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Che
cosa accade a un popolo che non può fare ritorno alla realtà
ipotetica della propria patria né al proprio luogo effettivo
di residenza? Perdere
il diritto di definire se stessi in base alla propria origine è
come morire. |
Le ultime generazioni di saharawi non hanno mai visto il Sahara occidentale eppure questa terra sconosciuta esercita su di loro un’enorme attrattiva. Il Sahara viene costantemente menzionato, studiato, ricordato a scuola, in famiglia, nelle manifestazioni pubbliche, nella memoria collettiva in generale. Nell’esilio il Sahara da luogo fisico è diventato luogo simbolico della rinascita dello Stato, un contenitore di speranze, di sogni, di pace e felicità. Sono un esempio di ciò le parole di L. B., nato nel campo profughi:
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L: ah, lo immagino un bel Paese, un Paese meraviglioso perché comunque è il mio Paese, e anche se fosse per esempio solo una parte di terra dove non c’è nulla di nulla è la mia terra. Capito? Sono libero di fare quello che voglio, sono libero di vivere nella mia patria, nella mia terra, quindi l’accetto come è. Me ne parlano sempre i miei genitori, è un bel Paese, un Paese meraviglioso. (L. B.)3. |
È solo con il ritorno che il popolo saharawi riprenderà pienamente la sua vita, potrà dirsi a casa, libero di esistere e di costruire socialmente e politicamente sé stesso. Nel frattempo il desiderio di tornare agisce da collante della nuova identità. Da quando c’è stata la ridefinizione identitaria che ha visto accantonare il concetto di “tribù” per quelli di “popolo” e “stato” i saharawi rafforzano la loro appartenenza coltivando il “sogno condiviso”.
La coscienza dell’ingiustizia subita alimenta inoltre l’attrazione che il territorio del Sahara esercita sia su chi ci ha vissuto, sia su chi non c’è mai stato.
Dall’esilio in poi questo popolo non ha mai considerato la possibilità di trasferirsi in altri Paesi in cerca di maggior fortuna, come hanno fatto invece tanti altri profughi diventati tali per motivi diversi, il ritorno è letteralmente atteso. I profughi saharawi vivono alle soglie del territorio per il quale lottano e tutto quello che investono assume significato in prospettiva del ritorno.
Il sentimento di attaccamento al territorio viene trasmesso ai bambini per far sì che questo sogno non sia solo di chi ha vissuto là, ma di tutti, del popolo, infatti i tempi di realizzazione del referendum sono quantomai incerti e imprevedibili.
La RASD investe moltissimo nelle politiche del ritorno, come abbiamo visto convoglia quanto più possibile le risorse che sono messe a disposizione dalla Comunità internazionale nel settore della formazione, sia scolastica che lavorativa, come anche nel settore della sanità. Se prima dell’esilio non esisteva nemmeno uno Stato saharawi oggi l’impegno per far sì che cresca è massimo.
Come politiche del ritorno si possono individuare tutte le azioni volte allo sviluppo di una memoria collettiva nei campi, per esempio la creazione di musei, di siti archeologici, i contenuti dell’educazione scolastica e le manifestazioni pubbliche; il continuo lavorio dei politici della RASD e del Polisario in tutto il mondo per sensibilizzare e allo stesso tempo fare pressione politica sui governi; gli esperimenti agronomici in collaborazione con studiosi internazionali nel settore; infine, ma assolutamente non meno importante, tutte le azioni volte alla formazione scolastica e lavorativa sia nei campi che all’estero grazie all’aiuto della comunità civile di alcuni Stati esteri (primi fra tutti Spagna e Italia) e a convenzioni speciali.
In questa tesi mi sono concentrata sulla diaspora saharawi in Italia spinta dall’interesse a capire come questi viaggi siano concepiti dallo Stato (la RASD) e dai singoli che li intraprendono; come questi vivono tali periodi di distacco anche prolungati; come cambia la loro identità in contatto con gli stati d’accoglienza e come tutto ciò si riflette nei campi profughi.
Per la RASD questi viaggi sono investimenti, che vengono fatti da una parte sempre con la speranza di veder tornare i propri connazionali e poter ricevere da loro un aiuto anche professionale, dall’altro come dono responsabile ai propri “cittadini”, in un momento in cui non c’è troppo da offrire. Dall’altra parte chi intraprende questi viaggi solitamente si sente grato verso il suo Stato e quello d’accoglienza, vive perciò il periodo di permanenza all’estero come un’occasione, un’opportunità preziosa da far fruttare. Tutti i saharawi all’estero mantengono un costante legame con la comunità profuga in Algeria, questi legami sono affettivi, culturali, sociali ed economici-materiali. Quando parlo di legami affettivi intendo dire che tutti i saharawi all’estero hanno la famiglia nei territori algerini, nei territori occupati, e spesso in entrambi. Con “legami culturali” faccio riferimento a tutte le pratiche messe in atto all’estero per rafforzare la propria identità, la propria appartenenza ad uno Stato lontano ma di riferimento. Per legami sociali intendo il senso di responsabilità, riconoscenza e debito verso lo Stato che porta tantissimi studenti a tornare una volta laureati per “sanare il debito”, assolvere alle responsabilità socio-politiche che sentono sulle loro spalle. I legami economici (che consistono nei soldi che i saharawi all’estero spediscono alle famiglie ai campi) sono forse i più deboli se si considera che il commercio all’interno dei campi è ancora molto poco sviluppato. I legami materiali sono invece un po’ più sviluppati e consistono in tutti gli oggetti che, donati o scambiati, attraversano le due culture agendo da ponti di sempre nuove “contaminazioni” culturali.
Tutti questi legami mantenuti dai saharawi all’estero possono essere spiegati con l’interpretazione che Bruno Riccio dà del termine “transnazionalismo”, ovvero: “i processi attraverso i quali i migranti, grazie anche alle innovazioni tecnologiche, tessono reti e mantengono relazioni sociali multiple che collegano le loro società di origine a quelle di approdo creando “campi sociali” che attraversano confini nazionali, geografici e politici”4. Dassetto, ancora, definisce tutti questi trasferimenti di denaro, beni, saperi, forze e persone “pratiche di connessione”5. La diaspora saharawi può essere vista come una comunità transnazionale nel senso sopra detto: tutti i saharawi in diaspora in questa prospettiva agiscono da ponti fra culture, tendono fili, creano nuovi meticciamenti, fanno scambi. Il transnazionalismo è un concetto sempre attuale perché da sempre i popoli si sono spostati, l’aspetto originale d’oggi è semmai l’incremento esponenziale degli scambi grazie alle nuove tecnologie6. Le contaminazioni culturali che vengono continuamente introdotte dai saharawi in diaspora sono una realtà che viene positivamente vissuta dalla RASD, sono l’occasione per prendere quel che c’è di buono da ogni cultura, cercando di non perdere quello che di buono c’è nella propria.
La società saharawi oggi è assimilabile ad un workshop, in quanto si definisce in un contesto di grande scambio, in un fragile equilibrio fra tradizione e modernità. In tutto ciò i saharawi in diaspora sono veicoli di cultura, identità ibride.
Il referendum come abbiamo visto dipende da varie condizioni di natura soprattutto economico-politica. È drammatico ed allo stesso tempo significativo il caso di questo popolo perché dimostra che tutti i progressi fatti dal mondo Occidentale nel campo dei diritti umani, della conquista della democrazia, dell’eguaglianza fra i sessi ecc… sono vincolati agli interessi economici, i quali guidano gli stati sostanzialmente verso il profitto. In quest’occasione trovano risalto i limiti dell'Onu e dell'Unione Europea nella capacità di far rispettare il diritto internazionale. Sidi, un anziano soldato saharawi, dice appunto: “Il nostro problema non è il Marocco ma l'Onu, perchè al suo tradimento non possiamo rispondere con le armi”7.
Tutto il dibattito sull’arretratezza dei popoli africani, a partire dall’antropologia stessa fin dalle sue origini, ancora una volta crolla sotto l’evidenza: la democrazia, come il progresso, sono concetti relativi. La RASD pur essendo una giovane democrazia dimostra quel rispetto per i valori che la determinano che forse caratterizza solo chi inizia l’avventura democratica. Senza andar lontano si pensi a tutti i sogni del dopoguerra italiano, ai buoni propositi dei partigiani o del Partito d’Azione (Pda). Il ritorno nel Sahara occidentale probabilmente dovrà passare dalla creazione di una rete capillare di solidarietà a livello comunale, provinciale, regionale e delle organizzazioni umanitarie nel maggior numero di stati. A quel punto forse la pressione dal basso potrà avere una qualche efficacia al fine dell’attuazione del referendum. È mia opinione che la scelta della RASD di rispettare il diritto internazionale sia di decisiva importanza per gli sviluppi futuri della questione. Infatti in questo periodo storico ogni possibile associazione con il terrorismo potrebbe compromettere il piano di pace più di come non lo sia già.
Con l’augurio
sincero che questi buoni propositi vengano premiati ringrazio tutti i saharawi
che ho incontrato per la disponibilità e gentilezza dimostrata, nonché
l’associazione “El Ouali” di Bologna per il suo appoggio spassionato
nella redazione di questa tesina, che spero abbia, oltre che un valore personale,
un’utilità informativa. Colgo inoltre l’occasione per ringraziare
il professore che mi ha seguita nel lavoro, i miei amici, il mio compagno e
la mia famiglia per avermi incoraggiata e supportata in questi anni universitari
con affetto e fiducia.
Inizio Pagina
1 Farah, 2003, 83.
2 Farah, 2003, 85.
3 Dall’intervista a L. B.. (Bologna, 29/11/06).
4 Riccio, 2000, 17.
5 Calvanese, 2000, 6.
6 Grillo, 2000, 12.
7 Dal sito Radioforpeace Saharawi: www.radiokcentrale.it/news62/htm, agg. 2007.