Indice    

PARTE I  

3. La cooperazione decentrata, una risposta alle domande di cambiamento?

La cooperazione decentrata: una risposta alle sfide della cooperazione internazionale.
Continuità e rotture con la cooperazione governativa e non governativa.
Problematiche e debolezze dell’approccio decentrato.
Prospettive e raccomandazioni

La cooperazione decentrata: una risposta alle sfide della cooperazione internazionale.

 Di fronte alle sfide della cooperazione internazionale, al moltiplicarsi di forme di conflitto, alla complessificazione del panorama internazionale, alle contraddizioni dell’internazionalizzazione economica ma a fronte dell’emergenza e della rinascita di inedite forme di partecipazione, del connubio tra organizzazioni globali e locali, del nuovo ruolo assunto dalle Autonomie locali, dell’intreccio tra diversi track e modalità di intervento organici ed interconnessi, indicati con il termine di “Sistem Approach [1] ”, si cercano di individuare risposte alternative, e una di queste proviene dalla cooperazione decentrata.

Tali fenomeni secondo Hocking descrivono “il riconoscimento della relazione tra le forze coerenti e frammentarie, le quali costituiscono una ‘dialettica locale-globale’, dove gli enti locali danno forza alle strutture globali, le quali, a loro volta, inseriscono gli eventi locali in un ‘continuum interattivo’. […].Il locale non è l’antitesi del globale, ma è esso stesso una dimensione del processo di globalizzazione così come gruppi o individui cercano di sfruttare i legami tra le arene politiche e usare le regioni e le località come rotta d’influenza [2] . Nuovi approcci all’interno della cooperazione internazionale cercano di rispondere alle sfide del cambiamento. Tra questi spicca quello della cooperazione decentrata allo sviluppo, nata dall’incontro tra il rinnovato stimolo alla partecipazione e il paradigma dello sviluppo locale. La cooperazione decentrata rappresenta non solo una risposta alternativa alle abituali forme di cooperazione internazionale e ma anche una forma d’espressione pluralizzata della politica estera. La cooperazione decentrata, pertanto, si colloca aldilà delle distinzioni:

*  Tra governativo e non governativo [3] , che in passato ha rappresentato motivo d’attrito e ha scatenato antagonismo tra politiche e progetti;

*  Tra pubblico e privato, tra il mondo della solidarietà e quello dell’imprenditoria, tra amministrazioni locali e il mondo del no profit;

*  Tra governi centrali e locali, dove la concorrenza per le competenze ha creato attriti [4] ;

*  Tra orizzontale e verticale, le relazioni tra attori di uno stesso livello amministrativo si intrecciano con quelle di diversi livelli;

*  Tra locale, nazionale, internazionale, il radicamento nel locale è accompagnato dalla ricerca di un collegamento alle politiche nazionali e a quelle internazionali;

Tale approccio mira all’interazione di una molteplicità di soggetti istituzionali, sociali ed economici e tende a valorizzare, e non ad annullare, le diversità, sulla base di un rapporto di partnership complesso, radicato nel territorio e costruito intorno all’asse nord-sud. De Rita e Bonomi [5] , evidenziano che il paradigma dello sviluppo locale, affermatosi pian piano nel corso degli anni ottanta, ha portato alla ribalta il ruolo della comunità locale, della centralità del livello intermedio di azione, della valorizzazione delle specificità locali e delle appartenenze, della poliarchia, del primato del territorio. “La politica non può chiudersi nelle sue dinamiche interne, deve saper dar senso logico e sintassi al policentrismo dei soggetti, dei processi e dei poteri. [6] Il desiderio di ampliamento dello spazio pubblico ben oltre lo spazio statale, insieme alla condivisione e la moltiplicazione dei fini e delle responsabilità sociali, riescono ad evitare, secondo gli studiosi in questione, sussidiarietà e paternalismo, andando invece incontro a dinamiche globali infinite. Ciò permette, secondo Claudio Donegà [7] :

*  La crescente proiezione internazionale dei sistemi locali, sia a livello politico che economico dove “gli investimenti sulla conoscenza” sono da perseguire a tutti i livelli    della catena del valore sociale;

*  Un proficuo rapporto tra le specificità locali e le reti transnazionali, cioè, solo se la valorizzazione delle risorse distintive del locale diventa la condizione per sostenere la    presenza nella dimensione transnazionale, il rapporto succitato potrà essere considerato efficace, ovviamente il rapporto non è di carattere esportativo, ma    trasformativo e integrativo.

*  La cooperazione tra imprese e agenzie locali, in modo da massimizzare lo scambio d’informazioni, conoscenza, valori e, secondo Donegà, ciò permette anche di    trasformare la diversità locale in valore economico.

*  Una rivalutazione del concetto di scelta, ciò significa che l’appartenenza territoriale diventa oggetto di consapevoli attenzioni e strategie su come rafforzarla,    qualificarla e non darla più per scontata. Con la dimensione della scelta si allarga anche la dimensione relazionale – cognitiva.

*  Uno sviluppo del sistema di protezione sociale, che, nel frattempo, diventa anche motivo di sviluppo d’iniziative locali [8] .

In definitiva, secondo Donegà, il dinamismo delle società locali si nutre d’iniziative che tendono a ricostituire un ambiente a partire dalle peculiarità e dalla ricchezza d’ogni territorio. Queste combinano dimensioni sociali, economiche, con la preoccupazione della crescita della coesione della sfera pubblica con quella privata, le tecnologie di comunicazione sofisticate con i saperi contestuali. La loro ricchezza risiede esattamente in questa misura che si adatta in ogni paese a dinamiche e formule diverse. Ma la rilevanza di questo approccio di rivalutazione/trasformazione del locale sta nella ricerca di complementarietà, di forme di cooperazione che non si esauriscono sul territorio, ma che si traslano su un piano sovra, intra, translocale e sopranazionale. Ed è proprio in questa circostanza di rivalutazione del locale che la visione dell’approccio della cooperazione decentrata si insinua, perché i suoi sforzi sono tesi:

*  a legare le politiche di sviluppo al territorio, garantendo la sostenibilità attraverso processi di sussidiarietà,

*  ad attivare processi e politiche di sviluppo ancorate al territorio, rafforzando il ruolo della società civile, grazie ad attori afferenti alla sfera economica, istituzionale,    sociale, locale, nazionale e internazionale;

*  a rafforzare le forme, le modalità e i tempi di intervento della dimensione partecipativa, sostenendo processi di pacificazione e democratizzazione in diverse aree    geopolitiche, attraverso modalità flessibili, meno conflittuali tra governi centrali, e locali, tra attori territorialmente e internazionalmente collegati da tematiche di sviluppo    umano. [9]

E’ proprio da questa piattaforma di lancio, anche e soprattutto nell’ottica del co-sviluppo del rapporto nord-sud, che nasce la logica della cooperazione decentrata. Secondo il documento del MAE-DGCS “La cooperazione decentrata allo sviluppo, Linee di indirizzo e modalità attuative” del 2000 [10] , è, infatti, riconosciuta in ambito internazionale, con particolare riferimento alle strategie di lotta alla povertà, la rilevanza acquisita dalla cooperazione allo sviluppo attuata sotto forma di partenariato tra amministrazioni locali e società civile organizzata del Nord e del Sud del mondo. La riflessione sulla cooperazione decentrata affonda le sue radici negli anni ottanta [11] , ma, è solo nel 1990 che si afferma incontrastato il suo potenziale implicito, ciò è testimoniato dal fatto che a livello internazionale ci sono stati una serie di inputs che hanno segnato la trasformazione e poi l’affermazione della cooperazione decentrata: [12]

a)Nel 1992 era sottolineato il ruolo dei governi locali all’interno di processi di sviluppo sostenibile [13] , ciò in sede della conferenza di Rio (Agenda XXI);

b)Sempre nel 1992, durante la conferenza di Berlino, è stata stilata la carta di Berlino relativa alle attività di cooperazione allo sviluppo delle autonomie locali e della società civile;

c)Nel 1993, a seguito del “Congress of Local and Regional Authoties” promosso dal Consiglio d’Europa, era stilato la European Urban Charter che affrontava il tema della collaborazione tra città per uno sviluppo sostenibile dentro e fuori il territorio europeo.

d)Nel 1995, con la Dichiarazione della Conferenza di Barcellona, si sanciva il principio di partenariato e di collaborazione tra istituzioni regionali e locali con la società civile tra nord e sud. Inoltre con la Valencia Charter si sancivano nuove forme di cooperazione tra realtà locali europee ed extraeuropee;

e)Sempre nel 1995 l’OCSE-DAC affrontava, nel documento “Participatory Development and Good Governance”, l’argomento della partecipazione degli attori locali quale fattore fondamentale nei processi di sviluppo.

f)Nel 1996 la Commissione Europea nel documento “Comunicazione sulla cooperazione decentrata” sanciva, insieme con un documento del giugno dello stesso anno, il ruolo primario delle autorità locali e della società civile. Principio poi ampiamente ripreso da “Habitat Agenda” della II Conferenza delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani ad Istanbul.

g) Nel 1997 nella Dichiarazione finale del 33° Congresso mondiale dell’Unione delle Autorità locali a Mauritius, sanciva gli stessi principi;

h)Nel 1998 la Banca Mondiale avviava una serie d’incontri in cui veniva ripetutamente sancito il valore del decentramento nel processo di sviluppo.

i)Nel 1999 si sono svolti vari incontri per l’approfondimento della “World Charter of Local Government”.

Tutti questi incontri internazionali costituiscono un contributo programmatico e contenutistico per definizione della cooperazione decentrata.

Ma cos’è la cooperazione decentrata? Come può essere definito questo approccio? “L’azione di cooperazione decentrata allo sviluppo svolta dalle autonomie locali italiane, singolarmente o in consorzio tra loro, anche con il concorso delle espressioni della società civile organizzata del territorio di relativa competenza amministrativa, attuata in rapporto di partenariato prioritariamente con omologhe istituzioni dei PVS favorendo la partecipazione attiva delle diverse componenti rappresentative della società civile dei paesi partner nel processo decisionale finalizzato allo sviluppo sostenibile del loro territorio” [14] . Ed è proprio nell’ultimo decennio, come evidenzia il MAE, che si è radicata la consapevolezza del ruolo che le Autorità locali hanno, non solo nella gestione di buon governo della propria realtà locale e del proprio territorio dando al termine “accountability” e “ownership” il valore che ad essi spetta, ma anche nell’instaurazione di processi di cooperazione tra soggetti territoriali a livello internazionale. Secondo la visione del documento ”La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano”, stilato dall’UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri, nel 1999, è compito ed interesse degli Enti locali inserirsi in quest’ottica di richiesta e domanda di partecipazione ed essere quindi punto di riferimento per gli attori sociali ed economici del proprio territorio e di altri a livello extranazionale. La cooperazione decentrata, è definita, infatti, come “il collegamento tra le comunità locali organizzate dei Paesi in via di sviluppo o in transizione e dei paesi industrializzati, nell’ambito di accordi di cooperazione bilaterali o multilaterali (programmi-quadro). Quando ha lo scopo di promuovere lo sviluppo locale integrato e l’attuazione dei principi e dei metodi della Carta di Copenaghen si chiama cooperazione decentrata allo sviluppo umano” [15] . Un aspetto importante messo in evidenza nel documento dell’UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri [16] , è che con il termine “cooperazione decentrata” s’indica un approccio che è assolutamente in via di definizione e su cui è ancora aperto un dibattito. E’ però proprio questo uno dei suoi maggiori pregi, cioè, il lasciare aperti innovativi sentieri da percorrere nel campo della solidarietà e della cooperazione allo sviluppo. Secondo questa visione però la definizione di cooperazione decentrata dovrebbe essere riservata a “nuove modalità di partenariato territoriale, imperniate su accordi-quadro tra territori che cooperano coinvolgendo in un impegno organico e prolungato tutti gli attori delle rispettive comunità locali, e di partenariato tematico, basate sulla creazione di reti tra soggetti del nord e del sud accomunati dall’interesse per una stessa problematica” [17] . Ovviamente all’interno di questa definizione si sono inseriti altri contenuti quali l’emergenza, la solidarietà, lo scambio di interessi reciproci, ma anche diverse modalità che vanno dalla rete, al gemellaggio, al rapporto bilaterale, al coinvolgimento multiplo di Enti locali, Regioni, Stati nazionali, organizzazioni internazionali. A tal proposito, questo documento evidenzia quelli che sono gli attori della cooperazione decentrata e rileva che ognuno di loro ha un ruolo preciso e lo svolge in collegamento sia con gli interlocutori locali che nazionali e internazionali.

*  Particolari richieste sulla base dei principi dello sviluppo umano e locale provengono dai governi nazionali;

*  I governi dei paesi donatori d’accordo con quelli interessatati contribuiscono all’instaurazione di un ambiente favorevole alla realizzazione di piani di cooperazione    decentrata;

*  Le Organizzazioni delle Nazioni Unite, d’intesa con i governi interessati, contribuiscono alla creazione di uno spazio istituzionale e di sicurezza per la realizzazione di    politiche decentrate allo sviluppo umano;

*  Gli Enti locali e le Regioni interessate sono i veri partner politici dei Governi, mettendo a disposizione le risorse locali disponibili e di propria competenza, assicurando il    coordinamento delle realtà locali, cofinanziando le attività di cooperazione decentrata;

*  La società civile, sulla base della propria appartenenza territoriale, regionale, comunale, provinciale, cantonale e via dicendo, organizza il principale soggetto operativo    della cooperazione decentrata, cioè, Comitati, Tavoli, o gruppi di lavoro locali;

*  Le ONG di cooperazione internazionale già presenti localmente partecipano alla pianificazione degli interventi, mettendo a disposizione la loro esperienza e la loro    capacità organizzativa e gestionale, realizzano e costituiscono gruppi di lavoro locali, Comitati o Forum.

*  Le ONG locali partecipano sia alla pianificazione e alla realizzazione degli interventi operativi che alle discussioni e alle decisioni prese nei tavoli di lavoro.

Invece, volendo far riferimento al documento del Consiglio dei Ministri d'Europa del 1996, dal titolo “Implementation of decentralized cooperation Council Conclusion” [18] , gli attori della cooperazione allo sviluppo lì identificati sono: i gruppi rurali, le cooperative, le ONG, le Autorità locali, i gruppi di industriali, di professionisti e di commercianti, le istituzioni dedite all’istruzione, le associazioni di lavoratori, le associazioni per la difesa dei diritti umani e ogni altro tipo di associazione capace di contribuire allo sviluppo del suo Paese. A tal proposito Ianni sottolinea che “La logica che la contraddistingue […] è fondamentalmente pluriattoriale e si richiama a quei principi di partecipazione empowerment, partenariato, ownership, cosviluppo, posti dalla comunità internazionale alla base della nuova visione dello sviluppo umano” [19] . Sempre per quanto riguarda gli attori, un importante documento della Commissione Europea [20] , evidenzia che gli attori della cooperazione decentrata sono: le Autonomie locali, o comunque gli enti con un livello di autonomia adeguato, associazioni locali e gruppi, entità che servono la comunità, come i medici, entità di promozione dello sviluppo, quali ONG, istituti di ricerca, networks ed entità federative, come sindacati, associazioni per la tutela dei diritti umani, settori privati di carattere informale. Questi attori non costituiscono realtà a se stanti, ma sono legate da principi di collaborazione e sussidiarietà.

Per quanto riguarda, invece le modalità di intervento [21] della cooperazione decentrata, esse sono variabili secondo gli enti che la promuovono. A tal proposito è rilevante inquadrare in questa ottica, l’importanza attribuita nell’ambito della cooperazione delle Nazioni Unite, alla concertazione e coordinamento tra i diversi attori a diversi livelli micro, intermedio e macro. La cooperazione decentrata opera, infatti, anche attraverso programmi di sviluppo umano a livello locale, i PDHL [22] (sulla base della sigla spagnola, portoghese o francese), e sono il maggiore incontro tra organizzazioni internazionali (UNOPS, PNUD, ILO, OMS) e luogo di coordinamento e organizzazione. Le metodologie d’azione, che non rappresentano modalità di intervento applicabili indistintamente e dall’alto, presentano le seguenti caratteristiche fondamentali:

Locale, cioè, relative ad aree circoscritte e circostanziate, corrispondenti al decentramento politico-amministrativo della zona o Paese in questione. Le zone in cui si    interviene devono essere di dimensioni medie ed intermedie, piccole al tal punto di gestire efficacemente il lavoro ma grandi da permettere un brain storming ideale di    risorse, come regioni, dipartimenti, ecc.

*  Integrata, cioè realizzata in maniera consociata su diversi aspetti della cooperazione internazionale, quali diritti umani, sviluppo sostenibile, salute ecc.

*  Decentrata, cioè basata su meccanismi di decentramento e delle informazioni, dei processi decisionali, delle attività e dei finanziamenti.

*  Collegata, cioè, realizzata a livello locale ma anche a livello nazionale, permettendo in tal modo un appoggio reale alle politiche di sviluppo locale, internazionale, per    far in modo di mettere in contatto sul serio le realtà locali con quelle globali;

*  Partecipata, in modo da consentire a tutti gli interessati di prendere parte, non solo alla realizzazione delle iniziative ma anche al processo decisionale;

*  Ecosostenibile, cioè promuovendo azioni durevoli nel tempo, utilizzando le risorse valorizzandole senza distruggerle o precludendo l’utilizzo almeno pari alle altre    generazioni future;

  ° Duratura, cioè, promuove azioni, non solo in grado di autoriprodursi nel tempo, ma che sul piano economico-organizzativo potrebbero avere un follow up.

  ° Qualitativa, e questa è quella più diretta allo sviluppo umano, cioè, realizza iniziative in grado non solo di migliorare le condizioni economiche ma anche le relazioni     umane, innalzando il livello di soddisfazione dei bisogni di salute educazione, salute e rispetto dei diritti umani.

Nel descrivere le possibili modalità di attuazione della cooperazione decentrata il Rapporto della Commissione delle Comunità Europee al Consiglio del 1996 utilizza un’altra griglia d’analisi:

*  "integratrice”, che opera orizzontalmente e a livello di reti, inglobando “collettività locali, attori economici, ambienti accademici”;

*  "a vocazione partecipativa”, che focalizza la sua attenzione sulla partecipazione della società civile;

*   "a vocazione sostitutiva”,che si occupa di fare da tramite per mezzo degli attori decentrati, quando modalità di sostegno economico ufficiale sono sospese [23] ;

Altre metodologie sono individuate da Ianni quali quella territoriale, orizzontale e di sostegno, esse verranno analizzate nel capitolo successivo dedicato all’analisi sulle metodologie (Ianni) e sui modelli (Stocchiero) italiani di cooperazione decentrata.

Proprio perché la cooperazione decentrata è orientata al pluralismo e all’innovazione, le modalità d’azione sono molteplici, anzi è proprio grazie a queste che essa si arricchisce e si pluralizza. La modalità flessibile, adattabile ha pertanto contribuito ad attribuire al concetto di partenariato un ruolo preponderante e a ridurre la distinzione tra interventi micro e macro, dando maggiore forza al concetto di rete, di dialogo, di concertazione, attivando processi di decentramento partecipato, dove Tavoli, forum, consorzi, conferenze sono ottimi strumenti. Le domande poste dal paradigma dello sviluppo locale, le grandi sfide della cooperazione internazionale hanno trovato risposta, anche se non l’unica, nella cooperazione decentrata, dove “ il governo locale può assumere un ruolo di primo piano nel facilitare processi atti a promuovere la fiducia all’interno e tra le comunità, processi nella forma di un pluralismo amministrativo (managed pluralism)[…]. [24]
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 Continuità e rotture con la cooperazione governativa e non governativa. 

La cooperazione decentrata nasce e si afferma per le sue caratteristiche innovative rispetto gli approcci classici della cooperazione internazionale, cioè, quella governativa, attuata dagli Stati nazione e quella non governativa attuata dalle ONG, locali e di cooperazione internazionale [25] . L’ approccio decentrato, come delineato in precedenza, è ormai riconosciuto in ambito internazionale, nel quadro delle strategie più idonee alla lotta della povertà, per la rilevanza acquisita dall’azione di cooperazione allo sviluppo attuata in forma di partenariato fra soggetti omologhi delle realtà e amministrazioni locali e della società civile organizzata dei paesi sia del Nord e che del Sud del mondo. Si è dunque sviluppata e consolidata a livello internazionale, soprattutto nel corso dell’attuale decennio, la consapevolezza dell’importanza del ruolo giocato dalle realtà subnazionali e dagli Enti locali nei processi di valorizzazione, di "governance" del proprio territorio e del valore dell’apporto d’esperienze di omologhe realtà locali. Tale consapevolezza è stata favorita dalla diffusione della globalizzazione che ha evidenziato tanto le dirette relazioni esistenti tra fenomeni internazionali e situazioni locali, quanto la progressiva perdita di capacità di governo degli Stati nazionali. La peculiarità della cooperazione attuata dalle Autonomie locali, volta a promuovere l’incontro fra comunità locali e PVS, e a coinvolgere le diverse componenti della società civile per un confronto, una collaborazione e per la soluzione dei problemi dello sviluppo individuati di comune accordo, consente di riconoscere in essa uno degli approcci più idonei per la crescita dei principi democratici.

L’approccio governativo, classico non può essere però qui né sottovalutato né dimenticato. L’apporto degli aiuti internazionali nel corso degli ultimi decenni è migliorato dal punto di vista qualitativo. Van Rooy [26] evidenzia come pratiche e priorità per tutto il settore dell’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) si siano trasformate in positivo. I punti chiave riguardano il fatto che l’aiuto legato (tied aid) nel corso degli ultimi vent’anni è diminuito sia nell’ammontare quantitativo che nel tipo di aiuto legato. L’APS guarda a nuovi standard di valutazione dei donatori bilaterali e multilaterali, all’impatto potenziale dei progetti sullo sviluppo e all’analisi di genere. La cooperazione governativa, per decenni ha rappresentato un’importante e spesso unica forma di cooperazione, ma spesso gli Stati nazione, agendo sotto l’egida della politica del potere e delle relazioni geopolitiche, hanno operato per motivi di carattere economico-politico-sociale nell’ottica delle negoziazioni internazionali, degli accordi, della mediazione e l’intervento nelle crisi. Restando pertanto, comunque, legati ad interessi nazionali, hanno spesso finito per scegliere tra una delle parti in conflitto [27] Il mondo della cooperazione governativa, caratterizzata da aspetti politici e burocratici, spesso ha avuto il limite di non riuscire a mirare e a conoscere precisamente le realtà locali, ma si è spesso orientata alla “real politik” e sulle tematiche più legate alla sicurezza internazionale. Caratterizzata da rigidità, esclusività, elitismo e dal potenziale abuso di potere, spesso non è stata in grado di instaurare processi di accountability. Puntando più alla ricerca di soluzioni su questioni internazionali, con strumenti quali, accordi politici ed economici, ha spesso tralasciato l’aspetto processuale e durevole, necessario per la costruzione di processi di pace e di sviluppo sostenibile ed umano. Questa consapevolezza oggi si è diffusa e radicata in molti Paesi [28] , all’interno delle organizzazioni regionali [29] ed anche all’interno delle Nazioni Unite [30] . Il mondo della cooperazione governativa è, però, caratterizzato da alcuni vantaggi, quali la possibilità di poter esercitare, all’interno di situazioni conflittuali, un’importante pressione per la conciliazione, la possibilità d’accesso e partecipazione diretta al processo politico degli accordi e negoziazioni; il collegamento anche a politiche non governative per garantire un’effettiva implementazione degli accordi e fungere, quindi da supervisore e controllore degli impegni presi dalle parti in causa. Spesso, però, gli Stati sono formati ed informati da una logica Stato-centrica della politica del potere e perdono di vista gli obiettivi chiave della cooperazione internazionale a cui, però, la cooperazione decentrata ha mirato dritto, quali, fattibilità, rilevanza e praticità. I limiti [31] che essa ha cercato di superare e che spesso caratterizzavano le politiche governative sono:

*  il centralismo, fenomeno caratterizzato dalla presa di decisioni in modo centrale nonostante fossero indirizzata ad aree diverse da quella geostrategicamente    dominante;

*  il verticismo, caratterizzato dalla logica top down, cioè dal rapporto verticale  e rigido nella relazione con enti e comunità substatali o comunque inserite in una    gerarchia di livello inferiore;

*  il decisionismo, caratterizzato dalla presa di decisioni in maniera autoritaria e unilaterale nonostante esse potessero riguardare un ampia gamma di attori coinvolti in    maniera diretta e indiretta;

*  il settorialismo, caratterizzato dalla compartimentalizzazione di temi, teorie, pratiche e studi che ha causato, non solo poco coordinamento, dispendio di risorse, e    ripetizioni di progetti, ma ha anche creato, come spesso ha evidenziato Chambers, distorsioni nella preparazione degli esperti;

*  l’assistenzialismo, caratterizzato da visione pietistica che sostiene e rafforza la subordinazione, la soggezione, l’assuefazione e l’inoperosità e la passività degli oggetti  [32] della cooperazione.

*  La cooperazione decentrata, certo con i suoi limiti a livello di risorse ed esperienza, si promessa di superare tali limiti rispondendo con approcci caratterizzati dal:

*  decentramento nella partecipazione alla presa del processo decisionale con incidenza e rilevanza locale sia la al processo generale di politiche centrali;

*  processo bottom up costruito attraverso la discussione, il dibattito e il confronto, attuando allo stesso tempo processi di informazione decisionale;

*  diffusionismo e concertazione delle decisioni, coinvolgendo tutti attraverso processi di ascolto comprensione e azione;

*  integrazione e interazione tra settori e attori della cooperazione allo sviluppo per generare ciò di cui si è parlato in precedenza, cioè coordinamento, coerenza ed    efficacia [33] ;

*  Ownership e accountability [34] , cioè, attraverso processi di appropriazione di politiche di sviluppo, azioni concertate e coordinate tra tutti i soggetti attivi,    partecipi e coinvolti nel processo di trasformazione della realtà locale.

L’abilità delle Autonomie locali di rapportarsi in forma diretta con le tematiche delle realtà locali dei PVS apportando anche il "know-how" di tutte le entità economiche, sociali, culturali e scientifiche del proprio territorio, costituisce dunque un elemento caratterizzante per la cooperazione decentrata, a differenza di quella centrale, che è per sua natura intergovernativa ed è quindi caratterizzata da una serie di obbligazioni normative e procedurali e meno idonea all’instaurazione di tale rapporto.

La cooperazione decentrata, però, ha tratto dalla cooperazione governativa, non solo gli spunti per la revisione di limiti insiti in tale approccio, ma è stata in grado di instaurare rapporti di forte collaborazione con essa. La sua abilità nel convogliare azioni di cooperazione allo sviluppo qualificate verso, con e su presenze sociali, culturali, scientifiche, economiche e finanziarie del proprio territorio, è, infatti, confermata dalle esperienze già maturate in tal senso. Gli Enti locali sono diventati uno tra i partner preferenziali della cooperazione governativa soprattutto all’interno di politiche anche economiche, volte a promuovere, attraverso l’instaurazione di partenariati per lo sviluppo con le realtà locali del paese beneficiario, sia la creazione di ambienti favorevoli alla crescita di forme associative e cooperative di micro, piccole e medie imprese; sia la promozione di sistemi creditizi equi e sostenibili; sia alla creazione di centri di formazione professionale e specialistica. La cooperazione governativa ha, talvolta, permesso la proliferazione di progetti scoordinati, non a lungo periodo, progetti che hanno dato vita alle famose cattedrali nel deserto, non solo dal punto di vista dell’inutilità strutturale ma anche funzionale. Pertanto, la cooperazione decentrata si è maggiormente focalizzata, come sottolinea un recente documento della Commissione Europea [35] , su una serie di metodologie e criteri d’azione che sono anche diventati i fini delle politiche di cooperazione, quali:

*  Il criterio della rilevanza relaziona problemi reali, potenziali e il programma degli obiettivi. L’analisi della rilevanza si snoda tra rilevanza generale, politica, sociale e    temporale, cioè relaziona la politica in questione con “appropiateness” [36] degli obiettivi, con le linee guida, con le politiche governative, con gli interessi dei    soggetti sociali, e con la durata del piano d’azione.

*  Il criterio della fattibilità può essere soddisfatto solo se, nell’attuazione delle politiche decentrate allo sviluppo, si valutano caratteristiche quali: “la consistenza interna    della struttura logica” [37] per verificare se l’intervento è realistico, consistente e sufficiente; “l’organizzazione e la gestione dei programmi”,“il metodo si    intervento”, “costi e risorse” [38] ;

*  Il criterio della praticità consiste sia nella sua rilevanza esterna a livello nazionale, locale, settoriale, verticale, orizzontale, e intersettoriale, sia nella effettiva attivazione    di processi di ownership, sia nella fattibilità tecnica e sociale, sia nella gestione del processo di sviluppo, dal punto di vista istituzionale, finanziario, ambientale e culturale [39] .

L’UNOPS e altri ritengono che a differenza della cooperazione tradizionale e governativa, la cooperazione decentrata “riconosce uguale dignità e responsabilità alle due comunità partner mirando a promuovere cambiamenti in entrambe” [40] , cioè, la cooperazione decentrata si inserisce perfettamente tra la concezione di sviluppo umano e quella di co-sviluppo, cioè mira a responsabilizzare e sensibilizzare le comunità del nord e a ridurre la fame, la povertà e l’analfabetismo nelle comunità del sud. Con questa concezione sarebbe particolarmente d’accordo Julius Nyerere, leader e presidente della Tanzania, che racconta di un episodio risalente a trenta anni fa, in cui Leslie Kirkley di Oxfam gli domandò quale migliore contributo poteva ricevere dall’organizzazione di cui lui era referente, e la sua risposta fu “Prendi ogni penny che ti eri proposto di spendere in Tanzania e spendilo nel Regno Unito per spiegare ai tuoi concittadini la natura e le cause della povertà” [41] , già vigeva la logica del co-sviluppo.

Per quanto riguarda, invece, la cooperazione non governativa, essa è sempre stata davvero importante, e ha contribuito in maniera sostanziale alla ridefinizione delle politiche tradizionali di cooperazione allo sviluppo. Ha subito una serie di evoluzioni, ma ha è sempre stata caratterizzata da [42] , (1) l’intermediazione tra i diversi livelli della cooperazione allo sviluppo (locale, nazionale e internazionale) e tra i diversi attori, (2) la valorizzazione delle diversità del corpo sociale, (3) la catalizzazione di potenzialità nascoste, grazie alle sue caratteristiche di malleabilità, fluidità ed adeguamento, (4) la mobilitazione di risorse umane locali, (5) la catalizzazione e la sensibilizzazione dei processi sociali di solidarietà. Inoltre a partire soprattutto dal 1995, in concomitanza con il vertice sullo sviluppo sociale di Copenaghen, le ONG hanno assunto nuovo impeto, ed è emersa, infatti, una nuova definizione di cooperazione non governativa, dovuta all’opera di ridefinizione delle loro strategie d’azione, capacità e competenze, alla loro crescita quantitativa, all’instaurazione di rapporti con le organizzazioni internazionali [43] . Le ONG sono definite, pertanto, di sviluppo, (NGDO) [44] perché, spesso, impegnate nello sviluppo a lungo termine e perché lavorano con i CSO (Civil Society Organizations) e con i CBO (Civil Body Organization) [45] .

A sottolineare questi due aspetti è Fowler, il quale evidenzia che le ONG, sono da distinguere dalla società civile nel complesso, ma che come detto altrove sono solo “la punta dell’iceberg” [46] . Parlare di ONG, adesso così come si presentano nell’ambiente della cooperazione significherebbe perdere la maggior parte degli spunti utili alla riflessione sulle cesure e le continuità con la cooperazione decentrata. Per ONG, “possiamo definire le organizzazioni di cooperazione internazionale che agiscono nel e dal nord come organizzazioni no-profit che sono economicamente indipendenti da finanziamenti ufficiali, che hanno un forte supporto popolare e che emergono dagli sforzi del settore privato per migliorare le condizioni di vita dei gruppi più poveri nel sud ed aumentare la loro partecipazione politica e sociale; mentre, contemporaneamente, promuovendo la consapevolezza dei loro concittadini circa le cause e la natura del loro (e sempre più il nostro) impoverimento, e sfidando quelle autorità pubbliche e private le cui decisioni stanno ostacolando l’instaurazione di una società globale nella quale i diritti umani sono rispettati” [47] .

In generale, come sottolinea de Senillosa, le ONG stanno scalando la vetta della loro reputazione, dopo un periodo di perdita di credibilità, come canali affidabili nell’ottica dello sviluppo sociale, per l’alto livello di partecipazione della società civile, per i rapporti collaborativi tra ONG del nord e quelle del sud, per l’acquisizione di abilità, preparazione ed esperienza, grazie a nuove forme d’azione, quali quelli del campaign, della sensibilizzazione internazionale. Rappresentano oggi uno dei più importanti attori nel campo della cooperazione allo sviluppo, agiscono lavorando su politiche di pressione sul settore pubblico e privato nel processo decisionale, contando su una base sociale davvero vasta, operando per apportare innovazioni e alternative ideologiche e valoriali, focalizzandosi su politiche di advocacy per il comportamento delle comunità locali e internazionali verso la tutela dei diritti umani.

Le ONG del nord, ma anche quelle del sud, si sono evolute e hanno seguito un processo di sviluppo caratterizzato da quattro fasi o meglio generazioni [48] , mentre adesso ci stiamo avviando, secondo de Senillosa, verso la quinta generazione di ONG, certo non con poche problematiche. La tabella che segue sarà utile per evidenziare sia il processo d’evoluzione interno al mondo non-governativo sia i principi che esso condivide con quello della cooperazione decentrata.

Orientamento nel sud (S) e nord (N)

Prima

Welfarista(S)

Fundraising

(N)

Seconda

Sviluppo Locale (S)

Diffusione di sensibilizzazione e consapevolezza (N)

Terza

Partnership (S)

Critica (N)

Quarta

Empowerment (S)

Pressione politica (N)

Anno di riferimento

1945

1960

1973

1982

Interesse dominante

Emergenza assistenziale

Sviluppo (Nord come modello di sviluppo; credito al effetto trickle-down)

Sviluppo come processo politico autopropulsivo e self-reliant

Sviluppo deve essere socialmente perequato, ecologicamente sostenibile a livello sia locale che globale. Analisi di genere ed empowerment dei gruppi esclusi.

Definizione del problema

Mancanza di beni e servizi

Mancanza di risorse economiche e tecnologiche. Non soddisfazione dei bisogni primari. Sottosviluppo e neo-colonialismo.

Limitazioni istituzionali, di politiche nazionali e internazionali. Ruolo delle elites locali e dei gruppi economici transnazionali.

Limitazioni locali, nazionali e internazionali. Non-sviluppo al sud., Mal-sviluppo al nord. Povertà come diniego di diritti umani di base.

Tempi d’intervento

Immediato

Per tutta la durata del progetto

Indefinito, a lungo termine

Futuro indefinito

Scopi

Individuali o aggregati

Comunità o persone

Regionale o nazionale

Nazionale e globale

Attori principali

ONG donatrici

ONG di sviluppo nel nord e nel sud, grassroots groups e comunità beneficiaria.

Tutte le istituzioni pubbliche e private comprese nel sistema

Reti di persone formali ed informali  e organizzazioni a livello locale e internazionale

Relazioni tra NGDO tra il nord e il sud

 

Nessuna

Trasferimento di risorse economiche e altro

ONG di sviluppo dal funding alla partnership

Azioni concertate e supporto reciproco, decentramento

Educazione allo sviluppo

Fame infantile

Iniziative della comunità di carattere self-help

Politiche ed istituzioni come ostacolo allo sviluppo locale autopropulsivo

Comunità planetaria. Interdipendenza sociale, economica, politica, ecologica

Strategie politiche

Nessuna

Diffusione della consapevolezza delle condizioni di vita nel sud in ambiti pubblici generici. Conflitti emergenti tra il fund-raising capacity

Fase di protesta, diretta agli interessi e alle organizzazioni che lavorano per alleviare la povertà al sud. Denuncia della fame termini di scambio ineguali. Lobbing per l’attribuzione dell’0.7 del PIL all’aiuto allo sviluppo

Fase di protesta più proposta. Denuncia e azione: pressione politica, mobilizzazione pubblica, alleanze strategiche, aumento dell’uso delle telecomunicazioni: incoraggiamento e sostegno per la ricerca

Fonte de Selliosa I., A new age of social movements: a fifth generation of non-governmental development organisations in the making?, Development in Practice, vol. 8, no. 1, 1998, pp. 40-53, da Korten 1990:117

La cooperazione non governativa, pertanto, nel corso del tempo si è sempre più avvicinata a principi quali reti, partnership, sviluppo locale, internazionale ed interdipendenza intersettoriale. Essi sono diventati un importante punto di collegamento con la cooperazione decentrata. La cooperazione non governativa è, infatti, stata sottoposta ad una serie di critiche sull’approccio metodologico, progettuale, a pioggia e non sostenibile. Essa ha sottoposto, pertanto, tendenzialmente, la propria metodologia ad una serie di ripensamenti e reimpostazioni che la stanno spingendo verso una nuova generazione, la quinta [49] . Come evidenzia de Senillosa, il percorso non è lineare ma contorto, difficile ricco di sfide, di trasformazioni e di tensione, che, come rilevato in precedenza, non vuol significare esclusivamente fallimento ma opportunità di reimpostazione e ridefinizione delle modalità d’azione. Un esempio è proprio il Campaign che attua un’opera di sensibilizzazione transnazionale e partenariale [50] .

Tutto ciò dimostra ed avvalora la tesi per cui nel mondo della cooperazione non governativa ancora molti altri cambiamenti devono intervenire affinché possa davvero operare al massimo delle sue potenzialità. de Senillosa evidenzia vari steps necessari al cambiamento, tra i quali la diminuzione in termini assoluti di fondi privati e pubblici, per ridurre il rischio della cooptazione e la manipolazione da parte delle autorità, per evitare di diventare meri strumenti sussidiari, la campagne di fund-raising devono essere meno sensazionali, e i fondi raccolti non devono essere canalizzate nel mercato ma per processi di sviluppo umano. Le ONG devono incrementare i rapporti di collaborazione tra loro, soprattutto tra ONG di sviluppo e di emergenza, tra ONG medie e piccole, devono essere maggiormente impegnate nello sradicamento della povertà, devono essere in grado di bilanciare la crescita economica con lo sviluppo, devono svolgere l’importante ruolo di sensibilizzazione, di educazione allo sviluppo, di diffusione della consapevolezza delle reali condizioni di povertà del sud nei loro paesi, e tra i loro concittadini, seguendo il consiglio di Julius Nyerere. Devono saper instaurare rapporti con le istituzioni accademiche locali che promuovono la cultura, devono essere in grado di rendere fruibile il livello di avanzamento delle telecomunicazioni, diffondendo informazioni, idee e organizzando tavoli di discussione; devono applicare, ed è questo il legame più stretto con la cooperazione decentrata, il principio della sussidiarietà e del decentramento, devono condividere le proprie abilità, esperienze e capacità con gli altri attori della cooperazione allo sviluppo, quali Enti locali e organizzazioni internazionali e Stati. In ultimo de Senillosa evidenzia che devono diventare portatori di istanze politiche per attuare processi di empowerment e ownership e accountability [51] .

Uno dei limiti delle organizzazioni non governative, come sottolinea Power Grant [52] , consiste nel fatto che spesso si sono focalizzate più sulla autopreservazione che sul rinnovo, anche se, come si evince dalla tabella, ci sono stati cambiamenti piuttosto fondamentali. Inoltre né l’approccio governativo né quello non governativo deve essere denigrato, l’importante è compiere sempre una giusta analisi dei vantaggi e degli svantaggi d’entrambi gli approcci.

 

Struttura

Vantaggi

Svantaggi

Piramidale

Dinamico, veloce ad agire, può parlare direttamente con le autorità, può mobilitare persone, aiuta a raggiungere l’apice dei livelli politici

Le persone possono sentire una perdita d’identità, un rafforzamento della società civile grassroots non può ottenere attenzione, pericolo di parlare “per” piuttosto che facilitare gli altri a parlare

A ruota

Maggiore interdipendenza a livello di grassroots, ottimo per lo scambio di informazioni, centri di specializzazioni

Difficoltà di dimostrare un fronte unito o una comune identità, lenti processi di cambiamento, le campagne possono perdere opportunità per veloci cambiamenti in pratica

Fonte: Chapman J., Fisher T., The effectiveness of NGOs campaining: lessons from practice, Development in Practice, vol. 10, n. 2,  2000, p. 158. La tabella è stata ripresa solo parzialmente per ciò che interessa qui in questa sede, cioè l’approccio  a piramide e a ruota. Gli autori fanno anche riferimento all’approccio a web, che in questa sede non è più di tanto rilevante.

 

A questo punto è d’uopo sottolineare due aspetti apparentemente contraddittori che riguardano i rapporti tra le varie modalità di cooperazione allo sviluppo. Il primo riguarda la necessità di collaborazione tra le diverse modalità di cooperazione, governativa, non governativa e decentrata, il secondo riguarda la necessità di tenere ben distinte le caratteristiche innovative dell’approccio decentrato.

È indubbio che il compito istituzionale affidato agli attori, anzi co-attori, della cooperazione allo sviluppo quali Enti locali, governi nazionali, ONG consiste nel lavorare insieme puntando “al sostegno delle "policies" di decentramento politico e amministrativo, alla promozione dei processi di democrazia partecipativa, al sostegno delle politiche di tutela delle fasce di popolazione a maggior rischio e delle minoranze, al sostegno delle politiche di tutela del patrimonio ambientale e culturale; alla pianificazione e gestione dei servizi al territorio” [53] . Aldilà delle differenze insite nei tre approcci fin qui illustrati, il principio della cooperazione e della collaborazione, oltre a rappresentare la mission delle loro strategie d’azione, guida sempre più i loro rapporti, che apportando contribuiti diversi al processo di ridefinizione delle politiche di cooperazione allo sviluppo, si intersecano e si influenzano a vicenda, rappresentando, spesso, l’uno per l’altro, momento di riflessione e di critica costruttiva in relazione a punti di forza e debolezze, di sotto una rappresentazione grafica.

    

Fonte d’ispirazione: Chapman J., Fisher T., The effectiveness of NGOs campaining: lessons from practice, Development in Practice, vol. 10, n. 2,  2000, p. 158

 Nonostante ciò, si ribadisce che “la denominazione di cooperazione decentrata dovrebbe essere riservata a nuove modalità di partenariato territoriale imperniate su accordi-quadro tra territori che cooperano coinvolgendo in un impegno organico e prolungato tutti gli attori delle rispettive comunità locali, e di partenariato tematico, basate sulla creazione di reti tra soggetti del nord e del sud accomunati dall’interesse per una stessa problematica” [54]

Per concludere si riporta una tabella stilata dalla Commissione  Europea [55] , dove sono rappresentati schematicamente le differenze tra gli approcci tradizionali e la cooperazione decentrata.

 

 

Approcci tradizionali

Cooperazione decentrata

Tipi di stakeholders

Beneficiari e gruppi target, generalmente considerati isolatamente (coinvolgimento passivo)

- Coinvolgimento attivo di diversi tipi di stakeholders (self-reliance)

Approccio

--Il progetto come struttura di riferimento

-Serie di attività di durata limitata basate su obiettivi, risorse e budget predeterminato

-Processo come struttura di riferimento

-Approccio di programmi

-Processo interattivo, pianificazione ed implementazione mobile

Livello

 Progetto limitato ad un livello (micro)

-Richiesta di interconnessione e consistenza a diversi livelli (micro, intermedio e macro

Identificazione/valutazione

-Approccio top-down

-Identificazione da parte del governo centrale o dallo staff di assistenza tecnico

- Sviluppare responsabilità negli stakeholders locali

-Processi di dialoghi e di consultazione

Implementazione e gestione

--Gestione centralizzata

-Creazione di strutture di gestione ad hoc

-delega delle responsabilità, comprese responsabilità fiscali ad agenzie decentrate

-Uso di istituzioni locali

Staff per l’assistenza tecnica e altri intermediari

-Spesso ruolo dominante dell’assistenza tecnica o confronto in ogni fase del progetto

-Diretto coinvolgimento delle capacità locali

-Ridefinizione del ruolo dell’assistenza tecnica

-Intermediari come fornitori di servizi

Strumenti

-Considerazioni e valutazioni

-Analisi costi-benefici

-Studi inclusivi, analisi istituzionale, meccanismi di consultazione e dialogo, ecc.

Valutazione

-Priorità a controlli anteriori

-Valutazione dell’effettività sul livello di spesa , sulla disponibilità delle risorse e su scadenze  di incontri

-Obiettivi quantitativi (raggiungimenti materiali)

-Orientata ai risultati(verifica delle sequenze)

-Importanza di obiettivi qualitativi (dialogo, supporto alle organizzazioni di stakeholders) ,

-Unione di monitoraggio e valutazione

Fonte: Commissione Europea, DG Development, DEV/1424/2000-EN, Bruxells, gennaio 2000, p. 31.
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Problematiche e debolezze dell’approccio decentrato.

 Avendo definito la cooperazione decentrata, come un approccio multidimensionale, complesso e nuovo, avendo sottolineato il carattere laboratoriale della stessa, avendo optato per la realizzazione di metodologie d’azione caratterizzate dal partenariato, dalle reti, dai dialoghi e avendo puntato a realizzare una capacità di risposta alle esigenze in ambito territoriale o settoriale, in favore delle comunità locali per la formazione consapevole delle risposte di sviluppo sostenibile del proprio territorio e di quello dei territori partner, le problematiche, le difficoltà che tale approccio si ritrova ad affrontare lungo il suo cammino sono davvero molteplici, motivo per il quale processi di definizione e ridefinizione sono continuamente in atto. Non bisogna, infatti, dimenticare, per esempio, per quanto riguarda