Indice

PARTE I

1. LO SCENARIO INTERNAZIONALE DEGLI ANNI NOVANTA. CRISI E RIDEFINIZIONI

I cambiamenti degli anni novanta.
La crisi dello Stato nazione: tra postnazionalismo, transnazionalismo e subnazionalismo.
La riconcettualizzazione del concetto di diplomazia.
“La paradiplomacy in action”, attori, motivi, opportunità, strategie e limiti.
Il ruolo della multi track diplomacy nel conflict transformation.

  

I cambiamenti degli anni novanta.

              “A partire dagli anni 1990, l’ampiezza e l’intensità della cosmopolitizzazione acquista una nuova qualità e oltrepassa di gran lunga quanto poteva essere osservato agli inizi del secolo. Parallelamente al cosmopolitismo che si diffonde al microlivello del mondo della vita, degli stili di vita e delle istituzioni quotidiane[ …] è in corso un processo di cosmopolitizzazione al macro livello” [1] .

Un forte senso di cambiamento, infatti, sin dagli inizi degli anni novanta e, per alcuni autori già a partire dagli anni ottanta [2] , si è insinuato in molti ambiti: storico, sociale, economico, antropologico e della cooperazione allo sviluppo. Come per tutti i periodi di forte cambiamento, le interpretazioni, le considerazioni, le valutazioni espresse a riguardo sono delle più diverse e spesso discordanti. Tale momento di trasformazione, vissuto dai più come momento precario, s’insidia, tra l’altro, nei discorsi di molti studiosi e nel vissuto quotidiano. Le dinamiche di trasformazione già presenti in passato, oggi si accentuano, trasformano il mondo intorno a noi e la nostra considerazione dello stesso. James Rosenau in un suo recente studio [3] ritiene che fenomeni di profondo cambiamento oggi pervadono la vita quotidiana di cittadini che non appartengono solo più allo Stato nazione, ma sono ormai, o si sentono, “cittadini del mondo”. Nella sua analisi esamina il ruolo d'alcune “rivoluzioni”, infatti, ritiene che la rivoluzione delle comunicazioni abbia facilitato il rapido e spesso simultaneo scambio d’idee, informazioni, immagini tra un continente e l’altro. La rivoluzione nei trasporti ha permesso, non più solo alle elite e ai turisti, ma a lavoratori, immigrati legali ed illegali, studenti ecc. di viaggiare e conoscere il mondo. La rivoluzione organizzativa ha consentito una diffusione e un decentramento dell’autorità, dell’influenza e del potere aldilà dei confini tradizionali, inoltre, la rivoluzione economica ha ridirezionato flussi di beni, servizi, capitali, ownership tra i paesi. Rosenau continua la sua analisi sottolineando come nel frattempo il territorio e i confini continuano ad essere importanti, ma sono permeabili e porosi; politica estera e politica interna sembrano separate, ma si sovrappongono costantemente, gli Stati sembrano ormai non essere più i protagonisti indiscussi della scena internazionale, ma continuano, in alcuni ambiti, ad essere più che presenti. Le scene di genocidio, persecuzioni, massacri e violazione di diritti umani, entrano nelle nostre case attraverso i mass media e sono quindi alla portata di tutti, ma le organizzazioni umanitarie spesso sembrano immobilizzate o incapaci di agire. Messo insieme, tutto ciò ha prodotto fenomeni materialmente non quantificabili, ma sicuramente profondi e persino contraddittori, quali: erosione dei confini, integrazione regionale, proliferazione di networks, rivalutazione di concetti, quali, patria e appartenenza culturale, moltiplicazione di movimenti sociali, trasformazione e spesso indebolimento del potere statale, della sovranità, dispersione dell’autorità. In questo contesto, si assiste ad una riscoperta ed empowerment della società civile, che come soggetto e non più come oggetto, lavora, pensa, agisce per e con la realtà locale e globale con una coscienza diversa La società contemporanea, infatti, è come se si barcamenasse tra tendenze dicotomiche, il piccolo e il grande, il nuovo e il vecchio, il locale e il globale cercando di trovarne un punto d’equilibrio, cercando di goderne i vantaggi e di coglierne le inedite opportunità ma esorcizzando i pericoli, temendo sfide e rischi.

Edward Finn sottolinea come questi “fondamentali cambiamenti sociali hanno creato una nuova gamma di aspettattive per le relazioni internazionali […]. Le forze collanti della globalizzazione e delle trasformazioni hanno creato nuovi punti di forza più efficienti, ma anche più terribili di quanto qualsiasi mondo abbia conosciuto prima, ma insieme con esse nuove forme di potere stanno prendendo vita” [4] , infatti le opportunità si intrecciano con difficoltà, paure e incertezze. Nell’analisi del nuovo millennio, anche due importanti autori quali Diamond e McDonald indicano che è come se si fossero scoperti due movimenti simultanei ma contraddittori all’interno delle relazioni e della cooperazione internazionale, l’unità e la diversità, l’integrazione culturale e la preservazione delle differenze, il cosmopolitismo e la difesa dall’omogeneizzazione culturale, che però s’incontrano e si scontrano, armonizzandosi reciprocamente [5] . Numerosi altri autori hanno espresso questo senso di trasformazione. Forse proprio il termine più adatto a designare l’attuale momento storico, è la transizione; essa coglie a fondo anche il senso di movimento verso il nuovo che, però è sconosciuto, e quindi incuriosisce e spaventa, ma coglie anche il senso d’attaccamento al vecchio, con cui spesso ci si riconosce, identifica e addirittura si reinventa, come più volte evidenzia Beck.

All’inizio degli anni novanta ci si aspettava che la fine del bipolarismo segnasse l’avvento di un mondo unipolare, ma la nuova realtà ha invece dato vita ad un “massive flux [6] di sistemi politici e relazioni intestatali, collaborazioni e accordi formali e non, tra i più diversi soggetti della società civile. Processi quali: democratizzazione, pluripartitismo, votazioni libere e universali sono temi ormai all’ordine del giorno in ogni area geopolitica. La consapevolezza del livello d’integrazione internazionale si riflette anche su concetti quali: potere, violenza, giustizia, terrore, economia, sostenibilità ambientale. La nostra società è, infatti, sia pervasa da un senso di profondo cambiamento, che da un forte senso d’attaccamento al passato, alla storia, alla memoria.

E’ questa un’epoca delle contraddizioni e delle contrapposizioni? Secondo la visione di B. Boutros – Ghali “Siamo entrati in un’era di transizione globale segnata da tendenze singolarmente contraddittorie; le associazioni regionali e continentali e gli Stati stanno sviluppando modalità per approfondire la cooperazione e appianare alcuni dei contenziosi caratteristici delle rivalità sovrane e nazionalistiche. I confini nazionali sono resi indistinti dalle comunicazioni avanzate, dal commercio mondiale e dalle decisioni degli stati di rinunciare ad alcune prerogative sovrane in favore di più ampie associazioni politiche comuni.” [7] Per molti autori, infatti, uno dei più visibili paradossi caratterizzanti la nascita di questo nuovo secolo è il contrasto tra l’estrema facilità e velocità con la quale i capitali finanziari, le informazioni, le merci, circolano sul pianeta e le barriere che spesso vengono erette tra gli esseri umani. L’inclusione della minoranza, il loro accesso ai beni e alle risorse, caratterizzato spesso dall’eccessività e dallo spreco, implica l’esclusione della maggioranza dal godimento delle stesse possibilità, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi [8] , pertanto, quella che rimane esclusa è ciò che Murphy Brian indica con la cosiddetta “social majority” [9] .

Secondo la prospettiva di B. Boutros-Ghali [10] espressa nel 1992, nella famosa ‘Agenda per la Pace’, ma, come anche espresso nel pensiero di numerosi importanti autori, si avverte un gran bisogno di collaborazione e cooperazione, attraverso meccanismi collettivi di discussione, su temi più diversi che a livello nazionale sembrano difficilmente gestibili, come il commercio e il diritto internazionale, la sicurezza collettiva, la finanza, il controllo delle armi, lo sviluppo e la tutela dell’ambiente, l’organizzazione di flussi internazionali d’aiuti e le strategie atte alla riduzione della povertà. Forte è la tendenza ad uscire dai confini di pratiche individualiste e isolazioniste, e a cominciare ad operare oltre i confini della sovranità nazionale, all’interno di forum allargati e condivisi.“Il mondo sta cambiando rapidamente e questi cambiamenti non sono superficiali […]. Essi sono, infatti, capaci di trasformare il panorama mondiale e perciò valori, strutture, e comportamenti […]. Il modo più semplice per descrivere questi cambiamenti è dire che il mondo sta riconoscendo la sua stessa interdipendenza [11] . Dall’altra parte una forte attenzione è posta e va posta sulle differenze culturali e sociali. Forti richieste, non solo di riconoscimento politico d’identità, di libera autodeterminazione ma anche d'intervento della comunità internazionale in nome dei principi generali di diritto internazionale generalmente riconosciuti, provengono da molti angoli della terra. I conflitti non più solo statali ma intraregionali, subregionali, interstatali, internazionali e attraversano la comunità internazionale tutta. Quasi ovunque ci sono conglomerati o fazioni etniche, politiche e religiose che lottano contro la repressione e l’oppressione, e spesso per il riconoscimento di un principio ormai consolidato, il principio d’autodeterminazione dei popoli [12] .

Rosenau conia un termine utile alla definizione di questo processo di cambiamento veloce e contraddittorio, che nasce dalla stretta relazione tra fragmentation e integration, “L’etichetta ‘fragmegration’, un concetto che giustappone processi di fragmentation e integration in corso all’interno, e tra organizzazioni, comunità, Paesi, e sistemi transnazionali per questo è virtualmente impossibile non trattarli come interattivi e connessi casualmente” [13] . La percezione che deriva da tutto ciò è un senso di smarrimento, di spersonalizzazione, di rottura che senza dubbio turba, angoscia, inquieta o quanto meno fa riflettere molto, ma può essere anche concepito come il famoso attimo da cogliere. Questo momento storico, che può essere definito come periodo di crisi, ha messo in discussione certezze, convinzioni e paradigmi consolidati. Crisi, intesa non nel senso negativo del termine, che oggi spesso le viene attributo, ma nel senso letterale del termine (dal greco krìsis) che appunto significa “separazione, scelta, rottura”, un’accezione quindi sia negativa che positiva.

Neologismi, espressioni prima sconosciute sono stati creati per descrivere questo momento storico. Termini, come globalizzazione, cosmopolitizzazione, cosmopolitismo, glocalismo, transnazionalizzazione, postnazionalismo, terrorismo internazionale, paradiplomacy, multi track diplomacy sono ormai all’ordine del giorno non solo negli ambienti accademici, ma pervadono tutte le realtà, e forse spesso, secondo White se ne fa anche un abuso [14] , nel senso che essi spesso non solo vengono usati con leggerezza, ma anche in maniera scorretta. Macrae e Leader [15] , anche, ritengono che troppo spesso si abusi o si faccia utilizzo inappropriato di termini considerati in voga in ambito politico, al tal punto da spogliarli del forte ed innovativo valore intrinseco. Hanno, infatti, rilevato che alcuni termini politici dotati di forte potere di “attrazione”, come partecipazione, sviluppo sostenibile, coerenza rischiano di perdere il loro significato.

Tutto ciò però, denota un immenso sforzo di delineare una “nuova gran teoria”, una sorta di teoria-container, una nuova grande narrazione, che possa oggettivare e, in ogni caso, cercare di spiegare, capire e razionalizzare ciò che in realtà succede. Nei grandi periodi di trasformazione, si avverte spesso una forte volontà di voler dar forma e definizione a un qualcosa, a fenomeni ancora informi, in fieri ed evanescenti. Questo senso di trasformazione è avvertito insieme però alle difficoltà di definizione, e per questo tutti gli sforzi, tutte le teorie sembrano incomplete e parziali. Come rileva Finn “Ogni esperto è d’accordo che il sistema è sottoposto a cambiamento, ma nessuno può essere completamente d’accordo su come sarà la nuova realtà”. [16]

Beck, in realtà, rileva come l’essere cittadini del mondo e, non più solo dello Stato nazione, significa in un certo qual senso abbandonare la “teoria- prigione dell’identità, della società e della politica territoriale” [17] . L’invito più grande è, però quello di evitare di scadere nel “cosmopolitismo banale”, vale a dire nella semplificazione dell’esperienza della differenza; non basta, infatti, lasciarsi affascinare dalle differenze, assaporarle, tramite la televisione, ristoranti e mercatini, viaggi turistici, per credere di conoscerle. In un mondo senza confini, il pericolo di cadere in una semplificazione delle differenze e nel cosmopolitismo banale ricorre spesso. Questo rappresenterebbe tra l’altro un duplice errore. Il primo consistente appunto in se stesso, nel fatto cioè di non riuscire a cogliere, valorizzare e metabolizzare le differenze ma semplificandole e cogliendone solo l’aspetto superficiale e fenomenico; il secondo consisterebbe nella ripetizione, però al contrario, dell’errore commesso già nella concezione del “nazionalismo banale”, intendendo con essa il fatto che “definiamo e confermiamo costantemente e inconsapevolmente le nostre identità nazionali ogni volta che siamo impegnati nelle nostre attività ordinarie”. [18] In altre parole, si tratterebbe di una caricatura del cosmopolitismo, che ripete le premesse e gli errori del nazionalismo metodologico. Il cosmopolitismo, in tal modo, non solo non riuscirebbe ad apportare quel nuovo senso di scoperta e d'amore per le differenze, ma finirebbe per dare per scontato, come avvenuto per il nazionalismo banale, l’appartenenza culturale, il legame solidaristico, le specificità culturali e l’integrazione sociale. Il nazionalismo per Beck ha peccato di presunzione e di superficialità nella definizione del senso di cittadinanza e di solidarietà, in tal modo, ha finito per essere poco consolidato e radicato. Secondo Beck, uno dei pericoli del cosmopolitismo consiste nell’universalismo che afferma la crescente uniformazione, cioè, l’eliminazione della pluralità come tendenza in atto. L’affermazione di questa tendenza porterebbe infine al suicidio culturale. Cosmopolitismo invece deve significare il riconoscimento dell’alterità dell’altro, aldilà dell’equivoco della territorialità e dell’omogeinizzazione. Secondo Beck, è avvenuta una sostituzione tra lo “sguardo nazionale” e lo “sguardo cosmopolita”. Ciò dovrebbe aiutare a capire dal profondo la nostra società, ormai multietnica.

Per Diamond e McDonald questo può rappresentare il momento in cui si afferma il “New World (Dis)Order”, un momento positivo dove l’integrazione e il bisogno di cooperazione porteranno ad un nuovo “Global Village”. Un occasional paper dell’ODI, Overseas Development Institute, del 1993 afferma:“ [….] Nel 1990 le relazioni e la politica internazionale sono state riformulate dalla trasformazione dell’interpretazione di sovranità, sicurezza ed economia di guerra” [19] . John Ikenberry rileva, in un suo saggio del 1996 [20] , che “L’ordine mondiale istituito negli anni quaranta è ancora con noi, in molti casi, più forte di prima. La sfida … non è immaginare e costruire un nuovo ordine mondiale ma rivendicare e rinnovare il vecchio […]” [21] . Horold Saunders rileva “Problemi e sempre più problemi si presenteranno alle nazioni al punto che nessuna nazione potrà più affrontali da se. Solo attraverso la cooperazione, la nazione potrà affrontarli adeguatamente. Questo però è vero in parte perchè tali problemi attraversano i confini nazionali, le nazioni sono interdipendenti, e in parte perché ci sono oggi più centri d’influenza, che per l’effetto-mondo multipolare” [22] . In un panorama caratterizzato sì dall’erosione della governance nazionale, dalla ricerca della global governance, dalla destrutturazione delle economie di scala, dalla proliferazione delle economie informali, dall’integrazione e dalla frammentazione, la cooperazione internazionale ha assunto nuova forza e impeto, facendo di questa congiuntura storica un momento di grande sfida-opportunità, di crescita e formazione di nuovi modi di espressione e organizzazione, di scelta, di rottura e quindi di crisi [23] .
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 La crisi dello Stato nazione: tra postnazionalismo, transnazionalismo e subnazionalismo. 

“…La grande epoca dello Stato nazione è vicina alla fine… l’emergente ordine postnazionale potrebbe tranquillamente dimostrare di essere non un sistema di unità omogenee (come con il classico sistema di stati-nazione) ma un sistema basato su relazioni tra unità eterogenee (alcuni movimenti sociali, gruppi d’interesse, corpi di professionisti, alcune organizzazioni non governative, alcuni corpi armati di polizia, alcuni corpi giuridici)” [24] . Prima di analizzare l’emergere di concetti, quali post, il trans e il subnazionalismo, bisogna domandarsi, cos’è una nazione? E uno Stato? E uno Stato nazione?

Si legge, generalmente, che “la nazione è costituita da un insieme di persone che condividono tratti culturali variabili: per lo più lingua, religione, tradizioni” [25] , questa definizione può risultare ingannevole per la sua semplicità. Le formazioni sociali che si definiscono o che vengono definite “nazioni”, sono comunque caratterizzate da innumerevoli differenze. Ciononostante si può affermare che la nazione identifica una comunità umana caratterizzata da tradizioni storiche, linguistiche, costumi e cultura condivise. Può anche essere “concepita come un gruppo d'uomini unito da un legame naturale e quindi eterno” [26] . Spesso è stata indicata come una sorta di “estensione di persona collettiva” [27] , quindi composta da gruppi con le stesse caratteristiche, quali la lingua, i costumi, la religione ecc., altre volte come “volontà di vivere insieme” [28] , “come plebiscito di tutti i giorni” [29] , o come “un’entità ideologica, cioè il riflesso nella mente degli uomini di una situazione di potere” [30] . Il concetto di nazione si è poi affermato attraverso il diritto all’autodeterminazione democratica, alla cittadinanza di una popolazione inizialmente dispersa, integrata poi culturalmente, attraverso anche il simbolismo culturale, l’appartenenza comune, la solidarietà civica e attraverso rapporti di sincerità e legittimazione reciproca. Martin Ira Glassner scrive [31] :“[…] la nazione è un gruppo umano. [...] gli studiosi usano generalmente questo termine per indicare un gruppo abbastanza numeroso che condivide uno o più tratti culturali come religione, lingua, istituzioni politiche, valori e tradizioni storico-letterarie. I suoi membri tendono ad identificarsi reciprocamente, a sentirsi più vicini fra loro che agli altri gruppi, hanno un comune senso di appartenenza e sono chiaramente distinguibili dai gruppi che non condividono la stessa cultura”.

In realtà, molti autori proprio mettendo in risalto la mancanza di “oggettività” dell’esistenza di una tal entità ed evidenziandone il carattere ideologico, costruito, piuttosto che tangibile [32] dubitano di tale definizione. La nazione, infatti, per Anderson [33] è “una comunità politica immaginata [34] , e immaginata come intrinsecamente e contemporaneamente limitata e sovrana. E’ immaginata in quanto gli abitanti della più piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né li incontreranno, né ne sentiranno mai parlare, eppure nella mente di ognuno di noi vive l’immagine del loro essere comunità” [35] . Anderson per avvalorare la sua tesi riporta diversi pareri di studiosi che hanno condiviso e condividono questa visione di nazionalismo, basato sull’invenzione della comunità. Tra i quali compare Seton-Watson, per cui “ Tutto quello che posso dire è che una nazione esiste quando un numero significativo di persone all’interno di una comunità si considera come costituente una nazione, o agisce come se ne avesse costituita una” [36] , ancora cita Gellner, per cui “Il nazionalismo non è il risveglio delle nazioni all’autoconsapevolezza: piuttosto inventa le nazioni dove esse non esistono” [37] . Secondo Anderson, non è vero che il nazionalismo si nasconde dietro l’invenzione e la costruzione, perché in tal modo si affermerebbe l’esistenza di comunità vera contrapposta alla nazione. “In realtà è immaginata ogni comunità più grande di un villaggio primordiale, dove tutti si conoscono (e forse lo è anch’esso).” [38] Per lei la differenza tra le comunità consiste solo nel modo in cui esse vengono immaginate e si immaginano. La nazione è inoltre immaginata come ‘limitata’, in quanto la più grande, ha comunque dei confini finiti, anche se sotto alcuni punti di vista elastici. Tutte immaginano per se dei confini, “nessuna comunità si immagina confinante con l’umanità” [39] . Inoltre la nazione è immaginata come ‘sovrana’, in quanto il concetto è nato quando illuminismo e rivoluzione stavano distruggendo la legittimità del regno dinastico. Ed infine la nazione è immaginata come comunità, in quanto malgrado ineguaglianze di fatto, la nazione viene è sempre concepita in termini di profonda fraternità, e spinge gli uomini a credere, lottare e morire anche per un concetto che in fin dei conti è “immaginato” e costruito attraverso strumenti quali, censimenti, mappe, musei, lingue, e soprattutto attraverso la storia.

 In relazione invece allo Stato, con la Pace di Wesfalia del 1648 s’istituisce, un sistema rigidamente interstatale, basato sul principio secondo cui ogni Stato è un’entità superiorem non recognoscens. Le comunicazioni e le relazioni internazionali per operare, appunto, aldilà delle frontiere dei rispettivi Stati sovrani devono essere da quest’ultimi debitamente riconosciuti. La creazione e fortificazione degli Stati europei è vissuta sia come ristabilimento dell’unità di una comunità, quindi un’unità prepolitica di una comunanza di destini storici, sia come lo stabilimento della democrazia, del diritto. Secondo le teorie politiche classiche [40] , un ente per essere considerato Stato, deve essere composto d’alcuni elementi essenziali, quali il territorio, una popolazione residente permanente, un governo funzionante, un’economia organizzata, un sistema di circolazione e deve inoltre godere anche di requisiti rientranti nel dominio delle scienze politiche e del diritto internazionale, quali la sovranità sia sulla popolazione che sul territorio, che il riconoscimento di almeno una parte della comunità internazionale [41] . I concetti di Stato e di nazione, all’interno del panorama europeo, sono andati sempre più intrecciandosi, infatti, il rapporto che lega lo Stato alla nazione è stato ampiamente studiato da scienziati politici e geografi, e viene di solito descritto come rapporto bilaterale e biunivoco. Alcuni studiosi, pongono la conditio sine qua non per l’esistenza dello Stato nazione, nell’esistenza stessa di una nazione o un popolo [42] con una comunanza di tradizioni e destino, per altri è invece lo Stato, in senso organizzativo-istituzionale, la base costituente dello Stato nazione, mentre per altri studiosi ancora esiste una differenza fondamentale tra il concetto di Stato e quello di nazione: cioè la base territoriale. Lo Stato nazione, nel corso del tempo, si è configurato, in Occidente, come unità, soggetto unico di potere pubblico e di diritto internazionale: i confini della politica, del diritto e dell'economia coincidevano con i suoi confini geografici. In dottrina, il ruolo e l’importanza dello Stato nazione sono stati l’emblema della storia delle relazioni internazionali. Secondo Habermas [43] l’identificazione tra Stato e nazione [44] , ha garantito le condizioni ambientali necessarie per lo sviluppo del sistema capitalistico, e ha costituito l’infrastruttura amministrativa disciplinata secondo lo stato di diritto, ed ha offerto le garanzie necessarie alla formazione di uno spazio per l’agire individuale e collettivo [45] . Gli Stati nazione, legatisi al concetto di democrazia [46] , hanno rappresentato le fondamenta per la costruzione dell’integrazione socio-politca-culturale occidentale. Lo Stato nazione è, pertanto composto, da comunità legate alla stessa discendenza e integrate sia a livello geografico, tramite l’insediamento e i rapporti di vicinato, sia a livello culturale tramite la comunanza della lingua, dei costumi e delle tradizioni a livello politico integrate attraverso un’organizzazione statale, un apparato effettivo ed indipendente di governo, che esercita il suo potere su una comunità territoriale integrata.

A partire, tuttavia, dalla fine degli anni settanta [47] , e in maniera sempre più evidente dall’inizio degli anni novanta, questa forma d’istituzionalizzazione basata sullo Stato nazione, è entrata in crisi per effetto della complessificazione del panorama internazionale. La crisi dello Stato nazione rientra all’interno di un dibattito più ampio e relativo soprattutto ad una diversa concezione di società, definita da Beck [48] , mondiale. A differenza del passato, si assiste all’emergenza di una società mondiale senza Stato [49] , una società che agisce in più luoghi, aldilà dei confini nazionali; in maniera inclusiva, coinvolgendo tutte le comunità umane, in maniera più efficace per la sua abilità di attrarre l’opinione pubblica, si assiste, pertanto, alla “politicizzazione per mezzo della depoliticizzazione degli Stati” [50] . La decolonizzazione, inoltre, ha visto l’emergere di relazioni non-statali, trasnazionali, soprattutto a causa dell’artificialità dei confini imposti e delle reali lealtà primarie che non si dirigevano all’istituzionalizzazione statale, ma si incentravano su rapporti comunitari ancestrali. Lo Stato nazione si è dimostrato, col tempo, non rappresentare l’unica modalità organizzativa delle comunità. Esistono Stati difficilmente classificabili in quanto ad organizzazione, tra questi Glassner [51] ne rileva diversi: i quasi Stato, tra cui rientra ad esempio Città del Vaticano [52] , oppure gli Stati ribelli, caratterizzati dalla capacità di un gruppo minoritario di occupare e mantenere il controllo su una base territoriale interna allo Stato, esempio lampante è l’OLP, che ha ottenuto una base territoriale nella striscia di Gaza e Gerico [53] . Da rilevare sono anche le nazioni-non Stato, rappresentate da quelle comunità che vivono in uno o più Stati e che vogliono costituirne uno proprio su un territorio che al momento ne fa parte di un altro, un esempio sono i repubblicani dell’Ulster [54] . Glassner evidenzia anche l’esistenza di territori a status incerto, e come esempio rappresentativo riporta proprio il caso che sarà oggetto d’analisi di questo lavoro, cioè, il Sahara Occidentale. Secondo l’autore, infatti, il Sahara Occidentale, nonostante si sia dotato di una struttura statale, quale la RASD, nonostante abbia visto ribadito il proprio diritto all’autodeterminazione, non può definirsi Stato al 100%, potrà infatti, secondo lui, definirsi tale solo dopo lo svolgimento del referendum [55] .

Il panorama internazione evidenzia come non solo l’organizzazione delle comunità umane non può essere riconducibile ad un unico modello, ma che anche il concetto classico di Stato nazione ha subito un vero e proprio processo di ridefinizione e crisi. La formula dello Stato nazione, che ha avuto particolare fortuna nel XIX secolo e per buona parte del XX , ha subito nell'ultima parte del secolo un'incisiva erosione, dovuta alla perdita di unità al suo interno (grazie al formarsi di autorità indipendenti, regioni, enti pubblici nazionali, organismi pubblici), e alla perdita di sovranità verso l'esterno (grazie al formarsi di organismi internazionali e sovranazionali detentori di parte del potere pubblico statale). Da un lavoro dell’UNDP, infatti, si evince, come le forze sopranazionali, nel duplice processo di globalizzazione e regionalizzazione, stanno indebolendo il concetto convenzionale di stato territoriale dall’alto. Infatti, da un lato la globalizzazione ha ridotto il potere dello stato nei propri affari economici e ha eroso la sfera della sovranità nazionale. Dall’altra parte forze che possono essere definite subnazionali, hanno cominciato ad erodere lo stato dal basso, e a sfidare la legittimità politica e a scontrarsi con l’integrità territoriale. Lui, infatti, definisce questo meccanismo come “la dialettica del subnazionalismo e del sovranazionalismo”. Fenomeni complessi come la globalizzazione, concetto da intendersi sempre come processo e mai come stato finale, si insidiano prepotentemente. Esso designa, appunto, l’ampliarsi e l’intensificarsi dei rapporti tra persone, transazioni economiche, movimenti di capitale, informazioni, che sono i nodi, e allo stesso tempo le maglie di una fitta rete [56] .

L’espressione “globalizzazione” evoca “ l’immagine di flussi montanti che scalzano dal basso i controlli di frontiera minacciando di far crollare l’edificio” [57] . Le misure relative alla velocità di circolazione diventano sempre più importanti, segnalando il trasferirsi dei controlli dalla dimensione spaziale a quella temporale. E’ come se si assistesse alla spazializzazione del tempo e alla temporalizzazione dello spazio. Ovviamente il punto di volta, sempre per Habermas, è guardare a tutti questi cambiamenti non come una sconfitta, ma come una sfida, tutto ciò che oggi appare come problema, dovrebbe trasformarsi in “agenda politica”. Concetti quali, lo Stato territoriale, nazione, economia nazionale, costituitesi entro le frontiere statali, hanno rappresentato una sorta di costellazione storica in cui il processo democratico potè assumere una configurazione istituzionale più o meno convincente. Tale costellazione, oggi, è messa fortemente in discussione e le tendenze in atto sono concepite come sfide politiche solo in quanto si descrivono ancora nell’ottica abituale dello Stato nazione, infatti per lui, le società moderne sono colpite da processi di denazionalizzazione, e si stanno aprendo verso una società mondiale in movimento costante. Pertanto Beck evidenzia come, la società mondiale non statale stia davvero cambiando i rapporti internazionali, essi non sono più legati territorialmente e politicamente al concetto di Stato nazione, in particolare questo tipo di società “cancella l’identità tra distanza spaziale e quella sociale” [58] . Per questo, secondo Beck bisogna distinguere tra “società mondiale come somma di Stati nazionali e società di Stati nazionali, e le società mondiali di attori e spazi transnazionali” [59] . Habermas con uno spirito critico ed originale prova a supporre le reazioni del “sovrano territoriale”, di fronte profondi cambiamenti, e ne individua due: di chiusura quindi di difesa, e di apertura e quindi attacco. Ciononostante, ritiene tali atteggiamenti né una risposta né una soluzione adeguata. Nell’ottica della costellazione postnazionale, crede, infatti, che non si possono indicare strade sicure anche perché la modalità di rete, di cooperazione, di integrazione funzionale e sociale si sovrappongono e si eludono a vicenda. Per Habermas inoltre non bisogna neanche esagerare, nel prevedere la fine della politica, come fanno i post-moderni, che destrutturano completamente la realtà, prevedendo insieme alla dissoluzione e alla disgregazione dello Stato nazione la disgregazione del concetto di politica, e su questo punto anche i neoliberisti puntano molto, augurandosi, sempre secondo Habermas, di poter dilatare al massimo le funzioni regolatorie del mercato. Anzi, l’autore evidenzia come, per i postmoderni, la politica a scala mondiale è qualcosa d’impossibile, e per i teorici neoliberisti, qualcosa di indesiderabile. Lui sottolinea, invece, come le sfide/opportunità della globalizzazione possano essere affrontate, solo se si affermano nuove forme di autogoverno democratico, solo una volontà transnazionale e un senso diffuso di solidarismo, che vanno oltre i confini nazionali, potranno cambiare il panorama. Ciò che dovrebbe stabilizzarsi è una democrazia dibattimentale e discorsiva [deliberativ] che, attuata dal basso e senza paletti territoriali, permetta l’accessibilità e la formazione dell’opinione pubblica, un “processo d’apprendimento” aperto al futuro. Per questo, secondo lui, ci si avvia verso epoca postnazionale. Infatti, non avendo identità etica comune (la società civile mondiale), la politica interna mondiale non può legittimare una procedura statalmente centralizzata e gerarchizzata a livello globale. Si organizza, infatti, in una prospettiva decentrata, non come “politica” centralizzata di un unico stato mondiale, bensì come interazione a più livelli di “politiche” locali, nazionali e soprannazionali. In questo senso la democrazia internazionale si presenta come una rete, come una prospettiva di fiducia, collaborazione e anticipazione normativa, che chiede di essere istituzionalizzata giuridicamente. Per un verso egli sostiene la necessità di anticipare normativamente una “politica interna mondiale”, attuando una chiusura politica all’apertura economica del mercato globale. Per l’altro verso, immagina questa chiusura, non nei termini di un super Stato gerarchico e centralizzato, che definisce dall’alto i livelli subordinati delle decisioni inferiori, bensì nei termini di un federalismo transnazionale che dà voce al pluralismo della società civile. Analizzando il punto di vista di Beck, il postnazionalismo mette in discussione uno dei più possenti pilastri della rappresentazione della società e della politica. Critica, infatti, la convinzione che la ‘società moderna’ e la ‘politica moderna’ possano esistere solo perché organizzate sulla base dello Stato nazione, critica la concezione di una società, identificata con la società nazionale, territoriale, organizzata in uno stato e circoscritta da confini. Il discorso di Beck parte dalla critica all’assioma di base dello “sguardo nazionale” del “nazionalismo metodologico”, ovvero l’affermazione secondo cui la nazione, lo stato, la società sono le forme sociali e politiche ‘naturali’ del mondo moderno. In quest’ottica è lo Stato nazionale che definisce la società nazionale e non viceversa. La società, in tal modo, è concepita nell’“ottica territoriale, legata a confini, insomma una sorta di teoria container: Stato e società si determinano reciprocamente” [60] . Per questo il nazionalismo metodologico pensa e studia la dimensione sociale, quella culturale e quella politica, mediante categorie del tipo ‘o….o’, in altre parole, secondo un ottica esclusivista, che differenza il cittadino dallo straniero, il nazionale dall’internazionale, il dentro dal fuori; mentre l’ottica postnazionale è un’ottica inclusivista e segue la logica del ‘sia….sia’. Nella prospettiva postnazionale Beck ritiene in maniera profonda, che l’equazione territorialità = sovranità = potere politico = Stato nazionale non regga più. L’aggettivo ‘internazionale’ non deve essere cancellato dal lessico della politica e della scienza politica. Le relazioni tra gli Stati continuano ad essere importanti, ma non più esclusive, non sono più monopolizzabili, e soprattutto, cambiano la loro grammatica, le unità delle relazioni internazionali, i concetti di ‘Stato’ e ‘nazione’, vengono svuotate del loro nucleo perché:

*  nella società globale del rischio non si può più dare una risposta nazionale ai problemi nazionali;

*  i diritti umani sono applicati anche contro gli Stati e sono ‘difesi’ da Stati contro altri Stati;

*  il capitale mobilissimo costringe all’auto potenziamento e all’auto trasformazione del concetto di Stato fissato ad un territorio.

Se lo Stato nazione fondava la propria vita alla “monogamia di luogo”, l’epoca attuale ci porta ad una sorta di “poligamia di luogo” [61] . Beck sottolinea, inoltre, come la pluralizzazione degli attori nelle relazioni internazionali sia un punto fondamentale nella prospettiva postnazionale, il capitale globale, le organizzazioni internazionali organizzazioni governative e  non, diventano soggetti attivi in un panorama di meta scontro’. Nel Report della Commissione sulla Global Governance pubblicato dall’ONU, si spiega che la politica delle organizzazioni sopranazionali non si propone soltanto di gestire la globalizzazione economica, ma intende anche introdurre una nuova etica della democrazia e dei diritti umani globali. Ed ecco che, secondo Beck, la politica estera si orienta alla tutela dei diritti umani, i quali non ubbidiscono più al diritto internazionale e al principio di non ingerenza negli affari interni, e le guerre civili diventano internazionalizzate. Nell’epoca postnazionale i confini più che essere concepiti come barriere diventano dei ponti, dove da strutture cognitive del ‘noi’ come opposto a ‘loro’ diventano dei ‘bridging borders’ [62] , trasnazionalismo e subnazionalismo si intrecciano e si sovrappongono continuamente.

Il transnazionalismo [63] rappresenta un’altra manifestazione di questa crisi dello Stato nazione, secondo un’analisi del Centro Studi Difesa Civile [64] , può essere, infatti, definito come la dinamica dei ruoli, delle strutture e delle istituzioni alla cui origine ci sono attori diversi dai governi e dalle agenzie intergovernative, in grado di agire e interagire significativamente nello spazio funzionale internazionale in modo più o meno autonomo rispetto ai centri di potere politico di matrice governativa. Tali attori prescindendo dalla statalità e la territorialità agiscono all’interno delle relazioni internazionali. Gli impulsi al transnazionalismo, con la trasformazione dello stato moderno, si accompagnano strettamente alla pratica della cooperazione organizzata. Quest’ultima, oltre che in funzione di potenziamento e sinergismo delle unità che ne fanno parte, esiste anche per perseguire sul piano internazionale nuovi obiettivi, che si sommano, si aggiungono a quelli delle unità aggregate. I soggetti, i nuovi attori della scena mondiale, grazie alla diversificazione, pluralizzazione e multidimensionalizzazione dei loro campi d’azione e competenze, diventano ‘cause oriented’ [65] . Non bisogna però credere che il transnazionalismo organizzato sia, in quanto tale, incompatibile col sistema dei rapporti interstatali, ma è invece incompatibile con il monopolio statalistico della vita delle relazioni internazionali, o comunque con l’assolutismo del sistema della politica. Esistono inoltre dimensioni principali del processo di transnazionalizzazione:

*  Organizzazione, con questo termine ci si riferisce all’esistenza sul piano internazionale d’apparati funzionali permanenti gestiti da volontari e/o funzionari     specializzati nella realizzazione delle scelte politiche e di programmi..

*   Mondializzazione, con tale processo ci si riferisce:

*   sia ad un continuum di ruoli dal quartiere, dalla città fino ai centri decisionali internazionali e quindi ad una diffusione capillare sul piano locale, nazionale,      internazionale, radicata, diffusa e operativa su scala globale;

*   sia al contenuto dei programmi formativi interni ai singoli soggetti transnazionali, come l’educazione alla mondialità, alla cooperazione e collaborazione      multiculturale.

*   Specializzazione, con tale termine si fa riferimento alla capacità di rispondere e di tradurre le domande politiche popolari in una rosa di alternative politiche      possibili.

 *  Politicizzazione, con tale vocabolo si designa il processo di avvicinamento degli attori di carattere transnazionale agli attori più politici per antonomasia, quali      governi, agenzie intergovernative, diplomazie [66] .

Riguardo al transnazionalismo, Beck individua, come alternativa allo Stato nazione, lo Stato transnazionale, caratterizzato dalla non- territorialità, dall’accettazione del concetto di Stato, rivisto però nell’ottica della globalità, della multidimensionalità, e della “rivitalizzazione della politica” [67] , del glocalismo [68] , ed è sostanzialmente diverso dallo Stato nazione soprattutto perché “la globalità diviene in maniera irreversibile il fondamento del pensiero e dell’agire politico” [69] .

In questo panorama di ridefinizione dei ruoli, Beck individua un collegamento tra transnazionalismo e subnazionalismo, cioè, la cooperazione transnazionale. Essa rappresenta una risposta alle sfide della globalizzazione, insieme alla complementarietà tra il globale e il locale, e al ruolo delle unità subnazionali. Le Regioni, gli Enti e le strutture subnazionali vanno intese nel duplice senso, come evidenziato da Andrè Lecours [70] ,

*  sia nel senso di attori subnazionali che agiscono e formano reti transnazionali;

*  sia nel senso di macro attori a livello più aggregato.

I governi regionali che operano a livello internazionale, sempre per Lecours, non sono un fenomeno nuovo, egli riporta, infatti, l’esempio d’alcune Regioni americane che già dal 1950 avevano rapporti all’estero con altri enti regionali [71] , però sottolinea  come in realtà dal 1990, l’attività internazionale dei governi regionali ha acquistato nuova prominenza. In un’ottica più legata alla visione delle comunità e delle società come identità collettiva, il subnazionalismo è definito dall’UNDP come una manifestazione di una certa comunità o identità collettiva diversa dall’identità generale e condivisa dalla cittadinanza di uno Stato costituito. Spesso, questi movimenti possono essere di carattere indipendentista, che più che essere espressione del desiderio di internazionalizzazione e di ampia condivisione di valori e esperienze, sono definiti da Mingus, fenomeni di ‘disobbedienza civile’, di negoziatori economici internazionali. Bisogna però valutare con attenzione il lavoro delle unità subnazionali, non come lavoro solo ed esclusivamente di carattere economico, classificando erroneamente le unità subnazionali come attori di second’ordine, anche perché spesso il lavoro sotteso e nascosto può essere davvero d’aiuto per i processi di collaborazione intergovernativo. Questo meccanismo di cooperazione subnazionale, in alcuni casi, ha dimostrato che essi hanno un legittimo ruolo nel campo della diplomazia internazionale, anzi della paradiplomacy. Tale concetto, sarà al centro dei dibattiti politici e della cooperazione internazionale, a partire sostanzialmente dagli anni novanta, ma se ne parlerà ampiamente in seguito, basti per ora ricordare che il ruolo degli Enti locali, delle Regioni e dei governi subnazionali a livello internazionale è diventato un punto chiave nella politica internazionale. Francisco Adelcoa e Michael Keating [72] , evidenziano l’importanza dei fenomeni del transnazionalismo, postnazionalismo e subnazionalismo, nell’ottica di un approccio post-diplomatico, ritengono infatti che:

  1. Il riconoscimento, il coinvolgimento e la partecipazione delle unità subnazionali negli affari esteri non è una questione transitoria, ma rappresenta un cambiamento nella pratica della diplomazia;
  2. Nel panorama dell’internazionalizzazione e della subnazionalizzazione, possono essere protagonisti potenzialmente dei conflitti non solo Stati rivali, ma anche Regioni e più in generale tutti i soggetti che della scena internazionale;
  3. Esiste la possibilità di gestione di conflitti e la compatibilità tra ruolo degli Stati e delle Regioni in politica estera, dovuta soprattutto ad una maggiore opportunità di cooperazione e di condivisione di ruoli;
  4. La richiesta multiforme e plurale di cambiamento nell’attitudine da parte degli Stati e delle Regioni ha aumentato la capacità di accettazione della nuova realtà di condivisione di poteri e interdipendenza reciproca.

Infine, l’osservazione di Beck [73] evidenzia molto chiaramente il nuovo rapporto che si è ormai instaurato tra autonomia e sovranità. Nel panorama classico del nazionalismo metodologico [74] , questi due termini erano i due membri di un’equazione, quindi tutto ciò che poteva essere dipendenza economica, diversificazione culturale, cooperazione militare, giuridica e tecnologica tra gli Stati era concepita come percorso che avrebbe portato automaticamente alla perdita di entrambe. Oggi, però, se la sovranità è identificata con la capacità di risolvere i problemi, allora l’incremento della cooperazione transnazionale, anche se comporta la perdita d’autonomia costituisce un guadagno reale di sovranità. La capacità dei governi di assicurare standard di vita adeguati, sicurezza sociale e consapevolezza civile, aumenta con la cooperazione inter, trans, sub, extrastatale. La sovranità condivisa accresce la sovranità anziché ridurla. I benefici della condivisione includono la sicurezza e la stabilità, la riduzione delle spese militari e la cooperazione economica e tecnologica. C’è, secondo Beck, un interesse addirittura nazionale alla trans, sub e denazionalizzazione, alla condivisione della sovranità con lo scopo di risolvere i problemi. L’intuizione dei nostri tempi è che la riduzione dell’autonomia nazionale e un aumento della sovranità nazionale non si escludono affatto. I processi descritti fin qui vanno di pari passo con lo spostamento dall’autonomia basata sull’esclusione nazionale alla sovranità basata sull’inclusione transnazionale.
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 La riconcettualizzazione del concetto di diplomazia.

 Con la crisi dello Stato nazione, anche il concetto di diplomazia ha subito, nel corso del tempo, una profonda trasformazione. Questo sia perché la nazione, come detto, non si identifica più esclusivamente con lo Stato, sia perchè esistono tante altre forme di appropriazione del territorio e della politica. Il concetto di diplomazia è, infatti, oggi soggetto ad una serie di rivisitazioni e riconcettualizzazioni. Se la politica estera statale ha subito un riorientamento nella sua logica ormai multiattoriale, ridefinendo il confine con la politica interna, e se la diplomazia è stata “l’arte delle relazioni internazionali”, è palese che anche che quest’ultima ha subito un vero e proprio processo di ridefinizione. Secondo la celebre definizione dell’Oxford English Dictionary [75] “La diplomazia è la conduzione delle relazioni internazionali attraverso negoziati […] queste relazioni sono regolate e tenute da ambasciatori e inviati” dal “mestiere o l’arte del diplomatico” [76] . Il termine diplomazia, compare per la prima volta nel 1796, ma in realtà la capacità di instaurare relazioni internazionali e non solo di fare da inviato si sviluppa in seguito [77] . Fu solo, però, nel XIX secolo che la diplomazia fu consacrata come uno degli strumenti supremi di contatto tra gli Stati. L’evoluzione dei rapporti internazionali, della politica estera e della cooperazione interstatale, nel contempo, è stata molto veloce. Per Ostellino [78] , i tre fattori più importanti che hanno determinato l’evoluzione del concetto di diplomazia sono stati:

*  la consapevolezza degli Stati di appartenere ad un complesso sistema internazionale;

*  l’influenza dell’opinione pubblica;

*  lo sviluppo delle comunicazioni.

Ma alla fine del XX secolo la pluralizzazione degli attori sullo scenario internazionale e l’introduzione di aspetti più politici che diplomatici, ha spinto molti autori a parlare di open diplomacy, plurisettoriale con carattere multinazionale. Nel XXI secolo, con la nascita della società civile globale e la moltiplicazione di relazioni informali tra gli Stati e le nazioni, il termine diplomazia si è completamente trasformato [79] . I termini classici quali diplomazia, potere territoriale e cittadinanza nazionale non sono, ormai, più adatti a descrivere la realtà della politica internazionale, nuove modalità di intervento e politiche di ripensamento dominano l’analisi. Nuovi modi, intrecci e modi di cooperare esistono da tempo, nuovi paradigmi penetrano all’interno dei confini mentali della diplomazia statale, tanto da far parlare d’ordine postdiplomatico [80] , perché consapevole delle nuove e diverse realtà. La riformulazione del concetto di diplomazia parte dalla constatazione che il monopolio della politica estera non è più statale ma plurale e internazionale. Per quanto riguarda la riforma della diplomazia tradizionale si ritiene indispensabile, secondo uno studio del CERFE [81] , eliminare o quanto meno affievolire la distanza e la differenza tra le attività diplomatiche, la cooperazione allo sviluppo e il peace building. Un’onda di novità si è, infatti, abbattuta sul fronte attoriale e diplomatico, ridando forza a tutto l’apparato attinente alle relazioni internazionali, includendo nelle attività diplomatiche aspetti appartenenti alla cooperazione socio-economica, promovendo iniziative di capacity building.

La realtà è pertanto nuova e multiforme. Dimensioni innovative della partecipazione, quale quella substatale, multiculturale, plurinazionale trasformano il senso di cittadinanza dando vita ad una nuova cultura politica [82] . La distinzione tra competenze interne e internazionali è sempre meno chiara. Il fenomeno delle voci multiple [83] è il fenomeno della pluralità attoriale colpisce direttamente dall’interno dello stato e all’esterno del sistema internazionale. L’aspetto da rilevare è che “il neologismo paradiplomacy non appare da solo. Deve essere inteso come un altro link di una catena semantica analiticamente senza fine. Deve, quindi essere inteso, insieme, con altri concetti gemelli collegati, ma tuttavia opposti, come ‘micro’ ‘macro’ o protodiplomazia. L’approccio “transnazionale” del fenomeno porta all’”invenzione” analitica di una catena di concetti interrelati, con un continuum semantico, a ciò che è lo stesso, alla decostruzione di un concetto principale, la diplomazia, in una serie di concetti opposti o alternativi. Questo è spinto anche più oltre dall’approccio “postmodernista”, propriamente genealogico, approccio al fenomeno storico complesso della ‘diplomazia’” [84] . In realtà, il concetto che si distaccherà dalla concezione classica e governativa della diplomazia, denominata anche track one, mettendo anche a nudo le difficoltà insite in quest’approccio, sarà quello della cosiddetta diplomazia cittadina, molto più flessibile, messa in atto da gruppi di cittadini attraverso i diversi Paesi.

Questa modalità, meglio conosciuta come track two ha rappresentato un’alternativa, introdotta da Joseph Montville nel 1982, per indicare quei percorsi della diplomazia che si snodavano al di fuori del sistema governativo ufficiale. Essa si riferisce alle attività e ai contatti informali, nongovernativi e non ufficiali, tra cittadini privati o gruppi. Non vuole, però, sostituirsi a quella governativa, ma vuole lavorare parallelamente, ecco perché spesso è definita anche come diplomazia parallela. Grazie alle sue caratterisitiche peculiari, quali, lo sviluppo di micro-relazioni, l’influenza sull’opinione pubblica, l’instaurazione di processi coopoerativi all’interno del privato e dell’economia ha ridato forza ad un approccio multicentrato. Due concetti aiutano a descrivere la reale trasformazione in corso del concetto di diplomazia, quali quello di multi track diplomacy, che incorpora la lezione di Montiville e di quello paradiplomacy.

Il sistema della multi track, fondato da Mc Donald e Diamond si basa su un approccio multidisciplinare, che opera attraverso nove track d’azione. Esso parte dalla constatazione che questa composizione non è e non può essere esaustiva, si muovono, infatti, al di sotto e aldilà del sistema, sottesi ed invisibili diversi modi di fare cooperazione. A dimostrazione di ciò, c’è proprio il processo d’evoluzione del sistema della multi track. Partito da un’espansione del track one o governativo e del track two o non governativo così concepiti da Montville nel 1982, subisce un ampliamento nel 1991, da due track se ne inserirono altri cinque, grazie all’inclusione di economia e commercio, privati cittadini e media, fino a giungere alla formulazione attuale della multi track, cioè con la composizione di nove track, a cui cioè sono stati aggiunti ricerca, formazione ed educazione allo sviluppo, ricerca di risorse e fondi economici, religione, attivismo e advocacy. Questo a significare che non tutte le sfumature e modalità di intervento dell’azione sono sempre colte appieno.

Il termine multi-track diplomacy [85] , pertanto, intende designare un processo, un sistema di pensiero e di azione internazionale, un sistema cooperativo multiattoriale e multidisciplinare, un living system [86] . Le parti che costituiscono il sistema integrato in questione si trasformano, si adattano alle esigenze e ai cambiamenti del sistema stesso e sono simultaneamente interrelate. Anche perché, così come l’intero sistema si collega a spazi locali, regionali, internazionali, mutando e mutuando le diverse caratteristiche politiche, così il sistema di intervento, modifica, integra e trasforma i suoi strumenti. Il termine che domina il paradigma della multi track è l’interrelazione, la connessione, l’interazione, l’integrazione tra tutti i nove track che compongono il sistema. Sono collegati l’uno all’altro attraverso il tempo e lo spazio, attraverso la differenza d’età, di genere, attraverso i confini nazionali. Il sistema della multi track non è composto da relazioni ipotetiche e/o potenziali, ma da persone reali che lavorano in diversi settori che inconsapevolmente si influenzano reciprocamente. Se la relazione e la multidisciplinarietà sono le chiavi di comprensione per il sistema della Multi track, la parola chiave per la realizzazione effettiva di un sistema d’azione concertato, è la presa di coscienza del valore di questo stato d’interdipendenza. Una maggiore coscienza, consapevolezza, un maggiore esame delle politiche che si vanno a realizzare nell’ottica dell’interazione e dell’interdipendenza, è un grande ed importante passo avanti verso il processo di cambiamento delle politiche. Ovviamente, anche se il sistema della multi track è considerato come un sistema organico e complesso, ognuna delle parti che lo compongono svolge un preciso e differente ruolo nell’ambito dell’intero sistema. Di quest’ ultimo è possibile costruire un quadro logico, una forma grafica che permette di visualizzare sia l’importanza decisiva d’ogni track che, pertanto, occupa una posizione unica e insostituibile all’interno del diagramma, sia l’interconnessione tra i diversi track, collegati grazie al loro punto d’incontro nel centro del diagramma, che l’importanza del sistema di informazione e comunicazione, in quanto meccanismo primario di interscambio reciproco. Questo sistema grafico permette di sottolineare la visione del sistema in quanto sistema pensante. Il sistema nel complesso è anche più grande e articolato delle singole parti; la semplice somma delle forze in azione non rende giustizia al sistema, la sinergia, l’interazione, l’integrazione, la complessità organica sono le sue caratteristiche intrinseche. Insomma, il sistema della multi track è propriamente un approccio multidisciplinare.

 

 

Diagramma radiale  

Fonte: Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford , Kumarian Press, 1996. Il diagramma riprende la forma logica, ma è ricostruito graficamente.

 

I track in questione come già anticipato sono nove e sono:

  1.  Governativo-diplomatico, è legato alla formulazione e alla tecnica classica delle relazioni internazionali, cioè, alla diplomazia tradizionale statale, alla classica definizione di politica estera guidata solo dagli stati, dalla logica top-down e bottom-up insieme, (gli incontri avvengono infatti sia a livello interstatale e orizzontale sia a livello di consultazione  con gruppi locali, giornalisti, università, quindi verticale). Tale track è particolarmente indicato per le negoziazioni multilaterali perché ufficialmente riconosciuto a livello internazionale. La cooperazione ufficiale, oltre che tramite l’ufficiale strumento degli accordi bilaterali, avviene spesso in seno alle Nazioni Unite. Esso è caratterizzato dal classico intervento statale, dove il potere veicola le relazioni che assumono una forma più prettamente politica, burocratica, formale ed ufficiale.
  2.  Non/Governativo e dei liberi professionisti dello sviluppo, già in precedenza accennato, infatti, all’interno del sistema della multi track, si impegna:
    *  a ridurre l’intensità o a risolvere il conflitto tra due gruppi o tra due nazioni, migliorando le comunicazioni, la comprensione e le relazioni;
    *  ad abbassare la tensione, l’odio, la paura o l’incomprensione umanizzando “il volto del nemico” e creando le condizioni perché le persone facciano     esperienza diretta dell’altro;
    *   ad influenzare il pensiero e l’azione della diplomazia ufficiale analizzando le opinioni diplomatiche senza pregiudizi, preparando in tal modo il terreno per     negoziati più formali.  E’ caratterizzato da un alto numero di attività non ufficiali, non- governative, cittadine. Oggi, non solo a livello locale, ma anche a livello     internazionale le ONG hanno assunto un ruolo predominante nella concertazione e dibattito dei temi più diversi, questo perchè l’azione non governativa gode     di quelle caratteristiche quali, accountability, ownership, realizzando un senso di diffusa responsabilità all’interno della società civile internazionale.
  3. Economia e commercio. E’ un settore molto meno abituato degli altri a operare nel campo della cooperazione, perché orientato al profitto, ma nel corso dell’ultimo decennio azioni di sensibilizzazione verso il rispetto dell’ambiente, verso la povertà endemica sono state messe in atto [87] . L’economia è ormai intrecciata con la politica ed un’azione asetticamente economica è difficilmente realizzabile.
  4. Privati cittadini. E’ più comunemente conosciuto col nome di diplomazia cittadina, è composta da contatti non ufficiali e informali tra i membri di due nazioni  o di due gruppi contrapposti che desiderano sviluppare delle strategie comuni, influenzare l’opinione pubblica, organizzare  risorse umane e materiali con modalità tali che li potrebbero aiutare a risolvere il conflitto. Visite tra cittadini, concerti rock, gemellaggi tra città, scambi culturali, progetti comuni di ricerca, affidi a distanza e aiuti umanitari sono azioni tipiche della diplomazia popolare. Tale approccio si è caratterizzato per la forte enfasi posta sul multiculturalismo e l’empowerment.
  5. Ricerca, formazione ed educazione allo sviluppo. Quest’aspetto è davvero fondamentale perché genera sia consapevolezza nelle realtà locali, che coscienza dei processi di trasformazione sociale in situazioni conflittuali per un’educazione alla pace; inoltre, contribuisce attraverso think tank, analisi, ricerche, programma di studi, a stimolare intellettualmente la cooperazione allo sviluppo è, infatti, spesso definito “il cervello del sistema”. [88]
  6. Attivismo e advocacy. Corrisponde all’attivismo generale dei movimenti sociali e politici di massa, di studenti. Si caratterizza per la sua natura transnazionale, basa la sua azione su proteste, educazione, advocacy, organizzazione di eventi, supporto ad azioni internazionali.
  7. Religione. Agisce soprattutto attraverso comunità fedeli locali, e tramite il richiamo a principi morali generali, quali la pace, il rispetto del prossimo e la tutela dei diritti umani, è guidato da spirito di amore, passione e compassione per il prossimo ed è per questo transnazionale. E’ caratterizzato da un forte impeto spirituale, idealista ed etico.
  8. Ricerca di risorse e fondi economici. Questo è il supporto finanziario alle attività di cooperazione, agisce attraverso patrocini, contribuiti, sponsor per il finanziamento di progetti e programmi d’azione che possono influenzare non solo la cittadinanza ma anche i policy makers. A tale scopo fondazioni e istituzioni sono nate per la promozione dell’educazione e della partenership allo sviluppo.
  9.  Comunicazione, Media e informazione; tale settore attraverso i rapporti di informazioni recenti e in evoluzione, attraverso programmi educativi, e attraverso la comunicazione virtuale, permettono sia alle diverse comunità di sviluppare un senso radicato e cosciente dei problemi internazionali, che ai vari track di essere in collegamento e in relazione stretta tra di loro. Occasional paper, newsletter, rapporti pubblicati da enti diversi sono oggi a portata di mano e accessibili a tutti e rappresentano un ottimo strumento d’aggiornamento e metabolizzazione dei cambiamenti. Ha, quindi, sia una funzione orizzontale, interna alla società, che trasversale all’interno dello stesso sistema della multi track.

 Fonte: Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996.

 

Fondamentalmente ciò di cui si occupa la multi track, come rappresentato graficamente del diagramma, è la messa in atto d’azioni e quindi politiche allo sviluppo, advocacy e peacemaking; la realizzazione di forme d’educazione allo sviluppo, attraverso metodi informali e learning-by-doing, e attraverso la ricerca e lo studio in sia in senso generico che in relazione solo alla cooperazione internazionale. Questi strumenti o campi di analisi e ricerca, tendono ad influenzare ed ad avere come target , sia l’opinione pubblica, decision makers, e  società civile in generale.

Intanto, il nuovo ordine multidiplomatico, paradiplomatico, non può non guardare a tre importanti fattori concatenati quali l’arena economica, culturale e politica [89] . La paradiplomacy è, infatti, parte integrante di un diffuso universo delle relazioni internazionali, nel quale gli stati non sono più gli unici attori. Diverse Regioni operano attraverso e insieme con industrie, movimenti sociali, trade unions, e organizzazioni transnazionali come Greenpeace e Oxfam. “Questo universo è complesso, frammentato e destrutturato” [90] . Il lavoro della paradiplomazia avviene a diversi livelli, primo dei quali è il livello economico e funzionale, dove collaborazione e competizione s’intrecciano fortemente. Il secondo è il livello statale, dove politiche di cooperazione si radicano e si scontrano. Il terzo è quello del lavoro politico regionale dove la collaborazione transfrontaliera e transnazionale si rafforza. La paradiplomazia è comunque una sorta di laboratorio sperimentale dove strategie e politiche regionali e locali si incrociano con un alto livello di partecipazione della società civile e del settore privato, motivo per il quale spesso va incontro a errori, difficoltà e ripensamenti. E’ comunque un nuovo punto d’incontro tra dimensione regionale e dimensione nazionale, tra affari domestici e internazionali, tra dimensione politica e dimensione economica. Secondo la visione paradiplomatica, i due principali attori di cooperazione non tradizionali, sono attori non-governamental (NGO) e non-central governaments (NCG) [91] , dove però quest’ultimi giocano un ruolo fondamentale. Hoching non parla solo paradiplomacy ma anche di protodiplomacy, e di diplomazia plurinazionale, dove appunto non solo i settori una volta di esclusiva competenza statale ma anche gli attori si compenetrano e si accavallano. Il concetto di diplomazia plurinazionale si ispira al concetto di diplomazia a ‘doppio livello’ [92] , dove si intrecciano politiche di governi e di diversi attori, sotto forma sia formale che informale. Si parla anche di diplomazia multilaterale, cioè, di una realtà di partecipazione multipla. Le ripercussioni di quest’approccio sono sia istituzionali, formali che socio-politiche. Il nuovo termine paradiplomazia rappresenta un approccio nuovo per il riconoscimento della molteplicità, per alcuni autori esso va considerato come un transparadigma, cioè un paradigma che attraversa ed include diverse trasformazioni e/o denominazioni della diplomazia. Il concetto di paradiplomacy sembra complicarsi, ma l’importante è stare attenti al significato che si attribuisce ai prefissi. Se si assegna al termine ‘para’ il significato di contrapposizione e opposizione, il concetto di paradiplomacy acquista quel senso di sovversione che non si vuole attribuirgli. Essa si colloca nel difficile complesso dentro/fuori, decentramento/centralizzazione, emergendo come un processo dialettico all’interno dell’intero sistema della cooperazione allo sviluppo [93] . Per esempio, Der Derian [94] intende per paradiplomacy “ogni tipologia d’azione internazionale di carattere non governativo messa in atto da attori non statali, includendo in ciò, corporazioni transnazionali, organizzazioni internazionali del lavoro, comunità religiose, organizzazioni non governative, lobbies internazionali, i mass media, i movimenti artistici transculturali, associazioni scientifiche, individui organizzati” [95] , che possono secondo questa definizione essere considerati agenti diplomatici, per la loro effettiva opera di mediazione tra realtà reciprocamente estranee e aliene, come società civile organizzazioni internazionali, artisti e politici, diplomatici, scienziati e opinione pubblica. Ma il ruolo della paradiplomazia non è così anticonformista, non vuole essere anti-diplomacy o diplomazia sovversiva