Indice

PARTE II

4.LE PECULIARITA' DELLA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO IN ITALIA.

L’evoluzione della cooperazione allo sviluppo in Italia
L’approccio decentrato: modalità, assetti legislativi ed organizzativi, politiche
Prospettive e questioni aperte.
L’evoluzione della cooperazione allo sviluppo in Italia [1]
 
L’analisi delle tendenze evolutive della cooperazione allo sviluppo può evidenziare l’esistenza di un "caso italiano" [2] , vale a dire, di un processo che, pur configurandosi nel contesto storico e teorico generale, possiede delle peculiarità che lo caratterizzano. Sebbene possa essere considerato come "uno dei rari casi di innovazione nell’azione pubblica" [3] italiana, presenta, nel contempo, profili contraddittori. La difficoltà di trovare posizioni univoche sul piano internazionale ha persino condotto a parlare in dottrina dell’inesistenza di una politica estera italiana [4] . Attenuando la portata di quest’osservazione, non può in ogni caso negarsi che le politiche di cooperazione rappresentino un’illustrazione indicativa d’incertezze e tensioni. Esse, infatti, si sono sviluppate attraverso un percorso storico-politico particolare.
Per semplificare l’analisi, si seguirà lo schema d’Isernia che suddivide l’evoluzione della politica di cooperazione italiana in cinque fasi, introducendo nell’ultima modifiche, per evidenziare l’evoluzione della stessa nel corso degli anni novanta, quali [5]
:
v     1°- “fase della non politica” (19650 - 1971);
v     2°- “fase di gestazione” (1971 - 1979);
v     3°- “fase di politicizzazione” (1979 - 1987);
v     4°- “fase d’istituzionalizzazione” (1987 - inizi 1990);
v     5°- “fase di crisi”, (prima metà anni novanta), e “fase di lento e diseguale riorientamento”(dalla seconda metà degli anni novanta ad oggi) [6]
.
Dal punto di vista istituzionale, all’interno della fase della “non politica” (1950-1971) comincia a delinearsi una linea di indirizzo, però “sino al 1971, […], non si può parlare di una vera a propria politica di cooperazione allo sviluppo” [7]
. Non esistendo un sistema centralizzato e specializzato in materia, l’autorità era condivisa tra diverse istituzioni e uffici, al centro delle quali vi era il MAE (Ministero degli Affari Esteri), ed accanto ad esso, il Ministero del tesoro, il Ministero della pubblica istruzione, la Banca d’Italia e il Ministero della difesa [8] . Nonostante vi fossero motivazioni per la realizzazione di politiche di cooperazione allo sviluppo, quali: l’esistenza di un passato coloniale, consolidato soprattutto attraverso il protettorato italiano in Somalia durato 10 anni [9] ; le istanze e le richieste indirette a livello internazionale (ONU e DAC), a fronte della partecipazione italiana alla risoluzione n. 72 del 1962 che dichiarava gli anni 60-70, “decennio per lo sviluppo” [10] ; la pressione del volontariato cattolico e sociale, soprattutto dalla “legge Pedini” n. 1.033 in poi [11] e l’interesse economico dei gruppi imprenditoriali emergenti [12] , l’ambiente politico, però, restò sostanzialmente indifferente ed inerme. Ciò è dimostrato dall’atteggiamento del MAE che considera costantemente la cooperazione allo sviluppo solo dal punto di vista tecnico separandola da quella finanziaria [13] . Solo alla fine degli anni ’60, a fronte dei risultati delle politiche del decennio dello sviluppo che rivelano le inefficienze dell’impegno italiano [14] , e dello sviluppo di un ampio dibattito sulla regolamentazione del volontariato civile [15] , della scadenza delle due leggi regolanti la cooperazione tecnica nel 1971, si giunge all’approvazione il 1° dicembre del 1971 della legge n. 1222 dal titolo “Cooperazione tecnica con i paesi in via di sviluppo” [16] . Partendo dalla consapevolezza dell’eccessiva frammentazione legislativa della materia [17] , tale legge affida al MAE, ed in particolare ad una”Sezione nell’ambito di una direzione” [18] , la competenza in materia di cooperazione allo sviluppo. Tale scelta è però “frutto di un compromesso tra posizioni divergenti” [19] , e in particolare tra quelle della burocrazia ministeriale, che ribadivano la centralità del MAE e quelle delle organizzazioni di volontariato sostenute da politici, che propendevano per un Agenzia [20] esterna al MAE [21] . La volontà di non separare la fase decisionale da quell’esecutiva e la lontananza e l’estraneità del modello “Agenzia” al sistema amministrativo pubblico italiano, furono le motivazioni vincenti che fecero optare per il MAE [22] . Fu, pertanto, istituito un Servizio autonomo, con competenze tecniche, rapidità procedurale ed efficienza, più aperto verso la società civile, grazie all’istituzione di un comitato consultivo misto [23] . “La fase della non politica” conserva una concezione della cooperazione allo sviluppo ancora in chiave tecnica [24] , si sviluppa all’interno di compromessi politici tra partiti [25] e la natura multicefala della gestione della cooperazione [26] , ma apre le porte all’esigenza di coordinamento tra cooperazione tecnica ed economica nazionale e quella internazionale, tra pubblico e privato [27] . Risalta, però, l’intenzione del MAE che difende la sua posizione centrale, evitando la sottrazione e l’invasione nelle proprie competenze.
Nel 1979 si apre la 2° fase, la cosiddetta “fase di gestazione”(1971 - 1979) che, secondo Alessandrini [28] , può essere divisa in due sottofasi:

v     La sottofase della “fondazione della politica di cooperazione” (1971-1974);

v     La sottofase del “dibattito critico” (1975 – 1979).

La prima è caratterizzata dalla nascita dell’Ipalmo (1971), istituto che si occupa dei problemi relativi allo sviluppo, in cui si ritrovano tutti i sostenitori dell’”Agenzia”, gli esperti e i politici interessati alla cooperazione allo sviluppo [29]
. A fronte della lentezza del Servizio in precedenza creato [30] , della complessità burocratica, del peggioramento quantitativo dell’APS bilaterale a favore di quello multilaterale [31] , del basso livello di interesse del MAE per la cooperazione allo sviluppo, ci si rende conto che è necessario un ripensamento delle politiche, ed è per questo che si passa alla fase successiva, definita “del dibattito critico”. Tale dibattito è guidato sostanzialmente da due proposte [32] , la prima, d’origine governativa e ministeriale [33] , propendeva per il mantenimento dell’organizzazione istituzionale o comunque per la realizzazione di modifiche minime, in relazione ad esempio alle previsioni di spesa, e l’altra proveniente dall’Ipalmo [34] propendeva per l’ampliamento della concezione di cooperazione allo sviluppo, di natura quindi non più solo tecnica, ma finanziaria, multilaterale e bilaterale e prevedeva l’istituzione di un’Agenzia all’interno del MAE [35] . Solo nel 1977, dopo un anno di lavoro di un Comitato ristretto, si arrivò ad un testo unificato, che portò all’istituzione di un Dipartimento unico gestore della cooperazione tecnica e finanziaria all’interno del MAE [36] , con a disposizione un budget di 300 miliardi di lire. E’ da rilevare che questo testo unificato dovrà aspettare ben due anni prima di essere approvato, ciò avverrà, infatti, solo il 18 gennaio del 1979.

La 3° fase, detta “di politicizzazione” (1979 - 1987), ritenuta da Isernia come “ la più vivace e rilevante” [37]
, si apre con la legge n. 38 del 1979 dal titolo, “Cooperazione dell’Italia con i Paesi in Via di Sviluppo”. In linea con il passato, si riafferma la centralità del ruolo di coordinamento del MAE, il collegamento implicito tra politica di cooperazione e politica estera, il mantenimento del comitato consultivo [38] e quello direzionale [39] , la distinzione della gestione tra fondi bilaterali e multilaterali. La novità consiste nell’ampliamento della definizione della cooperazione allo sviluppo, che da assistenza tecnica passa ad essere intesa c di vera e propria cooperazione allo sviluppo. Questa vive, però, un rapporto conflittuale interno tra “politica altruistica”, basata sui principi di solidarietà enfatizzati a livello internazionale (ONU), e “politica egoistica” [40] , guidata dalle relazioni economiche internazionali. Nata dal compromesso tra i sostenitori dell’Agenzia e coloro che volevano mantenere le competenze del MAE, è la creazione di un Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo, equipollente ad una Direzione generale. Vengono, inoltre, istituiti due fondi bilaterali, cioè il “Fondo speciale per la cooperazione allo sviluppo” [41] e il “Fondo rotativo dei crediti d’aiuto” [42] .

Questa fase fondamentale, può essere divisa anch’essa in tre sottofasi:

v     “la politicizzazione del tema” (1979 – 1983);

v     “la creazione del FAI” (1984 – 1985);

v     “L’azione del Fondo Aiuti Italiano e l’approvazione della legge n. 49”(1985 - 1987) [43] .
La lentezza di funzionamento della legge 38/79, i conflitti burocratici tra le strutture [44]
, il cattivo funzionamento del CIPES [45] , i problemi di coordinamento interministeriale [46] , il sotto-dimensionamento quantitativo e qualitativo del personale del Dipartimento, apre la 1° sottofase. In questo contesto, viene lanciata una campagna dal partito radicale incentrata sul problema della fame nel mondo. La campagna puntò, in un primo momento, ad attirare l’attenzione sul tema, in un secondo, alle proposte ed, in un terzo, più alle critiche. Lanciata da Marco Pannella, che prendendo spunto nel 1979 da un rapporto dell’UNICEF che prevedeva la morte di 17 milioni di bambini per mal e denutrizione, richiamò l’attenzione dell’opinione pubblica sulle tematiche della cooperazione allo sviluppo. I punti centrali della campagna di Pannella erano sia di carattere giuridico, in relazione al rispetto dell’Italia sia delle leggi vigenti [47] che degli impegni contratti a livello internazionale [48] per ridurre la fame nel mondo, che di carattere politico [49] .

A livello nazionale, attraverso digiuni, marce, dibattiti in parlamento. Se Pannella riesce, a livello nazionale a suscitare la prima riunione del CIPES (1979) e lo stanziamento di 200 miliardi di lire entro il 1980 .per raggiungere la media DAC dello 0,34% del PNL, e se a livello internazionale, riesce ad ottenere l’elezione di tre rappresentanti radicali al Parlamento europeo, la presenza italiana alla conferenza del 1979 dell’UNCTAD, al vertice di Venezia del 1980, all’assemblea delle Nazioni Unite, a Ottawa (luglio 1981) e a Parigi (settembre 1981), è anche grazie alla strategia adottata nella realizzazione dalla campagna di sensibilizzazione. La semplificazione del tema, la tangibilità della questione della fame nel mondo, l’affermazione della natura politica del problema, la possibilità di valutazione immediata del risultato dell’azione, il collegamento immediato tra il problema, salvare tre milioni di vite umane, e la soluzione finanziaria prospettata, 4.000 miliardi di lire, l’urgenza e la necessità della tempestività dell’intervento e “l’uso della pressione internazionale” [50] furono i punti di forza e di successo della campagna. In sede d’Unione, viene, infatti, approvata la risoluzione che impegna i paesi membri dell’UE a raggiungere una quota di APS pari allo 0,7% del PNL; viene inoltre istituita dai radicali, l’associazione “Food and Disarmament” e viene stilato il “Manifesto dei Premi Nobel” firmato da 53 Premi Nobel nel giugno del 1981, contenente un appello all’impegno di lotta contro la fame nel mondo [51] .

La fase di proposta mirava all’effettiva realizzazione dell’aumento dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo e alla raccolta di firme per presentare una proposta di legge d’iniziativa popolare dal titolo “Contro lo Sterminio per la fame e per una conseguente nuova organica politica di sviluppo”. [52]
Il prolungamento in Parlamento del dibattito fino al 1983, porterà i radicali ad attuare una dura critica nei confronti della politica di cooperazione allo sviluppo italiana, anche a fronte dei ritardi d’attuazione della legge n. 38 del 1979. Pertanto, si giungerà alla 2° sottofase detta “la creazione del Fai” (1984 – 1985), caratterizzata dall’aumento della sensibilità dell’opinione pubblica sul tema della fame nel mondo e delle potenziali risorse disponibili. Tra le varie proposte, la proposta Piccoli, presentata in Parlamento, è ispirata alle iniziative di Pannella ed è intenzionata a salvare entro 12 mesi 3  milioni di vite umane, grazie alla creazione di un Alto commissario per gli interventi straordinari contro lo sterminio per la fame, all’interno del MAE, capace di attivare grandi interventi (come accordi internazionali con organizzazioni intere alle Nazioni Unite) e reclutare personale (con contratti a tempo determinato), sottoposto al controllo politico del MAE sulle attività, grazie ad un comitato parlamentare d’indirizzo per gli interventi straordinari contro lo sterminio della fame [53] . Per il partito comunista invece bisognava migliorare la legge 38 del 1979, accorpando l’intervento straordinario a quello ordinario [54] , vista la natura strutturale delle cause della fame [55] . A queste proposte se n’affiancarono anche delle altre [56] , a dimostrazione del fermento politico del momento. Il governo decise di affrontare il problema in due momenti. In relazione all’intervento emergenziale, nominava un commissario straordinario [57] , e istituiva un Servizio speciale nell’ambito del MAE alle dirette dipendenze del commissario e lo stanziamento di 1.500 miliardi di lire da spendere in 3 anni [58] ; mentre rimandava la decisione in materia di riforma della cooperazione allo sviluppo. Veniva così emanata l’8 marzo del 1985 la legge n. 73 dal titolo “Realizzazione di programmi integrati plurisettoriali in una o più aree sottosviluppate caratterizzate da emergenza endemica e da alti tassi di mortalità”, che prevedeva la nomina di un sottosegretario di stato per gli affari esteri con l’attribuzione di poteri straordinari esercitati con il supporto del FAI (Fondo Aiuti Italiani). Con questa legge si istituiva, infatti, un Fondo finanziario destinato all’aiuto italiano ai paesi in via di sviluppo, gestito dal MAE, attraverso un organismo ad hoc che realizzava provvedimenti d’urgenza ed emergenza. Il lavoro del FAI, guidato da motivazioni di carattere emergenziale, e agendo nell’ottica del breve periodo, ha destinato i fondi sulla base dell’urgenza delle necessità dell’intervento. Si assistette, pertanto, all’aumento del volume di spesa, fissata a 1.900 miliardi di lire in un periodo di 18 mesi [59] . Il FAI è passato alla storia soprattutto per le sue modalità di impiego (a pioggia e poco trasparenti) dei fondi messi a disposizione [60] . Pertanto “I dirigenti del FAI incaricarono il Centro di studi e piani economici, (con convenzione del 1986), di studiare e proporre un sistema di permanente valutazione dei programmi del FAI e di informare il pubblico in generale e gli operatori del FAI in particolare sugli esiti di detti programmi” [61] . Numerose sono state le critiche rivolte alla sua gestione, sostenute anche da un’indagine parlamentare. Fanciullacci, per esempio, partendo dalla valutazione dell’aiuto italiano in Somalia (1981-1990) critica profondamente l’operato del FAI, che oltre ad essere caratterizzato da una serie di debolezze tipiche della gestione all’italiana, “in cui si realizzano strade o altre opere che risultano assolutamente dannose […], ma attraverso la cui gestione si alimentano e mantengono interessi illegittimi” [62] , si distingue per una serie di “peccati capitali” [63] , determinanti il fallimento di questa istituzione, quali [64] :

v     Bisogni di base e tipo d’investimento. Il FAI non equilibrando investimenti di sviluppo sociale a quelli economici, trascurò completamente i bisogni di base, quali       sanità, istruzione, servizi, istituzioni.

v     Vitalità. Il Fondo produsse progetti non sostenibili, “privi di qualsiasi fondamento logico, dei “cadaveri, nel senso progetti morti, senza sviluppo”.

v    
Istitutional building. Non attivando un processo di creazione e/o rafforzamento di competenze e capacità istituzionali locali, l’intervento del FAI non produsse né       sviluppo né ownership, ma producendo oggetti, finì col deteriorare le istituzioni locali, arricchendo pochi imprenditori italiani.

v    
Programmazione. Gli interventi del FAI furono guidati da logiche scoordinate e incoerenti tra loro, logiche in cui mancava un minimo di programmazione. Ciò non       solo determinò un fallimento delle iniziative italiane, ma nonostante l’Italia “copriva il 46% del totale dell’APS” [65]
     , questa carenza programmatica non determinò una sua posizione centrale tra i vari donatori.

v    
Interlocutori ed interessi. L’Italia, non solo ha instaurato solo con la controparte governativa un dialogo diretto, ignorando gli altri attori del territorio, ma anche a       livello nazionale ha subito le pressioni di una lobby economico-industriale, per nulla interessata allo sviluppo umano, alimentando corruzione e insostenibilità.

Nella fase successiva, 1985 - 1987, si rilevarono non solo le difficoltà e la lentezza del processo di riforma dell’assetto complessivo della cooperazione allo sviluppo, dovuto alla separazione del dibattito sulla riforma della legge n. 38 da quello per la lotta contro la fame nel mondo, ma anche la notevole varietà di posizioni politiche, la mancanza di un disegno di legge governativo, il calo di interesse per il tema e l’assenza dell’azione del partito radicale all’interno del dibattito. Solo nel 1987, grazie ad un comitato ristretto, si giunse all’approvazione della legge n. 49 del 1987, sia perché la legge n. 73 era ormai scaduta da tempo, sia perché le pressioni del partito comunista di riconduzione dell’intervento straordinario all’interno dell’intervento ordinario si facevano sempre più forti, sia per le forti critiche mosse all’esperienza del FAI[66].

L’approvazione della legge 49/87 nasce proprio e soprattutto dal bisogno di ricondurre l’esperienza del FAI all’interno del Dipartimento.

Tutte queste critiche e ripensamenti porteranno alla 4°- fase “di istituzionalizzazione” (1987 - inizi 1990), che si apre con l’approvazione della legge n. 49 del 26 febbraio del 1987, definita “il male minore” [67].
La legge n. 49 del 1987, legge che regola attualmente la cooperazione allo sviluppo in Italia, ha ampliato la definizione della cooperazione allo sviluppo, in essa sono infatti inclusi obiettivi sociali, politici ed umanitari. L’articolo 1 definisce “La cooperazione allo sviluppo” come “parte integrante della politica estera dell'Italia e persegue obiettivi di solidarietà tra i popoli e di piena realizzazione dei diritti fondamentali dell'uomo, ispirandosi ai principi sanciti dalle Nazioni Unite e dalle convenzioni CEE-ACP. Essa è finalizzata al soddisfacimento dei bisogni primari e in primo luogo alla salvaguardia della vita umana, alla autosufficienza alimentare, alla valorizzazione delle risorse umane, alla conservazione del patrimonio ambientale, all'attuazione e al consolidamento dei processi di sviluppo endogeno e alla crescita economica, sociale e culturale dei paesi in via di sviluppo.” [68] La legge si concentra, come rileva Isernia [69] , sul ricevente, selezionato in base al livello di povertà, al tipo di politiche da esso attuate e al soddisfacimento di alcuni criteri, punta inoltre all’impegno a lungo termine e alla concentrazione geografica dell’aiuto.

Essa istituisce la DGCS (Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo) che concentra in sé le competenze e le responsabilità del vecchio Dipartimento previsto dalla legge 38/79, e del FAI previsto dalla legge 73/85. Gode di ampi poteri decisionali, con controlli di ragioneria, ed è composta da personale diplomatico, dipendente da altre amministrazioni ed esperti. In particolare si occupa dell’ “ […] istruzione delle questioni bilaterali e multilaterali attinenti alla politica di cooperazione allo sviluppo e all'espletamento, in via diretta o indiretta, delle attività necessarie alla realizzazione dei programmi e delle iniziative bilaterali finanziate con le risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo” [70]
. Inoltre, prevede l’istituzione di alcuni Comitati che mostreranno di non essere in grado di aiutare né nel coordinamento, né nella coerenza delle strategie d’azione, né nell’individuazione di una mission definita, e questo anche per l’esistenza al loro interno di discrepanze e di differenti logiche politiche, organizzative ed amministrative [71] . Questa legge, infatti, istituisce un Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo (CICS), presieduto dal Ministro degli affari esteri e composto dai Ministri del tesoro, del bilancio e del commercio estero. Esso delibera le iniziative, monitora lo stato d’attuazione e i risultati della cooperazione allo sviluppo, approva, su presentazione del Ministro degli affari esteri, la relazione annuale sulla dell’anno finanziario passato [72] . Tale legge istituisce anche il Comitato consultivo per la cooperazione allo sviluppo, composto, sulla falsariga della legge 38/79 da un numero elevato di esponenti del mondo della cooperazione con particolare attenzione alla rappresentanza plurima di esperti, settori e sessi [73] . Tra gli altri, sono membri, il direttore generale della DGCS e il direttore generale per gli affari economici del MAE, mentre la presidenza è affidata al Ministro degli affari esteri o dal Sottosegretario delegato. [74] Inoltre è istituita una Commissione per le organizzazioni non governative [75] , presieduta dal direttore generale della DGCS, in cui siedono sia rappresentanti del MAE, delle ONG, delle confederazioni sindacali che esperti. “Tale Commissione esprime pareri obbligatori anche sulle revoche di idoneità, sulle qualificazioni professionali o di mestiere e sulle modalità di selezione, formazione e perfezionamento tecnico-professionale dei volontari e degli altri cooperanti impiegati dalle organizzazioni non governative.” [76]

Per quanto riguarda le competenze bilaterali e multilaterali, esse risultano divise tra il Ministero del tesoro e il MAE, dal punto di vista non solo politico, ma anche finanziario. Infatti, i fondi multilaterali internazionali e di partecipazione al capitale di banche sono gestiti, durante la fase negoziale/amministrativa dal Ministero del tesoro e durante la fase politica dal MAE [77]
. Invece, i contributi volontari e delle organizzazioni internazionali, sempre di carattere multilaterale, proposti dalla DGCS, sono autorizzati dal CICS. In relazione ai fondi bilaterali, il “Fondo speciale per la cooperazione allo sviluppo” è gestito dalla DGCS mentre è titolare del “Fondo rotativo dei crediti d’aiuto” il Ministero del tesoro ed è gestito dal Mediocredito centrale.
L’assetto istituzionale previsto per la cooperazione allo sviluppo nel 1987 è rimasto più o meno inalterato, e ciò rappresenta uno dei tanti motivi che porteranno la cooperazione italiana ad affrontare la 5° fase. Essa, in un primo momento, vive una fase “di crisi” vera a propria (dal 1990 alla prima metà degli anni novanta), ma nella seconda metà del decennio, vive un processo di riorientamento e ripensamento orizzontale e verticale di strategie e metodologie di azione. Meccanismi di maggiore trasparenza e controllo istituzionale si confrontano con la richiesta di maggiore concertazione delle strategie politiche [78]
. La cooperazione allo sviluppo italiana, è caratterizzata da un modello non tanto strategico ma piuttosto anarchico o pattumiera [79] , come definito da Isernia, in altre parole, da un modello nato dall’incontro tra causalità e intenzionalità. Fino, infatti, al 1995 circa, conflittualità e paradossi hanno caratterizzato lo scenario. Forti contrasti hanno guidato il dibattito. Disaccordi sulle modalità d’azione e politiche hanno caratterizzato la dialettica interna ai partiti, scontri sulla differente rilevanza attribuita e da attribuire agli argomenti hanno creato fazioni e contrapposizioni, tecnicismo legislativo e organizzativo hanno allontanato da rilevanti questioni più prettamente politiche. Le opere di ridefinizione dell’assetto legislativo, più che semplificare ed essere funzionali all’opera di cooperazione allo sviluppo, furono, come rileva Isernia, strumenti di “complessificazione”. Alle conflittualità si aggiungono i paradossi. Di fronte le pressioni nazionali e internazionali, richiedenti un maggiore impegno della politica italiana per la cooperazione allo sviluppo, l’Italia ha risposto intensificando azioni, interventi e risorse, nonostante la manchevole dotazione di strumenti giuridici e di strutture politiche.

Questa fase di forte crisi, relativa alla prima metà degli anni novanta, riguarda anche l’andamento dell’APS [80] , che si riduce decisamente.


Rappresentazione grafica dell’andamento dei valori assoluti dell’APS, nelle diverse fasi evidenziate da Isernia.

Tra il 1986 e il 1989 l’APS ha raggiunto il suo massimo livello: lo 0,42% del PIL. Nella prima metà degli anni novanta si registrato una sensibile diminuzione: dallo 0,31%, nel 1994 l’aiuto italiano è disceso allo 0,27%. Nella seconda metà degli anni novanta la tendenza negativa si è accentuata e l'aiuto è passato allo 0,11% nel 1997. Per il triennio 1999-2001, l’APS si è aggirato intorno allo 0,15% del PIL. Sebbene il Governo e il Parlamento italiano continuino a dichiarare di voler aumentare progressivamente l'APS fino a raggiungere la media dei paesi donatori del DAC-OCSE (circa lo 0,22-0,23%), non esiste nessuna politica concreta, anche se è da rilevare che nel 2002 esso era pari allo 0,20% [81]
.

Paesi

1989

1990

1991

1992

1993

1994

1995

Canada

0,50

0,44

0,44

0,46

0,45

0,43

0,42

Francia

0,54

0,65 

0,62

0,63

0,63

0,64

0,55

Germania

0,41

0,42 

0,40

0,39

0,36

0,34

0,31

Italia

0,42

0,31 

0,30

0,34

0,31

0,27

0,14

Giappone

0,30

0,31 

0,32

0,30

0,27

0,29

0,28

Regno Unito

0,31

0,27 

0,32

0,31

0,31

0,31

0,29

Stati Uniti d’America

0,15

0,21 

0,20

0,20

0,16

0,14

0,10

 

Paesi

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

Canada

0,32

0,34

0,29

0,28

0,25

0,22

0,28

Francia

0,48

0,45 

0,41

0,39

0,32

0,32

0,38

Germania

0,33

0,28 

0,26

0,26

0,27

0,27

0,27

Italia

0,20

0,11

0,20

0,15

0,13

0,15

0,20

Giappone

0,20

0,22 

0,28

0,35

0,28

0,23

0,23

Regno Unito

0,27

0,26 

0,27

0,23

0,32

0,32

0,31

Stati Uniti d’America

0,12

0,09

0,10

0,10

0,10

0,11

0,13

Fonte: Da un rielaborazione di MAE-DGCS, Relazione annuale della politica di cooperazione allo sviluppo nel 2000 e Rete dell’APS (aiuto pubblico allo sviluppo), dai Pasei DAC verso I PVS e le Organizzazioni Multilaterali. (www.oecd.org), 2003.

Anche la composizione dell’APS è variata nel corso del tempo, i trasferimenti pubblici alla fine degli anni ottanta risultavano caratterizzati dalla netta prevalenza dell’aiuto bilaterale, mentre agli inizi degli anni novanta si riscontra un drastico calo dei fondi, con una prevalenza del canale multilaterale e multibilaterale [82]
. Il canale multilaterale è cresciuto in paragone con quello bilaterale dell’APS totale, la proporzione è di 70:30 nel 1998