni.
Maria: ma cosa fanno?
O.: disturbo. Se noi diciamo che siamo un popolo loro dicono di no, quando parliamo del diritto all’autodeterminazione loro dicono di no, quando noi diciamo che il Sahara occidentale è un problema che deve essere risolto attraverso il referendum d’autodeterminazione loro dicono di no, che il Sahara occidentale è un territorio del Marocco, che quelli sono dei marocchini, è tutto un attaccare quello che noi vogliamo, presentano sempre il contrario.
Maria: quindi voi avete dei rapporti con il Consolato marocchino in Italia?
O.: no, assolutamente no. Il nostro avversario in questo conflitto è il Marocco, quindi anche i suoi rappresentanti. Questo ci dispiace moltissimo.
Maria: e quando succedono questi scontri d’opinioni la vostra posizione qual è?
O.: è sempre quella di sempre, noi vogliamo…
Maria: ribattete?

O.: ribattiamo che le Nazioni Unite hanno già un piano, che ci sono delle risoluzioni, che siamo un popolo, che la Comunità internazionale ha una responsabilità, che vogliamo che si faccia un referendum d’autodeterminazione per chiedere ai saharawi che cosa vogliono, semplice. La nostra richiesta, il fondamento della nostra battaglia, è di portare il popolo del Sahara occidentale a scegliere liberamente che cosa vuole fare del suo Paese. Il Marocco lo ha invaso militarmente nel 1975, ha interrotto un processo di decolonizzazione a causa dell’invasione, noi vogliamo che quel processo di decolonizzazione finisca, in che maniera? Nella maniera che le Nazioni Unite ha già detto: con il referendum d’autodeterminazione, che il Marocco stesso accettò negli anni Novanta, poi si è tirato indietro con l’avvenimento di Mohammed VI. Noi vogliamo che i saharawi dicano che cosa vogliono. Il Marocco dice che il Sahara è suo, che i saharawi sono dei marocchini, allora andiamo al referendum, che è la forma più democratica. (Omar Mih)44.


 

Entrambi ritengono che alcuni marocchini del gruppo di disturbo vengano pagati dal Consolato ma non ci sono prove. Secondo E. M. i marocchini anche se non fanno azioni di disturbo sono responsabili dell’operato del loro governo; vorrebbe che quelli che vivono nel Sahara occupato tornassero a vivere in Marocco e che in generale facessero pressione sul governo perchè cambi la sua politica nei confronti dei saharawi secondo quanto stabilito dalle Nazioni Unite. La sua protesta consiste nell’evitare quanto possibile i marocchini e nel boicottare i loro negozi. Tutti gli altri intervistati dichiarano invece d’avere un buon rapporto con i marocchini in Italia perché distinguono fra il governo e la popolazione. B. L., addirittura, raccontava d’essersi trovata con i marocchini nella moschea per pregare. Secondo il suo racconto in quelle occasioni non si parlava di politica, ma ci si limitava a pregare. Come confermano queste differenze d’opinione sta ad ognuno scegliere che atteggiamento tenere con i marocchini, perché se è vero che non fanno sentire molto la loro voce in Marocco è anche vero che non è detto siano sempre d’accordo con l’operato del governo. Ne è un esempio “il Movimento marocchino per la “via democratica”, che invoca il rispetto del diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi”45, in controtendenza con Rabat ed esponendosi a forti rischi.
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3.3.2 L’identità saharawi in diaspora

Il fatto che i saharawi in diaspora si adattino abbastanza facilmente non toglie che allo stesso tempo conservino nell’esilio degli usi e costumi che gli permettono di rafforzare la loro identità trovandosi lontani dalla propria comunità di riferimento. La permanenza all’estero per tempi prolungati implica un processo di “appaesamento”, per dirla con le parole di Simonetta Grilli, ovvero “L’acquisizione delle forme locali dell’abitare e del produrre, ma anche la costituzione e la ridefinizione degli spazi relazionali del soggetto (relazioni familiari, parentali, di vicinato, con il gruppo degli immigrati […])”46. Nello stato ospitante allo stesso tempo i saharawi riproducono la loro diversità ed evitano “l’incorporazione culturale”47. Gli strumenti per “fare casa” e rafforzare la propria identità sono vari: B. L. si sente saharawi nell’indossare il vestito tradizionale, che è un simbolo della sua origine anche se da diciassette anni vive in Italia, nel fare il the tradizionale, nel vivere secondo certi valori (rispetto per gli anziani, tolleranza, ospitalità…), nel parlare hassaniya e nel viaggiare sempre con piacere. E. M. crede che a caratterizzarla come saharawi in Italia sia l’alimentazione, l’abitudine di fare il the tradizionale, la conoscenza dell’hassaniya, il parlare un italiano misto allo spagnolo (traccia della permanenza a Cuba per gli studi) e l’ospitalità. M. L. si sente saharawi per una serie di valori che gli sono stati passati dalla famiglia, come il rispetto per i genitori e gli anziani, per l’abitudine di fare il the tradizionale e per la conoscenza dell’hassaniya. L. B. pensa che a caratterizzarlo come saharawi sia il fare il the tradizionale ma soprattutto l’ospitalità.

Nelle case di saharawi che ho potuto visitare i rimandi alla cultura d’origine sono tanti: tipica è la presenza del tappeto, sul quale si prende il the o si prega; tutti i saharawi in Italia hanno poi l’attrezzatura per fare il the. Oltre a questi due elementi sulle pareti e nelle librerie prendono posto poster di eventi, libri e cassette video sul proprio popolo, foto di parenti lontani e gadget recanti il nome del Polisario o della RASD, come portachiavi e spille. La presenza di tutti questi oggetti rappresenta quello che Ruba Salih definisce il riflesso di una “doppia appartenenza”48. Le case dei saharawi in diaspora si riempiono di oggetti che rimandano alla cultura d’origine da un lato, e di oggetti che testimoniano il contatto con la cultura d’accoglienza dall’altro. Il mix è del tutto originale e ad un livello più ideale rispecchia i continui meticciamenti che si attuano a livello psicologico-culturale vivendo all’estero.

Nell’autopercezione dei saharawi in Italia un tratto che è emerso spesso durante le interviste e che mi sembra importante evidenziare è l’ospitalità: tutti gli intervistati si autopercepiscono come particolarmente ospitali e rintracciano questa caratteristica nelle origini nomadi.

L.: […] siamo un popolo molto ospitale. Per esempio se tu vieni a casa mia io ti offro tutto quello che… cioè, faccio il possibile per farti stare bene, ti do tutto quello che ho, è proprio... le tende sempre aperte per tutti, per esempio da noi non si bussa alla porta, cioè per entrare o venire ospite da noi non si chiude proprio la porta. La porta rimane sempre aperta, non chiudiamo mai la porta. (L. B.)49.

Maria: secondo te cos’è rimasto della cultura nomade oggi?

E.: la ospitalità, perché i saharawi sono molto ospitali, sono anche molto molto generosi, molto aperti. (E. M.).50.

L’ospitalità probabilmente è davvero un retaggio della cultura nomade, poiché era impensabile sopravvivere nel deserto senza che ci fosse una rete d’appoggio solidale fra le persone. Oggi non è più funzionale alla sopravvivenza poiché i saharawi sono diventati un popolo stanziale ma si è inserita nel nuovo panorama conservando la sua importanza: come afferma Mauro Van Aken, l’ospitalità in un contesto deterritorializzato diventa una delle modalità principali per “far luogo”51. In diaspora si manifesta principalmente nell’accoglienza reciproca, sia normalmente che per festeggiare le ricorrenze. Anche se la loro vita scorre secondo un “ritmo italiano”, il festeggiare lo stesso giorno e ovunque ci si trovi l’anniversario di una data significativa per il proprio popolo crea un’unione che trascende le frontiere dello spazio fisico e rafforza il senso d’appartenenza alla comunità. È anche per questo motivo che ogni volta che ricorre una festività i saharawi in diaspora in Italia cercano di ritrovarsi fra di loro per festeggiare nel modo tipico, vale a dire bevendo thè tradizionale, ascoltando musica saharawi e cucinando i cibi tipici della loro cultura, come il couss-couss con la carne e le verdure. Oltre ad incontrarsi fra di loro approfittano dell’occasione per telefonare ai campi e scambiare gli auguri con la famiglia. Nell’esilio si festeggiano sia le ricorrenze del calendario religioso (festa di Abramo, Ramadan,…) sia quelle nazionali (anniversario della proclamazione della Repubblica, festa dei martiri, giorno dell’insurrezione, nascita del Polisario,…). Alcuni danno più importanza alle prime, altri alle seconde. L. B. ed E. M. vivono la loro fede in modo intimistico e non danno particolare importanza al festeggiamento delle ricorrenze religiose, pregano secondo tempi personali e senza andare nella moschea. B. L. e la sua famiglia sono più praticanti, pregano cinque volte al giorno come prescritto dalla sharia e cercano di svolgere anche le pratiche cultuali, come l’uccisione dell’agnello in occasione della festa di Abramo52. Con qualche settimana d’anticipo vanno da un allevatore e gli chiedono di mettere da parte un agnello. Quando arriva il giorno della festa tornano dall’allevatore che ammazza l’animale macellandolo come stabilisce la legislazione italiana e possono a quel punto portarlo a casa per iniziare i festeggiamenti. Il Corano stabilisce una serie di regole su come debba essere ucciso l’animale sacrificale, per esempio: l’uccisore dev’essere mussulmano, l’animale dev’essere ucciso con un coltello affilato ed in direzione della Mecca, e altre. In questo caso l’impossibilità di seguire fedelmente la prassi cultuale non impedisce alla famiglia di B. L. di svolgere il rito anche se modificato sulla base di quelle che sono le regole del paese d’accoglienza.

La RASD nella sua Costituzione ha stabilito che l’Islam è la religione nazionale pur essendoci libertà di culto53. Tutti i saharawi sono mussulmani sunniti anche se tanti non sono praticanti. La fede saharawi è sempre stata molto intimistica a causa della vita nomade che non prevedeva la costruzione di luoghi di culto vista l’estrema mobilità del popolo. Come i nomadi del passato i saharawi anche oggi non amano andare nella moschea per pregare. La preghiera è un atto che viene considerato intimo ed è svolto prevalentemente entro le mura domestiche, sia nei campi che in diaspora.

 

Noi per esempio riteniamo che il fondamentalismo sia una mal comprensione dell’Islam e del libro sacro del Corano. Per noi l’Islam non è diverso dal Cristianesimo e dal Giudaismo, per quelli che sono i principi fondamentali. Portano lo stesso messaggio in lingue diverse.
Non c’è una “casa di Dio”. Dio è ovunque, e se vuoi parlare con lui puoi farlo dove vuoi: in casa tua, in mezzo al deserto. Per questo noi non accettiamo nessun Imam, e non abbiamo luoghi obbligatori per il rito sacro. Certamente prima di costruire una moschea costruiamo una scuola, un ospedale, un centro per bambini handicappati. Siamo religiosi, ma siamo liberi e tolleranti. (Omar Mansur, ministro della RASD)
54.

Maria: e c’è la moschea nel campo?
L.: sì, ultimamente. Ultimamente ce ne sono perché le hanno costruite, prima non c’erano, ultimamente sì. Però noi di solito mettiamo per esempio pietre rivolte verso la Mecca e preghiamo, di solito, proprio perché è la nostra società, beduina, quindi, cioè, nell’antichità mica facevano la moschea e queste cose qua no?
Maria: no.
L.: e quindi cosa facevano? Mettevano pietre così rivolte verso la Mecca e pregavano. Quindi la moschea nella nostra cultura proprio non è tanto importante, ecco. Io per esempio qua non vado alla moschea, io pochissime volte ci vado alla moschea qua, prego a casa mia, perché mi sono abituato, perché nella nostra cultura non abbiamo l’importanza della moschea, quindi preghiamo a casa nostra, tranquillamente. Però ultimamente le hanno costruite. (L. B.)
55.

La religione mussulmana quindi accomuna tutti ma non costituisce un motivo di fanatismo né di aggregazione. A dimostrazione del fatto che fra i saharawi l’aver fede non è strettamente legato al culto B. L. raccontava che alla nascita della figlia M. L. aveva scelto, con il marito, di battezzarla. La motivazione era quella dell’adattamento agli usi dello stato d’accoglienza. Ai loro occhi non c’era molta differenza fra il crescere la propria figlia come mussulmana o come cattolica, diventando adulta secondo i genitori la bambina avrebbe scelto da sola a che religione appartenere. I saharawi in diaspora vivono una loro versione dell’Islam non esclusivista, ogni religione è per loro portatrice degli stessi valori fondamentali e quindi non si fissano su quanto è stabilito dalla sharia circa le pratiche del culto. Come per i nomadi del passato, che non avevano la possibilità di seguire tutte le pratiche cultuali a causa della vita transumante, anche per i saharawi di oggi è la fede a costituire il nocciolo della religione.

Dall’analisi degli aspetti della vita in diaspora dei profughi saharawi si può concludere che il legame con il loro popolo è mantenuto e perpetuato grazie a questi elementi:

-gli usi e i costumi tipici della cultura d’origine riprodotti nello stato d’accoglienza (vestiti tradizionali, the tradizionale, conservazione della lingua hassaniya, festeggiamento delle ricorrenze saharawi, coerenza con i valori comunitari)

-il contatto con i campi tramite il telefono, le visite, il dono di beni (telefonini, medicine, giocattoli, caramelle, cibo, vestiti, ecc…)

-la consapevolezza dell’investimento del Polisario che rende responsabili verso lo Stato

-il legame affettivo che c’è con i familiari nei campi profughi e nei territori occupati, accentuato dalla consapevolezza delle condizioni critiche in cui vivono

Il legame è quindi di natura sia materiale che affettiva. Si può ipotizzare che per i saharawi in diaspora agisca culturalmente la “teoria del dono” di Marcel Mauss56, riassunta nei tre momenti del dare, del ricevere e del ricambiare. Mauss pensava che un dono non ricambiato causasse l’interruzione dello scambio e ponesse il debitore in condizione di subordinazione. La condizione di “debitori” dei saharawi all’estero, verso il Polisario ed il popolo in generale, impone il “ricambiare”. Questo scambio viene effettuato con la “moneta” dell’impegno a favore del proprio popolo, ovvero: con il ritorno fisico ai campi, con azioni di sensibilizzazione all’estero e con l’aiuto materiale.
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3.3.3 Il ritorno come scelta

Il tema del ritorno è molto importante e carico di significati. Tutti i saharawi che escono dai campi algerini per motivi di studio o per cure mediche lo fanno grazie all’intermediazione del Polisario che lavora per offrire loro questa opportunità. Quello che il Polisario offre al suo popolo è gratuito nel senso che ognuno è poi libero di tornare o no, non ci sono pressioni:

O.: È una libera scelta. La nostra responsabilità come movimento è che i saharawi studiano, gli offriamo la possibilità, i mezzi per farlo, poi finito questo lui decide se tornare nel Sahara occidentale o rimanere in un altro posto. È una scelta, l’importante è che sia un saharawi che ha studiato, che noi gli abbiamo dato la possibilità e i mezzi di farlo. Molti tornano, e c’è chi no, chi sceglie di rimanere nel Paese o va in un altro. In Spagna noi abbiamo una comunità che è rimasta lì a lavorare, però io sono convinto che un giorno finito il conflitto nel Sahara occidentale torneranno […]. Si mantiene comunque il rapporto con il territorio, con la famiglia. I saharawi… noi non siamo un popolo di grandi migranti, siamo stati obbligati in questa fase di guerra ad uscire dal paese, per cercare anche… però non è un popolo di… è vero, di nomadi, però non di migranti. Chi vuole rimanere non c’è nessun problema. Ne abbiamo qui che hanno studiato qua e adesso sono sposati e hanno famiglia qua, stanno qua. Però comunque c’è sempre un rapporto, vanno e vengono dal Sahara occidentale. (Omar Mih)57.

Anche se il Polisario lascia libertà di scelta tanti tornano per senso di responsabilità verso il proprio popolo che ha bisogno di medici, insegnanti, politici e altre figure professionali specializzate, per riconoscenza verso il Polisario, o per il legame con la famiglia:

L.: […] Io preferisco vivere ovviamente qua che nei campi, preferisco… ognuno di voi preferisce comunque vivere in parte dove sta bene, no? Però come sono io, io non rimarrei qui, perché comunque io sono molto legato a casa mia, alla mia famiglia. Poi cioè, secondo me uno che sta lontano da casa, ma anche dove si trova bene, però secondo me non sta bene, perché comunque gli manca qualcosa, gli manca la famiglia, quindi secondo me questa è una cosa molto importante per uno che vive qua. […] Io, come sono io, io tornerei a casa, perché comunque la vita senza i miei genitori e senza la mia famiglia non ha senso, ma anche se sto bene qua. (L. B.)58.
Maria: te sei sicura che vuoi tornare a lavorare nei campi?
E.: certo, sicurissima.
Maria: non hai mai pensato di fermarti fuori?
E.: no. Fuori per imparare altre cose di più, ma per lavorare…
Maria: per la famiglia? Ti senti legata? Per il tuo popolo?
E.: per il mio popolo. A me sembra che ho un debito verso di loro, capito? Sinceramente la penso così […]. (E. M.)
59.

Oltre a quelli che decidono di tornare a vivere nei campi una volta terminati gli studi ci sono saharawi che scelgono di rimanere a vivere all’estero. Fra questi alcuni si rifanno una vita e non contemplano di tornare nemmeno in un futuro, altri organizzano la loro vita all’estero consci che nel momento in cui il Sahara verrà liberato avranno uno Stato a cui tornare. Quest’ultima scelta spesso è supportata da ragioni pratiche di tipo lavorativo, ci sono dei mestieri infatti che adesso nei campi non possono essere svolti, come per esempio il chimico o l’ingegnere. Nell’attesa del ritorno tutti questi individui si formano dal punto di vista lavorativo per poter poi prendere parte alla ricostruzione dello Stato nel Sahara occidentale. Il Polisario “investe” dando la possibilità di studiare a tutto il suo popolo e poi spera che al momento della liberazione del Sahara i saharawi in diaspora faranno ritorno. Per alcuni che rimarranno fuori tanti torneranno con una buona formazione. La scommessa del Polisario deve fare i conti con il cambiamento che subiscono-attuano i saharawi all’estero durante permanenze che durano anche dieci anni. L’esperienza del viaggio inoltre inizia in età giovanile, quando ancora l’identità dell’individuo è in formazione. Nonostante il Polisario si impegni affinché gli studenti delle superiori ricevano un’educazione anche di cultura e storia saharawi, la lontananza, sommata al periodo prolungato, a volte crea delle distanze culturali notevoli. L’esperienza all’estero agisce così da rito di iniziazione: è nel viaggio che ci si forma, si prende visione di altre abitudini, valori, e alle volte si lascia il vecchio per il nuovo. L’impresa che aspetta la nuova generazione consiste nel filtrare gli aspetti delle culture che tramite i saharawi che hanno studiato all’estero vengono portati nella cultura tradizionale; come ha detto la responsabile dei rapporti esteri e la cooperazione dell’Unione delle Donne (UNMS):

È necessario che impariamo a filtrare ciò che ci arriva da fuori. Bisogna stare all’erta. Non vogliamo escludere quanto non appartiene al nostro modo di vivere, sarebbe impossibile, ma dobbiamo essere selettive per non commettere l’errore di far penetrare elementi che ci danneggino o che ci facciano perdere gli aspetti positivi delle nostre abitudini e tradizioni. Occorrerà trovare un punto d’incontro su alcuni temi, come possono essere l’uso della malhfa60 o degli anticoncezionali61.

Rimane da dire che se da un certo punto di vista l’esperienza all’estero è un momento importante di formazione, per tanti è anche un periodo di solitudine, lontani dagli affetti più importanti. All’estero ci si va per studiare, si prende quel che c’è di buono e si coglie l’occasione per conoscere un’altra cultura, ma per i più la propria terra rimane il luogo nel quale ci si immagina a vivere.
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1 Il patto di gemellaggio e amicizia fu firmato nel 1984 fra il sindaco del comune di Sesto Fiorentino, Elio Marini, e Mohamed Ali Sidi Bachir, sindaco della città di Mahbes.

2 Paragrafo 1.7.1.

3 Mancinelli, 1998, 89.

4 Dall’intervista a Omar Mih alla sede dell’associazione “El Ouali per la libertà del Sahara occidentale”. (Bologna, 14/12/06).

5 Dal sito dell'associazione "El Ouali per la libertà del Sahara occidentale": www.saharawi.org/documenti/bertinotti4.htm, agg. 2007.

6 Ramondino, 1997, 45-112.

7 Ardesi, 2004, 119-120; Bendoni, 2000.

8 Trimestrale di solidarietà con il popolo saharawi, 2002, X.

9 Ardesi, 2004, 122; Trimestrale di solidarietà con il popolo saharawi, 2002, IV-X.

10 Trimestrale di solidarietà con il popolo saharawi, 2002, X.

11 Risoluzione n. 197 dell’Assemblea legislativa regionale dell’Emilia Romagna approvata a maggioranza nella seduta pomeridiana del 26 Luglio 2005. (Dossier Per il popolo saharawi, 2006, 5-6).

12 Dossier Per il popolo saharawi, 2006.

13 La provincia di Bologna è gemellata con il campo profughi di Smara.

14 Dal discorso del Governatore di Smara alla conferenza con le associazioni dell’Emilia Romagna. (Protezione Civile di Bologna, 21/11/06).

15 Vedi paragrafo 1.7.1.. Dal discorso del Governatore di Smara alla conferenza con le associazioni dell’Emilia Romagna. (Protezione Civile di Bologna, 21/11/06).

16 Ardesi, 2004, 122-123; Dossier Per il popolo saharawi, 2006, 7/15; Trimestrale di solidarietà con il popolo saharawi, 2002, 32/43.

17 Le delibere n. 370 del I° Marzo 2004 (Erogazione di interventi sanitari nell’ambito del programma assistenziale a favore di cittadini stranieri- ex art. 32, comma 15, Legge 449/1997, di cui alla delibera del Consiglio regionale n. 516/2003) e la n. 1006/2001 (tesserini sanitari per tutto il periodo di soggiorno in Emilia Romagna) consentono di curare i bambini presso le strutture sanitarie regionali con copertura totale a carico del Servizio Sanitario Regionale (Dossier Per il popolo saharawi, 2006, 15).

18 Dal 1991 l’Afapredesa (Associazione delle Famiglie dei Prigionieri e degli Scomparsi Saharawi) porta avanti una campagna europea di adozione simbolica dei desaparecidos. Questa iniziativa nasce dalla volontà di ricordare gli scomparsi, di esprimere solidarietà verso le famiglie, di sensibilizzare l’opinione pubblica e di fare pressioni sul governo marocchino perché cambi la sua politica nei confronti dei saharawi. Chi adotta un desaparecidos saharawi ogni mese manda cartoline postali a quattro destinatari scelti dal Bureau des Droits de l’Homme (BIRDHSO), che arrivano insieme ad una spiegazione dell’iniziativa. (Ardesi, 2004, 123; Mancinelli, 1998, 67-68-87).

19 Ardesi, 2004, 91.

20 Ardesi, 2004, 123.

21 Mancinelli, 1998, 86.

22 v. nota 252.

23 Dall’intervista a Omar Mih alla sede dell’associazione “El Ouali per la libertà del Sahara occidentale”. (Bologna, 14/12/06).

24 Ramondino, 1997, 60-61.

25 Dall’intervista a Omar Mih alla sede dell’associazione “El Ouali per la libertà del Sahara occidentale”. (Bologna, 14/12/06).

26 Dall’intervista a L. B.. (Bologna, 6/12/06).

27 Tortajada, 2004, 172.

28 Dall’intervista a Omar Mih alla sede dell’associazione “El Ouali per la libertà del Sahara occidentale”. (Bologna, 14/12/06).

29 Dall’intervista a E. M.. (Modena, 7/12/06).

30 Alemanno, S.- Chiostrini, R., 2006.

31 Dal discorso del Governatore di Smara alla conferenza con le associazioni dell’Emilia Romagna. (Protezione Civile di Bologna, 21/11/06).

32 Tortajada, 2004, 104.

33 Mancinelli, 1998, 81; Tortajada, 2004, 104.

34 Alemanno, S.- Chiostrini, R., 2006.

35 Dall’intervista a Omar Mih alla sede dell’associazione “El Ouali per la libertà del Sahara occidentale”. (Bologna, 14/12/06).

36 Ramondino, 1997, 52.

37 Mancinelli, 1998, 83.

38 Dall’intervista a B. L. e M. L.. (Prato, 18/12/06).

39 Dal sito dell'associazione "El Ouali per la libertà del Sahara occidentale": www.saharawi.org, agg. 2007.

40 Boano C., Floris F., 2005, 70.

41 Dall’intervista a E. M.. (Modena, 7/12/06).

42 Salih, 2000, 27.

43 Dall’intervista a B. L. e M. L.. (Prato, 18/12/06).

44 Dall’intervista a Omar Mih alla sede dell’associazione “El Ouali per la libertà del Sahara occidentale”. (Bologna, 14/12/06).

45 Dossier Per il popolo saharawi, 2006, 24.

46 Destro, 2002, 49.

47 Destro, 2002, 91.

48 Salih, 2000, 29.

49 Dall’intervista a L. B.. (Bologna, 29/11/06).

50 Dall’intervista a E. M.. (Modena, 7/12/06).

51 Annuario antropologia n. 5, 2005, 116.

52 Nel decimo giorno del mese del pellegrinaggio cade la festa del sacrificio, in essa la Umma (comunità islamica) ricorda un momento decisivo della vita di Abramo che è raccontato sia nel Corano che nella Bibbia. Dio prova la fedeltà di Abramo chiedendogli di sacrificare il figlio che Lui stesso gli aveva donato e che costituiva ciò che aveva di più prezioso. (Dal sito Islam online donne mussulmane: http://www.islam-online.it/donna/festa%20del%20sacrificio.htm, agg. 2007).

53 Mancinelli, 1998, 74.

54 Alemanno, S.- Chiostrini, R., 2006.

55 Dall’intervista a L. B.. (Bologna, 6/12/06).

56 Annuario n. 5, 2005, 15; Fabietti, 2001, 74-75.

57 Dall’intervista a Omar Mih alla sede dell’associazione “El Ouali per la libertà del Sahara occidentale”. (Bologna, 14/12/06).

58 Dall’intervista a L. B.. (Bologna, 6/12/06).

59 Dall’intervista a E. M.. (Modena, 7/12/06).

60 Malhfa: tonaca fatta con un solo pezzo di tessuto, indossata dalle donne.

61 Tortajada, 2004, 210.