CONCLUSIONI
Quest’analisi sull’impegno emiliano romagnolo per la causa saharawi sollecita molteplici riflessioni.
La
prima riguarda il rapporto tra azioni di solidarietà e azioni politiche vere
e proprie realizzate dalla Regione. E’ evidente che il confine è davvero sottile.
Le azioni realizzate nell’ottica della solidarietà, del sostegno alle capacitazioni,
allo sviluppo umano, alle condizioni di vita del popolo saharawi sono dettate
da una sensibilità civile, prettamente caratterizzata dal sentimento di umana
condivisione delle difficoltà dei più deboli, gli ultimi, gli esclusi. L’espressione
di questa sensibilità sotto forma organizzata d’azioni di solidarietà internazionale,
è sintomo di una forte capacità civica della Regione di raccogliere le istanze
provenienti dal tessuto sociale. Altro discorso vale per le azioni politiche.
Esse nascono anche dalle capacità politico-istituzionali di un’Autonomia locale,
quale
La
posizione particolare della Regione Emilia Romagna, che realizza accordi di
carattere tecnico con
L’Italia
rientra tra uno di quei Paesi che non hanno ancora riconosciuto
Dal
punto di vista della cooperazione allo sviluppo e degli aiuti umanitari, infatti,
il governo italiano, attraverso il MAE e
Il
governo italiano da una parte s’impegna e dall’altra si defila, da una parte
conclude accordi di cooperazione economica con il Marocco e dall’altra invia
aiuti umanitari ai saharawi, da un lato resta al di fuori dei rapporti con
Il
primo accordo di cooperazione tecnica ed economica tra Italia e Marocco fu
stipulato a Roma nel febbraio 1961. Le priorità attualmente perseguite dalla
cooperazione italiana, ruotano attorno all'obiettivo centrale della lotta
alla povertà, comprendendo iniziative in settori quali la creazione e di impiego,
attraverso progetti riguardanti lo sviluppo rurale, il microcredito, il sostegno
alla creazione di infrastrutture sociali, la valorizzazione delle risorse
umane, l'estensione dei servizi primari, in primo luogo la sanità e l'educazione
di base. Esiste con il Marocco un accordo dal 1977, rinnovato tacitamente
nel 1986. Nel
Dal lato suo il Fronte Polisario, benaccetta tutte le posizioni governative internazionali, a prescindere dall’esistenza di rapporti di collaborazione degli stessi con il Marocco; ribadisce, infatti, in tutte le sedi, l’importanza internazionale del principio della collaborazione molteplice, canale sempre utile e proficuo ad un dibattito internazionale costruttivo. Il confronto tra Marocco ed altri Stati guidati da politiche tendenzialmente democratiche e orientate al decentramento politico istituzionale, può rappresentare, pertanto, un importante momento di riflessione per le politiche marocchine verso i saharawi. Ciò non toglie che il Fronte Polisario non perda occasione per riaffermare che tutti gli accordi che i governi instaurano con il Regno del Marocco, sono realizzati con un governo che viola due principi universali generalmente riconosciuti, quali l’autodeterminazione dei popoli e il rispetto dei diritti umani.
Di
fronte a questa posizione italiana, guidata sostanzialmente dalla separazione
dei principi politici da quelli umanitari, le comunità e le Autonomie locali
italiane n’esprimono una propria.
Le materie, oggetto di cooperazione regionale (socio-sanitarie) di carattere umanitario e non espressamente politiche, non suscitano problemi. Quello che in questa sede, però interessa rilevare è che il confine tra cooperazione decentrata e paradiplomacy è sottilissimo e sfuma, ridefinendosi così, sempre di più.
Dove
finisce il limite della cooperazione allo sviluppo, e in questo caso quella
della cooperazione decentrata, e comincia quello della politica estera? C’è
un limite netto tra le due? La zona grigia che le separa può essere considerata
come l’area di potenziale espressione delle istanze subnazionali? I fatti
dimostrano che tale zona grigia oltre ad essere zona d’indefinitezza politica
è anche luogo fondamentale per la proliferazione di rapporti partenariali
di solidarietà, sostegno e realizzazione di politiche di sviluppo umano.
Il
rapporto che ha instaurato
In un mondo dove la differenza tra la cooperazione a lungo termine è stata più volte invocata in nome dello sviluppo umano sostenibile al posto degli interventi a pioggia, o a breve termine, tutto sembra complicarsi. Ciò ha determinato rapporti solidi, consolidati e per molti aspetti paradiplomatici. Il Tavolo Paese per il popolo saharawi ha messo a confronto-contatto due realtà in via di redefinizione: il potere e la capacità degli Enti locali da una parte e la volontà di realtà subnazionali estere di intavolare politiche cooperative con direttrici politiche, non solo, diverse da quelle nazionali quanto, specifiche di uno Stato il cui riconoscimento è insicuro. Gli NCG stanno rispondendo alle richieste internazionali, delle Nazioni Unite, cioè, di lavorare per la pace e per l’autodeterminazione del popolo saharawi a livello internazionale.
Le
capacità di popoli che, a prescindere dal riconoscimento internazionale, lavorano
nell’ambito della politica internazionale e della cooperazione allo sviluppo
si è rafforzata molto.
Il
Ministro della Cooperazione Baba, nell’intervista fattagli, risponde che solo
l’incontro tra la loro politica estera con la cooperazione allo sviluppo a
livello internazionale, rappresenta un importante canale di ascolto per il
popolo saharawi, un canale rappresentato da una linea mediana immaginaria
tra la cooperazione allo sviluppo e
In uno scenario dove la tutela dei diritti umani, e a maggior ragione, quelli di diritto cogente, rappresenta una priorità assoluta della comunità internazionale, i confini tra ciò che è legittimo, legale, ufficiale, ufficioso, restano, ma sicuramente sono porosi, deboli e penetrabili. L’atteggiamento del governo italiano verso la questione del Sahara Occidentale è stato a dir poco debole e la società civile e le Autonomie locali, invece, nella fattispecie quelle emiliano romagnole sono state reattive e recipienti.
Nel contesto della cooperazione decentrata dove gli Enti locali sono diventati, in un certo qual senso, il contenitore territoriale–istituzionale delle istanze socio-politiche, la loro posizione è certamente più visibile e suscettibile a disappunti. Ma perché la cooperazione internazionale, nella veste politica estera, deve essere concepita come una materia di conflitto tra governi locali e governo nazionale? Oggi se la diplomazia portata avanti dagli Enti locali si chiama diplomazia parallela ci sarà un motivo. Essa non vuole confliggere, contrapporsi, competere o sostituirsi alla diplomazia ufficiale e governativa. Le politiche, nella fattispecie emiliano romagnole, vogliono essere un contributo, un’aggiunta, vogliono costituire un apporto innovativo e costruttivo nell’opera di cooperazione decentrata allo sviluppo umano, nella sue molteplici vesti di cooperazione internazionale e politica estera.
Che la cooperazione decentrata si sia posta, concettualmente, e negli studi degli esperti della cooperazione allo sviluppo, tra il governativo e il non governativo, tra le relazioni verticali e orizzontali, cercando in un certo qual senso di colmare il gap dell’interdipendenza evidenziato da Leaderlach, ciò ha significato, anche nell’agire, un porsi, sulla linea mediana tra cooperazione allo sviluppo e paradiplomacy. La cooperazione decentrata italiana si dispone anche nella pratica in una zona grigia, soggetta ad accuse, mozioni, ricorsi, indefinitezza, ma che può davvero essere utile e foriera di novità nell’ambito del panorama internazionale. Esiste un popolo che da quasi 30 anni paga umanamente solo per il diritto-desiderio d’autodeterminarsi, non solo diritto fondamentale dei popoli, ma dovere ineludibile della comunità internazionale, comunità multiforme in cui le Autonomie locali sono oggi protagoniste, riconosciute in tutte le sedi internazionali quali agenti, motori di sviluppo, e quali portatrici di valori, si sentono chiamati in causa.
Esiste
la probabilità di oltrepassare il limite della cooperazione decentrata per
sfociare in un’attività paradiplomatica.
Le
politiche della Regione Emilia Romagna nell’area maghrebina sono motivate
dalla volontà di portare avanti una politica di pace, basata più che altro
su un appoggio alla crescita della società civile locale attraverso opere
di sviluppo umano. Ed è per questo che ha intavolato politiche di cooperazione
con il popolo saharawi. Beninteso, attenzione per lo sviluppo umano è riposta
anche per la società civile marocchina.
L’Emilia Romagna non è l’unica Regione italiana riuscita a farsi portavoce delle istanze di un popolo. Ha però creato un Tavolo di riflessione e d’impegno, e portato fisicamente in Italia persone che per anni non potevano spostarsi, un popolo che vive lontano chilometri, che è stato a lungo ignorato ed inascoltato, che ha visto calpestati i diritti fondamentali, che lotta solo per poter decidere autonomamente come organizzare la suo sistema di governo. Lotta per poter votare, per esercitare un diritto fondamentale, per manifestare effettivamente la propria libertà individuale e politica. Se il Tavolo Paese rappresenta un ponte tra paradiplomacy e cooperazione allo sviluppo, si può però affermare che le politiche della Regione Emilia Romagna verso il popolo saharawi, sembrano spostarsi sempre più sul fronte della paradiplomacy contribuendo alla costruzione di un dialogo di pace tra le due parti del conflitto e assumendo, in tal modo, rilievo internazionale e una dimensione di vera politica estera.
Partendo dallo studio di caso realizzato è possibile elaborare riflessioni e rilevare tendenze di carattere più generale in atto, in un panorama segnato da trasformazioni che spingono alla ricerca d’approcci alternativi, nella cooperazione allo sviluppo come in altre aree. All’alba degli anni novanta, processi complessi attraversano lo scenario internazionale. Gli Stati nazionali, protagonisti indiscussi, fino a pochi decenni fa, della scena nazionale ed internazionale, cominciano a vedere messo in discussione il proprio ruolo. Sfide provenienti dall’alto e dal basso ridefiniscono il loro profilo. Il fenomeno della globalizzazione, attraversando e superando i confini nazionali, attribuisce alla sfera della non-statalità un’importanza crescente. Facendo della prossimità sociale, del confronto virtuale, dell’internazionalizzazione economica e dell’informazione trasnazionale, i suoi principi cardine, esso obbliga gli Stati a riformulare le loro politiche, a rivedere strategie e modalità d’azione. Nel contempo, sfide provenienti dal basso, rappresentate da nuove forme di appropriazione della politica e del territorio, operano ugualmente per una continua rielaborazione degli assetti socio-politico-istituzionali nazionali. Autonomie locali, con un inedito protagonismo internazionale, si fanno portavoce d’istanze socio territoriali, di rapporti e politiche estere inedite. Emergono, inoltre, nuove forme d’organizzazione politica delle comunità umane, per dirla alla Glassner, nazioni non Stato, quasi Stati, Stati ribelli, obbligano la politica e la diplomazia internazionale e rivedere le proprie forme di espressione.
Causa
e conseguenza di questo processo di rielaborazione di ruoli e scenari, è un
ampio processo di riorientamento della diplomazia. Forme plurali, molteplici
e diverse di contatto tra gruppi umani s’impongono nel panorama internazionale.
La cooperazione alla pace, allo sviluppo, e la politica estera s’intrecciano
costantemente, ridefinendo teorie e pratiche, in maniera fluida e mobile.
La cooperazione alla pace, tematica all’ordine del giorno in tutti i forum
nazionali ed internazionali, sfida e arricchisce problematiche e riflessioni
inerenti la cooperazione allo sviluppo. La multi track diplomacy, approccio
sistemico alla pace, diventa un paradigma centrale per la redefinizione di
ruoli, soggetti, modalità e strategie d’azione nella cooperazione e nella
politica internazionale, che opera per la risoluzione, o meglio per la trasformazione
dei conflitti. Nel contempo, a rielaborare contenuti e forme della diplomazia
statale, è
La cooperazione decentrata intercettando le richieste dei soggetti locali, di enti privati, del settore commerciale ed economico, di università, rivela il protagonismo inedito del territorio e delle Autonomie locali. Esse non solo cercano di interpretare e coordinare politiche e strategie d’azione, ma si fanno portavoce, a livello internazionale, delle istanze locali, nell’ottica del cosviluppo e del partenariato internazionale per lo sviluppo locale. Le parole d’ordine nell’approccio decentrato sono e restano, infatti, il partenariato che cerca di collegare comunità del nord e del sud del mondo, lo sviluppo attraverso lo scambio reciproco d’esperienze e abilità, il coordinamento e la coerenza delle politiche attuate, la costruzione di un dialogo e di un rapporto di fiducia reciproco. Nonostante la centralità di questi principi, non sempre essi trovano attuazione all’interno delle politiche nazionali ed internazionali, questo sia per la novità che caratterizza l’approccio decentrato sia per la capacità d’influenza delle scelte locali. Ciò, però, non sminuisce il valore e le potenzialità di quest’approccio, anzi ne valorizza lo sforzo di riorientamento delle politiche e delle strategie d’azione. Il collegamento internazionale, nazionale, locale sembra, quindi, trovare il proprio luogo privilegiato d’espressione nella cooperazione decentrata. L’analisi del ruolo che in essa svolgono le Autonomie locali, pone una duplice difficoltà d’analisi. La prima relativa alla loro definizione e collocazione nell’ambito del panorama complesso della cooperazione allo sviluppo, e la seconda relativa alla comprensione e alla valutazione concreta del peso di quest’ultima nell’ambito più generale. Esse si trovano in quella zona indefinita, sfumata che è il confine tra cooperazione decentrata, paradiplomacy e internazionalizzazione economica. Le Autonomie locali, in particolare, spesso rivestono il ruolo di soggetti attivi nell’ambito della politica estera. Questa circostanza ha fatto parlare di politica estera degli Enti subregionali e delle città.
Ma
in uno scenario dove gli Stati, nonostante vivano un’epoca d’erosione delle
proprie competenze e di crisi della centralità del proprio ruolo, difendono
la loro competenza esclusiva sulla definizione delle linee politiche estere,
come si collocano le politiche realizzate dalle Autonomie locali? In Italia,
il processo, anche se lento, di ridefinizione delle competenze dello Stato
e Regioni, da un lato incoraggia l’emergere, il fiorire e il proliferare di
vari rapporti esteri regionali, dall’altro impone limiti, condizioni e parametri
da rispettare nell’agire internazionale delle stesse, sia per una questione
di competenza storica sulla materia, sia per un’esigenza d’uniformità e coerenza
nella rappresentanza all’estero degli interessi e della politica nazionale.
Ciò a cui si assiste è un passaggio dal termine singolare “politica”, al plurale
“politiche”, e la pluralizzazione non avviene solo dal punto di vista terminologico.
D’altra parte la capacità delle Autonomie locali di lavorare in rete sul territorio,
e a livello globale, di farsi portavoce di istanze diverse, multiformi non
può e non sa più rispondere alle logiche unidir
Le linee divisorie ombreggiate e sfumate si frappongono tra tutte queste dimensioni, gli angoli, gli spigoli si levigano tra loro; tali zone, come conferma il caso qui in analisi, sono, spesso il luogo di potenziale fioritura di modalità alternative, attente al rispetto dei diritti umani, alla partecipazione, alla differenza, e al cosviluppo. In questo panorama, le politiche della Regione Emilia Romagna verso il popolo saharawi si collocano proprio in questa zona grigia, coinvolgendo le diverse dimensioni della politica internazionale. L’impegno della Regione caratterizzato dalla tendenza ad essere attiva e presente anche nel campo delle relazioni internazionali, possiede tutte le caratteristiche tipiche dell’approccio decentrato, quali l’attenzione al partenariato, al territorio, all’ascolto della società civile locale, ma si contrassegna anche per tutte le caratteristiche tipiche della paradiplomacy, quali quelle d’ingresso sulla scena politica internazionale, di promozione della democrazia e delle popolazioni in difficoltà, e possiede anche le caratteristiche tipiche della cooperazione alla pace, in quanto mediatori internazionali del conflitto nel Sahara Occidentale, attraverso un rapporto di fiducia reciproca instaurato con entrambe le parti in conflitto, grazie ad azioni sia di solidarietà che politiche. Il conflitto del Sahara Occidentale è stato segnato da una serie d’incoerenze e d’atteggiamenti contraddittori da parte della comunità internazionale, ma le Autonomie locali, e la società civile in generale, hanno saputo in generale offrire al conflitto ciò di cui aveva bisogno, cominciare ad intavolare processi di dialogo e costruzione di opere di pace, nell’ottica, se non della risoluzione del conflitto, almeno nella trasformazione dello stesso.
A
dimostrazione dell’importanza del nuovo ruolo delle Autonomie locali, non
solo in relazione allo studio di caso qui analizzato, due eventi recenti me
In sintesi, lo studio di caso realizzato offre l’opportunità di sostenere alcune tesi e di giungere ad importanti conclusioni.
- La cooperazione decentrata rappresenta, a livello internazionale, un approccio nuovo e multiattoriale, un vero e proprio laboratorio di sperimentazione, non ancora completamente consolidato a livello istituzionale e di mainstreaming ma ricco di potenzialità rilevanti. Non è né un modello d’azione predeterminato, nè un dispositivo, né uno strumento, un mezzo come tanti, attraverso cui realizzare politiche di sviluppo. Essa rappresenta un nuovo approccio in via di definizione, che punta alla realizzazione di politiche attente al decentramento, alla democrazia, al territorio.
-
In Italia, le Autonomie locali tendono sempre più a rivestire un’importanza
maggiore nei processi di sviluppo. La cooperazione decentrata italiana ha
assunto un carattere eminentemente territoriale. Il caso della Regione Emilia
Romagna mostra, inoltre, la nascita di partenariati interterritoriali all’interno
dello stesso nord, che contribuiscono alla realizzazione di politiche di sviluppo
umano sostenibile; un esempio è costituito dal suo rapporto partenariale tra
- La cooperazione allo sviluppo e anche la cooperazione decentrata italiana, rivelano la presenza di motivazioni sia economiche che geostrategiche. Diverse attività di cooperazione allo sviluppo sono guidate da politiche d’internazionalizzazione economica. Il caso delle politiche della Regione Emilia Romagna rivela, infatti, l’impegno della stessa anche sul fronte della promozione commerciale internazionale, soprattutto all’interno dell’Unione Europea e del Nord America. Il caso qui in analisi dimostra, però, che:
v
l’internazionalizzazione economica non è né l’unica logica informatrice della
cooperazione decentrata, né tanto meno, molte volte,
v le motivazioni all’agire internazionale possono anche essere esclusivamente politiche e solidaristiche, per la promozione della pace e dell’empowerment degli ultimi.
- L’approccio della Regione Emilia Romagna alla cooperazione decentrata e alla paradiplomacy, caratterizzato dalla modalità territoriale, conferma la presenza di un’analoga scelta a livello di tutta la cooperazione decentrata italiana. La cooperazione con il popolo saharawi, in particolare, avviene attraverso tre dimensioni:
v “costruzione e consolidamento dell’identità” sia cogliendo le istanze del tessuto socio-territoriale regionale -differenziando, pertanto, il suo molteplice contributo per la causa saharawi da tutte le altre Regioni italiane- che contribuendo umanamente e politicamente all’affermazione identitaria, locale ed internazionale, del popolo saharawi;
v “articolazione degli interessi regionali”, non solo sul territorio locale, facendo di esso la propria risorsa primaria -grazie al coordinamento realizzato attraverso il Tavolo Paese per il popolo saharawi- ma anche articolando e sistematizzando gli interventi nel Sahara Occidentale;
v “mobilitazione della politica territoriale”, riuscendo ad esprimere le istanze non solo solidaristiche ma anche politiche del territorio, che da impulsi sparsi e scoordinati sono diventanti importanti pezzi di un puzzle territoriale, articolato e pluriattoriale.
-
-
L’impegno della Regione si caratterizza anche per una “continuità” in crescendo.
Contribuendo alla questione saharawi dal 1993 con azioni solidali sciolte
e separate, ha cominciato dal
- La cooperazione decentrata opera, in taluni casi, come un vero e proprio strumento di pace. La multi track diplomacy ha evidenziato come la cooperazione allo sviluppo debba puntare alla trasformazione dei conflitti e all’instaurazione di dialoghi di pace a livello internazionale, attraverso tutti i canali possibili, tra cui rientrano decisamente, e con rinnovato valore, le Autonomie locali. La cooperazione decentrata, oltre ad essere luogo d’espressione di politiche subnazionali e interregionali, definite in questa sede di natura paradiplomatica, può diventare un catalizzatore per i processi di pace.
-
La cooperazione decentrata e i rapporti internazionali delle Autonomie locali
non si pongono necessariamente in una posizione di subordinazione o di conflittualità
con le politiche statali. Il lavoro delle Autonomie locali può rappresentare
un importante e decisivo contributo, sia alla cooperazione allo sviluppo governativa
che alla diplomazia ufficiale, e, in quanto momento d’interazione tra i soggetti
tutti della cooperazione allo sviluppo, anche con gli Stati nazione. L’impegno
delle Autonomie locali italiane per
- La cooperazione decentrata, nella sua espressione più politica ed intrecciata con la paradiplomacy, dimostra, inoltre, di essere:
v
un approccio diverso e innovativo, un modo nuovo di fare sia cooperazione
allo sviluppo che politica estera e non un’attività di second’ordine e di
“low politics”; bensì un incrocio, un laboratorio sperimentale nell’ottica
del decentramento e del locale transnazionale.
v
un campo caratterizzato, ancor più nel contesto italiano di riassetto e riforma
legislativa, da uno “status d’ambiguità”, dove aspetti di “soveregnity free”
e “soveregnity bound” nazional-regionali si scontrano e si incrociano, determinando
un ibrido in via di definizione, in cui si manifestano sia tensioni e contrasti
tra i diversi livelli della politica nazionale, sia convergenze foriere di
innovazioni e contributi inediti, proprio come nel caso qui analizzato;
v
un importante luogo simbolico in cui non solo il “government”, grazie al lavoro
internazionale delle Autonomie locali, si è territoralizzato e si appropriato,
attraverso il suo approccio bottom up, del tessuto sociale organizzato, in
cui non solo la “governance” si è espressa attraverso importanti attori della
società civile, ma che si colloca all’interno di quel fiorente processo di
“multilevel governance” che vede le Autonomie locali instaurare, in base al
principio del decentramento, su base interterritoriale, rapporti transnazionali
di grande apporto socio-politico, paralleli, aggiuntivi e innovativi a quelli
governativi.
In
conclusione e in generale, l’intreccio tra la cooperazione decentrata e la
paradiplomacy rivela di essere un mix di potenzialità e tensioni sottese ed
esplicite, nascoste e palesi, che nonostante sia in fase di ridefinizione,
rappresenta un innovativo e promettente “working-in-progress” e “learning
process”.
[3]
Da un’intervista con
il Rappresentante in Italia del Fronte Polisario,
[4]
Da un’intervista con
il Rappresentante in Italia del Fronte Polisario,
[5]
Nel 1991, secondo una
relazione predisposta dal governo italiano per il Parlamento, solo in quell’anno
sono state vendute armi a Rabat per 16 miliardi di dollari. Inoltre, rileva
che nel 1993 è stato concluso un accordo tra Italia e Marocco, per la vendita
di quattro corvette missilistiche ex iracheno da 250 milioni di dollari,
restate in carico alle società italiane a seguito del blocco imposto al
governo alle forniture per Bagdad. Tale decisione di trasferire al Marocco
queste due unità militari è stata denunciata dalla Lega Internazionale per
i diritti e la liberazione dei popoli. Mancinelli E., L’odissea del popolo saharaui, edizioni
dell’arco, CESTAS, Bologna, 1998, p. 88.
[6]
Secondo Mancinelli sarebbe
auspicabile che il governo italiano si comporti con il governo marocchino
tenendo presente il comportamento di quest’ultimo verso il popolo saharawi,
così come si è comportato il governo tedesco verso
[7]
Nel 1979 è al 10° posto;
nel periodo
[8]
Da un’intervista con
[9]
Da un’intervista con