PARTE I
1. LO SCENARIO INTERNAZIONALE DEGLI ANNI NOVANTA. CRISI E RIDEFINIZIONI
I cambiamenti degli anni novanta.
Un forte senso di cambiamento, infatti, sin dagli inizi degli
anni novanta e, per alcuni autori già a partire dagli anni ottanta
[2]
, si è insinuato in molti ambiti: storico, sociale,
economico, antropologico e della cooperazione allo sviluppo. Come per tutti
i periodi di forte cambiamento, le interpretazioni, le considerazioni, le
valutazioni espresse a riguardo sono delle più diverse e spesso discordanti.
Tale momento di trasformazione, vissuto dai più come momento precario, s’insidia,
tra l’altro, nei discorsi di molti studiosi e nel vissuto quotidiano. Le dinamiche
di trasformazione già presenti in passato, oggi si accentuano, trasformano
il mondo intorno a noi e la nostra considerazione dello stesso. James Rosenau
in un suo recente studio
[3]
ritiene che fenomeni di profondo cambiamento oggi
pervadono la vita quotidiana di cittadini che non appartengono solo più allo
Stato nazione, ma sono ormai, o si sentono, “cittadini del mondo”. Nella sua
analisi esamina il ruolo d'alcune “rivoluzioni”, infatti, ritiene che la rivoluzione
delle comunicazioni abbia facilitato il rapido e spesso simultaneo scambio
d’idee, informazioni, immagini tra un continente e l’altro. La rivoluzione
nei trasporti ha permesso, non più solo alle elite e ai turisti, ma a lavoratori,
immigrati legali ed illegali, studenti ecc. di viaggiare e conoscere il mondo.
La rivoluzione organizzativa ha consentito una diffusione e un decentramento
dell’autorità, dell’influenza e del potere aldilà dei confini tradizionali,
inoltre, la rivoluzione economica ha ridir
Edward Finn sottolinea come questi “fondamentali cambiamenti
sociali hanno creato una nuova gamma di aspettattive per le relazioni internazionali
[…]. Le forze collanti della globalizzazione e delle trasformazioni hanno
creato nuovi punti di forza più efficienti, ma anche più terribili di quanto
qualsiasi mondo abbia conosciuto prima, ma insieme con esse nuove forme di
potere stanno prendendo vita”
[4]
, infatti le opportunità si intrecciano con difficoltà,
paure e incertezze. Nell’analisi del nuovo millennio, anche due importanti
autori quali Diamond e McDonald indicano che è come se si fossero scoperti
due movimenti simultanei ma contraddittori all’interno delle relazioni e della
cooperazione internazionale, l’unità e la diversità, l’integrazione culturale
e la preservazione delle differenze, il cosmopolitismo e la difesa dall’omogeneizzazione
culturale, che però s’incontrano e si scontrano, armonizzandosi reciprocamente
[5]
. Numerosi altri autori hanno espresso questo senso
di trasformazione. Forse proprio il termine più adatto a designare l’attuale
momento storico, è la transizione; essa coglie a fondo anche il senso di movimento
verso il nuovo che, però è sconosciuto, e quindi incuriosisce e spaventa,
ma coglie anche il senso d’attaccamento al
All’inizio degli anni novanta ci si aspettava che la fine del bipolarismo segnasse l’avvento di un mondo unipolare, ma la nuova realtà ha invece dato vita ad un “massive flux” [6] di sistemi politici e relazioni intestatali, collaborazioni e accordi formali e non, tra i più diversi soggetti della società civile. Processi quali: democratizzazione, pluripartitismo, votazioni libere e universali sono temi ormai all’ordine del giorno in ogni area geopolitica. La consapevolezza del livello d’integrazione internazionale si riflette anche su concetti quali: potere, violenza, giustizia, terrore, economia, sostenibilità ambientale. La nostra società è, infatti, sia pervasa da un senso di profondo cambiamento, che da un forte senso d’attaccamento al passato, alla storia, alla memoria.
E’ questa un’epoca delle contraddizioni e delle contrapposizioni?
Secondo la visione di B. Boutros – Ghali “Siamo entrati in un’era di transizione
globale segnata da tendenze singolarmente contraddittorie; le associazioni
regionali e continentali e gli Stati stanno sviluppando modalità per approfondire
la cooperazione e appianare alcuni dei contenziosi caratteristici delle rivalità
sovrane e nazionalistiche. I confini nazionali sono resi indistinti dalle
comunicazioni avanzate, dal commercio mondiale e dalle decisioni degli stati
di rinunciare ad alcune prerogative sovrane in favore di più ampie associazioni
politiche comuni.”
[7]
Per molti autori, infatti, uno dei più visibili
paradossi caratterizzanti la nascita di questo nuovo secolo è il contrasto
tra l’estrema facilità e velocità con la quale i capitali finanziari, le informazioni,
le merci, circolano sul pianeta e le barriere che spesso vengono erette tra
gli esseri umani. L’inclusione della minoranza, il loro accesso ai beni e
alle risorse, caratterizzato spesso dall’eccessività e dallo spreco, implica
l’esclusione della maggioranza dal godimento delle stesse possibilità, non
solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi
[8]
, pertanto, quella che rimane esclusa è ciò che Murphy
Brian indica con la cosiddetta “social majority”
[9]
.
Secondo la prospettiva di B. Boutros-Ghali
[10]
espressa nel 1992, nella famosa ‘Agenda per
Rosenau conia un termine utile alla definizione di questo
processo di cambiamento veloce e contraddittorio, che nasce dalla stretta
relazione tra fragmentation e integration, “L’etichetta ‘fragmegration’, un concetto che giustappone processi
di fragmentation e integration in corso all’interno, e tra organizzazioni,
comunità, Paesi, e sistemi transnazionali per questo è virtualmente impossibile
non trattarli come interattivi e connessi casualmente”
[13]
. La perc
Neologismi, espressioni prima sconosciute sono stati creati per descrivere questo momento storico. Termini, come globalizzazione, cosmopolitizzazione, cosmopolitismo, glocalismo, transnazionalizzazione, postnazionalismo, terrorismo internazionale, paradiplomacy, multi track diplomacy sono ormai all’ordine del giorno non solo negli ambienti accademici, ma pervadono tutte le realtà, e forse spesso, secondo White se ne fa anche un abuso [14] , nel senso che essi spesso non solo vengono usati con leggerezza, ma anche in maniera scorretta. Macrae e Leader [15] , anche, ritengono che troppo spesso si abusi o si faccia utilizzo inappropriato di termini considerati in voga in ambito politico, al tal punto da spogliarli del forte ed innovativo valore intrinseco. Hanno, infatti, rilevato che alcuni termini politici dotati di forte potere di “attrazione”, come partecipazione, sviluppo sostenibile, coerenza rischiano di perdere il loro significato.
Tutto ciò però, denota un immenso sforzo di delineare una “nuova gran teoria”, una sorta di teoria-container, una nuova grande narrazione, che possa oggettivare e, in ogni caso, cercare di spiegare, capire e razionalizzare ciò che in realtà succede. Nei grandi periodi di trasformazione, si avverte spesso una forte volontà di voler dar forma e definizione a un qualcosa, a fenomeni ancora informi, in fieri ed evanescenti. Questo senso di trasformazione è avvertito insieme però alle difficoltà di definizione, e per questo tutti gli sforzi, tutte le teorie sembrano incomplete e parziali. Come rileva Finn “Ogni esperto è d’accordo che il sistema è sottoposto a cambiamento, ma nessuno può essere completamente d’accordo su come sarà la nuova realtà”. [16]
Beck, in realtà, rileva come l’essere cittadini del mondo
e, non più solo dello Stato nazione, significa in un certo qual senso abbandonare
la “teoria- prigione dell’identità, della società e della politica territoriale”
[17]
. L’invito più grande è, però quello di evitare di
scadere nel “cosmopolitismo banale”, vale a dire nella semplificazione dell’esperienza
della differenza; non basta, infatti, lasciarsi affascinare dalle differenze,
assaporarle, tramite la televisione, ristoranti e mercatini, viaggi turistici,
per credere di conoscerle. In un mondo senza confini, il pericolo di cadere
in una semplificazione delle differenze e nel cosmopolitismo banale ricorre
spesso. Questo rappresenterebbe tra l’altro un duplice errore. Il primo consistente
appunto in se stesso, nel fatto cioè di non riuscire a cogliere, valorizzare
e metabolizzare le differenze ma semplificandole e cogliendone solo l’aspetto
superficiale e fenomenico; il secondo consisterebbe nella ripetizione, però
al contrario, dell’errore commesso già nella conc
Per Diamond e McDonald questo può rappresentare il momento
in cui si afferma il “New World (Dis)Order”, un momento positivo dove l’integrazione
e il bisogno di cooperazione porteranno ad un nuovo “Global Village”. Un occasional
paper dell’ODI, Overseas Development Institute, del 1993 afferma:“ [….] Nel
1990 le relazioni e la politica internazionale sono state riformulate dalla
trasformazione dell’interpretazione di sovranità, sicurezza ed economia di
guerra”
[19]
. John Ikenberry rileva, in un suo saggio del 1996
[20]
, che “L’ordine mondiale istituito negli anni quaranta
è ancora con noi, in molti casi, più forte di prima. La sfida … non è immaginare
e costruire un nuovo ordine mondiale ma rivendicare e rinnovare il
(Inizio pagina)
“…La grande epoca dello Stato nazione è vicina alla fine…
l’emergente ordine postnazionale potrebbe tranquillamente dimostrare di essere
non un sistema di unità omogenee (come con il classico sistema di stati-nazione)
ma un sistema basato su relazioni tra unità eterogenee (alcuni movimenti sociali,
gruppi d’interesse, corpi di professionisti, alcune organizzazioni non governative,
alcuni corpi armati di polizia, alcuni corpi giuridici)”
[24]
. Prima di analizzare l’emergere di concetti, quali
post, il trans e il subnazionalismo, bisogna domandarsi, cos’è una nazione?
E uno Stato? E uno Stato nazione?
Si legge, generalmente, che “la nazione è costituita da un
insieme di persone che condividono tratti culturali variabili: per lo più
lingua, religione, tradizioni”
[25]
, questa definizione può risultare ingannevole per
la sua semplicità. Le formazioni sociali che si definiscono o che vengono
definite “nazioni”, sono comunque caratterizzate da innumerevoli differenze.
Ciononostante si può affermare che la nazione identifica una comunità umana
caratterizzata da tradizioni storiche, linguistiche, costumi e cultura condivise.
Può anche essere “concepita come un gruppo d'uomini unito da un legame naturale
e quindi eterno”
[26]
. Spesso è stata indicata come una sorta di “estensione
di persona collettiva”
[27]
, quindi composta da gruppi con le stesse caratteristiche,
quali la lingua, i costumi, la religione ecc., altre volte come “volontà di
vivere insieme”
[28]
, “come plebiscito di tutti i giorni”
[29]
, o come “un’entità ideologica, cioè il riflesso
nella mente degli uomini di una situazione di potere”
[30]
. Il concetto di nazione si è poi affermato attraverso
il diritto all’autodeterminazione democratica, alla cittadinanza di una popolazione
inizialmente dispersa, integrata poi culturalmente, attraverso anche il simbolismo
culturale, l’appartenenza comune, la solidarietà civica e attraverso rapporti
di sincerità e legittimazione reciproca. Martin Ira Glassner scrive
[31]
:“[…] la nazione è un gruppo umano. [...] gli studiosi usano
generalmente questo termine per indicare un gruppo abbastanza numeroso che
condivide uno o più tratti culturali come religione, lingua, istituzioni politiche,
valori e tradizioni storico-letterarie. I suoi membri tendono ad identificarsi
reciprocamente, a sentirsi più vicini fra loro che agli altri gruppi, hanno
un comune senso di appartenenza e sono chiaramente distinguibili dai gruppi
che non condividono la stessa cultura”.
In realtà, molti autori proprio mettendo in risalto la mancanza di “oggettività” dell’esistenza di una tal entità ed evidenziandone il carattere ideologico, costruito, piuttosto che tangibile [32] dubitano di tale definizione. La nazione, infatti, per Anderson [33] è “una comunità politica immaginata [34] , e immaginata come intrinsecamente e contemporaneamente limitata e sovrana. E’ immaginata in quanto gli abitanti della più piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né li incontreranno, né ne sentiranno mai parlare, eppure nella mente di ognuno di noi vive l’immagine del loro essere comunità” [35] . Anderson per avvalorare la sua tesi riporta diversi pareri di studiosi che hanno condiviso e condividono questa visione di nazionalismo, basato sull’invenzione della comunità. Tra i quali compare Seton-Watson, per cui “ Tutto quello che posso dire è che una nazione esiste quando un numero significativo di persone all’interno di una comunità si considera come costituente una nazione, o agisce come se ne avesse costituita una” [36] , ancora cita Gellner, per cui “Il nazionalismo non è il risveglio delle nazioni all’autoconsapevolezza: piuttosto inventa le nazioni dove esse non esistono” [37] . Secondo Anderson, non è vero che il nazionalismo si nasconde dietro l’invenzione e la costruzione, perché in tal modo si affermerebbe l’esistenza di comunità vera contrapposta alla nazione. “In realtà è immaginata ogni comunità più grande di un villaggio primordiale, dove tutti si conoscono (e forse lo è anch’esso).” [38] Per lei la differenza tra le comunità consiste solo nel modo in cui esse vengono immaginate e si immaginano. La nazione è inoltre immaginata come ‘limitata’, in quanto la più grande, ha comunque dei confini finiti, anche se sotto alcuni punti di vista elastici. Tutte immaginano per se dei confini, “nessuna comunità si immagina confinante con l’umanità” [39] . Inoltre la nazione è immaginata come ‘sovrana’, in quanto il concetto è nato quando illuminismo e rivoluzione stavano distruggendo la legittimità del regno dinastico. Ed infine la nazione è immaginata come comunità, in quanto malgrado ineguaglianze di fatto, la nazione viene è sempre concepita in termini di profonda fraternità, e spinge gli uomini a credere, lottare e morire anche per un concetto che in fin dei conti è “immaginato” e costruito attraverso strumenti quali, censimenti, mappe, musei, lingue, e soprattutto attraverso la storia.
In relazione invece
allo Stato, con
A partire, tuttavia, dalla fine degli anni settanta
[47]
, e in maniera sempre più evidente dall’inizio degli
anni novanta, questa forma d’istituzionalizzazione basata sullo Stato nazione,
è entrata in crisi per effetto della complessificazione del panorama internazionale.
La crisi dello Stato nazione rientra all’interno di un dibattito più ampio
e relativo soprattutto ad una diversa conc
Il panorama internazione evidenzia come non solo l’organizzazione delle comunità umane non può essere riconducibile ad un unico modello, ma che anche il concetto classico di Stato nazione ha subito un vero e proprio processo di ridefinizione e crisi. La formula dello Stato nazione, che ha avuto particolare fortuna nel XIX secolo e per buona parte del XX , ha subito nell'ultima parte del secolo un'incisiva erosione, dovuta alla perdita di unità al suo interno (grazie al formarsi di autorità indipendenti, regioni, enti pubblici nazionali, organismi pubblici), e alla perdita di sovranità verso l'esterno (grazie al formarsi di organismi internazionali e sovranazionali detentori di parte del potere pubblico statale). Da un lavoro dell’UNDP, infatti, si evince, come le forze sopranazionali, nel duplice processo di globalizzazione e regionalizzazione, stanno indebolendo il concetto convenzionale di stato territoriale dall’alto. Infatti, da un lato la globalizzazione ha ridotto il potere dello stato nei propri affari economici e ha eroso la sfera della sovranità nazionale. Dall’altra parte forze che possono essere definite subnazionali, hanno cominciato ad erodere lo stato dal basso, e a sfidare la legittimità politica e a scontrarsi con l’integrità territoriale. Lui, infatti, definisce questo meccanismo come “la dialettica del subnazionalismo e del sovranazionalismo”. Fenomeni complessi come la globalizzazione, concetto da intendersi sempre come processo e mai come stato finale, si insidiano prepotentemente. Esso designa, appunto, l’ampliarsi e l’intensificarsi dei rapporti tra persone, transazioni economiche, movimenti di capitale, informazioni, che sono i nodi, e allo stesso tempo le maglie di una fitta rete [56] .
L’espressione “globalizzazione” evoca “ l’immagine di flussi
montanti che scalzano dal basso i controlli di frontiera minacciando di far
crollare l’edificio”
[57]
. Le misure relative alla velocità di circolazione
diventano sempre più importanti, segnalando il trasferirsi dei controlli dalla
dimensione spaziale a quella temporale. E’ come se si assistesse alla spazializzazione
del tempo e alla temporalizzazione dello spazio. Ovviamente il punto di volta,
sempre per Habermas, è guardare a tutti questi cambiamenti non come una sconfitta,
ma come una sfida, tutto ciò che oggi appare come problema, dovrebbe trasformarsi
in “agenda politica”. Concetti quali, lo Stato territoriale, nazione, economia
nazionale, costituitesi entro le frontiere statali, hanno rappresentato una
sorta di costellazione storica in cui il processo democratico potè assumere
una configurazione istituzionale più o meno convincente. Tale costellazione,
oggi, è messa fortemente in discussione e le tendenze in atto sono concepite
come sfide politiche solo in quanto si descrivono ancora nell’ottica abituale
dello Stato nazione, infatti per lui, le società moderne sono colpite da processi
di denazionalizzazione, e si stanno aprendo verso una società mondiale in
movimento costante. Pertanto Beck evidenzia come, la società mondiale non
statale stia davvero cambiando i rapporti internazionali, essi non sono più
legati territorialmente e politicamente al concetto di Stato nazione, in particolare
questo tipo di società “cancella l’identità tra distanza spaziale e quella
sociale”
[58]
. Per questo, secondo Beck bisogna distinguere tra
“società mondiale come somma di Stati nazionali e società di Stati nazionali,
e le società mondiali di attori e spazi transnazionali”
[59]
. Habermas con uno spirito critico ed originale prova
a supporre le reazioni del “sovrano territoriale”, di fronte profondi cambiamenti,
e ne individua due: di chiusura quindi di difesa, e di apertura e quindi attacco.
Ciononostante, ritiene tali atteggiamenti né una risposta né una soluzione
adeguata. Nell’ottica della costellazione postnazionale, crede, infatti, che
non si possono indicare strade sicure anche perché la modalità di rete, di
cooperazione, di integrazione funzionale e sociale si sovrappongono e si eludono
a vicenda. Per Habermas inoltre non bisogna neanche esagerare, nel prevedere
la fine della politica, come fanno i post-moderni, che destrutturano completamente
la realtà, prevedendo insieme alla dissoluzione e alla disgregazione dello
Stato nazione la disgregazione del concetto di politica, e su questo punto
anche i neoliberisti puntano molto, augurandosi, sempre secondo Habermas,
di poter dilatare al massimo le funzioni regolatorie del mercato. Anzi, l’autore
evidenzia come, per i postmoderni, la politica a scala mondiale è qualcosa
d’impossibile, e per i teorici neoliberisti, qualcosa di indesiderabile. Lui
sottolinea, invece, come le sfide/opportunità della globalizzazione possano
essere affrontate, solo se si affermano nuove forme di autogoverno democratico,
solo una volontà transnazionale e un senso diffuso di solidarismo, che vanno
oltre i confini nazionali, potranno cambiare il panorama. Ciò che dovrebbe
stabilizzarsi è una democrazia dibattimentale e discorsiva [deliberativ]
che, attuata dal basso e senza paletti territoriali, permetta l’accessibilità
e la formazione dell’opinione pubblica, un “processo d’apprendimento” aperto
al futuro. Per questo, secondo lui, ci si avvia verso epoca postnazionale.
Infatti, non avendo identità etica comune (la società civile mondiale), la
politica interna mondiale non può legittimare una procedura statalmente centralizzata
e gerarchizzata a livello globale. Si organizza, infatti, in una prospettiva
decentrata, non come “politica” centralizzata di un unico stato mondiale,
bensì come interazione a più livelli di “politiche” locali, nazionali e soprannazionali.
In questo senso la democrazia internazionale si presenta come una rete, come
una prospettiva di fiducia, collaborazione e anticipazione normativa, che
chiede di essere istituzionalizzata giuridicamente. Per un verso egli sostiene
la necessità di anticipare normativamente una “politica interna mondiale”,
attuando una chiusura politica all’apertura economica del mercato globale.
Per l’altro verso, immagina questa chiusura, non nei termini di un super Stato
gerarchico e centralizzato, che definisce dall’alto i livelli subordinati
delle decisioni inferiori, bensì nei termini di un federalismo transnazionale
che dà voce al pluralismo della società civile. Analizzando il punto di vista
di Beck, il postnazionalismo mette in discussione uno dei più possenti pilastri
della rappresentazione della società e della politica. Critica, infatti, la
convinzione che la ‘società moderna’ e la ‘politica moderna’ possano esistere
solo perché organizzate sulla base dello Stato nazione, critica la conc
* nella società globale del rischio non si può più dare una risposta nazionale ai problemi nazionali;
* i diritti umani sono applicati anche contro gli Stati e sono ‘difesi’ da Stati contro altri Stati;
* il capitale mobilissimo costringe all’auto potenziamento e all’auto trasformazione del concetto di Stato fissato ad un territorio.
Se lo Stato nazione fondava la propria vita alla “monogamia di luogo”, l’epoca attuale ci porta ad una sorta di “poligamia di luogo” [61] . Beck sottolinea, inoltre, come la pluralizzazione degli attori nelle relazioni internazionali sia un punto fondamentale nella prospettiva postnazionale, il capitale globale, le organizzazioni internazionali organizzazioni governative e non, diventano soggetti attivi in un panorama di ‘meta scontro’. Nel Report della Commissione sulla Global Governance pubblicato dall’ONU, si spiega che la politica delle organizzazioni sopranazionali non si propone soltanto di gestire la globalizzazione economica, ma intende anche introdurre una nuova etica della democrazia e dei diritti umani globali. Ed ecco che, secondo Beck, la politica estera si orienta alla tutela dei diritti umani, i quali non ubbidiscono più al diritto internazionale e al principio di non ingerenza negli affari interni, e le guerre civili diventano internazionalizzate. Nell’epoca postnazionale i confini più che essere concepiti come barriere diventano dei ponti, dove da strutture cognitive del ‘noi’ come opposto a ‘loro’ diventano dei ‘bridging borders’ [62] , trasnazionalismo e subnazionalismo si intrecciano e si sovrappongono continuamente.
Il transnazionalismo [63] rappresenta un’altra manifestazione di questa crisi dello Stato nazione, secondo un’analisi del Centro Studi Difesa Civile [64] , può essere, infatti, definito come la dinamica dei ruoli, delle strutture e delle istituzioni alla cui origine ci sono attori diversi dai governi e dalle agenzie intergovernative, in grado di agire e interagire significativamente nello spazio funzionale internazionale in modo più o meno autonomo rispetto ai centri di potere politico di matrice governativa. Tali attori prescindendo dalla statalità e la territorialità agiscono all’interno delle relazioni internazionali. Gli impulsi al transnazionalismo, con la trasformazione dello stato moderno, si accompagnano strettamente alla pratica della cooperazione organizzata. Quest’ultima, oltre che in funzione di potenziamento e sinergismo delle unità che ne fanno parte, esiste anche per perseguire sul piano internazionale nuovi obiettivi, che si sommano, si aggiungono a quelli delle unità aggregate. I soggetti, i nuovi attori della scena mondiale, grazie alla diversificazione, pluralizzazione e multidimensionalizzazione dei loro campi d’azione e competenze, diventano ‘cause oriented’ [65] . Non bisogna però credere che il transnazionalismo organizzato sia, in quanto tale, incompatibile col sistema dei rapporti interstatali, ma è invece incompatibile con il monopolio statalistico della vita delle relazioni internazionali, o comunque con l’assolutismo del sistema della politica. Esistono inoltre dimensioni principali del processo di transnazionalizzazione:
* Organizzazione, con questo termine ci si riferisce all’esistenza sul piano internazionale d’apparati funzionali permanenti gestiti da volontari e/o funzionari specializzati nella realizzazione delle scelte politiche e di programmi..
* Mondializzazione, con tale processo ci si riferisce:
* sia ad un continuum di ruoli dal quartiere, dalla città fino ai centri decisionali internazionali e quindi ad una diffusione capillare sul piano locale, nazionale, internazionale, radicata, diffusa e operativa su scala globale;
* sia al contenuto dei programmi formativi interni ai singoli soggetti transnazionali, come l’educazione alla mondialità, alla cooperazione e collaborazione multiculturale.
* Specializzazione, con tale termine si fa riferimento alla capacità di rispondere e di tradurre le domande politiche popolari in una rosa di alternative politiche possibili.
* Politicizzazione, con tale vocabolo si designa il processo di avvicinamento degli attori di carattere transnazionale agli attori più politici per antonomasia, quali governi, agenzie intergovernative, diplomazie [66] .
Riguardo al transnazionalismo, Beck individua, come alternativa allo Stato nazione, lo Stato transnazionale, caratterizzato dalla non- territorialità, dall’accettazione del concetto di Stato, rivisto però nell’ottica della globalità, della multidimensionalità, e della “rivitalizzazione della politica” [67] , del glocalismo [68] , ed è sostanzialmente diverso dallo Stato nazione soprattutto perché “la globalità diviene in maniera irreversibile il fondamento del pensiero e dell’agire politico” [69] .
In questo panorama di ridefinizione dei ruoli, Beck individua un collegamento tra transnazionalismo e subnazionalismo, cioè, la cooperazione transnazionale. Essa rappresenta una risposta alle sfide della globalizzazione, insieme alla complementarietà tra il globale e il locale, e al ruolo delle unità subnazionali. Le Regioni, gli Enti e le strutture subnazionali vanno intese nel duplice senso, come evidenziato da Andrè Lecours [70] ,
* sia nel senso di attori subnazionali che agiscono e formano reti transnazionali;
* sia nel senso di macro attori a livello più aggregato.
I governi regionali che operano a livello internazionale, sempre per Lecours, non sono un fenomeno nuovo, egli riporta, infatti, l’esempio d’alcune Regioni americane che già dal 1950 avevano rapporti all’estero con altri enti regionali [71] , però sottolinea come in realtà dal 1990, l’attività internazionale dei governi regionali ha acquistato nuova prominenza. In un’ottica più legata alla visione delle comunità e delle società come identità collettiva, il subnazionalismo è definito dall’UNDP come una manifestazione di una certa comunità o identità collettiva diversa dall’identità generale e condivisa dalla cittadinanza di uno Stato costituito. Spesso, questi movimenti possono essere di carattere indipendentista, che più che essere espressione del desiderio di internazionalizzazione e di ampia condivisione di valori e esperienze, sono definiti da Mingus, fenomeni di ‘disobbedienza civile’, di negoziatori economici internazionali. Bisogna però valutare con attenzione il lavoro delle unità subnazionali, non come lavoro solo ed esclusivamente di carattere economico, classificando erroneamente le unità subnazionali come attori di second’ordine, anche perché spesso il lavoro sotteso e nascosto può essere davvero d’aiuto per i processi di collaborazione intergovernativo. Questo meccanismo di cooperazione subnazionale, in alcuni casi, ha dimostrato che essi hanno un legittimo ruolo nel campo della diplomazia internazionale, anzi della paradiplomacy. Tale concetto, sarà al centro dei dibattiti politici e della cooperazione internazionale, a partire sostanzialmente dagli anni novanta, ma se ne parlerà ampiamente in seguito, basti per ora ricordare che il ruolo degli Enti locali, delle Regioni e dei governi subnazionali a livello internazionale è diventato un punto chiave nella politica internazionale. Francisco Adelcoa e Michael Keating [72] , evidenziano l’importanza dei fenomeni del transnazionalismo, postnazionalismo e subnazionalismo, nell’ottica di un approccio post-diplomatico, ritengono infatti che:
Infine, l’osservazione di Beck
[73]
evidenzia molto chiaramente il nuovo rapporto che
si è ormai instaurato tra autonomia e sovranità. Nel panorama classico del
nazionalismo metodologico
[74]
, questi due termini erano i due membri di un’equazione,
quindi tutto ciò che poteva essere dipendenza economica, diversificazione
culturale, cooperazione militare, giuridica e tecnologica tra gli Stati era
concepita come percorso che avrebbe portato automaticamente alla perdita di
entrambe. Oggi, però, se la sovranità è identificata con la capacità di risolvere
i problemi, allora l’incremento della cooperazione transnazionale, anche se
comporta la perdita d’autonomia costituisce un guadagno reale di sovranità.
La capacità dei governi di assicurare standard di vita adeguati, sicurezza
sociale e consapevolezza civile, aumenta con la cooperazione inter, trans,
sub, extrastatale. La sovranità condivisa accresce la sovranità anziché ridurla.
I benefici della condivisione includono la sicurezza e la stabilità, la riduzione
delle spese militari e la cooperazione economica e tecnologica. C’è, secondo
Beck, un interesse addirittura nazionale alla trans, sub e denazionalizzazione,
alla condivisione della sovranità con lo scopo di risolvere i problemi. L’intuizione
dei nostri tempi è che la riduzione dell’autonomia nazionale e un aumento
della sovranità nazionale non si escludono affatto. I processi descritti fin
qui vanno di pari passo con lo spostamento dall’autonomia basata sull’esclusione
nazionale alla sovranità basata sull’inclusione transnazionale.
(Inizio pagina)
* la consapevolezza degli Stati di appartenere ad un complesso sistema internazionale;
* l’influenza dell’opinione pubblica;
* lo sviluppo delle comunicazioni.
Ma alla fine del XX secolo la pluralizzazione degli attori sullo scenario internazionale e l’introduzione di aspetti più politici che diplomatici, ha spinto molti autori a parlare di open diplomacy, plurisettoriale con carattere multinazionale. Nel XXI secolo, con la nascita della società civile globale e la moltiplicazione di relazioni informali tra gli Stati e le nazioni, il termine diplomazia si è completamente trasformato [79] . I termini classici quali diplomazia, potere territoriale e cittadinanza nazionale non sono, ormai, più adatti a descrivere la realtà della politica internazionale, nuove modalità di intervento e politiche di ripensamento dominano l’analisi. Nuovi modi, intrecci e modi di cooperare esistono da tempo, nuovi paradigmi penetrano all’interno dei confini mentali della diplomazia statale, tanto da far parlare d’ordine postdiplomatico [80] , perché consapevole delle nuove e diverse realtà. La riformulazione del concetto di diplomazia parte dalla constatazione che il monopolio della politica estera non è più statale ma plurale e internazionale. Per quanto riguarda la riforma della diplomazia tradizionale si ritiene indispensabile, secondo uno studio del CERFE [81] , eliminare o quanto meno affievolire la distanza e la differenza tra le attività diplomatiche, la cooperazione allo sviluppo e il peace building. Un’onda di novità si è, infatti, abbattuta sul fronte attoriale e diplomatico, ridando forza a tutto l’apparato attinente alle relazioni internazionali, includendo nelle attività diplomatiche aspetti appartenenti alla cooperazione socio-economica, promovendo iniziative di capacity building.
La realtà è pertanto nuova e multiforme. Dimensioni innovative
della partecipazione, quale quella substatale, multiculturale, plurinazionale
trasformano il senso di cittadinanza dando vita ad una nuova cultura politica
[82]
. La distinzione tra competenze interne e internazionali
è sempre meno chiara. Il fenomeno delle voci multiple
[83]
è il fenomeno della pluralità attoriale colpisce
direttamente dall’interno dello stato e all’esterno del sistema internazionale.
L’aspetto da rilevare è che “il neologismo paradiplomacy non
appare da solo. Deve essere inteso come un altro link di una catena semantica
analiticamente senza fine. Deve, quindi essere inteso, insieme, con altri
concetti gemelli collegati, ma tuttavia opposti, come ‘micro’ ‘macro’ o protodiplomazia.
L’approccio “transnazionale” del fenomeno porta all’”invenzione” analitica
di una catena di concetti interrelati, con un continuum semantico, a ciò che
è lo stesso, alla decostruzione di un concetto principale, la diplomazia,
in una serie di concetti opposti o alternativi. Questo è spinto anche più
oltre dall’approccio “postmodernista”, propriamente genealogico, approccio
al fenomeno storico complesso della ‘diplomazia’”
[84]
. In realtà, il concetto che si distaccherà dalla
conc
Questa modalità, meglio conosciuta come track two ha rappresentato
un’alternativa, introdotta da Joseph Montville nel 1982, per indicare quei
percorsi della diplomazia che si snodavano al di fuori del sistema governativo
ufficiale. Essa si riferisce alle attività e ai contatti informali, nongovernativi
e non ufficiali, tra cittadini privati o gruppi. Non vuole, però, sostituirsi
a quella governativa, ma vuole lavorare parallelamente, ecco perché spesso
è definita anche come diplomazia parallela. Grazie alle sue caratterisitiche
peculiari, quali, lo sviluppo di micro-relazioni, l’influenza sull’opinione
pubblica, l’instaurazione di processi coopoerativi all’interno del privato
e dell’economia ha ridato forza ad un approccio multicentrato. Due concetti
aiutano a descrivere la reale trasformazione in corso del concetto di diplomazia,
quali quello di multi track diplomacy, che incorpora la l
Il sistema della multi track, fondato da Mc Donald e Diamond si basa su un approccio multidisciplinare, che opera attraverso nove track d’azione. Esso parte dalla constatazione che questa composizione non è e non può essere esaustiva, si muovono, infatti, al di sotto e aldilà del sistema, sottesi ed invisibili diversi modi di fare cooperazione. A dimostrazione di ciò, c’è proprio il processo d’evoluzione del sistema della multi track. Partito da un’espansione del track one o governativo e del track two o non governativo così concepiti da Montville nel 1982, subisce un ampliamento nel 1991, da due track se ne inserirono altri cinque, grazie all’inclusione di economia e commercio, privati cittadini e media, fino a giungere alla formulazione attuale della multi track, cioè con la composizione di nove track, a cui cioè sono stati aggiunti ricerca, formazione ed educazione allo sviluppo, ricerca di risorse e fondi economici, religione, attivismo e advocacy. Questo a significare che non tutte le sfumature e modalità di intervento dell’azione sono sempre colte appieno.
Il termine multi-track diplomacy
[85]
, pertanto, intende designare un processo, un sistema
di pensiero e di azione internazionale, un sistema cooperativo multiattoriale
e multidisciplinare, un living system
[86]
. Le parti che costituiscono il sistema integrato
in questione si trasformano, si adattano alle esigenze e ai cambiamenti del
sistema stesso e sono simultaneamente interrelate. Anche perché, così come
l’intero sistema si collega a spazi locali, regionali, internazionali, mutando
e mutuando le diverse caratteristiche politiche, così il sistema di intervento,
modifica, integra e trasforma i suoi strumenti. Il termine che domina il paradigma
della multi track è l’interrelazione, la connessione, l’interazione, l’integrazione
tra tutti i nove track che compongono il sistema. Sono collegati l’uno all’altro
attraverso il tempo e lo spazio, attraverso la differenza d’età, di genere,
attraverso i confini nazionali. Il sistema della multi track non è composto
da relazioni ipotetiche e/o potenziali, ma da persone reali che lavorano in
diversi settori che inconsapevolmente si influenzano reciprocamente. Se la
relazione e la multidisciplinarietà sono le chiavi di comprensione per il
sistema della Multi track, la parola chiave per la realizzazione effettiva
di un sistema d’azione concertato, è la presa di coscienza del valore di questo
stato d’interdipendenza. Una maggiore coscienza, consapevolezza, un maggiore
esame delle politiche che si vanno a realizzare nell’ottica dell’interazione
e dell’interdipendenza, è un grande ed importante passo avanti verso il processo
di cambiamento delle politiche. Ovviamente, anche se il sistema della multi
track è considerato come un sistema organico e complesso, ognuna delle parti
che lo compongono svolge un preciso e differente ruolo nell’ambito dell’intero
sistema. Di quest’ ultimo è possibile costruire un quadro logico, una forma
grafica che permette di visualizzare sia l’importanza decisiva d’ogni track
che, pertanto, occupa una posizione unica e insostituibile all’interno del
diagramma, sia l’interconnessione tra i diversi track, collegati grazie al
loro punto d’incontro nel centro del diagramma, che l’importanza del sistema
di informazione e comunicazione, in quanto meccanismo primario di interscambio
reciproco. Questo sistema grafico permette di sottolineare la visione del
sistema in quanto sistema pensante. Il sistema nel complesso è anche più grande
e articolato delle singole parti; la semplice somma delle forze in azione
non rende giustizia al sistema, la sinergia, l’interazione, l’integrazione,
la complessità organica sono le sue caratteristiche intrinseche. Insomma,
il sistema della multi track è propriamente un approccio multidisciplinare.
I track in questione come già anticipato sono nove e sono:
Fondamentalmente ciò di cui si occupa la multi track, come
rappresentato graficamente del diagramma, è la messa in atto d’azioni e quindi
politiche allo sviluppo, advocacy e peacemaking; la realizzazione di forme
d’educazione allo sviluppo, attraverso metodi informali e learning-by-doing,
e attraverso la ricerca e lo studio in sia in senso generico che in relazione
solo alla cooperazione internazionale. Questi strumenti o campi di analisi
e ricerca, tendono ad influenzare ed ad avere come target , sia l’opinione
pubblica, decision makers, e società civile in generale.
Intanto, il nuovo ordine multidiplomatico, paradiplomatico,
non può non guardare a tre importanti fattori concatenati quali l’arena economica,
culturale e politica
[89]
. La paradiplomacy è, infatti, parte integrante di
un diffuso universo delle relazioni internazionali, nel quale gli stati non
sono più gli unici attori. Diverse Regioni operano attraverso e insieme con
industrie, movimenti sociali, trade unions, e organizzazioni transnazionali
come Greenpeace e Oxfam. “Questo universo è complesso, frammentato e destrutturato”
[90]
. Il lavoro della paradiplomazia avviene a diversi
livelli, primo dei quali è il livello economico e funzionale, dove collaborazione
e competizione s’intrecciano fortemente. Il secondo è il livello statale,
dove politiche di cooperazione si radicano e si scontrano. Il terzo è quello
del lavoro politico regionale dove la collaborazione transfrontaliera e transnazionale
si rafforza. La paradiplomazia è comunque una sorta di laboratorio sperimentale
dove strategie e politiche regionali e locali si incrociano con un alto livello
di partecipazione della società civile e del settore privato, motivo per il
quale spesso va incontro a errori, difficoltà e ripensamenti. E’ comunque
un nuovo punto d’incontro tra dimensione regionale e dimensione nazionale,
tra affari domestici e internazionali, tra dimensione politica e dimensione
economica. Secondo la visione paradiplomatica, i due principali attori di
cooperazione non tradizionali, sono attori non-governamental (NGO) e non-central
governaments (NCG)
[91]
, dove però quest’ultimi giocano un ruolo fondamentale.
Hoching non parla solo paradiplomacy ma anche di protodiplomacy, e di diplomazia
plurinazionale, dove appunto non solo i settori una volta di esclusiva competenza
statale ma anche gli attori si compenetrano e si accavallano. Il concetto
di diplomazia plurinazionale si ispira al concetto di diplomazia a ‘doppio
livello’
[92]
, dove si intrecciano politiche di governi e di diversi
attori, sotto forma sia formale che informale. Si parla anche di diplomazia
multilaterale, cioè, di una realtà di partecipazione multipla. Le ripercussioni
di quest’approccio sono sia istituzionali, formali che socio-politiche. Il
nuovo termine paradiplomazia rappresenta un approccio nuovo per il riconoscimento
della molteplicità, per alcuni autori esso va considerato come un transparadigma,
cioè un paradigma che attraversa ed include diverse trasformazioni e/o denominazioni
della diplomazia. Il concetto di paradiplomacy sembra complicarsi, ma l’importante
è stare attenti al significato che si attribuisce ai prefissi. Se si assegna
al termine ‘para’ il significato di contrapposizione e opposizione, il concetto
di paradiplomacy acquista quel senso di sovversione che non si vuole attribuirgli.
Essa si colloca nel difficile complesso dentro/fuori, decentramento/centralizzazione,
emergendo come un processo dialettico all’interno dell’intero sistema della
cooperazione allo sviluppo
[93]
. Per esempio, Der Derian
[94]
intende per paradiplomacy “ogni tipologia d’azione
internazionale di carattere non governativo messa in atto da attori non statali,
includendo in ciò, corporazioni transnazionali, organizzazioni internazionali
del lavoro, comunità religiose, organizzazioni non governative, lobbies internazionali,
i mass media, i movimenti artistici transculturali, associazioni scientifiche,
individui organizzati”
[95]
, che possono secondo questa definizione essere considerati
agenti diplomatici, per la loro effettiva opera di mediazione tra realtà reciprocamente
estranee e aliene, come società civile organizzazioni internazionali, artisti
e politici, diplomatici, scienziati e opinione pubblica.