Indice    

PARTE I

2. LE NUOVE SFIDE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

La trasformazione del concetto di sviluppo e del nuovo ruolo della società civile.
La cooperazione allo sviluppo e il glocalismo.
I principi al centro del dibattito: coordinamento, coerenza ed efficacia. La questione del rapporto tra interventi umanitari e politiche di sviluppo.
La cooperazione allo sviluppo tra internazionalizzazione economica e multi track diplomacy. Tensioni e sovrapposizioni.

 La trasformazione del concetto di sviluppo e del nuovo ruolo della società civile.

 Gli anni novanta costituiscono, come tracciato in precedenza, un momento storico molto particolare, frutto di lenti, profondi cambiamenti pregressi. Il concetto di sviluppo e del ruolo della società civile sono forse tra i più rilevanti ed influenti in questo processo, soprattutto per ciò che interessa la cooperazione e la politica internazionale. Il valore che oggi ha assunto il concetto di sviluppo umano, sostenibile e partecipativo intrecciandosi con il nuovo ruolo giocato dalla società civile, non può essere colto se non si analizza il percorso logico e processuale a cui è stato sottoposto nel corso del tempo. Proprio, infatti, la trasformazione nel tempo del concetto di sviluppo e del significato che a quest’ ultimo era attribuito, è stata sia causa che effetto di questa nuova concezione del ruolo della società civile. Essa ha contribuito ad incrementare studi e ricerche sulle teorie e le politiche di sviluppo. La logica alla base del concetto di sviluppo ha subito trasformazioni graduali ma sostanziali.

Il concetto nasce, con accezioni sociologiche, in opposizione al termine “sottosviluppo” negli anni postbellici, sotto l’influenza delle opportunità offerte dalla ricostruzione europea e il fervore ideologico di quegli anni [1] . Il termine sarà accettato universalmente come idea, perno, chiave di volta della modernità e come via certa, e forse anche unica, per il miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità, al termine sviluppo, infatti, sarà automaticamente associato il concetto di progresso sicuro e lineare. La definizione di sottosviluppo, quantificato attraverso parametri soprattutto economici, quali il reddito pro-capite, il livello medio di consumi, misurava la distanza tra ricchi e poveri, e il rimedio universalmente applicabile era composto da industrializzazione, , tecnologia e crescita economica. Il famoso 20 gennaio 1949, H.S. Truman, durante il suo discorso d’insediamento alla presidenza degli Stati Uniti, riconobbe l’esistenza di squilibri tra i Paesi, e la necessità di individuare e “rendere disponibili i benefici dei perfezionamenti tecnologici e del progresso industriale per il miglioramento e la crescita delle aree sottosviluppate”. In realtà, il termine “sottosviluppo” era già apparso in precedenza in un articolo di Wilfred Benson ex membro dell’ILO (International Labour Organization), nel 1942, in un articolo dedicato al progresso economico delle aree sottosviluppate.

La soluzione, quindi, al sotto-sviluppo? Tecnologia, progresso e crescita economica. Una ricetta unica ed universale. Secondo tale visione critica il concetto fu quindi identificato con il concetto di crescita economica, la quale a sua volta assunse una connotazione di innovazione e di inevitabilità, ma ebbe anche il compito umanitario e universale della riduzione delle disuguaglianze. Sulla scia del paradigma della modernizzazione [2] , “le ricette economiche” proponevano un modello di sviluppo graduale e fasico [3] , centrato nella fiducia nel progresso razionale, unidirezionale, unifattoriale, lineare e garantito dall’industrializzazione.

Per questo, il processo di sviluppo era una faticosa strada in salita, già percorsa dai paesi sviluppati, bisognava solo seguire le indicazioni e ed aspettare che ai paesi ancora sottosviluppati di raggiungessero i Paesi già industrializzati, la differenza, tra questi ultimi e quelli poveri, era, infatti, solo di gradi. In realtà, però negli anni cinquanta, la Commissione economica per l’America Latina (CEPAL), dirette da Raùl Prebish, sottolineò come i rapporti e gli scambi internazionali erano fortemente asimmetrici. Ciò condurrà alla nascita della teoria della dipendenza [4] , secondo la quale sviluppo e sottosviluppo sono due facce della stessa medaglia: uno alimentava l’altro e sanciva le dinamiche del paradigma centro-periferia, “il centro produce la periferia e la produce secondo un processo unidirezionale” [5] .

Stante la visione critica dell’evoluzione del concetto di sviluppo, sarà solo negli anni settanta che l’omologa Commissione economica per l’Europa, diretta da Gunnar Myrdal, chiarirà quanto le economie centrali si fossero arricchite proprio grazie a questo scambio centro-periferia. Sempre secondo Memoli, le correnti di pensiero che nacquero da questa valutazione, furono sia di carattere rivoluzionario che riformista. Le prime prevedevano come unica alternativa al sottosviluppo, la distruzione del sistema capitalista; le seconde si basavano, appunto, sulla logica riformista da applicare all’interno dei sistemi economici. La configurazione del sottosviluppo come qualcosa da contenere attraverso la modernizzazione, sarà fortemente messa in discussione dal modello dello scambio ineguale, elaborato da Arghiri Emmanuel e Samir Amin tra il 1968 e il 1973. Tale concetto fu fortemente ripreso da Immanuel Wallerstein, per lui, infatti, “lo scambio ineguale è quello scambio per cui le merci si spostavano da una zona all’altra in modo tale che l’area con il bene meno “scarso” “vendeva” i suoi beni all’altra area a un prezzo che incarnava un input (costo) effettivo superiore a quello di un bene dello stesso prezzo che si muoveva nella direzione opposta” [6] . Ciò rappresenterà la base della Teoria dei Sistemi Mondo [7] , che rivaluta il concetto di centro-periferia, introducendo il concetto di semi-periferia [8] . Il concetto di sviluppo, però, oltre ad aver dato vita ad una serie di teorie, ha determinato anche la necessità della misurazione del livello dello stesso. Le teorie convenzionali del paradigma neoclassico tenevano conto solo delle variabili economiche e utilizzavano come parametro di interpretazione delle realtà depresse il reddito pro-capite, la quantità di spesa per consumi, e altri metodi di carattere tecnico- economico. Per Memoli, di fronte all’incompletezza e alla parzialità della valutazione e conoscenza delle diverse realtà, si avvertì la necessità di rivolgere l’attenzione verso altri fenomeni, non quantificabili e difficili da reperire, quali il grado di istruzione, la disponibilità di servizi sanitari e sociali, un’alimentazione adeguata, un’abitazione, l’esistenza di istituzioni efficienti e stabili di governo e dell’economia. Si ripose quindi l’attenzione sulla qualità di vita e si sottolineò come la disponibilità quantitativa di risorse non fosse di per sé sufficiente a promuovere lo sviluppo; condizione che invece andava ricercata nel miglioramento del capitale umano, come soddisfazione di quei bisogni primari e non, per accrescere le capacità di mobilitare capacità umane, morali, civili e professionali. Si comincia a parlare quindi di sviluppo endogeno e autopropulsivo. L’esigenza di indicare lo sviluppo in modo differente dagli anni precedenti, nasce proprio dall’unanime constatazione che lo sviluppo a basso contenuto umano è una grave minaccia per la convivenza pacifica e per il futuro dell’umanità [9] . Di Magliano [10] evidenzia come il miglioramento delle condizioni di vita, inizialmente inteso come riscatto dalla povertà, rappresenta la premessa per accrescere la partecipazione delle popolazioni al processo di sviluppo. In un lavoro dell’ILO del 1976, si rileva che i bisogni essenziali riguardano due categorie, le necessità minime familiari e i servizi forniti e utilizzati dalla collettività nel suo insieme. Importante però è, secondo una visione dello sviluppo appartenente a Sen [11] , porre l’accento sulla specificazione dei bisogni umani e dei bisogni cosiddetti essenziali, in cui elementi riguardanti il benessere immateriale, come l’autodeterminazione dell’individuo, la libertà politica, la sicurezza, la partecipazione attiva ai processi decisionali devono essere presi in considerazione. Secondo Sen, infatti, gli individui devono quindi essere posti in condizione di disporre di diritti giuridici, politici, economici e sociali tali da consentire la libera soddisfazione dei bisogni essenziali e in ciò la società deve poter garantire un titolo valido per l’acquisizione dei bisogni essenziali. Per Sen, lo sviluppo è la storia del superamento delle illibertà, come la misera, la deprivazione sociale sistemica, l’intolleranza, l’autoritarismo. E’ quindi un vero e proprio capovolgimento della logica tradizionale di sviluppo che assegnava alle autorità di governo il compito di disegnare una strategia di sviluppo dall’alto (top-down) per indurre l’individuo e la società nel suo insieme a contribuire ad azioni complessive di sviluppo che provengano dal basso (bottom-up). Per lui invece la libertà umana è un fine ed un mezzo insieme per lo sviluppo. Sen inoltre rompe la relazione univoca tra prosperità economica e condizioni politiche, sociali e culturali; la crescita economica è solo un mezzo, un punto intermedio e non un fine. Sen evidenzia la fondamentale distinzione che vi è tra capacitazione, che rappresenta “l’insieme delle combinazioni alternative di funzionamenti che essa è in grado di analizzare” [12] , rappresenta quindi l’abilità al conseguimento, mentre il funzionamento “riguarda ciò che una persona può desiderare di fare o di essere, in quanto gli da valore” [13] ed è quindi collegato alle realizzazioni. I nessi empirici tra libertà come valori generali e un insieme di valori specifici quali le libertà strumentali, non solo rappresentano un importante approccio metodologico, ma sono l’importante presupposto per l’efficacia e la realizzazione di politiche di sviluppo appropriate. L’interconnessione tra libertà politiche, infrastrutture economiche, occasioni sociali, garanzie di trasparenza e sicurezza protettiva permette di individuare le possibilità di varie e diverse vie allo sviluppo. Lo sviluppo, in quanto ‘processo d’espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani’ [14] , rivela così di essere una combinazione complessa e non predeterminata di processi distinti e non un’espansione lineare ed equilibrata di grandezze omogenee, come quando riportato alla crescita del reddito reale [15] .  La partecipazione degli attori locali diviene il fulcro di un nuovo approccio che parte dalla società civile, ma deve in ogni caso essere coadiuvata dalle autorità locali, che rafforzano, appoggiano e supportano l’ownership nel processo di sviluppo. Meccanismi quali spillover (esternalità positive) e effetti del learning by doing, hanno permesso anche di qualificare lo sviluppo locale ed endogeno e autopropulsivo, anche in termini economici molto positivi. Ecco che non esiste più un modello di sviluppo univoco e generalizzabile a tutte le situazioni, come volevano i classici tradizionali ma tanti diversi approcci, tanti molteplici cammini, percorsi, coincidenze e situazioni atte a valorizzare le risorse locali. Lo sviluppo diventa un processo aperto problematico, contraddittorio e diversificato. In ciò va sottolineato anche il ruolo degli indicatori. Gli indicatori di carattere solo ed esclusivamente economico non riescono ad offrire un quadro ben strutturato delle più complesse realtà, motivo per cui a indicatori economici vanno affiancati fattori extra-economici.

Sarà grazie all’indice dello sviluppo umano (HDI, Human Developmet Index) elaborato dall’UNDP nel 1990, che parametri relativi alla qualità della vita entreranno a far parte di valori determinanti il livello di sviluppo. Tale indice ha suscitato molte critiche ma anche molti consensi. L’indice è formato da tre componenti-chiave, due di carattere sociale ed uno economico: la longevità, il livello di istruzione e il reddito. Inoltre i rapporti del 1991 e del 1992 sullo sviluppo umano propongono indici atti a misurare la dimensione politica dello sviluppo, nel 1995 è introdotto l’indice di sviluppo di genere, che segue come parametri l’HDI, ma sulla base delle disparità correnti tra uomini e donne. Nel 1997, invece, è introdotto lo HPI, (Human Poverty Index), che si articola in due grandi indici, HPI -1 e lo HPI -2, relativi alla misurazione dell’estensione della povertà nei paesi industrializzati e nei Paesi sottosviluppati. Nel 2003, inoltre, il Center for Global Development insieme al Foreign Policy propone il nuovo Commitment to Development Index/CDI (indice di impegno per lo sviluppo). L’indice analizza sei diversi settori, quali l’aiuto, il commercio, l’ambiente, gli investimenti, le migrazioni e il peacekeeping, sommando aspetti quantitativi e qualitativi, con il proposito di cogliere le complessità, le interrelazioni tra componenti dello sviluppo [16] . Realtà diverse non possono essere misurate con gli stessi parametri, così come le “soluzioni” non possono essere universalizzate, e per poter seguire un processo di sviluppo adeguato, bisogna cogliere le differenze tra le molteplici situazioni e soprattutto conoscere le realtà locali per quello che effettivamente sono. Questi indici, come tutti gli indici attenti alle variabili politiche-sociali, sulla stregua del pensiero di Sen, cercano di delineare un quadro più completo ed esaustivo della situazione che si va ad analizzare; si guarda allo sviluppo come ad un processo a più dimensioni, dove la tutela dei diritti umani e la democrazia divengono un aspetto centrale dei nuovi approcci e delle politiche di cooperazione. Al centro dei dibattiti, delle teorie dello sviluppo, il concetto di sviluppo assume sostanzialmente, tre diverse ma fondamentali ed interconnesse connotazioni: umano, sostenibile e partecipativo [17] .

Il primo Rapporto sullo Sviluppo Umano, dell’UNDP del 1990, definisce lo sviluppo umano “come il processo di ampliamento dell’arco delle opportunità sia economiche che politiche” e rappresenta un momento fondamentale nelle ridefinizione di tale concetto integrandovi le diverse dimensioni della condizione umana. Il concetto di sviluppo umano pone al proprio centro l’uomo, come fine in sé, infatti, il Rapporto sullo sviluppo umano 5 afferma chiaramente che “è bene ricordare l’ammonimento di Immanuel Kant a trattare l’umanità come un fine, mai come un mezzo. La qualità della vita è un fine.” Lo sviluppo diventa ora lo sviluppo della persona umana, sviluppo quindi delle libertà che permettono di determinare liberamente bisogni e capacità; l’uomo diventa il soggetto dello sviluppo e non più l’oggetto, come sottolinea Sen, lo sviluppo umano deve essere inteso come lo sviluppo delle capacità della persona, capacità che devono essere determinate liberamente. [18]

Ognuno deve essere libero di scegliere lo stile di vita che più ritiene adatto, sia come individuo che come società, due dimensioni dell’identità umana che lei ritiene costantemente in interazione e in tensione [19] . I mezzi attraverso cui poter esercitare una libera “capacitazione” sono le libertà strumentali [20] , tra le quali spicca l’esercizio della libertà politica e in tutto ciò la democrazia, assume un’importanza fondamentale. Per Joseph il termine democrazia è da intendersi non come sistema complessivo di governo, il quale deve essere liberamente determinato, ma nel senso di diffondere, distribuire, decentralizzare il potere. Il senso da attribuirsi quindi al concetto di democrazia consiste proprio nel collegamento tra le due parole componenti il termine in questione, “cratos” e “demos”, “[…] Distribuire, cedere potere reale (cratos) nelle mani delle persone (demos)” [21] . Per questo si parla di Democracy for Development, perché “noi possiamo concludere che democrazia e sviluppo sono inseparabili” [22] . Risulta quindi modificata la visione stessa di benessere e di valutazione della qualità della vita, entrambi non ricondotte più solo alla disponibilità immediata di beni materiali ma colte in relazione alla capacità individuale di utilizzare beni per esplicare ed esercitare funzioni. Infatti, gli anni novanta, come gli anni ottanta, hanno visto svilupparsi un intenso dibattito sulla nozione di capacità.

Per Amartya Sen, infatti “ La capacità è la dimostrazione della libertà di una persona di scegliere tra diversi modi di vivere”, inoltre sempre per Sen proprio la povertà è vista come incapacitazione, vale a dire impossibilità di scelta, ed in questo lo sviluppo, come nuova accezione di sviluppo umano, deve permettere all’uomo di affermare le proprie capacità, e quindi offrirgli la possibilità di scelta tra diversi stili di vita. “[…] Lo sviluppo deve cominciare nel senso di persona: sviluppo non riguarda le cose che tu vedi […] riguarda il modo in cui qualcuno sta sviluppando il suo pensiero” [23] . Dal punto di vista dello sviluppo sostenibile, concetto che nasce negli anni Sessanta, ma dagli anni ottanta riscuote sempre maggiore interesse, l’accento è inizialmente posto sulla relazione che intercorre tra ambiente e sviluppo e solo successivamente tra ambiente e sviluppo inter e intra generazionale.

Il concetto di sostenibilità ambientale nasce, infatti, in contrasto con la visione di sviluppo di breve periodo che per sua stessa natura è orientato al massimo sfruttamento delle risorse. La crescita economica rapida e disordinata, l’elevato consumo di energia, di beni  e risorse disponibili, determina la preoccupazione che lo sviluppo economico possa determinare anche un collasso ambientale [24] . Il concetto di sviluppo sostenibile non si limita solo a considerare i rapporti tra crescita economica e ambiente, ma analizza anche il problema ambientale nei PVS, dove vi sono, non solo situazioni di iniqua distribuzione delle risorse, ma anche realtà colpite da una drammatica povertà. Secondo l’autore, tale duplice condizione di precarietà spesso porta a relegare in secondo piano la tutela delle risorse naturali nel tempo a favore della realizzazione di risultati tangibili in termini di miglioramento delle condizioni economico – sociali e spesso in favore della sopravvivenza stessa. L’obiettivo dei processi di sviluppo si è quindi spostato dalla crescita economica e del reddito reale al miglioramento della qualità della vita, intesa come miglioramento delle condizioni sociali generali da perseguire nel rispetto dei valori culturali delle popolazioni interessate. In altre parole lo sviluppo deve riuscire a garantire l’equità intra e intergenerazionale. Il concetto di sviluppo così inteso, diversamente da quello di crescita economica, offre un’interpretazione esaustiva di un processo di sviluppo che tiene conto delle necessità sociali, istituzionali, politiche ed economiche. L’equità intergenerazionale, infatti, implica che lo sviluppo possa essere considerato sostenibile solo se i cambiamenti che esso produce non comportano un peggioramento delle qualità della vita delle generazioni future.

Il concetto di sviluppo partecipativo, inoltre, sarà uno dei concetti che maggiormente influenzerà le teorie dello sviluppo e le politiche di cooperazione allo sviluppo. Grazie ai cambiamenti di fine secolo si avverte una sorta di rinascita [25] , di stimolo, di richiami che si alzano dal basso, una sorta di “Sturm und Drung”, di entusiasmo, di voglia di partecipare da parte della società civile, è come se ci fosse stata, secondo Joseph, una maggiore domanda di spazi pubblici [26] , di riappropriazione di qualcosa che non è altro che un bene comune, una richiesta di empowerment che a sua volta ha determinato un senso maggiore e diffuso di ownership. Per quanto riguarda la visione di Alison Van Rooy [27] , il termine società civile, non è un termine nuovo; il suo utilizzo risale a tempi davvero remoti, soprattutto nel campo politico-filosofico autori come Cicerone, Locke, Hume, Paine, Hegel, Gramsci, e ha assunto significati davvero diversi e disparati [28] . Secondo la sua analisi, il concetto di società civile ha attratto dottrine popolustiche, con sfondo comunista o capitalista, dottrine economiche, che l’hanno etichettata come il terzo settore, di incontro tra Stato e mercato ma, in realtà oggi la società civile ha un ruolo di fondamentale importanza che deve essere ben definito. Essa è composta di soggetti molteplici e differenziati che hanno anche ottenuto un riconoscimento diffuso, insieme allo Stato centrale, quali organizzazioni non governative, gruppi di base, di donne, di sindacati, delle cooperative, dei centri di studio e ricerca, autorità locali.

Qualsiasi “voce” del coro della società civile si analizzi, qualsiasi attore si tenga in considerazione, bisogna appunto analizzarlo come una tra le tante voci, solo come una punta dell’iceberg [29] . Possiamo, comunque, definire la società civile, seguendo la definizione che ne da Jan Aart Scholte [30] come l’insieme della cittadinanza organizzata formalmente e informalmente in associazioni, gruppi, forum con il fine di contribuire materialmente e moralmente alla vita comune e collettiva, per proporre e anche contestare politiche sociali ed economiche con e contro altri cittadini, governi e stato. Infatti, i cittadini appartenenti a diversi Stati possono oggi comunicare ed organizzarsi anche se a migliaia di chilometri di distanza, e ciò ha portato ad una condivisione dei problemi locali che risultano globalizzati, e quindi ad una coscienza cittadina diffusa, tanto che spesso si parla di cittadinanza globale. Secondo Murphy [31] , inoltre a ciò bisogna aggiungere anche una sorta d’abdicazione o ritiro dello stato dal ruolo suo antico ruolo dedicato al sociale, al welfare, e ciò ha portato ad una sorta di welfarizzazione della società civile, la quale non solo si è trovata a contatto spesso con gli stessi problemi, ma a doverli anche risolvere. Ecco che una maggiore responsabilizzazione della società civile, insieme ad una più profonda consapevolezza dei problemi, ha portato intere comunità o fette della società civile a creare forum di discussioni, arene e agorà di dibattito e confronto, a livello municipale, regionale, nazionale, internazionale e oggi transnazionale. Ecco che il tema della cooperazione internazionale diventa il fulcro del discorso, strategie concordate di mutuo supporto, contro la violenza e per la pace, per le opportunità sociali ed economiche, per la governance democratica, per i diritti umani, sono elaborate a tutti i livelli.

Inoltre, secondo White [32] , il termine ‘società civile’ può essere usato in modo scorretto o abusato, per questo bisogna evitare di cadere in errori passati, o comunque in trappole logiche ampiamente discusse da Fowler in uno dei suoi più recenti lavori [33] . La difficoltà di definizione di ciò che è effettivamente la società civile come evidenziato da Bobbio, è il fatto che “la complessità si trova inscritta nella stessa filologia del termine, “civile” rimanda a ‘civitas’, assumendo il significato di società ‘politica’ ma anche a ‘civilitas’, assumendo il senso di società ‘civilizzata’ [34] . L’importante è evitare di considerare il termine “società civile” con un significato di:

a)  Esclusivo piuttosto che inclusivo, infatti, spesso si pensa al concetto come qualcosa di formale, ignorando così tutte le configurazioni sociali, le modalità di      interrelazione tra i cittadini stessi,  stato, e reti locali e familiari.

b)  Urbano piuttosto che rurale, bisogna porre attenzione, quando lo si vuole “esportare” in contesti diversi e disomogenei.

c)  Sinonimo di civiltà nel senso di educazione. Spesso si dice che non tutti i gruppi facenti parte della società civile sono appunto civili nel loro comportamento.      Voler dividere con una sottile linea rossa i comportamenti, le abitudini “civili” da “incivili”, significa esercitare giudizi di valore.

d)   Idilliaco, di comprensione perpetua e reciproca, addossando e localizzando tutte le forze creatrici di povertà, esclusione e ingiustizia solo ed esclusivamente in      ambiti di tipo governativo, statale, commerciale, economico e di mercato. Relazioni di potere, gruppi d’interesse giacciono e si perpetuano anche all’interno della      società civile, e spesso, possono anche addirittura impedire la riduzione della povertà, equità, inclusione, giustizia ed altri obiettivi dello sviluppo sociale stesso [35] .

Intrecciando l’analisi di Fowler con quella di White, quest’ultima evidenzia come la società civile è essenzialmente politica nel suo significato e questo nelle politiche di sviluppo deve essere preso in considerazione; le arene civiche contengono le radici del potere e possono anche esser usate per perpetuare le differenze. Insomma per un nuovo concetto di sviluppo, il termine società civile richiede una profonda comprensione del suo significato proprio. Negli ultimi trenta anni, la richiesta di partecipazione è diventata un coro di voci sempre più forte, ciò può essere riportato, secondo Fowler, a tre motivi fondamentali. Il primo riguarda una sorta di disincantamento e sfiducia verso quegli atteggiamenti riconducibili al paradigma “top-down”; il secondo è attinente alla maggiore consapevolezza d’alcuni problemi che hanno una dimensione sia locale che globale, soprattutto problemi riconducibili all’aumento della povertà e al degrado ambientale; il terzo riguarda la rapida globalizzazione del mondo dell’economia e conseguentemente alle politiche di deregulation e la privatizzazione.

Invece per Murphy, “La rinascita delle organizzazioni popolari e la mobilizzazione di comunità d’interessi in campagne di dissenso, resistenza e il proporsi di ciò che è stato indicato con il termine di ‘società civile’ è da addebitarsi maggiormente al processo di globalizzazione e di intensa localizzazione” come concetti generici che hanno un pò sia stravolto i cittadini come singoli che la loro risposta organizzata al cambiamento delle realtà locali, nazionali ed internazionali. [36] Le manifestazioni avvengono sia a livello locale e ristretto che a livello globale, grazie soprattutto al Campaign [37] che attraverso network di associazioni e ONG, riesce a dar voce ed eco, facendo opera di sensibilizzazione su una serie di problematiche come mai in passato. Movimenti sociali, di tutti i tipi, pacifisti, ambientalisti, femministi, di sensibilizzazione sui diritti umani, etnie, le minoranze, No-Global, hanno perforato i confini nazionali e attraversato trasversalmente tutte le società. Secondo la visione di Scholte, esistono per esempio almeno tre tipi, in termini di valori, d’atteggiamenti: quello conformista che non fa altro che rinforzare le norme, delle regole esistenti; quello riformista, che desidera correggere i regimi esistenti dall’interno e quello trasformista che si impegna per un ampio cambiamento dell’ordine sociale, ovviamente come dice stesso l’autore questo non è altro che uno schema esemplificativo. Parlare però di globalizzazione della società civile è troppo facile e semplicistico forse [38] , in realtà bisognerebbe parlare più di una profonda sfida per il mondo contemporaneo. Murphy pone l’accento su tutti quei luoghi della terra che sembrano essere dimenticati dalla globalizzazione, hanno dato vita, ma sono stati, allo stesso tempo, coinvolti, in un nuovo impeto dei movimenti sociali. Quello a cui spesso si assiste è l’amplificazione della localizzazione, attraverso processi d’azioni concertate a livello appunto locale, nazionale e internazionale. Il focus, resta spesso particolaristico e specifico; e la forza della comunità e l’impatto delle strategie, delle campagne di sensibilizzazione sono spesso locali e particolari, perché appunto ricadono sulle persone e sulle comunità.

Questo è spesso il significato e l’importanza del nuovo risorgimento della società civile. Tale concetto è così importante che ha indotto molti governi sia ad occuparsi di cooperazione internazionale, sia a sentirsi attaccati sotto il punto di vista della sovranità nazionale. Hanno quindi cominciato a sentire la pressione e gli effetti delle diverse e incidenti azioni concertate messe in atto dalla società civile. Bisogna, però, porre l'attenzione  sul concetto di “Partecipazione della società civile” di cui spesso se ne fa un uso scorretto, un abuso, tanto da scadere spesso nella retorica. Per questo bisogna essere cauti nell’utilizzare termini quali, “good governance”, “people-centred”, “sviluppo locale”, perché spesso dietro il termine “partecipazione” si nascondono interessi, non bisogna dimenticare, infatti, che la ‘società civile ’ resta un processo dinamico di carattere politico. “La condivisione e la collaborazione attraverso la partecipazione non significa necessariamente condivisione del potere, anche perché secondo lei ciò che comincia come issue politico è spesso tradotto in problema tecnico […]. Incorporazione più che esclusione è spesso il migliore mezzo di controllo” [39] . In questo saggio di White, il concetto di partecipazione è analizzato in tutte le sue componenti con particolare spirito critico. “Se la partecipazione sta a significare più una facciata di buone intenzioni, è vitale distinguere più chiaramente quali sono gli interessi in questione. Questo aiuterà a mostrare, ciò che molti avevano già sospettato: che nonostante l’uso delle stesse parole, il significato ad esse attribuito può essere molto diverso” [40] . White identifica tre categorie molto interessanti su cui bisogna riporre attenzione, ma a monte della riflessione bisogna rispondere a due importanti domande:la  prima riguarda i soggetti: chi partecipa? Come e in che termini?, la seconda riguarda i modi e i livelli di partecipazione. Il diretto coinvolgimento delle persone a livello locale, non è abbastanza, ciò che conta è la partecipazione delle comunità locali a livello di management e decision making.

Chiarite queste due questioni fondamentali, bisogna secondo il suo punto di vista, tenere in considerazione le tre caratteristiche, a cui ho già accennato, quali: le forme, le dinamiche e le funzioni della  partecipazione. In base agli interessi predominanti (top-down o bottom –up) e quindi alle forme e alle funzioni che la partecipazione assume, si riesce a determinare, almeno a livello analitico, il tipo di politica attuata. Lei riesce a costruire una tabella esplicativa molto utile, anche se rileva come nella realtà e nella pratica, gli usi e (gli abusi) della partecipazione sono molto vari e variabili e, quindi, difficili da catalogare.

FORM TOP-DOWN BOTTOM-UP FUNCTION
Nominal Legitimation Inclusion Display
  Instrumental Efficiency Cost Means
Rapresentative Sustainability Leverage Voice
Trasformative Empowerment Empowerment Means/End

Fonte: White S.C., Depoliticising development: the use and abuses of participation, Development in Practice, vol. 6, n. 1, 1996, pp. 6-15.

 Tutte queste variabili, ovviamente portano a risultati diversi, ma, comunque, riguardano processi partecipativi, perciò spesso è più importante il come, che il risultato, anzi spesso i mezzi sono il vero fine. Anche perché lo stesso processo non è un qualcosa di statico, definito e definitivo, ma essendo un qualcosa di indefinito e dinamico, è il sito stesso di conflitto e dibattiti, come lo definisce stesso White “la partecipazione è il luogo di conflitti” e per questo non può rifuggire dalle limitazioni di questo processo che derivano appunto dalle relazioni di potere diffuse nella società”, anche perché “il potere è coinvolto nella definizione degli interessi stessi”. Ricapitolando il pensiero di White, tre importanti passi sono fondamentali nella definizione della “non-politica della partecipazione”. Il primo è il riconoscimento della partecipazione come concetto politico, il secondo è l’analisi degli interessi coinvolti e spesso presentati come collettivi, il terzo è il riconoscimento della partecipazione e della non-partecipazione, e la differenza che intercorre tra le due. Partecipazione e non- partecipazione possono riprodurre esclusione, subordinazione, ma la rimessa in discussione dei rapporti sociali e di potere aiuta nel processo di sviluppo, appunto, umano. Per questo è un processo conflittuale, White conclude con una riflessione che merita di essere citata in originale “The absence of conflict in many supposedly ‘partecipatory’ programmes is something that should raise our suspicion” [41] .

Secondo Fowler, in realtà il ruolo della società civile è diventato fondamentale anche per lo sviluppo della comunità internazionale come concetto aggregato e quindi ad un livello già più globale. Al vertice di Copenhagen del 1995 sullo sviluppo sociale, il tema del coinvolgimento della società civile è stato uno dei punti cardine, e tutto questo processo di partecipazione / empowerment nei processi di sviluppo ha portato anche Van Rooy, che si è occupata di stilare un documento nel 1998 [42] di tipo comparativo, ad identificare una varietà d’aspettative relative allo sviluppo. Per rafforzare lo sviluppo, inter alia bisognerebbe secondo Van Rooy:

*  Distribuire direttamente servizi ai più poveri;

*  Costruire capitale sociale;

*  Promuovere l’equità, attraverso l’attivismo, per spalmare su tutta la popolazione i vantaggi del benessere nazionale e i benefici della crescita;

*  Rimpiazzare l’aiuto statale;

*  Incoraggiare la democrazia attraverso:

*  Il rafforzamento delle funzioni civiche grazie all’appoggio di gruppi d’interesse e a soggetti attivi localmente;

*  La diffusione a tappeto del potere, come sorta d’antidoto al potere statale;

*  Il rafforzamento o la creazione delle istituzioni democratiche;

*  L’incoraggiamento della cultura della democrazia;

*  Altre funzioni includono:

*  Il supporto del senso di “amicizia”;

*  La promozione del mercato libero ed equo attraverso il rafforzamento del settore civile privato.

In realtà, tutte queste funzioni sono sia molto importanti, interdipendenti ma nello stesso tempo contraddittorie. [43] Questo processo di partecipazione-coinvolgimento-empowerment della società civile, e, quindi, di pluralizzazione dei soggetti ha visto l’emersione di tante forme diverse di organizzazione nuove e non, congiuntamente con la crisi dello Stato nazione. Secondo Finn, infatti, tutto ciò ha portato ad una rivalutazione anche delle relazioni internazionali, “Ogni sviluppo nelle relazioni internazionali può essere collegato ad alcuni eventi successi in passato, ma mai prima d’oggi così tanto era cambiato, cosi velocemente e ad un livello globale così esteso” [44] , e allo stesso tempo ad una rivalutazione del concetto di diplomazia. Il contatto tra gli Stati, quindi, non avviene più solo ed esclusivamente a livello centrale e governativo, ma anche e forse soprattutto, a livello trasversale, grazie a persone, idee, mezzi di comunicazioni, forum, associazioni studentesche, un mondo che possiamo definire sommerso ma molto in fermento. “In senso ampio, la diplomazia, tuttavia, è stata trasformata dalla tecnologia che lavora collegando il mondo in modo molto stretto, fisicamente, elettronicamente e culturalmente” [45] . Per questo gli anni novanta insieme a tutte le trasformazioni, hanno portato con se, un cambiamento vero e proprio nel concetto di diplomazia e conseguentemente delle relazioni internazionali. Anche in quest’ambito, nuove teorie sono state inventate per cercare di oggettivare un mondo in movimento e in continua trasformazione, esse hanno cercato di colmare il gap tra la visione di Huntington “The Clash of Civilizations” e quella di Fukuyama con la sua “The End of History”, ma forse più che colmare il gap hanno cercato di superarlo e, hanno forse cercato, come suggeriva Darendorf, di “Quadrare il cerchio”. Come Finn ritiene “Non ci sarà nessun’epifania globale, nessuna caduta nell’anarchia, ma la natura della diplomazia deve adattarsi al nuovo sistema, con alcune nuove regole e con alcuni nuovi giocatori” [46] . Per poter giocare bene, basta conoscere le regole del gioco.
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La cooperazione allo sviluppo e il glocalismo. 

            Sfide, difficoltà, crisi, trasformazioni ma anche nuove opportunità segnano il panorama della cooperazione allo sviluppo all’inizio degli anni novanta. Politiche di riorientamento e di ripensamento attraversano lo scenario internazionale della cooperazione. Lotta alla povertà, aiuto umanitario, tutela dei diritti umani e dei beni pubblici globali, tangibili e intangibili, sviluppo umano, diventano imperativi per la cooperazione allo sviluppo.

Ciò nasce anche dal senso di “cooperation fatigue” [47] che s’insinua nei vari ambiti della cooperazione internazionale. Da uno studio effettuato dall’UNDP nel 1998, infatti, si rileva una sorta di diffusa perdita di credibilità, un diffuso senso di scetticismo che attraversa l’opinione pubblica circa l’efficacia dell’aiuto e il settore della cooperazione internazionale in generale, dovuto alla corruzione e al dispendio inefficace di risorse. Il rapporto rileva anche una migliore e maggiore predisposizione dei giovani verso la cooperazione allo sviluppo e un senso diffuso di maggiore affidamento e ‘fiducia’ verso il sistema multilaterale in generale e quello delle Nazioni Unite in particolare [48] . Tale consapevolezza non è insita solo nell’opinione pubblica e nella società civile, ma anche nei discorsi e nelle agende delle organizzazioni internazionali, delle ONG, dei singoli, delle associazioni, dei sindacati, dei partiti. Sono emblematiche a tal proposito le osservazioni di Boutrous Ghali “[…] la pace, nel suo significato più ampio, non può essere raggiunta solamente dal sistema delle Nazioni Unite o dai governi. Le organizzazioni non governative, le istituzioni accademiche, i parlamentari, le imprese e le comunità professionali, i mezzi di comunicazione e il pubblico in generale devono essere tutti coinvolti […]. Ora è tempo, per le sue nazioni e i suoi popoli (delle Nazioni Unite), e per gli uomini e le donne che le servono, di cogliere il momento nell’interesse del futuro.” [49] “Raggruppamenti non ufficiali e movimenti creano ora reti che aiutano ad orientare la direzione di politiche di sviluppo e a fornire risultati pratici. Per aver successo la costruzione del consenso politico deve comprendere tutti” [50] . Questa domanda, voglia di partecipazione proveniente dalla società civile si incrocerà con la richiesta, l’analogo appello lanciato dalle organizzazioni internazionali governative e non. “Nasce dunque l’esigenza di adeguare le forme della cooperazione alla crescente domanda di partecipazione degli attori sociali delle realtà locali” [51] . “Nascono un interesse e una disponibilità inediti per il dialogo tra le tipologie associative, che muovono in direzione del superamento di vecchi parallelismi e radicate compartimentalizzazioni. Le ONG tendono a spostare parte delle proprie attività al nord, mentre associazionismo da sempre attivo sul territorio nazionale tende, in modo crescente, a canalizzare parte della propria solidarietà verso l’ambito internazionale […]. Forme nuove di mobilitarsi nelle emergenze ma anche nella lunga durata dello sviluppo, azioni legate all’impegno dei singoli, di gruppi, dei singoli di gruppi a volte estremamente fluidi, di associazioni professionali e imprenditoriali, di ONG con maggiore o minore livello di formalità, configurano un legame mobile tra società del nord e del sud del mondo, la cui consistenza appare molte volte difficile da determinare ma le cui potenzialità si rivelano fin dall’inizio notevoli” [52] .

Nel panorama attuale della cooperazione internazionale - che è sicuramente caratterizzato da un ampio numero di difficoltà, ma anche da alcuni segni positivi - si insidia una prospettiva diversa, caratterizzata da un forte bilanciamento tra la dimensione globale e locale. Per Maxwell ed Engel “La cooperazione allo sviluppo europea è stata sottoposta a cambiamenti significativi a partire dal 1990. Il processo di trasformazione è ancora in corso, con molti dei suoi più grossi benefici ancora da raggiungere. Eppure una nuova ondata di cambiamenti è all’orizzonte, guidata da una combinazione di fattori interni ed esterni” [53] .

Il partenariato rappresenta uno tra i più importanti principi d’azione all’interno del panorama della cooperazione internazionale all’alba degli anni novanta. A tal proposito, un documento dell’OECD/DAC del 1996 [54] , non solo rafforza principi e obiettivi fatti propri dalle conferenze delle Nazioni Unite degli anni novanta, di cui si parlerà a breve, ma sottolinea proprio  l’importanza e il valore innovativo del processo di partenariato. Il testo si focalizza anche sul concetto di sviluppo umano, in quanto ‘people-centred development’, e si richiama, infatti, ad un concetto di ‘partenariato più efficiente’ che stabilisce tempi e modalità d’azione. Scadenza principale resta il 2015 sia per la riduzione del 50% della percentuale di persone che vivono in condizioni d’estrema povertà, sia per l’accesso ad un’educazione di base per la totalità della popolazione mondiale; sia per la riduzione di due terzi del tasso di mortalità infantile, sia per la partecipazione paritaria delle bambine all’educazione primaria, sia per la riduzione del tasso di mortalità dei neonati e dei bambini con meno di cinque anni, sia per la riduzione dei tre quarti del tasso di mortalità materna, sia per l’accesso ai metodi di pianificazione familiare per tutti gli individui in età di procreare e ai servizi sanitari, sia per capovolgere le tendenze odierne allo spreco di risorse ambientali, mentre il 2005 è la deadline per l’adozione di una strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile [55] . Tali impegni s’inquadrano nella nuova visione per cui “In passato gli sforzi dell’aiuto implicavano quasi sempre una collaborazione con le autorità centrali. Oggi lavoriamo con partner sempre più numerosi per soddisfare le esigenze di maggiore efficienza. Siamo in presenza di sistemi politici più pluralisti e decentrati, e l’importanza di un settore privato dinamico non è più da dimostrare, del coinvolgimento delle popolazioni locali e della partecipazione della società civile non è più da dimostrare” [56] . Come da Ianni evidenziato [57] , questa nuova visione di partenariato si caratterizza per una nuova diversa è più responsabile definizione di ruoli, che si sposta verso gli attori locali, quali associazioni, attori economici, società civile, comunità locali ecc, distaccandosi, in un certo qual senso, dagli attori esterni al contesto. Questo sia per incrementare un maggiore processo di empowerment della società civile, sia per rafforzare le capacità locali nella gestione dei processi di sviluppo. Gli obiettivi evidenziati dal documento dell’OECD/DAC del 1996 si muovono su tre assi, quali la sostenibilità ambientale, lo sviluppo sociale e il benessere economico. L’impegno, l’attenzione e la maggiore sensibilizzazione della società civile verso l’esistenza di conflitti, povertà, deprivazione generalizzata e violazione dei diritti umani insieme ad un più forte di responsabilità sociale, accountability e ownership hanno favorito un radicamento del concetto di cosviluppo all’interno dell’intera società civile che si muove in una sorta di spazio glocale e che è diventata, per questo, globale.

Processi di forte riflessione e affermazione di principi, valori e obiettivi attraversano anche il sistema delle Nazioni Unite, attraverso le conferenze internazionali che puntelleranno tutto il decennio del 2000, metteranno a confronto paesi e visioni, a partire soprattutto dagli anni novanta:

*  La conferenza su ambiente e sviluppo di Rio de Janerio del 1992 [58] , in cui si afferma il riconoscimento dell’ambiente come bene pubblico globale e    propone il partenariato come strumento di sostenibilità, in cui le comunità indigene, uomini, donne e bambini sono chiamate a rafforzare. Il programma di azione    adottato è la famosa Agenda 21, che tenta di costituire processi fondamentali per la concertazione tra soggetti della società civile e istituzionali.

*  La conferenza mondiale sui diritti umani, tenutasi a Vienna nel 1993 [59] , in cui si riconosce l’importanza delle istituzioni ai fini della democrazia e della    partecipazione, raccomanda inoltre un empowerment della società civile plurale ed invoca una partecipazione diffusa nella tutela e difesa dei diritti umani.

*  La conferenza internazionale su popolazione e sviluppo, svoltasi a Il Cairo nel 1994

*  che oltre ad analizzare lo stato della popolazione, riconosce l’importanza delle organizzazioni non governative e invita tutti ad inglobarle nei processi decisionali [60] .

*  La conferenza mondiale sullo sviluppo sociale, svoltasi a Copenaghen nel 1995, nella quale vengono enucleati i dieci punti d’impegno delle politiche nazionali e     internazionali nel sostegno allo sviluppo sociale:

    1. Creazione di condizioni economiche, politiche e sociali, culturali e giuridiche, che permettano la realizzazione dello sviluppo sociale;
    2. Sradicamento della povertà;
    3. Promozione dell’obiettivo di piena occupazione;
    4. Integrazione sociale;
    5.  Pieno rispetto della dignità umana, realizzazione dell’uguaglianza e l’equità tra donne e uomini;
    6. Promozione e realizzazione dell’accesso universale ed equo all’istruzione di qualità;
    7. Accelerazione dello sviluppo economico, sociale e umano, dell’Africa e dei Paesi meno sviluppati;
    8. Inclusione all’interno dei programmi di aggiustamento strutturale degli obiettivi dello sviluppo sociale;
    9. Aumento e utilizzo più efficiente delle risorse assegnate allo sviluppo sociale;
    10. Miglioramento e rafforzamento del quadro della cooperazione internazionale, nello spirito del partenariato.

In questa conferenza, che in questa sede è, insieme con quella del Millennio, quella più interessa, evidenzia il ruolo del partenariato con la società civile, riconoscendo il ruolo di quest’ultima nella lotta alla povertà, nella promozione del benessere e della tutela dei diritti umani, promuovendo l’appoggio allo sviluppo delle sue capacità. Il programma d’azione, in quella sede stabilito, mira alla formazione, alla definizione di quadri normativi, alla creazione di reti per facilitare la sua partecipazione nella definizione di politiche di sviluppo. In tale ambito si evidenzia notevolmente il ruolo della cooperazione tra organizzazioni non governative con lo Stato e con le autorità locali [61] .

*  La quarta conferenza mondiale sulla donna, svoltasi a Pechino nel 1995, evidenzia e promuove il ruolo della società civile nella creazione di un clima favorevole    alla promozione dell’uguaglianza della donna;

*  La seconda conferenza mondiale di Istanbul del 1996 sugli insediamenti umani, Habitat II [62] , sottolinea soprattutto il ruolo incisivo delle comunità locali    nella promozione del processo di sviluppo;

*  Il vertice mondiale dell’alimentazione [63] , svoltosi a Roma nel 1996, oltre a denunciare lo stato del mondo, evidenzia anch’essa il valore della stretta    collaborazione tra attori della società civile e governi;

*  La conferenza mondiale del millennio svoltasi a New York nel settembre del 2000 [64] , che oltre a riassumere i contenuti delle conferenze precedenti,    fissa principi e obiettivi dello sviluppo da conseguire entro lassi di tempo ben precisi. I principi, più importanti a cui s’ispira la dichiarazione del Millennio, sono    quelli dell’uguaglianza, del rispetto per la natura, della tolleranza, della solidarietà, della responsabilità condivisa, della libertà, mentre per quanto riguarda gli    obiettivi, essi sono guidati da valori condivisi quali, diritti umani, democrazia e buon governo, ma il vero nucleo sono della dichiarazione del Millennio sono gli otto    Millennium Development Goals, quali:

1) L’eliminazione della povertà estrema e della fame:

   *  Dimezzando la percentuale di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno;

   *  Dimezzando la percentuale di persone che soffre la fame;

2) Il raggiungimento dell’istruzione elementare universale:

   *  Assicurando che tutti i bambini completino il ciclo degli studi elementari;

3) La promozione dell’uguaglianza dei sessi e il conferimento di potere e responsabilità  alle donne:

   *  Eliminando, preferibilmente entro il 2005, e a tutti i livelli entro il 2015, la disparità di genere nell’istruzione elementare e secondaria;

4)  La diminuzione della mortalità infantile:

   *  Riducendo di due terzi il tasso di mortalità fra i bambini al di sotto dei cinque anni d’età;

5) Il miglioramento della salute materna:

Diminuendo di tre quarti il tasso di mortalità materna;

6)  La lotta all’HIV/AIDS , alle altre malattie tra cui la malaria:

   *  Fermando o cominciando ad invertire la tendenza alla diffusione dell’HIV/AIDS;

   *  Fermando o cominciando ad invertire l’incidenza della malaria e di altre importanti malattie;

7) Il raggiungimento di una maggiore sostenibilità ambientale:

   *  Integrando i principi dello sviluppo sostenibile nelle politiche e nei programmi nazionali; invertendo la tendenza al depauperamento delle risorse naturali;

   *  Dimezzando la percentuale di persone che non hanno accesso all’acqua potabile;

8) Lo sviluppo di una partnership globale per lo sviluppo:

   *  Sviluppando ulteriormente un sistema finanziario e commerciale aperto , che sia basato su delle regole e sia prevedibile e non discriminatorio. Questo obiettivo        prevede inoltre un impegno a favore del buon governo, dello sviluppo e della diminuzione della povertà a livello nazionale e internazionale;

   *  Occupandosi delle particolari esigenze dei paesi meno sviluppati. Questo obiettivo prevede l’adozione d’esenzioni doganali e l’eliminazione delle quote per le        loro esportazioni; l’incremento degli interventi per la riduzione del debito estero dei paesi poveri fortemente indebitati; la cancellazione del debito ufficiale        bilaterale; una assistenza allo sviluppo più generosa per i paesi impegnati nella riduzione della povertà;

   *  Facendo fronte alle speciali necessità dei paesi in via di sviluppo privi di sbocchi sul mare e degli stati in via di sviluppo delle piccole isole;

   *  Affrontando esaurientemente ed efficacemente i problemi del debito dei paesi in via di sviluppo, mediante l’adozione di misure nazionali ed internazionali che        rendano il debito sostenibile nel lungo periodo;

   *  Creando, in collaborazione con le imprese farmaceutiche, che i medicinali essenziali siano accessibili a basso costo nei Paesi in via di sviluppo;

   *  Rendendo disponibili, in collaborazione con il settore privato, i benefici delle nuove tecnologie dell’ informazione e delle comunicazioni” [65] .

Nella Dichiarazione del Millennio, quindi, ben otto obiettivi di sviluppo sono stati fissati, con tanti sotto-obiettivi, ma quello che in questa sede ci interessa maggiormente è l’ottavo, cioè, quello relativo all’instaurazione di partnership globale per lo sviluppo, obiettivo particolare sia perché è l’unico che non si rivolge solo ed esclusivamente ai PVS, (cosa che accade invece per gli altri sette) e che richiede un impegno da parte di tutti i paesi, proprio dell’ottica di co-sviluppo e partenariato di cui si fa portatore, e sia perché è anche l’unico al quale non è stata assegnata una scadenza temporale; questo sia perché la realizzazione  di politiche e partnership è un processo a lungo termine e necessita dei suoi tempi che non possono e non devono essere in alcun modo affrettati o forzati, sia perché sarebbe stato impossibile e utopistico pensare di fissare una sorta di ‘deadline’ per il processo di partenariato, che è visto come importante momento e mezzo di confronto nella costruzione di collaborazioni e cooperazioni a lungo termine.

            In questa prospettiva spesso definita “glocale” [66] , si avvia un processo di ridefinizione sociale, politico e progettuale d’azione e insieme di pensiero e di idee [67] . Da alcuni studiosi è stata evidenziata “La creazione di un sistema internazionale – parallelo e complementare a quello esistente – rappresentato da un mosaico di città basato sul bilanciamento di identità, culture ed interessi e non meramente sul bilanciamento del potere degli stati-nazione” [68] . Bisogna, però, non solo definire con attenzione, i prerequisiti, i valori, attori d’azione della cooperazione globale allo sviluppo ma anche  prendere le distanze da un ampia di definizioni ambigue e fallaci [69] . Per questo il riferimento all’interdipendenza tra comunità locali (localismo) o alla creazione di partenariati o networks orizzontali, non deve essere confuso con il multilocalismo. Il mondo della cooperazione allo sviluppo si muove attraverso un’ampia gamma di diversi attori che agiscono sia a livello internazionale che a livello locale in maniera interconnessa e a in reti, spesso con l’obiettivo di creare dei ponti tra il nord e il sud,  processi partenariato come  evidenziato dall’OECD. C’è una vera e propria galassia di grandi e piccoli attori che condividono, nella prospettiva della cooperazione allo sviluppo e alla pace, varie forme di azione allo sviluppo umano, culturale, politico economico. Diversi attori hanno adottato un’agenda particolarmente innovativa peace-oriented e people-centered.

            Le ONG di sviluppo, gli attori economici globali, le organizzazioni internazionali , gli enti locali, le associazioni, i tavoli, i forum di discussione, gli individui, le associazioni di donne, università, ITC, comitati cittadini, media, sindacati, la società civile nel complesso è il nuovo punto di forza della cooperazione. L’obiettivo primario dello sviluppo umano può essere raggiunto solo grazie al contributo di attori realmente impegnati, coscienti ed esperti conoscitori della realtà in cui vanno ad operare. L’impegno nella cooperazione internazionale delle istituzioni municipali, delle comunità religiose, delle associazioni locali, delle imprese economiche, delle ONG, delle amministrazioni e dei gruppi di enti privati e pubblici, e dei cosiddetti CBOs (Civil Body Organization) [70] , potrà contribuire all’instaurazione di concreti processi di partenariato. In questo modo si inventa un laboratorio sociale per un reciproco riconoscimento ed una collaborazione strategica. I potenziali della cooperazione sono altissimi, la ricerca di un forte link tra i vari benefici della dimensione globale – in termini di tecnologia, informazioni ed economia – e  la dimensione locale, possono con il tempo stabilire un sistema bottom-up per la governance della globalizzazione. Nel contesto poi della governance municipale, i governi locali possono diventare i “direttori d’orchestra”, e parlare, essendo capaci di armonizzare diversi attori e bisogni, con realtà urbane, unendosi in reti transnazionali e partenariati, dare cioè un contributo concreto per la governance globale” [71] . I settori per cui e su si lavora sono tra i più diversi, come, la riforma della diplomazia tradizionale, pace e sviluppo; sviluppo e educazione allo sviluppo umano; governance a livello municipale; risorse del managment; empowerment della società civile e democratizzazione; ristrutturazione dei fondi e delle risorse pubbliche; riorientamento dei meccanismi finanziari, specializzazione dei settori innovativi come l’ITC. Nell’ambito dei dibattiti interni alla cooperazione internazionale si è assistito a forti stimoli al ripensamento e al riorientamento delle politiche di sviluppo. Tra queste vi è anche la relazione intercorrente tra pace e sviluppo. Ciò parte dalla critica alla visione dicotomica e non-integrata tra cooperazione allo sviluppo e cooperazione alla pace. Tale biforcazione è stata uno dei punti deboli della cooperazione internazionale. Politiche di sintesi (sviluppo plus pace) devono essere messe in atto, dimostrando in tal modo di superare gli ostacoli alla realizzazione di politiche di sviluppo a lungo termine, dando con ciò nuovi inputs. Un’opera diffusa di Campaign a livello internazionale, regionale, nazionale, locale; la promozione dei cosiddetti fondi misti [72] ; la struttura finanziaria e la disponibilità di informazioni economiche, la realizzazione di politiche per lo sviluppo umano, accordi di carattere decentrato, sono solo alcuni tra gli strumenti-obiettivi in campo.

Processi di valutazione d’errori passati, di ripensamento hanno attraversato molti settori e tematiche della cooperazione allo sviluppo. Un grave errore, ad esempio, è consistito nel tener separate e compartimentalizzate le politiche e i programmi di cooperazione allo sviluppo e le iniziative peace-oriented. Si rileva l’importanza degli attori locali, infatti, spesso in passato il non coinvolgimento di attori locali ha determinato il fallimento di politiche, progetti e programmi, cosa avvenuta anche per piani o strategie di pace e ripacificazione. L’importanza di questi attori, non è più solo a livello locale, essi, infatti, hanno sviluppato una forte capacità d’interazione e spesso di influenza all’interno di agenzie internazionali, corporazioni statali in arene globali, La rivalutazione del nesso tra guerra e povertà, in quanto circolo vizioso e fattore determinante realtà di povertà, guerra endemica, proliferazione di conflitti e diffusione della violenza. Tali processi prima ridotti a dimensione locale oggi hanno risonanza globale e toccano l’intera comunità mondiale. Ciò è avvenuto anche per concetto di peace building che non può essere concepito più secondo un’ottica settoriale, ma va considerato come un’asse centrale per ogni strategia di sviluppo. La riconcettualizzazione è avvenuta anche per il circolo virtuoso tra stabilità, riduzione della povertà e sviluppo che se realizzato a lungo termine può spezzare il circolo vizioso di povertà, guerra e conflitti. Il ruolo delle città [73] , centri molto innovativi sia a livello culturale, intellettuale, economico, è rivalutato come luogo in cui l’emergente società civile è più forte e dove le relazioni tra governi e amministrazioni locali sono più strette. Si ricerca una più integrata e pluralistica governance della globalizzazione. All’interno del processo decisionale globale, si assiste ad una sorta di doppio movimento tra godimento dei benefici e vantaggi della globalizzazione a livello locale e lo sviluppo e l’empowerment  delle stesse. L’uso della scienza-conoscenza globale, informazione, comunicazione e formazione è considerato ora come strumento per la creazione di un circuito promotore di fruttuose relazioni tra attori diversi. In questo panorama, diventano fondamentali parametri come l’efficienza calcolata in base all’accesso alle risorse finanziarie e alla reale fruizione delle iniziative e all’impatto che esse hanno sulla realtà locale; l’effettività calcolata in base alla realizzazione di progetti per anno, ai risultati di carattere processuale, e processi di buon governo; la rilevanza, valutata in base all’abilità nell’attrarre l’attenzione dei maggiori attori della cooperazione internazionale e nell’interesse di ripetizione delle iniziative realizzate; l’impatto delle politiche, misurate in base agli effetti reali tangibili e intangibili. Tutti questi parametri puntano a processi d’accountability e ownership, per tentare di realizzare, a partire da un livello discorsivo fino a giungere alla effettiva realizzazione di politiche di sviluppo, una trasformazione, un ribaltamento dell’ottica da cui si non solo si guarda la realtà ma si agisce concretamente, cercando cioè di posizionare nell’agende politiche di tutti gli attori della cooperazione allo sviluppo, il concetto di “Putting the Last First” [74] . 
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I principi al centro del dibattito: coordinamento, coerenza ed efficacia. La questione del rapporto tra interventi umanitari e politiche di sviluppo.

 In una dimensione multiattoriale e pluridimensionale, le parole all’ordine del giorno nei forum internazionali sono: coordinamento, coerenza, efficacia, pertinenza delle politiche di sviluppo; non solo per un’esigenza di riuscita delle politiche stesse ma anche per ridare forza e nuovo impulso alla cooperazione allo sviluppo, la quale nella prima metà degli anni novanta subì una forte perdita di credibilità, dovuta alla crisi in cui versavano la politiche di cooperazione. E’, infatti, in atto “un processo più ampio e profondo di mutamento che coinvolge gli attori, le problematiche e le forze dell’azione” [75] .

Il significato di “coerenza” nell’ambito della politica e della cooperazione internazionale [76] , così come altri termini politici affascinanti, quali partecipazione [77] e sviluppo sostenibile, rischiano di perdere il loro significato. Esiste, infatti, una vasta gamma di diversi sensi da attribuire al concetto di “coerenza”: tra aiuti e politica estera (coerenza politica), tra diversi attori che si occupano di aiuti umanitari (coordinamento dell’aiuto) e tra aiuti e politiche di sviluppo. Comune al dibattito, è l’abbattimento della compartimentalizzazione delle dimensioni concettuali, istituzionali e di budget per accrescere la coerenza dei risultati. L’errata considerazione della coerenza come risultato e non come processo è stato uno tra i più gravi errori [78] . Di per se stessa, la coerenza è un valore neutro e può essere giusto quanto sbagliato, dare per scontata e legittima una politica coerente per giusta, sarebbe un intoppo logico; glissare sul chi sta definendo e sul come si stiano stabilendo i contenuti delle politiche di cooperazione potrebbe essere pericoloso. Bisogna immergersi in una sorta di politica dell’equilibrio e di coordinamento, la quale a fronte della cooperazione internazionale multifocale, non può non tener conto di una serie di realtà:

*  La realtà dell’arena politica, come frutto del coordinamento tra strategie di advocacy a livello nazionale e internazionale;

*  La realtà della self-governance, come frutto del coordinamento tra leadership strategiche e partecipazione diffusa e radicata;

*  La realtà della mobilitazione della società civile, come frutto del coordinamento tra strategie politiche di massa e approcci locali e politiche decentrate;

*  La realtà delle strategie di cooperazione, come frutto di coordinamento tra approcci di confronto/scontro e collaborativi e cooperativi,

*  La prospettiva della cooperazione internazionale, come frutto di coordinamento tra gli obiettivi a breve termine del campaign e il valore costruttivo e costitutivo a     lungo termine che esso possiede. [79]

Queste politiche di coordinamento, sono ottimi strumenti di promozione dell’effettività e della pratica della trasparenza, Josè Antonio Alonso [80] rileva però davvero tante difficoltà nell’attuazione di coerenti politiche multilaterali, prima tra tutte l’asimmetria tra i livelli di effettiva integrazione ed efficienza delle organizzazioni internazionali. Nel contempo, però, politiche autonome non hanno più tanto senso in un mondo dove regna ormai un’interdipendenza circolare, “nessuno è libero dall’effetto-contagio[…]. Questo coordinamento richiede un sistema istituzionale multilaterale con una reale capacità di sviluppo di dialogo e di gestione coordinata delle politiche” [81] . Coordinamento, effettività e coerenza nelle politiche di cooperazione, non solo, sono desiderabili, ma oggetto d’obblighi e riforme, anche perché la politica dell’incoerenza potrebbe intaccare l’implementazione e l’effettività delle politiche di sviluppo, producendo reazioni avverse e la messa in discussione della legittimità dei governi nella realizzazione delle stesse [82] .

Nell’ottica di una nuova politica internazionale maggiormente coordinata, Alonso analizza il valore attuale del multilateralismo, passando attraverso tre categorie [83] , definendolo come “una proposta per il futuro” che generi coordinamento, advocacy e accountability. Esso lavora contro l’inerzia istituzionale, contro la gerarchia internazionale, e la prerogativa delle competenze statali, per la garanzia di una gestione più democratica e inclusiva delle politiche, quindi per l’efficacia, per il coinvolgimento dal basso e a livello locale delle comunità, quindi, per la pertinenza; per un’agenda multidimensionale e multiattoriale, quindi, per i principi di coerenza e coordinamento. E’ possibile costruire schema logico del nuovo multilateralismo, che lotta per le forze motrici e contro gli ostacoli [84] , indicati rispettivamente sulla destra e sulla sinistra dell’organigramma. [85]      

Organigramma

 

Fonte: Alonso A. J., Globalization, civil society and the multilateral system, Development in Practice, vol. 10, n 3&4,  2000, pp. 348-360.

 

Il paradosso maggiormente evidenziato, tanto da Alonso quanto da Macrae e Leader, è che la complessità dei governi moderni, dovuta soprattutto alla partecipazione a corpi e organismi internazionali, come la succitata Unione Europea, rende particolarmente difficile l’attuazione di ciò che è definito in linee generali, coerenza. A tal proposito governi e istituzioni internazionali stanno cercando di sviluppare nuovi metodi per la gestione di questa complessità, in particolare attraverso nuovi meccanismi interdipartimentali e coordinamenti inter-agenzie [86] .Passando, quindi, ad un’analisi delle attuali istituzioni internazionali quali l’Unione Europea, le Nazioni Unite, i governi nazionali, regionali, subregionali, optano, anelano e lavorano per attuare politiche coerenti, effettive, efficaci e coordinate tra loro. Sulla scia dei dibattiti interni all’Unione Europea [87] , il tema del coordinamento e della coerenza sta diventando uno degli orizzonti più importanti da raggiungere e al più presto possibile. Dal punto di vista della cooperazione UE-ACP [88] , i principi fondamentali che guidano le politiche sono:

*  Eguaglianza tra partner e “ownership” di strategie di sviluppo. Infatti, in linea di principio gli Stati ACP determinano autonomamente lo sviluppo delle proprie     società ed economie;

*  Partecipazione. A parte i governi centrali considerati partner principali, il partenariato è aperto ad altri attori (per esempio la società civile in generale, il settore     privato, i governi locali);

*  Dialogo e obblighi reciproci. Le parti coinvolte hanno assunto obblighi reciproci tra i quali il rispetto dei diritti umani. Ciò è monitorato attraverso il processo     dialogico;

*  Differenziazione e regionalizzazione. Gli accordi di cooperazione variano a seconda dei partner e del proprio livello di sviluppo, i propri bisogni, performance, e     strategie di sviluppo a lungo termine [89] .

La domanda a cui cercano di rispondere Macrae e Leader è “cosa rende una politica coerente”? La risposta consiste nella riunificazione delle politiche d’aiuto umanitario con la politica estera. Bisogna, cioè, in questo modo, priorizzare, riconciliare i numerosi e concorrenti obiettivi politici, in un’ottica di riforma istituzionale di responsabilità generalizzata. Coerenza e coordinamento devono essere un modus operandi a livello programmatico e istituzionale, ma devono anche essere promossi a livello delle politiche settoriali, cioè tra aiuti, commercio e politica estera. L’analisi dei due autori si concentra anche sul ruolo della coerenza all’interno del sistema delle Nazioni Unite [90] , sottolineano infatti come l’ONU nello scorso decennio abbia impiegato molte forze nella definizione di una agenda della coerenza, in diversi campi, tra i quali anche quello della sicurezza [91] . Le riforme nell’ottica del processo del lavoro di integrazione interdipartimentale partite nel 1997 sono però rimaste confinate all’ambito dello scambio delle informazioni e non si sono estese alla completa realizzazione di programmi comuni. Dal punto di vista della politica internazionale, inoltre, quest’ultima sembra essere guidata più da politiche dipartimentali e umanitarie che da una coordinata e coerente politica concertata. L’analisi di Macrae e Leader si conclude con l’amara constatazione che il modello della coerenza promesso agli inizi degli anni novanta dalle grandi istituzioni internazionali soprattutto nel rinnovo delle politiche di sviluppo e di aiuti soprattutto nei PVS è rimasta abbastanza disattesa. In realtà secondo quest’analisi, l’aspetto umanitario dell’intervento ha subito profondi cambiamenti e strutturali e concettuali, mentre quello politico meno. Ma l’aspetto positivo è che la convergenza delle politiche di sviluppo e di aiuti umanitari, ha mobilitato le iniziative nell’ottica del coordinamento e della coerenza. Troppo spesso si è fatta un’interpretazione banale, superficiale e confusa della coerenza, considerandola come:

*  la semplice delega delle responsabilità per una analisi e gestione delle politiche dalla sfera diplomatica alla sfera dell’azione umanitaria;

*  In assenza di strumenti effettivi, l’accrescimento degli interessi all’interno dei circoli diplomatici nell’uso d’assetti umanitari come parte di strategie politiche. Tali     strategie, non solo compromettono i principi umanitari, ma anche i risultati a livello politico diverrebbero davvero discutibili;

*  L’accrescimento della sovrapposizione e della confusione tra le condizioni tecniche necessarie per un’effettiva responsabilità e accountability dell’azione umanitaria     e la condizionalità politica sull’assistenza umanitaria, (ciò anche perché situazioni possono essere percepite in modo diverso secondo la particolare relazione tra il     donatore e il beneficiario degli aiuti).

*  Un semplice accrescimento dello scambio di informazioni, ma una mancanza di chiara leadership e sufficiente capacità di trasferire le forti analisi politiche in  &n