INTRODUZIONE
L’argomento che tratterò in questo elaborato è, come anticipa il titolo, “la diaspora saharawi in Italia”. Per capire di cosa sto parlando è necessario delineare il quadro nel quale si colloca la questione.
I saharawi sono un
popolo di origini nomadi che per secoli ha vissuto nella zona del Sahara occidentale,
nella regione nord-africana del Maghreb confinante a nord con il Marocco, a
ovest con l’Oceano Atlantico, a sud con la Mauritania e ad est con l’Algeria
e la Mauritania.
Questo territorio è estremamente ricco dal punto di
vista delle
risorse naturali1,
infatti è fra i maggiori produttori di fosfati, ha una delle coste più
pescose del mondo,
ha gas e giacimenti di ferro e petrolio, bene che, come
la
storia non smette di dimostrare, muove spesso gli stati. Nel XV secolo il Sahara
è stato colonizzato per fini politico-economici dagli spagnoli, che sono
rimasti fino al 1975, quando con un accordo segreto hanno ceduto la regione
ai confinanti Marocco e Mauritania che l’hanno ricolonizzata con la forza
militare. Il popolo saharawi da allora è diviso: chi è riuscito
a fuggire al tempo dell’invasione ora vive nei campi profughi che sono
nati in Algeria vicino Tindouf, chi non ci è riuscito vive nei territori
occupati dal Marocco in condizioni di discriminazione e violenza. Questi eventi,
e ancor prima l’intensificarsi della colonizzazione spagnola, hanno sviluppato
il sentimento nazionalista saharawi e portato in un primo tempo alla nascita
di un fronte di liberazione (Fronte Polisario, 1973), poi alla nascita dello
Stato saharawi (RASD, 1976), oggi riconosciuto da un’ottantina di paesi
perlopiù africani2.
La lotta armata è cominciata nel 1975 (anno dell’invasione marocchina del Sahara) e si è conclusa nel 1991, anno in cui è stato firmato l’ultimo di una serie di piani di pace fra RASD e Marocco. Questo piano prevedeva un referendum d’autodeterminazione nel Sahara occidentale sotto l’egida delle Nazioni Unite e con l’appoggio dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA). Da sedici anni l’ostruzionismo marocchino e gli interessi di molti stati impediscono la realizzazione di questo referendum che permetterebbe di porre fine all’esistenza dell’ultima colonia africana3.
I saharawi aspettando il ritorno nella loro terra percorrono con fiducia e tenacia la via diplomatica, rinunciano ad azioni terroristiche, organizzano quotidianamente la vita nei campi profughi, lavorano e studiano sia nei campi che all’estero grazie a convenzioni speciali con diversi Stati (Algeria, Cuba, Spagna, Italia,…).
Sul panorama internazionale quasi tutti gli stati si pronunciano a favore del referendum, come anche le istituzioni internazionali (l’Onu, l’Oua ed il Parlamento europeo), ma in pratica questo processo è ostacolato dagli interessi che ruotano intorno alla regione, che come abbiamo visto possiede risorse che fanno gola a molti soggetti politici ed economici.
Questo mio lavoro si basa sia sulla ricerca bibliografica, sia sulla ricerca di campo.
Ho preso
coscienza per la prima volta della causa saharawi grazie all’associazione
“El Ouali per la libertà del Sahara occidentale” di Bologna,
che oltre a fornirmi informazioni e materiale sull’argomento mi ha messa
in contatto con alcuni saharawi in Italia. Il lavoro di campo è consistito
da una parte nelle interviste a questi saharawi che vivono in Italia per cure
mediche o per studio e dall’altra in incontri con figure politiche saharawi.
Per esempio ho avuto modo di partecipare ad una conferenza tenutasi il 21 Novembre
2006 alla Protezione Civile di Bologna fra il Governatore di Smara4
e diversi
rappresentanti della società civile Emiliano-Romagnola, nonché
di intervistare il 14 Dicembre 2006 il rappresentante del Polisario in Italia
Omar Mih alla sede dell’associazione “El Ouali” di Bologna.
Queste ultime due esperienze mi hanno aiutata a comprendere meglio la politica
del Polisario, la modalità di distribuzione delle borse di studio, l’organizzazione
della vita nei campi ed i rapporti della RASD con gli altri stati sul piano
internazionale. Le interviste con coloro che vivono in Italia per studio o cure
mediche mi sono invece servite per capire come i saharawi in diaspora vivono
la lontananza dai campi, che tipo di rapporti tengono con chi resta agli accampamenti
e con il Polisario, che senso danno al loro studiare fuori e come pensano il
loro futuro, ad esempio: c’è un progetto di ritorno ai campi alla
fine degli studi?
Per ragioni di riservatezza metterò solo le iniziali dei nomi e cognomi delle persone che ho intervistato, a meno che non si tratti di politici. Il primo contatto con un saharawi in Italia l’ho avuto con L. B., un ragazzo che è iscritto alla “Facoltà di Medicina e Chirurgia” dell’Università di Bologna. L. parla bene italiano e mi ha aiutata molto a capire quello che dalla lettura dei libri rimaneva incompleto. È grazie a lui che mi sono messa in contatto con E. M., una donna saharawi che dopo aver studiato alla “Facoltà di Medicina e Chirurgia” di Cuba sta attualmente facendo la “Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia” a Modena. Tramite lei ho preso poi contatto con una famiglia saharawi che vive a Prato formata dalla madre B. L., il padre H. L., la figlia M. L. e il fratello. L’intervista in questo caso si è concentrata sulla madre che vive in Italia per ricevere cure mediche e sulla figlia che è nata e vissuta da sempre a Prato. Tutto questo materiale si è rivelato prezioso per approfondire un argomento poco affrontato dalla bibliografia sui saharawi, appunto “la diaspora”.
Nel primo capitolo tratterò della storia del popolo saharawi, per capirne le origini ed il percorso che l’ha portato a diventare profugo5. Cercherò anche di spiegare sulla base di fatti documentati e di considerazioni personali il motivo dell’impasse nel piano di pace ed il ruolo di vari stati coinvolti.
A questo inquadramento storico-politico seguirà nel secondo capitolo una panoramica della vita nei campi profughi che comprenderà sia l’organizzazione pratica, sia considerazioni sulla specificità dei campi saharawi. Questa specificità va individuata nell’autogestione dei campi, nonostante i rifugiati saharawi vivano di aiuti umanitari, e nella gestione femminile delle strutture, dettata dal fatto che per quindici anni gli uomini sono stati al fronte.
La letteratura sui
profughi in linea generale definisce i campi profughi come “non-luoghi”,
per dirla con le parole di Agier “città nude”, ovvero insediamenti
spogliati della componente economica e politica e congelati in un eterno presente6.
Citando Razac: “Un campo, anche se immenso, non deve penetrare la memoria
di un luogo,
è lì senza esservi realmente, la sua furtività
è dovuta al fatto che è solo appoggiato sulla terra, come una
tenda che da un giorno all’altro può essere tolta”7.
Al campo profughi vengono attribuite caratteristiche come: l’essere luoghi
fuori dal tempo e dalla politica; l’essere contenitori di persone “in
eccesso” che divenendo
profughi cadono oggetto della politica delle agenzie
dell’aiuto umanitario; l’essere luoghi temporanei e insieme a tempo
indeterminato; l’essere strutture di “protezione” che in pratica
impediscono il flusso delle persone e trattengono i profughi nel limbo del non-tempo
e non-spazio. I saharawi eludono praticamente tutte queste condizioni: vivono
la permanenza nei campi in modo costruttivo, organizzano autonomamente la loro
vita all’interno degli accampamenti, possono entrare e uscire liberamente,
sono riconosciuti politicamente dall’Onu e dall’Oua, hanno un’organizzazione
politica che culmina nello Stato della RASD e sono soggetti attivi e consapevoli
dei cambiamenti che mettono in atto. Queste peculiarità li rende nel
panorama dei campi profughi un esempio interessante in quanto prefigurano un
modo alternativo di gestione dei campi, troppo spesso luoghi di spersonalizzazione
e dipendenza passiva.
Gli stimoli esterni sono tanti e vengono sia dalle innumerevoli entità dell’aiuto umanitario, sia da tutti i singoli saharawi che viaggiano per motivi politici, di studio e di salute.
Toccando questo argomento arriviamo al terzo ed ultimo capitolo, nodo di questo lavoro: la diaspora saharawi in Italia. Citando i saharawi intervistati e avvalendomi dei contenuti bibliografici ho cercato in questa ultima parte di definire la natura della diaspora, individuarne i caratteri e fare delle riflessioni di natura personale sul significato di queste esperienze a livello politico dello Stato e a livello personale di ogni saharawi. Questa sezione costituisce la parte più originale della tesina essendo in buona parte frutto dell’esperienza diretta con i saharawi in diaspora incontrati.
Seguirà una
breve conclusione.
Inizio Pagina
1 Ardesi, 2004, 35; Bendoni, 2000; Dvd saharawi, 2006; Mancinelli, 1998, 27-28; Tortajada, 2004, 38.
2 Bendoni, 2000; Dvd saharawi, 2006; Massaro, 2005/06.
3 Ardesi, 2004, 124; Dvd saharawi, 2006; Lamore, 2004, 71.
4 Smara è il nome di uno dei quattro campi profughi sorti in Algeria.
5 Profugo: che, chi è costretto ad allontanarsi dalla propria patria e a cercare rifugio altrove. (Vocabolario Lo Zingarelli, 1994).
6 Boano C.- Floris F., 2005, 16-95.
7 Boano C.- Floris F., 2005, 54.