Indice

PARTE II

6. IL POPOLO SAHARAWI, UNA COMUNITA' IMMAGINATA?

La storia del popolo saharawi
Il ruolo della comunità internazionale
La comprensione di un conflitto

La storia del popolo saharawi

L’analisi della storia del popolo saharawi, s’inserisce in questo lavoro per due motivi precisi, il primo è relativo alla particolare importanza del soggetto in questione, in quanto popolo in cerca di autodeterminazione, (risulta infatti difficile sentir parlare di Stato saharawi), il secondo, invece, riguarda l’importanza del ruolo che ha assunto la comunità internazionale in questa questione per l’affermazione dello stesso.

I saharawi, nonostante esistano da sempre, nonostante abbiano dato vita allo stato della RASD nel 1976 (Repubblica Araba Saharawi Democratica), non solo faticano a veder riconosciuto lo status politico della loro organizzazione statale, ma lottano anche, e ormai da 28 anni, per l’affermazione della loro esistenza in quanto comunità, per il riconoscimento del loro diritto ad autodeterminarsi in quanto popolo libero. Ma è possibile parlare di popolo saharawi? Come evidenziato altrove, spesso sussiste il problema di designare una comunità umana. Nazione saharawi, Stato saharawi, esiste, ma non se ne sente parlare, questo perché il termine nazione per l’ottica europea è sempre stata collegata al concetto di Stato. Parlare oggi di Stato nazione, definito nella sua forma classica come una persona giuridica territoriale sovrana costituita dall’organizzazione politica di un gruppo sociale stanziato stabilmente su un territorio, è difficile. Ma anche nell’utilizzo del termine nazione c’è un problema soprattutto per un continente come quello africano. Maurice Barbier [1] ritiene che la nazione così come concepita nella storia occidentale, non era sicuramente definita e delineata al momento della decolonizzazione, e che inoltre lo stato che avrebbe dovuto precedere la nazione, era in fase embrionale. Pertanto l’uso del termine popolo che “designa abitualmente la popolazione di un territorio determinato – generalmente colonizzato o dominato - che viene considerato come un insieme omogeneo o comunque unificato, tralasciandone gli aspetti della diversificazione.” [2] viene utilizzato in modo più sistematico. In tal modo ciò che risulta importante è la memoria storica, il passato comune, i legami socio-culturali [3] . Nel caso saharawi, l’affermazione dell’effettiva esistenza di un popolo che desidera organizzarsi politicamente in nazione e giuridicamente in Stato, è stata anche avvalorata, rafforzata e sostenuta dalla comunità internazionale, che in diverse sedi e in differenti momenti storici ha aiutato il popolo saharawi, se non a credere nella sua esistenza, almeno a continuare a lottare per un principio non solo sentito a livello ristretto e della comunità locale saharawi, ma tutelato, garantito e solennemente inserito nell’elenco dei diritti umani fondamentali: il diritto all’autodeterminazione. E’ possibile, quindi, parlare di un popolo saharawi? A questa domanda si darà una risposta alla fine di questo capitolo solo dopo una breve ricostruzione dei puzzle della storia saharawi e del ruolo che la comunità internazionale ha avuto ed ha tutt’oggi nella questione del Sahara Occidentale.

E’ d’obbligo in questa sede riportare una carta del territorio del Sahara Occidentale non solo per motivi illustrativi, ma perché come rileva Gaia Pallottino [4] , il Sahara occidentale è stato spesso un “paese cancellato”dagli atlanti [5] , ed anche perché nell’analisi di diversi atlanti sono stati rilevati molti errori di carattere geografico-cartografico, e, quindi, in questa sede, s’intende fornire un’informazione precisa non solo per dovere d’analisi, ma anche per lavorare nell’ottica della pace non si può partire da presupposti sbagliati, omissioni e dimenticanze.

 Fonte: www.arso.org

 

Casella di testo:

 Fonte: www.arso.org

 

Il Sahara Occidentale ha una storia lunga e difficile, ma senza di essa non si riuscirebbe a capire perché oggi esso è l’ultimo paese africano ad non aver ancora ottenuto l’indipendenza formale e sostanziale, una questione che tutt’oggi blocca il processo di integrazione dell’area maghrebina. Il Sahara Occidentale è il cuore delle comunicazione tra Marocco, Algeria e Mauritania, [6] e, quindi, la stabilità e la convivenza pacifica tra i popoli di questa zona è una priorità assoluta sia nei rapporti interni all’Africa settentrionale, che nell’instaurazione dei rapporti euromediterranei. Il Sahara Occidentale è vittima di gravissime violazioni dei diritti umani [7] , al tal punto da essere oggetto di continui pareri e risoluzioni dell’ONU [8] da determinare la mediandone dell’OUA, ecc. La storia del Sahara Occidentale è davvero particolare e si considerasse vera l’affermazione di Rajab Ali, cioè, che “L’ ex Sahara Spagnolo è la regione più triste, la più desolata, la meno abitata e la più arida di queste terre sahariane” non ci riusciremmo mai a spiegare perché dal 1884 ad oggi la questione del Sahara Occidentale non è ancora risolta, perché essa ha coinvolto l’interesse di paesi occidentali, quali Spagna, Francia e indirettamente Stati Uniti e paesi africani quali Algeria, Marocco, Mauritania, Libia, Tunisia. Il motivo è chiaro il Sahara Occidentale è un importante nodo strategico nel mediterraneo ed è anche, a differenza di quello che può sembrare, una terra ricca di risorse.

Cosa è successo nel Sahara Occidentale, chi è il popolo saharawi? Abitato dai berberi divisi in due gruppi rivali, i Sanhaja e i Veneti, fu invaso dagli arabi per tutto il periodo che va dal VII al XII secolo, tale evento determinò l’adozione della lingua araba. All’inizio del XII secolo la popolazione saharawi subì l’invasione marocchina, ma  l’evento che ha segnato la vita dei saharawi è la colonizzazione spagnola iniziata nel 1884-1885, anno della conferenza di Berlino in cui gli stati europei si spartirono a tavolino il continente africano, disegnando pertanto lo stato con i confini più artificiali del continente africano [9] , il Sahara Spagnolo. La presenza spagnola, durata meno di un secolo, ha avuto un’importante influenza sia nella costituzione del popolo saharawi sia nella definizione delle frontiere del Sahara Occidentale. Esse vennero confermate e definite a Parigi nel 1900 e nel 1904 e poi a Madrid nel 1912 [10] . Pertanto, la parte nord fino al parallelo 27°40’ andava sotto il protettorato marocchino, mentre l’altra parte più a sud, che comprendeva la Suguia el Hamra e il Rio de Oro, formava il Sahara Spagnolo ed aveva lo statuto di colonia della Spagna [11] . Fu solo verso la fine degli anni cinquanta, quando furono scoperti i giacimenti di fosfato nella città di Bu Craa, che la Spagna [12] si interessa al Sahara Occidentale insieme all’Algeria, alla Mauritania e agli Stati Uniti e soprattutto al Marocco, il  quale una volta raggiunta l’indipendenza nel 1956 [13] , punta alla realizzazione del progetto espansionistico definito del “Grande Marocco” [14] , nel quale rientrano il Sahara Occidentale, le Canarie e anche porzioni di stati già indipendenti come il Mali, l’Algeria, il Senegal e la Mauritania: A differenza delle altre, le rivendicazioni sul Sahara Occidentale si protrarranno fino ai giorni nostri [15] , nonostante la spagnolizzazione del Sahara Occidentale continuasse in modo sempre più costante [16] . Fondamentale in questo periodo è la prima risoluzione a favore dell’indipendenza del popolo saharawi, emanata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1963, sulla scia della risoluzione 1514 del 1960 [17] , che chiedeva alla Spagna di liberare il Sahara Occidentale per lasciare che il popolo saharawi potesse decidere liberamente del proprio destino attraverso lo strumento del referendum. Nel frattempo, infatti, la popolazione saharawi si era organizzata. Il primo nucleo indipendentista è quello di Ma’ el Ainin e dei suoi figli che, contrari al colonialismo europeo, decisero di stabilire nel lontano 1885 un polo di potere nazionalista nella città di Smara. In seguito nasce nel 1968 intorno a Mohammed Sidi Ibrahim Basiri, un giovane giornalista saharawi, un Movimento di Liberazione del Sahara (MLS), che però a causa della morte del suo stesso capo durante una repressione spagnola, si scioglie nel 1970. Un altro gruppo si forma in Marocco tra studenti saharawi, dove agli inizi degli anni settanta, si forma un nucleo intorno a El Ouali Mustafa Sayyed, che insieme a Mohammed Ould Ziou matura la decisione di fondare un movimento armato di liberazione del Sahara Occidentale. Ed è così che il 10 maggio del 1973 si costituisce il Fronte Polisario (Fonte Popolare di Liberazione del Saggia el Hamra e Rio de Oro) che lotterà contro il colonialismo e che dal 1974 si prefiggerà come obiettivo principale l’indipendenza dalla colonizzazione spagnola. Nel frattempo la visione del Grande Marocco si era di gran lunga ridimensionata, anche se con scontri violenti [18] . A differenza di tutte le rivendicazioni marocchine, quella sul Sahara Occidentale non verrà mai abbandonata ed, in particolare in concomitanza con un periodo di crisi interna [19] , re Hassan decide, anche per restaurare il prestigio del suo Regno, di invadere il Sahara Occidentale, operazione considerata non di conquista di un territorio (operazione prettamente coloniale contro cui il Marocco aveva lottato) ma di recupero di un territorio, naturale prolungamento geografico, culturale, politico, storico del Regno del Marocco. Ovviamente ciò scatenò le reazioni dei paesi limitrofi. L’Algeria considera quest’espansione marocchina un attentato alla sua sicurezza, e a differenza della Mauritania, non rivendica il territorio del Sahara Occidentale, ma sostiene da allora il principio all’autodeterminazione del popolo saharawi [20] . Ma l’evento chiave che determinerà un cambiamento nel Sahara Occidentale e nella vita dei saharawi, sarà l’accordo di Madrid [21] del 14 novembre del 1975, che sancirà: il disimpegno della Spagna, la spartizione del Sahara Occidentale, (la parte meridionale andava al Marocco e la parte settentrionale alla Mauritania), l’inizio dell’esodo del popolo saharawi, con la reazione immediata del Fonte Polisario. Esso di fronte la notizia di spartizione del Sahara Occidentale, il 28 febbraio1976 proclama, infatti, insieme al Consiglio nazionale sahariano la nascita della RASD [22] (Repubblica Araba Saharawi Democratica).

Il popolo saharawi per sfuggire al genocidio, da allora, si rifugerà nel deserto algerino in prossimità di Tindouf, dove ancora oggi vive buona parte del popolo saharawi. L’occupazione marocchina verrà camuffata dalla “marcia verde” [23] , che vedrà il trasferimento di un ampia fetta della popolazione marocchina. Questo momento rappresenterà secondo Barbier Maurice “una frattura brutale e profonda” [24] nella storia del popolo saharawi. Da questo momento in poi, infatti, non solo le condizioni umane di vita saranno a dir poco, ma il lavoro, l’opera di diffusione, di radicamento del senso di appartenenza culturale, di comunanza socio-politica che si costruisce naturalmente all’interno di una nazione con una base territoriale compatta, diventerà difficile, spezzettata, faticosa, e spingerà la comunità saharawi a cominciare a sognare, ad immaginare di essere una nazione compatta, nell’attesa di potersi costituire su un unico territorio come tale. Ma spesso la forza dell’immaginazione, come ci insegna Anderson, può essere fondamentale nel processo di costruzione di identità. Ora, infatti, il popolo saharawi si trovava diviso in tre: una parte viveva nel territorio occupato dai marocchini (ad ovest del muro) [25] , una parte nel territorio liberato dal Fronte Polisario (ad est del muro) l’altra in esilio, soprattutto nei campi profughi algerini [26] . La RASD fu immediatamente riconosciuta da una serie di paesi, ad oggi 74 [27] , tra i quali l’Algeria, il cui supporto sarà fondamentale non solo dal punto di vista logistico, vista la presenza di saharawi a Tindouf, ma anche dal punto di vista militare [28] . Nel frattempo la Mauritania, a causa dell’onere economico dell’occupazione, della costante guerriglia portata avanti dal Fronte Polisario [29] , dell’assenza di una reale contropartita [30] e di fronte, anche, ad un colpo di stato che depone il presidente Ould Daddach, all’assunzione del potere da parte del colonnello Mustafa Ould Mohammed Salek, procedeva il 25 agosto del 1979 ad un accordo di pace con il Fonte Polisario firmato ad Algeri, in base al quale la Mauritania [31] si ritirava dalle zone occupate. E’ di fronte a questa scelta che il Marocco decideva di estendere ancor di più il controllo sul Sahara Occidentale, attraverso “la strategia dei muri” [32] , lunghi 2500 km che racchiudono 200.000 kmq di territorio [33] .

Ad accelerare il processo di riconoscimento internazionale della RASD e dell’autodeterminazione del popolo saharawi sarà l’OUA [34] , che nel 1979, attraverso l’istituzione del “comitato dei sette” o dei saggi, decide di elaborare un piano di pace che sancisce il diritto all’indipendenza e all’autodeterminazione del popolo saharawi ed impernia la sua decisione sull’istituzione di un referendum, garantito da una forza di pace dell’ONU, che recepisce questo input considerando il Fronte Polisario “ il  rappresentante del popolo saharawi” [35] . E’ poi nel febbraio del 1982 che la RASD è ammessa come 51° membro dell’OUA, nonostante il boicottaggio della decisone da parte del Marocco e di altre diciotto delegazioni. Ma l’OUA seguì il suo principio chiave, cioè quello dell’intangibilità delle frontiere coloniali, frontiere che il Marocco aveva violato, ciò provocherà l’uscita del Marocco dall’OUA [36] . Sarà la comunità internazionale che tra il 1990 e il 1991, ribadendo il principio di autodeterminazione del popolo saharawi in diverse sedi [37] porterà all’approvazione, nel 18 maggio del 1991 con una  risoluzione 690/91 [38] del Consiglio di Sicurezza, del primo piano di pace che oltre ad una serie di clausole prevedrà la formazione della MINURSO (Missione Internazionale delle Nazione Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale). L’attuazione del referendum era prevista per il 26 gennaio del 1992 e la missione aveva il compito di garantire il cessate il fuoco e, tra le varie clausole [39] , la determinazione del corpo elettorale saharawi. Sarà questa un’opera difficilissima a causa dell’ostruzionismo del Marocco [40] , per la difficoltà di identificazione delle persone che alla fine del periodo coloniale vivevano nel Sahara Spagnolo [41] , anche a causa della seconda marcia verde organizzata dal Marocco, alla quale prendevano parte tra 150.000 e 200.000 [42] coloni marocchini portando a 1 a 7 il rapporto marocchini/saharawi. Quello che è avvenuto è stata una sottovalutazione del problema, si pensava di identificare il corpo elettorale in 20 settimane e ma ancora nel 1996 non solo non si è ancora riusciti ad identificare i saharawi, ma nel 1996 si ha il blocco completo del piano di pace. Di fronte a questa situazione di stallo il Segretario Generale Kofi Annan, nomina un inviato personale per il Sahara Occidentale, James Baker, ex Segretario di Stato americano, che nel 1997 porta avanti le negoziazioni tra Marocco e Polisario, processo che sfocerà nell’Accordo di Huston, accordo che sposterà la data del referendum al 7 dicembre 1998.

Il problema dell’identificazione è difficile da risolvere, esistono, infatti, tribù contestate che corrispondono a circa 65.000 persone, che non sono saharawi, ma il Marocco vuole che vengano inserite nelle liste perché stanziatisi sul territorio del Sahara Occidentale successivamente all’epoca coloniale. Nel gennaio del 2000 i votanti individuati erano 85.000, ma il Marocco ha presentato 150.000 ricorsi rendendo così di nuovo impossibile il referendum. Il problema è che oggi il Marocco non è più intenzionato a concedere l’indipendenza e ha proposto la cosiddetta "terza via”, cioè fare del Sahara Occidentale una regione autonoma all’interno del Marocco. Ciò viene istituzionalizzato attraverso il Piano Baker I del 2001, nel quale si propone alle parti l’accettazione di un Sahara Occidentale autonomo all’interno del territorio marocchino. Tale decisone oltre ad essere rifiutata dal Fronte Polisario, determina anche una risoluzione S/RES/1359/2001 del Consiglio di Sicurezza [43] , nel quale le Nazioni Unite, per il rispetto della norma di autodeterminazione dei popoli, sostanzialmente rigettano  “la terza via”.

Baker ripresenta un nuovo piano, il piano Baker II [44] , accettando almeno in parte le critiche del Polisario e dell’Algeria, garantendo ai Saharawi un’effettiva autonomia nel Sahara Occidentale nei cinque anni precedenti il referendum, con maggiori/migliori garanzie internazionali contro le interferenze del Marocco. Solo i Saharawi voterebbero per l’autorità ad interim (per 5 anni),  anche se poi tutti i residenti voterebbero nel referendum finale. Il Piano viene rifiutato dal Marocco e accettato dal Polisario Pertanto il mandato della MINURSO è stato prolungato fino a gennaio 2003. Il 23 Aprile 2004 il segretario generale dell'ONU, Kofi Annan, chiede al Consiglio di Sicurezza di prorogare il mandato della missione nel Sahara Occidentale (MINURSO) di dieci mesi per cercare di realizzare un accordo con le parti che rallenta seriamente il processo. Il prolungamento del mandato della MINURSO, è stato accettato fino al 28 di febbraio del 2005, ed è molto più lunga di quelle adottate nell'ultimo anno dal Consiglio di Sicurezza, normalmente di due o tre mesi [45] .

Il problema è capire perché dopo 25 anni di lotte il Sahara Occidentale non sia ancora indipendente. Una prima risposta va ricercata nelle risorse. Infatti, stante l’analisi di Alberto Castagnola [46] , il Sahara occidentale sarebbe una delle coste più pescose dell’atlantico [47] , sarebbe il quarto paese più ricco di fosfati al mondo [48] , fosfati che in passato venivano trasportarti su un nastro mobile in territorio marocchino (il quale era allora detentore dei 2/3 di produzione mondiale di fosfati), sarebbe una meta ottimale per il turismo per la presenza di più di 100 km di coste, per le risorse artistiche, al tal punto da far concorrenza alle isole Canarie. Le ricerche continue della Spagna avevano, inoltre, portato alla scoperta di idrocarburi, minerali tra i quali l’uranio. E’inoltre accertata la presenza del ferro e del petrolio [49] , d’oro, urano e cobalto. E’ anche accertata una vasta falda acquifera sotterranea. Insomma il Sahara Occidentale non solo non è una terra povera e desolata e senza speranze, ma potrebbe addirittura essere un importante nodo geostrategico all’interno dell’area maghrebina, tendenzialmente scarsa di alcune risorse come l’acqua.

Il problema del popolo saharawi non è solo quello di affermare la propria esistenza, ma anche quello di non essere cancellato, non solo dagli atlanti, come si è detto all’inizio, ma anche fisicamente. Purtroppo una delle più grandi violazioni che avvengono nel Sahara Occidentale è, infatti, la scomparsa, il rapimento di saharawi in generale, tristemente famosi sono, infatti, i desaparecidos [50] . Oggi si contano ancora 800 civili saharawi scomparsi. Di fronte alla ricerca dei desaparecidos, Amnesty International è stata espulsa dal Marocco e la Croce Rossa Civile non ha accesso alle carceri [51] Le testimonianze delle torture, delle umiliazioni nelle carceri segrete in Marocco sono tante e documentate [52] . La violazione dei diritti umani non avviene solo per i desaparecidos, ma anche per coloro che vivono all’interno dei  muri (berm o rabotu) [53] dai quali non solo non possono uscire ma, ai quali, non possono neanche avvicinarsi, a causa della trincea che li circonda e a causa delle mine antiuomo, anticarro posizionate nei dintorni. Le fortificazioni sono dotate, inoltre, di radar e di postazioni militari ogni 4 km lungo il muro [54] . A ciò si aggiunge anche la vita difficile nei campi, dovuta alla salinità, alla durezza del suolo, alla sedentarizzazione forzata, che rappresenta un’esperienza di uno “Stato in esilio” [55] , organizzato in quattro tendopoli che riprendono i nomi delle città saharawi prima dell’invasione marocchina, una marocchinizzazione del Sahara non solo a livello militare ma anche e soprattutto a livello politico attuando oltre ad investimenti in alloggi, strade, edifici, un regime di repressione sulla popolazione civile. Oggi i saharawi lottano nel tentativo di ricostruire altrove uno Stato sahariano in nome di un popolo.
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Il ruolo della comunità internazionale

In un luogo dove conflitti s’intrecciano, si complicano fino a negare un’esistenza libera ad un popolo, come nel caso del Sahara Occidentale, il ruolo della comunità internazionale diventa decisivo. La questione troppo spesso dimenticata, la negazione di una legittima esistenza del popolo saharawi, la necessità di un sostegno per la ricomposizione dei rapporti dell’area e di soccorso alla popolazione locale per il soddisfacimento dei bisogni primari, sono solo alcuni tra i motivi che hanno spinto la comunità internazionale ad occuparsi del popolo saharawi.

Nell’area maghrebina le posizioni politiche sono state tendenzialmente due. Una verso l’integrazione, e l’altra verso la polarizzazione e la frammentazione dei rapporti [56] . Le potenze locali, nel corso del tempo, hanno assunto posizioni diverse. Tra esse, particolare importanza è da attribuire all’Algeria e alla Mauritania. Entrambe, appoggiano il processo di pace nel Sahara Occidentale e la lotta per l’autodeterminazione del popolo saharawi, per motivi non solo di solidarietà “ex coloniale”, ma anche per motivi geopolitici. Il Marocco se dovesse annettersi il Sahara Occidentale, non solo diventerebbe la potenza locale più importante e nodo geostrategico di collegamento tra l’Europa e il resto dell’Africa mediterranea, ma s’ingrandirebbe al tal punto da determinare, nell’area, il cosiddetto complesso dell’accerchiamento. Le altre potenze, in tal modo vedrebbero sminuito il loro peso e la rilevanza a livello internazionale. Soprattutto l’Algeria, come si vedrà in seguito, sta davvero appoggiando in modo cospicuo la lotta del Fronte Polisario, non solo dal punto di vista logistico e degli armamenti, ma anche dal punto di vista degli aiuti umanitari. L’annessione del Sahara Occidentale, oltre a rappresentare una grave violazione del diritto internazionale, e in particolare del principio dell’autodeterminazione dei popoli, rappresenterebbe sicuramente un punto di non ritorno nel processo d’integrazione maghrebina, che finirebbe per essere davvero, per non dire definitivamente, pregiudicato [57] .

Nel contempo, la comunità internazionale si è mossa su un doppio livello, quello del diritto internazionale e quello della cooperazione allo sviluppo. Ha, infatti, rivestito un duplice ruolo: di sostegno e affermazione internazionale del diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi e del riconoscimento della RASD, all’interno dei forum internazionali, e di sostegno umanitario e per lo sviluppo umano della popolazione saharawi. Il ruolo delle Nazioni Unite è stato molto importante ma anche criticabile, dato che il caso del Sahara Occidentale è sostanzialmente irrisolto.

Ma quale è tale ruolo? Le Nazioni Unite (soprattutto il Consiglio di Sicurezza) ha sostenuto una concertazione multilaterale per evitare un coinvolgimento troppo diretto delle potenze, locali e internazionali nella questione del Sahara Occidentale. Altro importante aspetto (soprattutto dell’Assemblea) è stato quello di favorire il processo di decolonizzazione e di ribadire il diritto all’autodeterminazione dei popoli, come principio cui appellarsi. E’, infatti, dal 1963 che il problema del Sahara Occidentale è stato inserito nell’agenda politica delle Nazioni Unite. Andrea Giardina ritiene “Nel contesto di una lotta di liberazione nazionale dalla dominazione coloniale o straniera, l’argomentazione giuridica ha valore ed effetti da non trascurare. Evidentemente sono altri gli elementi decisivi per il successo di una lotta di liberazione quale quella del popolo saharawi; tuttavia le questioni giuridiche, soprattutto quelle di diritto internazionale, sono suscettibili di incidere sulla soluzione di problemi importanti di carattere politico, economico e sociale [… ]. La consapevolezza dei propri diritti e, specialmente, di quello essenziale di autodeterminazione, con la connessa certezza circa il fondamento giuridico delle azioni da intraprendere, costituisce un importante contributo alla causa dell’indipendenza nazionale. In particolare ciò permette ai protagonisti del movimento di liberazione di conoscere con sicurezza i comportamenti di astensione e neutralità che possono esigere dagli altri soggetti e gli aiuti internazionali che possono domandare ed, eventualmente ottenere” [58] . Le rivendicazioni sociali, le sofferenze umane possono trovare un canale giuridico di protesta e soprattutto di ascolto.

La più importante risoluzione riguardante il principio di autodeterminazione dei popoli, è quella del 1960 n. 1514 [XV] che abrogando sostanzialmente l’art. 73 [59] , afferma solennemente che deve considerarsi contraria alla Carta la “soggezione di un popolo al giogo straniero” [60] . Il valore di tale dichiarazione al momento non fu ben chiaro, ma oggi tale principio è communis opinio. A partire da quella data l’Assemblea Generale ha più volte ribadito il diritto all’ autodeterminazione del popolo saharawi, invitando infatti la Spagna a prendere le misure utili e necessarie all’esercizio di tale diritto. Ciò avvenne dal 1965 con la Risoluzione n. 2072 [XX] e nel 1966 con la Risoluzione n. 2229 [XXI], particolare importanza rivestono, inoltre, le Risoluzione del 1972 n. 2711 [XXVII] e quella del 1973, 3162 [XXVIII] [61] , le quali ribadivano con forza la necessità della concessione dell’indipendenza al popolo saharawi. Inoltre, viste le rivendicazioni territoriali del Marocco e della Mauritania sul Sahara Occidentale, il parere consultivo richiesto dall’Assemblea Generale alla Corte dell’Aia, portò all’emanazione della Risoluzione n. 3292 [XXIX]. Essa rappresentò non solo un’importante vittoria per il Fronte Polisario, dato che sancì la preminenza del diritto all’autodeterminazione da parte del popolo saharawi, ma fu anche un’importante base legittima su cui poggiare le rivendicazioni del popolo saharawi tutto.

La Corte Internazionale di Giustizia, interpellata nel 1975, dichiara che (1) non esistono legami di sovranità territoriale tra il Sahara Occidentale da un lato e il Marocco e la Mauritania dall’altro, che (2) la Risoluzione 1514 (XV) é applicabile alla decolonizzazione del Sahara Occidentale, e che (3) i Saharawi, gli abitanti originari del Sahara Occidentale, hanno comunque e sempre il diritto di esprimere il loro diritto all’autodeterminazione attraverso un referendum, diritto che (4) non può più esser ignorato, negato, limitato da nessuno.

Le Nazioni Unite (nelle loro duplici espressioni di Assemblea e di Consiglio di Sicurezza) hanno sempre ribadito la posizione formale di diritto al referendum per il popolo saharawi, in base al loro diritto alla decolonizzazione e al loro diritto all’autodeterminazione. Il Tribunale Permanente dei Popoli, inoltre, nel 1979 si è occupato del popolo saharawi e ne ha ribadito il diritto all’autodeterminazione. All’inizio degli anni ‘70 la Spagna riconosceva il suo dovere sia di realizzare un referendum per l’autodeterminazione nel Sahara che un censimento [62] . Da allora il referendum rappresenterà l’obiettivo da raggiungere per la risoluzione del conflitto nel Sahara Occidentale.

Tutt’oggi lo status internazionale del Sahara Occidentale, per l’ONU, è quello di un territorio da decolonizzare, incluso nella lista dei territori “non autonomi ”. Il Marocco non è incluso dalle Nazioni Unite tra i Paesi aventi un potere d’amministrazione, bensì rappresenta un paese che occupa illegalmente il Sahara. Anche le marce verdi organizzate dal Marocco partire dal 6 novembre 1975, sono state condannate dalle Nazioni Unite, in quanto rappresentano una violazione della quarta Convenzione di Ginevra che proibisce agli Stati di trasferire la loro popolazione civile nei territori occupati con la forza militare L’illegalità dell’occupazione marocchina è stata ribadita più volte dall’ONU, come violazione del diritto alla pace e all’autodeterminazione dei Saharawi. Il Consiglio di Sicurezza, per rispondere all’invasione dei civili e dei militari marocchini, emana, infatti, le risoluzioni 379 e 380 [63] che chiedono il ritiro immediato del Marocco dal Sahara Occidentale.

Tali atti internazionali evidenziano che il Marocco era ed è una potenza occupante e non amministrante, pertanto non ha alcun diritto di sovranità sul Sahara Occidentale, neanche economico e di sfruttamento delle risorse di questo territorio (ciò vale per la pesca, il petrolio, i fosfati, perfino la sabbia). Stante il diritto internazionale vigente, gli Stati non possono, quindi, riconoscere la situazione creata con la violazione di una norma, né considerare legittima l’occupazione militare illegale marocchina del Sahara Occidentale, con tutto quel che ne consegue.

Per il diritto internazionale tutti gli Stati devono appoggiare e garantire il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi e il piano di regolamento del conflitto, emanato  nel giugno del 1990 da Perez de Cuellar, Segretario generale delle NU [64] . Questo piano di pace è stato accettato dal Marocco di fronte all’ONU e, indirettamente, di fronte alla comunità internazionale tutta. L’averlo rifiutato in seguito o averne impedito la realizzazione, pretendendo una nuova identificazione degli aventi diritto al voto referendario, equivale, in base al diritto internazionale, ad un’azione illegale e quindi, da sanzionare.

Il mantenere con la forza una situazione coloniale può costituire uno dei presupposti per l’applicazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle misure previste nel Cap. VII [65] della Carta delle Nazioni Unite. Alla luce del diritto internazionale, il principio di autodeterminazione dei popoli costituisce un principio di particolare importanza ed efficacia, si tratta, infatti, di una norma cogente, di ius cogens, alla quale non è possibile derogare. Una Conseguenza immediata è quindi quella della nullità dei trattati che la contraddicono. Ai sensi dell’articolo 19 del Progetto di Convenzione sulla responsabilità degli Stati, la sua violazione rappresenta un crimine internazionale che, a differenza degli illeciti comuni, offende la comunità tutta e non solo quella direttamente colpita, pertanto, una norma ius cogens ha una ricaduta erga omnes [66] .

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948 afferma “Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato”, inoltre, anche il Patto dei diritti civili e politici, ratificato dal governo marocchino nel 1979 ribadisce l’illegalità dell’arresto e della detenzione arbitraria. Inoltre nel 1992 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha accolto la Dichiarazione per la Protezione di tutte le persone dalla sparizione coatta. Tutti questi strumenti giuridici internazionali puniscono e sanzionano anche la pratica della scomparsa dei saharawi per opera del governo marocchino e operano a favore dei desaparecidos [67] .

Importante, dal punto di vista del sostegno alla lotta del Sahara Occidentale, è il riconoscimento che la RASD ha ottenuto da 76 Paesi. Tra loro ci sono soprattutto Paesi non allineati, ex coloniali e del sud del mondo, che hanno già lottato contro la colonizzazione occidentale e/o la neocolonizzazione di potenze locali nate dall’indipendenza. Il riconoscimento di questi Stati, anche se non di quelli del nord del mondo, che non hanno ancora proceduto al riconoscimento della RASD, ha permesso a quest’ultima di poter accedere, a prescindere dalla posizione marocchina, ai forum internazionali.

L’evento che ha maggiormente legittimato lo status politico della RASD è stato nel 1982 l’ammissione, come 51° membro, all’Organizzazione dell’Unità Africana L’OUA [68] , istituita formalmente il 25 maggio del 1963, nasce con obiettivi precisi:

v     Promuovere l’unità e la solidarietà degli Stati africani;

v     Proteggere la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza degli Stati africani;

v     Sradicare il colonialismo;

v     Coordinare la cooperazione e gli sforzi per il raggiungimento una vita migliore per tutti gli africani;

v     Promuovere la cooperazione nel quadro della Carta dell’ONU e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Essa si prefigge, quindi, due obiettivi fondamentali, qualche volta contrastanti, quali l’affermazione della sovranità dello Stato da un lato, e l’intervento in casi di conflitto, attraverso un Meccanismo di Gestione dei conflitti, dall’altro [69] . L’OUA, pertanto, non poteva, sancendo il principio dell’inviolabilità delle frontiere, non occuparsi del Sahara Occidentale, ammettendolo come suo membro. Da allora il Marocco ha sempre cercato di espellere e la RASD dall’OUA. In un primo momento, con la minaccia del suo abbandono dell’organizzazione, cosa che è, infatti, avvenuta nel 1982, oggi il Marocco non fa più parte dell’OUA proprio per la presenza della RASD. In un secondo momento, con la pressione di una coalizione di Stati franco marocchina, quali il Senegal, il Gabón, il Burkina Faso, e lo Zaire, ha appoggiato la sua opera di delegittimazione della RASD dall’interno. Ma l’opera di delegittimazione della RASD da parte del Marocco non si è fermata qui: ha preteso, infatti, l’espulsione della stessa dall’OUA ma vista l’impossibilità di operare in questo senso, non essendo prevista una norma che regola l’espulsione di uno Stato membro, il Marocco ha cercato di dimostrare l’illegittimità dell’ammissione della RASD e quindi l’annullamento del processo di adesione. Secondo tale tesi la RASD non poteva essere ammessa, perché, non essendo stato effettuato ancora il referendum, il Sahara Occidentale non si è ancora espresso, e pertanto non può essere considerato uno Stato (art. 4, 27 e 28 della Carta dell’OUA). Secondo Il Marocco, infatti, l’ammissione della RASD, non solo è contraria all’articolo n. 4 che recita, “Tutti gli Stati africani, indipendenti e sovrani possono diventare membri dell’Organizzazione”, e all’art. 28.1 che prevede che nel momento in cui uno Stato ha intenzione di aderire deve comunicarlo al segretario, ma è anche contraria all’art. 27 della Carta che prevede che, in caso di condizioni d’ammissione non chiare, in relazione al requisito della statalità di un membro pretendente, bisogna votare a maggioranza dei 2/3 e decidere nel merito. Ma come evidenzia Carlos Ruiz Miguel, se vi potevano essere dei dubbi circa l’ingresso della RASD nell’OUA, essi erano relativi più alla convenienza politica della sua presenza nell’Organizzazione, che alla sua condizione giuridica.

Secondo questo autore, infatti, la RASD costituisce uno Stato perché possiede tutti gli elementi giuridici caratterizzanti: il popolo, il territorio e il potere. Se uno Stato si definisce tale, quando esercita un potere sovrano su una determinata popolazione in un determinato territorio, allora la RASD è uno Stato a tutti gli effetti. Il territorio della RASD corrisponde all’antico Sahara Spagnolo, il popolo saharawi è ben distinto da tutte le altre popolazioni abitanti la zona, anche se vive diviso tra territori occupati, territori liberati e campi profughi algerini, la sovranità la esercita sia sul popolo all’interno dei territori liberati che nei campi [70] .

A rafforzare il diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione, sono gli atti dell’OUA, che avendo contribuito alla formazione del primo piano di pace, al vertice di Khartorum, grazie all’istituzione di un comitato di saggi, ha esercitato la sua funzione di mediazione. Il lavoro dell’OUA ha molto aiutato le Nazioni Unite ad avvicinarsi al problema del Sahara Occidentale, facendo di questo rapporto ONU-OUA un ottimo modo di canalizzazione delle trattative aldilà degli interessi nazionali. Inoltre, è stato proprio al vertice di Nairobi che il Marocco ha accettato per la prima volta il referendum, anche se si era rivelata una manovra di carattere strumentale [71] . Inoltre, è stato proprio con un’iniziativa dell’OUA, la risoluzione n. 104, che Marocco e il Fronte Polisario si sono seduti al tavolo delle trattative, negoziando per il referendum: ciò ha significato un riconoscimento pubblico e definitivo del Fronte Polisario quale rappresentante unico e legittimo della comunità saharawi. Altro aspetto da non dimenticare è la duplice elezione della RASD alla vicepresidenza dell’OUA, la prima nel 1985 e la seconda nel 1988 in occasione del XXV anniversario della sua fondazione, eventi che hanno contribuito a rafforzare e a legittimare la sua presenza nell’organizzazione.

Il ruolo delle organizzazioni internazionali, anche se non è servito a risolvere il conflitto ha rappresentato un importante contributo per il rafforzamento della causa saharawi, dal punto di vista di fatto e di diritto. Uno dei grandi problemi del diritto internazionale è l’esercizio del principio d’effettività, cioè, l’avere il titolo legittimo ad esercitare la sovranità su un territorio e non poter/riuscir ad esercitarla di fatto. Nella dialettica tra titolo ed effettività, non è assolutamente immaginabile, soprattutto, dopo la nascita della Carta delle Nazioni Unite e dopo la Carta dei diritti dell’uomo, mettere in secondo piano i diritti fondamentali dell’uomo e dei popoli, quali il diritto alla libertà, alla dignità, ed alla libera scelta di governo politico del territorio.

La comunità internazionale, nelle sue maggiori espressioni, quindi non solo ha sancito giuridicamente la legittimità della lotta del popolo saharawi, ma ha riconosciuto alla RASD la caratteristica di statalità che le ha permesso non solo di essere considerata unica rappresentante del popolo saharawi, ma anche di accedere in qualità di Stato ad importanti forum internazionali.

Il ruolo delle organizzazioni internazionali, oltre ad essere stato fondamentale per l’affermazione giuridica della RASD e del diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi, è stato decisivo, come detto, anche dal punto di vista della cooperazione allo sviluppo. In particolare il caso del Sahara Occidentale ha attraversato periodi di luce ed ombre all’interno dell’attenzione della comunità internazionale tutta, la cui opera di cooperazione si è snodata attraverso diverse iniziative di carattere umanitario e politico dando, in tal modo, un contributo più materiale e concreto, necessario alla sopravvivenza del popolo saharawi. I programmi d’aiuto internazionale, pertanto, hanno diversa provenienza.

In generale le iniziative provengono dall’ONU attraverso due sue importanti agenzie quali il PAM (Programma Alimentare Mondiale) e l’ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). L’Unione Europea, opera tendenzialmente attraverso l’ECHO (European Commission’s Humanitarian Office). Da rilevare è, anche, il ruolo del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CI-CR), e la Mezza Luna Rossa Algerina.

I programmi d’aiuto sono realizzati in collaborazione con le istituzioni locali saharawi organizzate in Ministeri settoriali, e coordinate da due istituzioni: la MLRS (Mezza Luna Rossa Saharawi), il Ministero della Cooperazione. La MLRS e il Ministero della Cooperazione lavorano in concomitanza e in maniera complementare nell’ottica del coordinamento in loco delle diverse fasi dell’aiuto umanitario. Si occupano, infatti, di valutazione periodica dei bisogni, ricerca di risorse esterne, coordinamento e realizzazione di progetti e distribuzione ai beneficiari. Essi operano, informando e inviando indicazioni specifiche ai diversi Ministeri, soprattutto su tre settori fondamentali, quali l’alimentazione, l’assistenza medico-sanitaria e la fornitura di materiale logistico [72] .

Per quanto riguarda le strategie d’intervento, tutti gli organismi su citati, operano attraverso “una cellula di coordinamento” [73] .Questa cellula stabilisce, grazie a riunioni mensili, la distribuzione effettiva degli aiuti, in base alle possibilità complessive messe a disposizione da tutti i donatori. Il coordinamento tra le diverse fasi di distribuzione dell’aiuto è l’aspetto più difficile, perché deve commisurare le risorse alle esigenze locali. Le strategie d’intervento tengono tendenzialmente conto di due aspetti distinti ma collegati tra loro, quali la necessità di garantire un soddisfacimento immediato dei bisogni di base della popolazione saharawi e la necessità di appoggiare processi di sviluppo umano sostenibile [74] . Operano in una condizione di incertezza all’interno dei campi, attuando solitamente azioni di medio termine nella prospettiva di una risoluzione del conflitto. Tali modalità sono andate migliorando con il tempo grazie soprattutto alla presenza degli aiuti umanitari forniti da ECHO e il già accennato impegno della Mezza Luna Rossa Algerina. [75]

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha contribuito a sostenere la vita nei campi, a diversificare la dieta della popolazione, ed insieme al PAM ha sostenuto la qualità della vita dei saharawi, nomadi di tradizione, forzati e costretti adesso alla sedentarizzazione. L’ACNUR ha fornito oltre 25.000 tonnellate di aiuti, un quarto proveniente dall’Unione Europea e il resto proveniente da comitati europei di solidarietà. L’ACNUR rappresenta un importante interlocutore per il popolo saharawi. Opera sia nei campi profughi in Algeria, che nel Sahara Occidentale. Nei campi a Tindouf provvede alla protezione e all’assistenza di più di 165,000 persone e intrattiene rapporti con i rappresentanti dei profughi saharawi. Offre anche protezione e asilo politico ai profughi che si trovano nelle città. L’ACNUR lavora in collaborazione con il PAM, ma nonostante ciò gli aiuti, soprattutto nel settore della sanità, della salute e dell’alimentazione sono sempre scarsi. Dalla Risoluzione n. 1490, aveva instaurato con la MINURSO, un piano di confidence-building, per permettere ai profughi nei campi di intrattenere rapporti telefonici e postali con i propri parenti nel Sahara Occidentale. Tale piano però è fallito, soprattutto per la mancanza di un appropriato apparto legislativo nazionale. Gli sforzi sono stati fatti anche nell’ottica di stilare un “national asylum laws” [76] per stabilire “un sistema nazionale d’asilo” sia con il Marocco che con la Tunisia che permettono alle parti di lavorare. Progressi in tal settore sono stati fatti, invece, in Mauritania. Inoltre nel 2002 sia l’ACNUR che il PAM hanno realizzato una missione congiunta per problemi alimentari e non, ma la difficoltà di gestire sia i profughi che gli aiuti non ha portato a grandi risultati. In ultimo, l’ACNUR è pronta a rimpatriare i profughi, solo quando però, si realizzerà una soluzione politica del conflitto. Nel Sahara Occidentale, invece, l’UNCR opera, come detto, in collaborazione con la MINURSO e con l’Ufficio del Rappresentante Speciale del Segretario Generale, sia per monitorare gli sviluppi che per realizzare operazioni, maggiormente di confidence-building [77] .

E l’Unione Europea? L’Unione Europea è l’organismo internazionale che non solo si è espresso e schierato di meno sulla causa saharawi, ma è anche dominato da una forte incoerenza che si muove su due livelli. Il primo, più generico, relativo alla sua politica internazionale. Essa, infatti, ha assunto un impegno diverso riguardo ai differenti conflitti, e nel caso Sahara Occidentale, a differenza di quello israelo-palestinese, e a quello bosniaco, ha mostrato poco impegno ed interesse nella risoluzione dello stesso [78] . Il secondo, più specifico, ha visto l’incoerenza dimostrarsi proprio nella sua politica verso il Sahara Occidentale. Essa, infatti, non riesce ad assumere una posizione unica e coerente sul conflitto. Le cause di quest’incoerenza sono molteplici e sono relative soprattutto alla sua natura d’organo composito, soggetto in se di diritto internazionale ma composto, da un lato da diversi organi, come il Parlamento Europeo e la Commissione, dall’altro da diversi Stati membri.

Il Parlamento Europeo [79] , organo più indipendente dagli esecutivi degli Stati membri, si è espresso in favore dell’autodeterminazione dal 1975. In particolare, dalla seconda metà degli anni ottanta, ha emanato diverse risoluzioni e dichiarazioni in favore del popolo saharawi. Decisiva fu la posizione assunta nel 1992, anno in cui si rifiutò di firmare il quarto protocollo finanziario con il Marocco. In seguito, a causa della firma nel 1995 di un Accordo sulla pesca tra Marocco e Unione Europea, gli sforzi del Parlamento non ebbero più di tanto rilievo [80] . La Commissione Europea, invece, ha sempre evitato o comunque aggirato il problema del conflitto del Sahara Occidentale, soprattutto nell’instaurare rapporti politici, diplomatici ed economici con il Marocco, considerato un perno nella politica di dialogo euromediterraneo. Gli accordi sulla pesca susseguitisi dal 1988 [81] , dimostrano la costanza del rapporto UE-Marocco. Questi accordi, relativi sostanzialmente alle acque territoriali sahariane, non hanno fatto altro che sancire la legittimità economica, e indirettamente politica, della sovranità marocchina sulle risorse territoriali e marittime appartenenti al Sahara Occidentale [82] . L’aspetto ancora più contraddittorio sta nell’impegno cospicuo dell’Ufficio Umanitario della Commissione Europea, non solo in territorio algerino, ma anche nel Sahara Occidentale.

Esiste a livello europeo una Conferenza europea di Coordinamento del supporto al popolo saharawi, e una “Task Force per il Sahara Occidentale” [83] creata da una coalizione di gruppi parlamentari, ma l’ente che si occupa in modo speciale del Sahara Occidentale è, infatti, l’ECHO. L’Ufficio, il cui ruolo è quello di intervenire nelle crisi dimenticate, opera a favore del popolo saharawi dal 1993 e fino ad oggi ha stanziato più di 95 milioni di euro [84] . Nel corso degli anni, ha agito per evitare crisi alimentari nei campi, ad esempio nel 2001 ha finanziato la costituzione di una riserva alimentare utile per tre mesi di consumi. Nel 2002 ha stanziato, invece, 14 milioni di euro per far fronte alle gravi carenze nutritive. Oltre a fornire aiuti alimentari, fornisce anche medicine, coperte ed altri beni di uso quotidiano. Nonostante, la difficoltà incontrate da ECHO nella realizzazione dei suoi programmi, quali soprattutto l’inospitalità dell’ambiente, la mancanza d’acqua e cibo [85] , l’ECHO ha avuto il compito fondamentale di fare da forza motrice e da catalizzatore dell’interesse della società civile attraverso la realizzazione di un’iniziativa davvero di ampio respiro, cioè il “Consorzio di ONG europee” [86] di sostegno al popolo saharawi.

Dal “1976 ha luogo una Conferenza con cadenza annuale che raccoglie i rappresentanti dei comitati e delle Associazioni nazionali dei paesi europei, degli Enti locali e delle Regioni gemellate, dei Comitati locali, delle ONG, di sindacati, delle cooperative, delle organizzazioni giovanili, femminili e di volontariato che operano per la causa dell’autodeterminazione e dell’indipendenza del popolo saharawi, nonché degli intergruppi parlamentari esistenti nei diversi paesi e nel Parlamento Europeo, con lo scopo di realizzare un bilancio dell’azione svolta e di definire le attività e le iniziative” [87] . Durante la Conferenza annuale del 1994, da un’iniziativa per il coordinamento degli aiuti, che si inserisce all’interno dei “Piani Globali annuali di aiuto dell’ECHO” [88] , è nato il Consorzio delle ONG europee che stabilisce un lavoro comune e partecipato per “sistematizzare ed omogeneizzare le modalità e le procedure dei progetti: dalla fase d’identificazione dei bisogni, a quella delle spedizioni e delle distribuzioni, e al monitoraggio” [89] . Il Consorzio è composto oggi, da sette ONG, quali, Caritas International (Belgio), CISP-Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (Italia), Medico International (Germania), MPDL-Movimento per la Pace e il Disarmo e la Libertà (Spagna), Oxfam-Solidaritè (Belgio), PTM-Paz y Tercer Mundo (Spagna) e Solidaridad Internacional (Spagna). Tra le modalità di coordinamento, oltre all’elezione annuale e a turno di un segretario scelto tra le sette ONG, esiste un processo di dialogo e confronto realizzato attraverso tre riunioni l’anno, di cui una a Tindouf in Algeria, in cui avviene il coordinamento non solo tra loro, ma anche, con il Ministero dell’equipaggiamento, il Ministero della salute pubblica e con la MLRS.

L’impegno a livello internazionale, ed europeo in particolare, non si ferma all’aiuto umanitario, ma riguarda anche la tutela dei diritti umani. Da non sottovalutare è il lavoro di un’importante associazione internazionale, l’Ufficio internazionale per il rispetto dei diritti umani nel Sahara Occidentale (Birdhso), dell’Associazione delle famiglie dei prigionieri e dei desaparecidos nel Sahara Occidentale (AFAPREDESA), del comitato di coordinamento delle vittime saharawi di scomparsa forzata, del Forum Veritè et Giustice (FVG) sezione Sahara stanziata sul territorio del Sahara Occidentale e dell’Unione dei giuristi saharawi (UGS), tutti queste organizzazioni che da anni denunciano la violazione dei diritti umani e la sparizione delle persone. Amnesty International, inoltre, ha condotto campagne per gli scomparsi in Marocco. Delegazioni di Amnesty in Marocco hanno analizzato la questione dei desaparecidos, e a seguito della campagna di Amnesty del 1991 sono state rilasciate persone scomparse, tra cui duecentosessanta originarie del Sahara Occidentale [90] .

Come si diceva in precedenza, l’incoerenza della politica dell’Unione non si dimostra solo, attraverso le diverse posizioni dei suoi organi, ma attraverso le posizioni dei singoli governi nazionali che la compongono. La Spagna, oltre ad aver negato la legittimità dell’accordo di Madrid, soprattutto per la modalità di occupazione delle potenze marocchina e mauritana, ha sempre subito le pressioni del governo del Marocco, sia sul fronte degli interessi economici che sul fronte della sua sovranità [91] . Oggi appoggia pienamente il processo di autodeterminazione del Sahara Occidentale, ribadendo in ogni sede internazionale, la necessità e l’urgenza della celebrazione del referendum. Nonostante i suoi buoni rapporti sia con il Marocco che con l’Algeria, la Spagna sente di avere un forte legame con la popolazione saharawi, sia linguistico che storico. Il peso del rapporto instauratosi prima della decolonizzazione ha sempre rappresentato uno dei motivi determinanti l’appoggio spagnolo al processo di autodeterminazione saharawi, in nome di un implicito obbligo morale nei confronti di tale popolazione. La Francia è l’altra potenza interessata al conflitto. Essa nonostante abbia, a periodi alterni [92] , affermato il diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione, è legata da questioni politiche, economiche e culturali al Regno del Marocco. Essa considera il Marocco il nodo strategico, il primo punto di riferimento della politica francese nell’area maghrebina. La posizione francese rende più difficile un discorso di appoggio incondizionato al popolo saharawi all’interno delle sedi europee ed internazionali, visti i lunghi rapporti di amicizia con il Marocco [93] . Altri Paesi, soprattutto Irlanda, Grecia, Svezia, Finlandia e Austria, si sono espresse esplicitamente a favore dell’indipendenza del Sahara Occidentale, mentre altri, tra cui Germania, Italia, Olanda e Belgio lo hanno fatto in maniera più soft, attendendo la celebrazione del referendum per assumere una posizione ufficiale. Resta da rilevare che, nonostante le posizioni governative ufficiali, iniziative di solidarietà messe in atto dalla società civile e dalle Autonomie locali di tutti i Paesi qui analizzati, si sono moltiplicate nel corso del tempo e hanno offerto un importante appoggio ai saharawi. [94] I governi, però, pur defilandosi dal punto di vista politico, hanno realizzato, nel corso del tempo, non solo iniziative di carattere multibilaterale attraverso contributi da loro versati all’ACNUR e al PAM, ma anche attraverso iniziative di carattere bilaterale. Quest’ultime, indirizzate o direttamente al Fronte Polisario come sostegno alla lotta all’autodeterminazione o ONG, Enti locali e comitati di coordinamento, hanno comunque contribuito a sostenere dal punto di vista umanitario, il popolo saharawi. Ciò avviene in Spagna, Italia Svezia, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Germania, Francia, Austria, Svizzera e Portogallo e dal 1989 in Algeria [95] .

L’Unione Europea non assumendo una posizione precisa, non schierandosi con nessuna delle due parti in conflitto, sottovalutando il contrasto nella zona maghrebina, potrà davvero essere il perfetto mediatore ed interlocutore per la risoluzione finale del conflitto, come si reputa? E’ davvero improbabile. La posizione dell’Unione Europea è criticabile per due motivi precisi. Il primo è relativo all’evidenza dell’importanza della posizione assunta dall’OUA (ora UA) non solo nell’ammettere la RASD come membro della stessa, sancendone ufficialmente l’esistenza e la statalità, ma anche ponendosi come ponte mediatore nel conflitto e con le Nazioni Unite. L’OUA, avvicinando le Nazioni Unite alla causa saharawi, ha determinato una presa di posizione della stessa, un’emanazione di un piano di pace, un’organizzazione di una forza di pace, la MINURSO, un impegno della stessa per la risoluzione del conflitto, indipendentemente dalle forze locali. Ma è ancora più avvalorata dal secondo motivo, che vede soprattutto il Fronte Polisario [96] condannare sia il mancato ruolo di conciliazione assunto dall’UE, sia la legittimazione data al Marocco per lo sfruttamento delle risorse appartenenti al Sahara Occidentale.

Paesi come l’Italia, hanno preso posizioni politiche distinte da quelle umanitarie. L’Italia, dal punto di vista governativo e parlamentare ha assunto atteggiamenti che sarà interessante analizzare in seguito, adesso ci si focalizzerà sull’aspetto della solidarietà italiana, sia dal punto di vista dei soggetti agenti che delle iniziative per la causa saharawi, molteplici e multiformi. I soggetti che si sono attivati per iniziative di solidarietà per il popolo saharawi, sono associazioni locali e nazionali, ONG, Autonomie locali, ma è da rilevare la presenza di “comitati di sostegno al popolo saharawi formati essenzialmente da associazioni. Esiste un coordinamento che fa capo all'Associazione Nazionale di Solidarietà al Popolo Saharawi (ANSPS) con sede a Roma cui fanno riferimento i vari comitati regionali (Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia)” [97] . L’ ANSPS, si occupa, appunto del coordinamento di tutto il movimento, e si compone sostanzialmente di tre attività:

v     “Sostegno politico alla causa saharawi attraverso la mobilitazione degli enti locali e la pressione sul governo italiano e sull'Unione Europea;

v     Invio di aiuti alle tendopoli saharawi, sostegno a progetti di intervento e all'ospitalità di saharawi per motivi di studio o di salute;

v     Ospitalità di gruppi di bambini saharawi in estate.” [98]

Diversi sono, poi, i contributi delle varie Autonomie locali italiane. Reti di collaborazioni trasversali e transnazionali tra Comuni, Province e Regioni, si intrecciano nell’opera di appoggio al popolo saharawi. Un esempio è il lavoro di coordinamento svolto dalla Regione Marche [99] , sul territorio [100] e con l’istituzione di un tavolo operativo, che si impegna anche a livello interregionale sia sull’aspetto emergenziale che sanitario, attraverso una collaborazione con l’Emilia Romagna. [101] La Toscana ha istituito, oltre ad un Tavolo Paese, un coordinamento per il popolo saharawi, che prevede che “Possono essere soci del Coordinamento regionale: le Associazioni e i Comitati di Solidarietà con il Popolo Saharawi, le associazioni senza scopo di lucro che, comunque, si attivano per sostenere il Popolo Saharawi, gli Enti locali gemellati e non che intendono sostenere il popolo saharawi. Fanno parte del Coordinamento regionale tutte le Associazioni, i Comitati e gli Enti locali in regola con il pagamento della quota associativa nazionale. Possono partecipare al Coordinamento regionale anche quelle associazioni, comitati, enti che non aderiscono all'ANSPS e i cittadini interessati, ma senza diritto di voto” [102] . Tra i compiti del coordinamento c’è quello di “tenere i rapporti con le istituzioni regionali e nazionali italiane nonché con le istituzioni della RASD e con le sue rappresentanze in Italia” [103] . Inoltre, la Toscana è quella che ha realizzato il maggior numero di gemellaggi con il Sahara Occidentale, basti pensare che ce ne sono diverse in ogni Provincia della Toscana, Massa, Lucca, Firenze, Pistoia, Prato, Pisa, Livorno, Arezzo, Siena e Grosseto. E’ praticamente impossibile, elencare tutte le città toscane gemellate, ad esempio, solo nella Provincia di Firenze, sono gemellati 35 comuni [104] , Pisa ne conta 15, Massa 8, Pistoia 19. In Emilia Romagna l’impegno per il popolo saharawi, prevede non solo un coordinamento locale, grazie al Tavolo Paese, e la realizzazione di progetti in loco, ma anche realizza iniziative di importante rilievo politico [105] . Mentre, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia e Lombardia, svolgono più un’opera d’appoggio non sistematizzato, caratterizzato soprattutto da opere di gemellaggio, che, però, hanno anch’esse una rilevanza politica fondamentale.

Per quanto riguarda le iniziative, esse sono davvero molteplici ed eterogenee. Vanno da iniziative con cadenza annuale come la rete di accoglienza dei bambini saharawi in Italia nei mesi estivi, alla realizzazione, insieme ad associazioni locali europee, di “Carovane di Solidarietà” [106] che direzionano gli aiuti umanitari verso i campi in Algeria. Oltre al sostegno ai bambini, sono stati accolti molti studenti per il perfezionamento degli studi. Tra le ONG si distinguono il CESTAS, il CISP, il Progetto Sviluppo CGIL, il COSPE, solo per citarne alcune, tra le più impegnate nei campi profughi. Tra le esperienze più interessanti, c’è l’opera d’ospitalità dei bambini saharawi, attraverso gemellaggi tra città. I gemellaggi, oltre ad essere un importante strumento per la successiva accoglienza dei bambini, studenti e ammalati saharawi, rappresentano un importante strumento di appoggio politico e sostegno al processo di pace del popolo saharawi. Gli Enti locali, infatti, nel momento in cui decidono di instaurare un gemellaggio con una città del Sahara Occidentale, emanano di solito una dichiarazione di intenti, di impegno, d’appoggio e sostegno al Piano di Pace dell’ONU. Quindi, comunque, la dimensione politica che accompagna le opere di gemellaggio non deve essere sottovaluta. Nell’optare per un Paese piuttosto che per un altro, nell’optare per una città piuttosto che per un'altra, e soprattutto scegliendo di appoggiare una delle parti in conflitto, si può osservare come anche i gemellaggi, inseriti in un certo contesto di lotta per l’autodeterminazione, come quello saharawi, assumono caratteristiche politico-diplomatiche rilevanti, e rientranti in quell’opera di diplomazia, cittadina, parallela e paradiplomatica. Esiste, inoltre, una conferenza europea di città gemellate con il popolo saharawi, un forum europeo, e tante altre sedi d’appoggio decentrato al popolo saharawi. Ad oggi le città gemellate con il popolo saharawi sono più di 600 e il numero dei gemellaggi italiani nel 2001 era pari a 258