Università degli Studi di Torino


FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE

Corso di Laurea Binazionale in Studi Internazionali



TESI DI LAUREA

in Relazioni Internazionali




Strategie di lotta del Fronte Polisario

per e con il popolo saharawi:

dalla lotta armata alla diplomazia internazionale






Candidato Relatore

Benedetta Pagotto Prof. F. Armao





Anno Accademico 2006-2007

Sessione Autunnale

INDICE




Il Fronte Polisario: una lotta militare e politica (1973-1990)


1.1. Nascita del Fronte Polisario

1.2. Il riconoscimento del diritto all'autodeterminazione

1.3. 1975: un anno decisivo

1.4. Le risposte politiche e militari all'occupazione

1.5. Sviluppi diplomatici e inizio del processo di pace



2.1. I primi “incidenti di realizzazione”

2.2. Il blocco del processo di identificazione dei votanti

2.3. James Baker e il rilancio del processo di pace

2.4. Una “terza via” come nuovo piano dell'Onu

2.5. Le violazioni dei diritti umani nei territori occupati


Società dei campi profughi: identità e rapporti internazionali


3.1. La rivoluzione sociale come strumento per l'indipendenza

3.2. La Rasd e il Fronte Polisario nell'amministrazione dei campi

3.3. Cooperazione internazionale e diplomazia

Dinamiche attuali e prospettive future della causa saharawi


4.1. Il coinvolgimento delle potenze regionali e mondiali

4.2. I negoziati del 2007

4.3. Possibile deriva islamista nel futuro del Fronte Polisario?




INTRODUZIONE E ORIGINI DEL CONFLITTO



INTRODUZIONE


La risoluzione 1514 (XV) del 14 dicembre 1960 costituisce il testo di riferimento delle Nazioni Unite in materia di decolonizzazione. Votata l'anno in cui 16 nuovi stati africani fanno il loro ingresso nelle Nazioni Unite, essa segna l'inizio di una vigorosa politica anticoloniale guidata dal Movimento dei Paesi Non Allineati, che porterà alla creazione del Comitato speciale sulla decolonizzazione nel 19611. Essa sancisce il diritto all'autodeterminazione per le popolazioni ancora soggette a qualsiasi forma di colonialismo, condizionando questa possibilità al rispetto dell'unità e dell'integrità nazionale.

La risoluzione 1541 (XV) votata il giorno successivo, precisa le modalità di esercizio di tale diritto. Quest'ultima appare più equilibrata laddove prevede che il processo di emancipazione e maturazione del popolo in questione, possa sfociare non solo nell'indipendenza, ma anche nell'associazione o integrazione ad uno Stato già esistente.

Ed è proprio nel caso unico di «decolonizzazione mancata»2 che il Sahara Occidentale rappresenta ancora oggi, e in particolare relativamente alle rivendicazioni avanzate in sede Onu dal Marocco, che queste risoluzioni acquisiscono una notevole importanza. In effetti esse hanno legittimato le diverse alternative un Sahara Occidentale indipendente, associato oppure integrato ad un altro Stato. Nel sostenere quest'ultima possibilità, il Marocco si è appellato più volte a quel paragrafo della risoluzione 1514 che proclama incompatibile con la Carta dell'Onu «ogni tentativo di distruggere parzialmente o totalmente l'unità nazionale e l'integrità territoriale di un paese»3.

Quest'ambivalenza, dovuta anche alla complessità del conflitto, é più evidente nei documenti specifici relativi alla questione della decolonizzazione del Sahara Occidentale. Infatti, mentre la Commissione delle Nazioni Unite, che dal 1963 esamina regolarmente il dossier saharawi, riconosce l'applicabilità del principio di autodeterminazione in qualsiasi forma decisa dal popolo, la risoluzione 2072 (XX) del 16 dicembre 1965 non menziona la possibilità dell'indipendenza nel caso del Sahara Occidentale.

Grazie all'uscita dalla clandestinità del Frente Popular de Liberaciòn de Saquiet el-Hamra y Rio de Oro (Fronte Polisario), la lotta di autodeterminazione del popolo saharawi assumerà una dimensione internazionale, presentandosi come lotta per l'indipendenza, contraria al colonialismo spagnolo e alle tesi nazionaliste4 del Marocco. L'impegno delle organizzazioni internazionali inviterà la Spagna a lasciare definitivamente l'ex-colonia e a promuovere un referendum per l'autodeterminazione, appoggiato anche dalla Corte Internazionale di Giustizia. Ma nel 1975 due eventi modificano radicalmente tali prospettive: la morte del Generale Franco e le trattative per la spartizione del Sahara Occidentale tra il Marocco e la Mauritania. In seguito ad esse, gli attacchi aerei dell'esercito marocchino e l'occupazione di quei territori, costringeranno parte dei saharawi a cercare rifugio nel deserto algerino. Proprio nei pressi dei campi profughi creati in quei luoghi, il 27 febbraio 1976, il Fronte Polisario proclamerà la Repubblica Araba Saharawi Democratica.

Nonostante le vessazioni subite nei territori occupati dal Marocco e nei campi profughi, la comunità internazionale interverrà concretamente solo nel 1988, promuovendo negoziati diretti che porteranno all'elaborazione di un Piano di Pace. Questo prevedeva, insieme al cessate il fuoco, l'organizzazione di un referendum e la creazione della Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO). A causa del boicottaggio sistematico di Hassan II, che non riconoscerà valide le liste dei votanti e favorirà l'insediamento di nuovi coloni marocchini nel Sahara, il referendum atteso per il 1992 non avrà mai luogo. Per tutti gli anni Novanta e fino al 2005, vi sono state molte proposte, negoziazioni e accordi per la risoluzione del contenzioso, ma tutti sono falliti al momento della loro reale attuazione.

La situazione attuale è assai problematica e vede la popolazione saharawi divisa. Parte continua a vivere nel Sahara Occidentale sotto l'occupazione marocchina5, e parte nei campi profughi. A questi va aggiunta una diaspora numerosa, prevalentemente in Spagna, nelle isole Canarie, in Mauritania o nello stesso Marocco6. In questa complessità geografica, sociale e politica, il Fronte Polisario ha costruito la propria «utopia di una società immediatamente libera ed egualitaria»7, rinunciando progressivamente alle azioni militari per intraprendere la via diplomatica.

Proprio il 2007 potrebbe rivelarsi un anno importante, forse risolutivo visto che i rappresentanti del Marocco e del Fronte Polisario si sono incontrati per nuovi negoziati diretti, il cui terzo round è previsto a dicembre. I termini delle negoziazioni sono cambiati spesso nel corso di tutti questi anni, e oggi la posta in gioco è alta: seppur “congelato” questo conflitto dura da troppo tempo e tutti gli attori coinvolti percepiscono l'importanza di porvi fine in maniera definitiva ed equilibrata. Probabilmente, ed è ciò che emergerà in questo elaborato, la posizione più difficile è quella del Fronte Polisario. Rinunciando alle armi, esso ha conquistato la fiducia e la credibilità della comunità internazionale, ma un ennesimo fallimento della via diplomatica potrebbe far degenerare la sfiducia della popolazione in un ritorno alla lotta armata8. E' questo che il Fronte Polisario non può permettersi: sarebbe come buttare al vento i sacrifici e i successi di una lotta politico-sociale che ha contribuito alla loro evoluzione sociale da tribù autonome ad un solo popolo, unito dal sentimento nazionale.

Al fine di capire e descrivere quali siano stati gli strumenti e le strategie messe in atto dal Fronte Polisario, prima come movimento nazionalista e militare, poi come partito nella Rasd, mi pare importante chiarire le origini del conflitto con un breve inquadramento storico antecedente il 1973. In seguito a queste premesse si osserverà la nascita del Fronte Polisario come organizzazione militare, il suo progressivo coinvolgimento come interlocutore politico presso gli organismi internazionali e l'elaborazione del Piano di pace del 1990. Il secondo capitolo sarà dedicato alle difficoltà incontrate nell'organizzazione del referendum, fino ad arrivare ai tentativi più recenti di rilanciare il processo di pace.

In contrapposizione alle delusioni per gli scarsi risultati della via diplomatica intrapresa, gli ultimi due capitoli dell'elaborato sono dedicati ai successi del Fronte Polisario nell'amministrare i campi profughi e alle sue prospettive future. Nel terzo verrà valutato il suo ruolo nei cambiamenti delle strutture sociali, nella conduzione amministrativa e politica dei campi profughi, e nei rapporti internazionali, mentre nell'ultimo capitolo, si tenterà di far luce sulle poste in gioco future, legate in particolare al coinvolgimento delle potenze internazionali e all'esito dei recenti negoziati.

Infatti le ragioni che mi hanno spinto ad interessarmi alla realtà del Sahara Occidentale e del Fronte Polisario, sono intimamente legate alla preoccupazione per i suoi sviluppi futuri. L'interrogativo che ha catturato e alimentato la mia curiosità era per quanto tempo ancora, dopo più trent'anni di risoluzioni diplomatiche inattuate, questa popolazione potesse continuare a rivendicare in maniera pacifica il ritorno nei territori originari.

Il mio interessamento era nato da un senso di vergogna per la mia ignoranza riguardo alla questione. Circa quattro anni fa appresi alcuni sommari aspetti da un amico di famiglia che aveva realizzato un viaggio di solidarietà nei campi profughi di Tindouf. Possibile che una futura studentessa di Scienze Politiche interessata ai Paesi in Via di Sviluppo e al continente africano, non avesse mai sentito parlare dei saharawi e del loro diritto all'autodeterminazione mai esercitato? E' grave ma possibile, visto che pochissima attenzione è data dai media italiani al Sahara Occidentale.

Purtroppo ho riscontrato questo relativo disinteresse anche eseguendo la ricerca bibliografica: i testi sembravano introvabili e comunque insufficienti nel Polo Bibliotecario dell'Università di Torino. Molto utili, poiché più numerose e varie, sono state le risorse dell'Università di Bologna, a dimostrazione anche del legame tra istituzioni della Regione Emilia Romagna e wilayas dei campi profughi. Ed è proprio grazie alla collaborazione e disponibilità di alcune associazioni emiliane9, che ho potuto incontrare il rappresentate del Fronte Polisario a Roma, Omar Mih, e Ali Salem Tamek, ex prigioniero politico, oggi militante per i diritti umani in Sahara Occidentale.



ORIGINI DEL CONFLITTO


La società saharawi originaria

Prima dell'arrivo degli Arabi la parte occidentale del Sahara era abitata da popolazioni berbere. Solo agli inizi del XIII° secolo gli arabi Maquil, originari dello Yemen, riuscirono a penetrare nel deserto, alla ricerca di nuove rotte commerciali. La società saharawi del periodo pre-coloniale si presentava perciò come il risultato di un processo di scontro-incontro-assimilazione avvenuto dal XIV° secolo in poi, tra le tribù arabe Maquil e quelle berbere Sanhdaja.10 Questi processi originarono alcuni caratteri peculiari nelle tradizioni di quei territori. Si pensi all'islamizzazione dei gruppi nomadi, da sempre politeisti, e all'utilizzo dell'hassanija11, molto diverso dai dialetti berberi e simile all'arabo della penisola arabica. Anche la discendenza per via patrilineare (propria dei Maquil) ha prevalso in questo processo di mescolanza culturale, nonostante rimanga ancora oggi il retaggio matrilineare della componente berbera.

Le circa 20 tribù nomadi12 che abitavano quei territori prima della colonizzazione, erano stratificate gerarchicamente in base alla loro discendenza (reale o rivendicata) dal fondatore della componente araba o dal Profeta stesso. La tribù raggruppava diverse fazioni, composte da un certo numero di tende (khaima) e veniva guidata da un capo (cheikh) e dall'assemblea tribale (yemaa) composta dai capifamiglia.

Le diversità delle tribù nell'organizzazione sociale e nel tipo di stanziamenti, rivelano come in epoca pre-coloniale la popolazione non fosse affatto unita. Tuttavia, come ha sottolineato anche Barbier13 nell'analisi relativa ai loro caratteri antropologici, vi erano sufficienti analogie per poter distinguere queste tribù da quelle vicine e per identificare una “società saharawi”. Inoltre, se è vero che periodicamente vi furono scontri violenti e razzie, questi non generarono mai ostilità permanenti, al contrario sembrava esserci un certo legame di protezione. Esso si riproduceva ad ogni livello della società (tribù, fazioni, famiglie) con una complementarietà ai nostri occhi paradossale, tra l'individualismo ribelle del nomade e la solidarietà ('asabiyya) interna al gruppo.

La configurazione politica della società saharawi era determinata dalle relazioni intertribali, basate su patti, tributi ed alleanze che trascendevano i legami parentali e di lignaggio, in una dialettica continua per cui il gruppo poteva sciogliersi in certi contesti e mantenere un'unica identità in altri. Pur mancando un nucleo di potere istituzionale permanente, l'Ait al Arbain (Consiglio dei Quaranta) costituiva una struttura politica simile ad un'assemblea dei capi tribù, riuniti in caso di pericolo o per la gestione dei conflitti interni.

Osservando le evoluzioni di questa società nei diversi contesti storici e le modalità di sviluppo della loro coscienza nazionale, è possibile cogliere la pertinenza della definizione di Weber della tribù. Ovvero come il prodotto di una comunità politica che riconosce una comune appartenenza ad un determinato gruppo, e questo non per l'origine etnica dei membri, ma per la condivisione dello stesso destino politico14. In questo senso, ciò che avrebbe maggiormente favorito il superamento delle strutture sociali originarie sarebbe stata l'abitudine a costituire alleanze trasversali alle tribù e un'organizzazione militare cosciente nel voler trascendere le gerarchie tribali a favore dell'unità nazionale15.

La colonizzazione spagnola

Il periodo immediatamente precedende alla colonizzazione spagnola, fu segnato dal tentativo delle potenze europee di insediarsi lungo la costa occidentale dell'Africa e contendere le rotte commerciali arabe di materiali preziosi e schiavi. Le pescose isole Canarie furono uno dei primi luoghi in cui portoghesi e spagnoli riuscirono ad insediarsi; tanto che già nel 1494 il trattato di Torsedillas accordava agli spagnoli la costa africana di fronte ad esse, fino all'attuale Agadir.

La corsa alla colonizzazione africana si intensificò agli inizi del XIX° secolo, con gli “interventi di pacificazione” francesi in Senegal, Mauritania e Algeria. Incalzata da questi successi, la Spagna tentò di conquistare le aree desertiche vicine al Marocco, dove già possedeva le enclaves di Ceuta e Melilla, riconosciutegli dal trattato di Teutan del 186016.

Anche il Marocco, allora l'unico regno costituito nella regione, tentava da anni di rinforzare la propria presenza nel Sahara, ma le tribù berbere avevano resistito a tutte le dinastie: Almoravidi, Saaditi e Alawiti. Proprio questi ultimi riuscirono ad allearsi ai Maquil per dominare le popolazioni dell'interno, con le quali vennero stipulati patti di protezione e di reciproco riconoscimento17.

In ogni caso il sultanato marocchino rimaneva una potenza influente nella regione, con la quale le potenze europee avrebbe dovuto, presto o tardi, fare i conti. Infatti, tra il 1767 e il 1895 furono stipulati numerosi trattati con il Marocco, cui queste si rivolgevano per ottenere libertà di movimento nella regione, e per garantirsi un'intermediazione in caso di naufragi e rapimenti lungo le pericolose coste del Sahara. Questi trattati18 si rivelano oggi molto utili per capire quale fosse il controllo effettivo del Marocco sui territori interni del Sahara. L'autorità del sultano vi era garantita fino alla regione del Noun, ovvero appena più a sud di Ifni. Non soltanto il sultano non rivendicava nulla al di là di quel limite, ma declinava ogni responsabilità nei confronti delle potenze europee per quei territori, sulle cui popolazioni, in gran parte saharawi, non aveva controllo né possibilità di intervento19.

A partire dal 1884, la Spagna iniziò a colonizzare quello che sarà chiamato Sahara spagnolo e Sahara Occidentale. In questa prima fase la Conferenza di Berlino (1884-1885) diede un forte impulso alle conquiste coloniali, in quanto non impose una definizione precisa dei confini, ma ritenne sufficiente la notificazione delle nuove occupazioni. Per questo nel corso della Conferenza, il governo di Madrid20 comunicò alle altre potenze di aver occupato i territori del Rio de Oro.

Dato che i francesi avevano occupato alcune zone del Sahara, dell'attuale Mauritania, e la loro influenza cresceva in Marocco, la Spagna si vide costretta ad avviare una serie di accordi che fissassero le rispettive frontiere. Con la convenzione di Parigi del 1900, i due Paesi delimitarono i loro possedimenti costieri in base ai meridiani e ai paralleli21, tralasciando completamente sia l'elemento geografico, che quello etnico delle popolazioni coinvolte. Quattro anni dopo, in una convenzione segreta, Francia e Inghilterra si impegnavano a non ostacolare le rispettive azioni in Marocco e in Egitto. Lo stesso anno Francia e Spagna stipularono una convenzione simile, con la quale si stabiliva la sfera di influenza spagnola sulla costa marocchina del Mediterraneo e quella francese nella costa sud.

Inoltre, con un accordo del 1911, la Francia si fece rassicurare dalla Germania circa il non intervento su un eventuale protettorato francese in Marocco. A questo punto essa era libera di imporvisi stabilendo un protettorato con il trattato di Fès del 1912. Esso fissava “definitivamente” anche i confini del Sahara spagnolo (che comprendeva il Rio de Oro e la Seguiet el Hamra), e attribuiva alla Spagna il controllo nella zona di Tarfaya. Per cui la Spagna controllava, oltre al protettorato di Tarfaya e ai territori del Rif e Tetuan, molti altri possedimenti con statuti diversi l'uno dall'altro. Protettorato nel caso di Tarfaya (il cosiddetto Sahara spagnolo), colonia nel caso della Seguiet el Hamra e Rio de Oro (il Sahara Occidentale, costituito nel 1884), concessione a Ifni ed enclaves nel caso di Ceuta e Melilla.

Le difficoltà amministrative nel gestire possedimenti così diversi, si manifestarono sia nel controllo effettivo della popolazione che al momento della loro decolonizzazione. Le popolazioni che vi abitavano non avevano mai conosciuto il rispetto di un confine territoriale delimitato (protettorato o colonia che fosse) né capivano il significato del visto impostogli per la transumanza verso i possedimenti francesi.

Infatti, in reazione a queste misure, vi furono violenti scontri con i corpi di spedizione, che affidarono ai mehari22 il pattugliamento dei confini e il controllo di eventuali sconfinamenti. Tra le tribù guerriere si distinse quella dei saharawi Reguibat, che compì razzie di armi e materiali attraverso la strategia del ghazian23 consistente in raid di lunga gittata, molto rapidi effettuati con cammelli. In risposta a questi moti di resistenza, la rappresaglia francese non si fece attendere e nel 1913 l'esercito distrusse l'importante città di Smara.

Per tutti gli anni del franchismo, l'occupazione del Sahara spagnolo non progredì molto, tanto che le tribù nomadi poterono ritrovare parte della loro libertà24. Al contrario, dopo la Seconda Guerra Mondiale e con il risveglio del nazionalismo marocchino, la Spagna si occupò con più decisione dei propri possedimenti, dividendo amministrativamente il protettorato a nord del Marocco e gli altri territori che divennero direttamente dipendenti dal governo centrale.

L'Africa Occidentale spagnola veniva così posta sotto l'autorità di un governatore generale che aveva su di essa pieni poteri politici, amministrativi e militari.


Verso la decolonizzazione del Sahara Occidentale

Gli anni '50 furono decisivi per la regione in quanto portarono cambiamenti profondi dal punto di vista politico, amministrativo, economico e sociale. L'impegno coloniale spagnolo si intensificò ulteriormente, mentre le rivendicazioni contrapposte di Marocco e Mauritania e il conflitto tra Algeri e Rabat, contribuivano ad inserire il Sahara Occidentale nell'intreccio internazionale degli interessi strategici ed economici.

L'avvio dello sfruttamento dei fosfati della miniera di Bou Craa25 fu determinante nel risvegliare l'interesse per la regione da parte di gruppi finanziari spagnoli, statunitensi e marocchini. Come è facile immaginare, queste holding fecero pressioni sul regime franchista perché mantenesse il più a lungo possibile il controllo dei territori e costruisse infrastrutture per il trasporto e la commercializzazione delle materie prime estratte. Si noti come anni dopo (nel 1976), grazie alle evoluzioni portate dall'accordo di Madrid e dall'occupazione, il Marocco26 crerà con la Spagna una società mista per lo sfruttamento dei fosfati.

Quegli stessi anni segnarono l'avvio di una fase decisiva nella messa in discussione dei rapporti coloniali e nel processo di indipendenza dei paesi africani. Anche numerosi combattenti saharawi si aggregarono all'Armata di liberazione marocchina, che ottenne l'indipendenza dalla Francia nel 1956.

La tensione era destinata a crescere nel corso di tutto il 1957, con scontri violentissimi tra esercito spagnolo e popolazioni dell'Ifni e del Sahara, duramente repressi nell'operazione franco-spagnola Ecouvillon-Ouragan. Non si trattò soltanto di repressione militare con attacchi aerei e mezzi motorizzati, ma vi fu un vero e proprio accanimento contro la popolazione, della quale furono avvelenati i pozzi di acqua potabile e massacrato il bestiame27. Costrette alla fuga, queste tribù si rifugiarono nei principali centri urbani, intensificando i processi di di disgregazione tribale e di sedentarizzazione.

Nel 1958 la Spagna concesse l'indipendenza al protettorato di Tarfaya, e riorganizzò il controllo amministrativo nelle regioni di Seguiet el Hamra e nel Rio de Oro, ovvero nel Sahara Occidentale. Ora questo era rappresentato alle Cortès di Madrid come qualsiasi altra provincia spagnola, cioè da un consiglio (Cabildo) cui si affiancavano consigli municipali, composti anche dai capifamiglia saharawi. Su pressione delle prime risoluzioni Onu che prevedevano il diritto all'autodeterminazione e in vista di una futura rappresentazione dell'intera popolazione, venne creata un'assemblea generale (la Djemaa), che si limitava ad accettare le decisioni dell'amministrazione spagnola.

Nel frattempo l'impatto positivo del progetto del Grande Marocco, enunciato dal partito nazionalista Istiqlal, aveva indotto il re a fare propria la difesa dei “diritti storici” su Sahara Occidentale, Mauritania, parte del territorio algerino e dell'attuale Mali. Tali rivendicazioni vennero astutamente accumunate alla necessità di decolonizzare il Sahara Occidentale. Il Marocco poteva vantare un'antica realtà dinastica, il cui potere centrale (Makhzen) intratteneva il disordine sociale nel deserto e alimentava le rivalità tribali per creare nuovi codici di obbedienza a lui rivolti28. Grande influenza ebbero anche il carisma di Mohammed V, che omogeneizzò i rapporti simbolici e le componenti sociali del regno29, e l'abilità di Hassan II, che fece appello alla mobilitazione generale per difendere l'unità della nazione.

Meno credibili risultavano gli argomenti avanzati dal presidente Ould Daddah a favore delle rivendicazioni mauritane sul Sahara Occidentale. Anche l'Algeria, che pure non rivendicava territori sul Sahara spagnolo, era interessata alla sua decolonizzazione a causa dell'eccessiva permeabilità dei confini nell'hammada algerina.

Nella risoluzione 2027(XX)30, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si rivolse alla Spagna perché mettesse fine alla colonizzazione, invitandola l'anno successivo31 ad organizzare un referendum per permettere alla popolazione autoctona di esercitare il proprio diritto all'autodeterminazione.

Altre risoluzioni vennero votate nel 1967 e nel 1968, ma nessuna di queste si riferiva esplicitamente all'indipendenza del Sahara Occidentale. Solo nel 1972, con la risoluzione 2983 (XXXVI) dell'Assemblea Generale, verrà utilizzato il termine «indipendenza» e verrà richiesto in maniera ancora più decisa di stabilire le modalità di svolgimento di tale referendum.

Una prima tappa per il futuro del Sahara Occidentale avrebbe dovuto essere l'indipendenza e in un secondo tempo una parziale o totale integrazione al Marocco. Il popolo saharawi veniva considerato come protagonista del conflitto e delle modalità della sua risoluzione, mentre le rivendicazioni di Marocco e Mauritania erano subordinate all'indipendenza del Paese.

Il Generale Franco fu molto abile a temporeggiare, mantenendo una politica ambivalente riguardo all'organizzazione del referendum e alle consultazioni con gli altri contendenti. Pertanto fino al 1970, la Spagna riuscì a resistere alle rivendicazioni contrapposte di Marocco e Mauritania e alle pressioni internazionali dell'Onu. Queste dinamiche vennero progressivamente stravolte dal ravvicinamento delle potenze regionali e dai cambiamenti avvenuti nei territori colonizzati, dove la giovane coscienza nazionale iniziava a rivendicare attivamente il diritto all'autodeterminazione.

CAPITOLO 1

IL FRONTE POLISARIO:

UNA LOTTA MILITARE E POLITICA (1973-1990)



1.1. Nascita del Fronte Polisario

Come in tutto il continente africano, anche in Sahara Occidentale il colonialismo provocò cambiamenti di vasta portata, che modificarono gli apparati produttivi del paese e che contribuirono a far emergere nuove alleanze di classe. Agendo sugli assetti produttivi e organizzativi del sistema sociale, il colonialismo promosse funzioni economiche differenziazioni politiche che si rivolteranno contro di esso32.

L'impiego dei saharawi come manodopera nello sfruttamento delle miniere di Bou Craa favorì tali processi, attraverso la sedentarizzazione della popolazione 33. Si costituì un proletariato facilmente sfruttabile, che non tardò a prendere coscienza della propria condizione rivendicando migliori condizioni di lavoro, diritto alle cure mediche e una maggior autonomia interna. Per cui la sedentarizzazione dei saharawi, la loro proletarizzazione e i cambiamenti avvenuti nelle loro strutture di classe, contribuirono a far emergere una coscienza nazionale, in reazione alla “minaccia identitaria” esterna rappresentata dal Marocco. Altrettanto determinante fu il contatto delle élites saharawi con i movimenti di liberazione dei paesi vicini, divenuti indipendenti in quegli anni.

Inizialmente si trattava di piccoli gruppi politici, più o meno organizzati e divisi tra loro per l'intensità e le modalità con cui si opponevano alla politica coloniale: alcuni volevano l'indipendenza del Sahara, altri chiedevano l'unione con il Marocco. La Organización Avanzada de Liberación Saharaui (o Movimento di Liberazione Saharawi), nato per volere di Mohamed Saïd Ibrahim Bassiri, fu il primo di questi movimenti e riuscì fin dal 1970 a coinvolgere la popolazione in una serie di manifestazioni. Per l'affinità degli obiettivi e delle strategie politiche e militari, tale movimento costituì la forma embrionale del Fronte Polisario. Altro gruppo in cui si articolò il nazionalismo saharawi è il Mouvement de résistence des hommes bleus (MOREHOB)34 e fondato nel 1966, così chiamato in riferimento alla tunica blu abitualmente indossata dai sarahawi. Da subito pro-Marocco35,questo movimento scelsero di appoggiare le rivendicazioni marocchine e di aderire al Fronte di Liberazione Unitaria del Marocco nel 1975. Un ultimo nucleo, fondato nel 1974, fu il Partito dell'Unione Nazionale Saharawi (PUNS), diretto da un gruppo di ufficiali spagnoli e impiantato soprattutto nei centri urbani. Nonostante fosse inizialmente opposto al Fronte Polisario, parte dei militanti del PUNS vi confluiranno dopo il suo scioglimento, nel 197536.

Fu in questo contesto eterogeneo di gruppi che rivendicavano maggior autonomia per il Sahara Occidentale, che emerse nel 1973, il Fronte Popolare di Liberazione della Saguia el Hamra e Rio de Oro (Fronte Polisario). Esso nacque dall'incontro tra due gruppi di militanti nazionalisti: il primo costituito dall'élite degli studenti saharawi di Rabat37 (tra cui il futuro primo segretario Mohamad El Ouali, soprannominato Lulei) e il secondo dai militanti del MLS. Con il congresso costitutivo del 10 maggio 1973, venne reclamata l'indipendenza del Sahara e la ferma opposizione alla sua unione col Marocco o con la Mauritania. In effetti l'indipendenza si configurava come l'obiettivo finale del progetto politico del movimento, e questo proprio nel momento in cui si moltiplicavano le rivendicazioni straniere sul territorio38. Nel manifesto politico redatto nel I° Congresso, il Fronte si esprimeva «per la violenza rivoluzionaria e la lotta armata» affinché il popolo saharawi potesse «acquisire la propria totale libertà»39.

Il 20 maggio 197340, esattamente dieci giorni dopo, iniziò la lotta armata, con l'attacco e l'occupazione di alcune postazioni militari spagnole. In questa primissima fase, l'impegno del Fronte Polisario fu più rivolto all'azione politica e alla creazione del consenso tra la popolazione, anche a causa della scarsità di armi e munizioni. Ma la guerriglia del moviemento era destinata ad infliggere pesanti perdite all'esercito spagnolo, in particolare dal 1974, quando l'Algeria e la Libia iniziarono ad aiutarlo militarmente e diplomaticamente41.

Il II° Cogresso ebbe luogo nell'agosto del 1974. Il programma di azione nazionale adottato in quell'occasione, insisteva maggiormente proprio sul ruolo delle masse e sulla necessità della loro informazione e mobilitazione. Vi si esprimeva preoccupazione per quella che sembrava una falsa decolonizzazione, ovvero una sostituzione del Marocco alla Spagna: «davanti a queste manovre, il popolo saharawi non ha altra soluzione che la lotta, fino ad ottenere l'indipendenza, le sue ricchezze e la sovranità completa del suo suolo»42. Una volta raggiunti questi obiettivi, il Fronte Polisario prevedeva di realizzare l'unità nazionale, di instaurare un regime repubblicano e di creare un'economia attenta all'industrializzazione, allo sviluppo agricolo e allo sfruttamento delle risorse minerarie. A livello sociale si reclamava una giusta distribuzione delle ricchezze, la soppressione di qualsiasi forma di sfruttamento, il rispetto dei diritti della donna e il mantenimento delle tradizioni religiose della popolazione.

Fin dal primo anno di vita, dunque, si andava realizzando il mito fondatore che ancora oggi aleggia intorno al “Partito dell'indipendenza”, dovuto alla combinazione di tre elementi: l'alleanza politica delle fazioni tribali, il livello di organizzazione in cui la massa è stata direttamente coinvolta e la diversità dei contesti territoriali di attività43.



1.2. Il riconoscimento del diritto all'autodeterminazione


Negli anni che vanno dal 1965 al 1972, la questione del Sahara Occidentale si pose come “semplice” problema di decolonizzazione tardiva, che implicava la liberazione di un popolo dal colonialismo. Infatti le rivendicazioni marocchine non avevano ancora assunto un'eco internazionale, né vi erano stati tentativi di prevaricare la decolonizzazione spagnola o di subentrare ad essa. Per cui dal 1973, si ebbe il semplice rinnovo delle pressioni da parte dell'Onu e dell'Organizzazione dell'Unità Africana affinché Madrid abbandonasse i territori e permettesse la realizzazione del diritto all'autodeterminazione.

L'Organizzazione dell'Unità Africana (Oua), creata nel 1963 da trenta Capi di Stato, si era assegnata come compito preliminare proprio quello di portare a termine il processo di decolonizzazione del continente. Sia durante la conferenza ad Assis Abeba nel maggio 1973 che a Mogadiscio l'anno seguente, si espresse preoccupazione per l'atteggiamento del governo spagnolo e si denunciarono le manovre volte a ritardare la decolonizzazione. Bisognerà attendere il 1972 perché l'Oua parli esplicitamente di referendum per il Sahara Occidentale, e il 1976 (il vertice di Maputo) perché si ponga la questione del riconoscimento del Fronte Polisario e della Repubblica Araba Saharawi Democratica44.

Più celere fu la richiesta dell'applicazione del principio di autodeterminazione da parte del Movimento dei Non Allineati45. Nel 1970 venne approvata la “Risoluzione della decolonizzazione” in cui si sollecitava la Spagna. Radicalmente opposta fu la posizione della Lega Araba, che non riconobbe mai né il Fronte Polisario né la Rasd, rivelando un'estrema difficoltà nella risoluzione delle tensioni intermagrebine. Da istituzione rappresentante la volontà unitaria panaraba, la Lega seguiva una logica aggregante, favorevole al superamento delle frontiere nel Magreb, motivo per cui sposò fin dagli anni Sessanta la tesi del “grande Marocco”.

Tra le organizzazioni internazionali, l'atteggiamento delle Nazioni Unite rimase il più pressante nei confronti della Spagna e il più attivo nella promozione di incontri tra questa e il Fronte Polisario. Va ricordata in particolare la risoluzione 2983 (XXVII) del 14 dicembre 197246, che raccomandava l'indipendenza del Sahara, vista come diritto inalienabile poiché frutto della volontà popolare.

Di fronte alle crescenti pressioni internazionali, all'apparizione del nazionalismo saharawi e al moltiplicarsi degli incidenti violenti, la Spagna iniziò a temere l'esplosione di un conflitto armato. Per evitarlo concesse un'indipendenza puramente formale ai territori, che rimanevano sotto tutela del governo spagnolo, che si garantiva così lo sfruttamento dei fosfati. In una lettera, inviata nel settembre 1973 dal generale Franco alla Djemaa, venivano definiti i caratteri essenziali di questa nuova politica. Il popolo era considerato “unico responsabile del suo destino”, la Spagna gli avrebbe garantito: proprietà delle risorse naturali, garanzia della nazionalità e rappresentanze spagnola, gestione degli affari interni all'organo assembleare della Djemaa. Nello stesso spirito (apparentemente accondiscendente), venne annunciata nel settembre 1974 l'organizzazione di un referendum, in previsione del quale la popolazione venne censita, nonostante le difficoltà legate al nomadismo di parte della popolazione e alla mancanza di esiliati politici nel conteggio47.

Questa nuova politica spagnola non tardò a generare proteste, da parte di tutti gli altri attori coinvolti. Fin dal marzo 1974, il Fronte Polisario si rivolse con due petizioni (prima volta che ciò accadeva nel caso del Sahara Occidentale) al Comitato per la decolonizzazione e alla Commissione Onu dei diritti dell'uomo denunciando le repressioni politiche, il nuovo sistema di autonomia e il “falso referendum”annunciato da Madrid. Nel luglio dello stesso anno, Hassan II ricordò a Franco e alla comunità internazionale le rivendicazioni marocchine sul Sahara, minacciando il ricorso alla forza per metterle in atto. Dal punto di vista diplomatico, la sua strategia era tesa a convincere il maggior numero di paesi che il conflitto opponeva non i saharawi bensì il Marocco all'imperialismo spagnolo, e che la scelta della popolazione doveva essere tra il mantenimento della tutela spagnola e l'annessione al Marocco. Anche la Mauritania, in una nota inviata nell'agosto 1974 all'Onu, ricordò le sue rivendicazioni sul Sahara, che essa considerava parte integrante del territorio nazionale.

Osservando gli sviluppi diplomatici e politici sopravvenuti nell'anno immediatamente successivo alla creazione del Fronte Polisario, possiamo constatare la coincidenza tra il nazionalismo saharawi e il collasso del colonialismo spagnolo. Mentre maturava il discorso interno al movimento sull'indipendenza, le dinamiche della decolonizzazione erano cambiate nei loro contenuti, non coinvolgendo solamente la dicotomia colonizzatore-colonizzato, ma uno scontro inter-arabo per il governo, la personalità internazionale e l'impiego delle risorse economiche48. A fronte della debole decolonizzazione spagnola, stava subentrando il protagonismo di una “nuova potenza coloniale”. In questo contesto il Fronte Polisario non potrà più essere solo un movimento di liberazione impersonante una “questione nazionale”, ma si configurerà sempre più come movimento politico post-coloniale.

1.3. 1975: un anno decisivo


Il 1975 fu segnato dalla ricerca di una soluzione pacifica alla decolonizzazione del Sahara Occidentale che si orientò in due direzioni: una politica, con la missione di visita che l'Onu effettuò in maggio e giugno, e l'altra di tipo giuridico, con il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, pubblicato in ottobre49. Entrambi questi tentativi, che si sforzavano di definire le posizioni delle parti interessate e di individuare il processo di decolonizzazione più adatto, ribadirono la necessità di far esprimere la popolazione sul futuro del territorio.

La Missione di visita dell'Onu, compiuta su invito del Comitato di decolonizzazione, durò in tutto cinque settimane, e si recò in Sahara ed in tutti i paesi coinvolti. In Sahara occidentale, i funzionari incontrarono i principali responsabili del territorio (membri della Djemaa, consigli municipali, sceicchi, notabili locali) e i rappresentanti dei movimenti nazionalisti ( PUNS e Polisario). Quest'ultimo approfittò della presenza della Missione per mostrare la sua forza militare (catturando un'intera pattuglia di ufficiali spagnoli), e il suo maggior dinamismo (organizzando manifestazioni di massa in tutti i centri urbani coinvolti). La Missione poté così constatare la diversa capacità di coinvolgimento e composizione dei due movimenti, oltre alle loro divergenze politiche. In Marocco e in Mauritania i funzionari dell'Onu comprovarono la determinazione di entrambi i paesi nelle proprie rivendicazioni e il rigetto della via referendaria, cui venivano preferite negoziazioni dirette con la Spagna.

La Missione introdusse alcuni elementi positivi per il maggiore coinvolgimento della popolazione esiliata: per la prima volta venivano visitati i campi profughi esistenti a sud dell'Algeria dal 1973, e che allora accoglievano “solo” 7000 persone. Il rapporto si espresse con favore per il coinvolgimento dei leaders del Fronte Polisario nelle consultazioni relative al futuro del Sahara. Inoltre si constatavano le difficoltà legate all'identificazione dei saharawi e al coinvolgimento dei rifugiati, e si esprimeva preoccupazione per lo stato di tensione alle frontiere. Il documento che riportava osservazioni e proposte della Missione, venne reso noto il 15 ottobre 197550 e malgrado la sua obiettività, venne rapidamente dimenticato a causa da una serie di avvenimenti, in particolare la Marcia verde e gli Accordi di Mardrid, che allontanavano la possibilità di una risoluzione pacifica e “giusta” del conflitto.

Il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia nacque in seguito ad una proposta avanzata direttamente dal Marocco all'Assemblea Generale51 e sancita dalla risoluzione 3292 (XXIX), con la quale si richiedeva un parere riguardo queste due domande: 1) Il Sahara Occidentale (Rio de Oro e Seguiet el Hamra) era un territorio senza alcuna autorità -terra nullius- al momento della sua colonizzazione da parte dela Spagna? E, in caso di risposta negativa 2) Quali erano i legami giuridici di questo territorio con il regno del Marocco e con le autorità mauritane?

Volendo precisare le circostanze di tale consultazione, occorre ricordare che un giudice ad hoc venne accordato al Marocco, che vi furono lunghe discussioni preliminari per chiarire la competenza della Corte in materia e l'opportunità di rispondere a tali quesiti. Inoltre l'accezione con la quale si intese il concetto di terra nullius, fu quella di un territorio esente dalla sottomissione ad una sovranità statale, e non organizzato socialmente né politicamente. Secondo questa accezione, il Sahara non si presentava terra nullius, data l'esistenza e la realtà sociale delle tribù nomadi. Va poi chiarito il senso dell'espressione “legami giuridici”, intesi anche in relazione alle persone o ai gruppi. Tale lettura fu motivata dal sistema giuridico musulmano, che ignorava la nozione di sovranità territoriale e rendeva necessaria l'analisi di legami giuridici su base personale o tribale.

Per la Corte gli atti presentati in difesa delle rivendicazioni marocchine e mauritane portavano alle stesse conclusioni: non esistevano in epoca coloniale, legami giuridici o di sovranità territoriale sulle popolazioni del Sahara Occidentale. Si notava tuttavia «l'esistenza di un legame giuridico di alleanze tra il sultano marocchino ed alcune, solo alcune, tribù del Sahara Occidentale (...) e delle manifestazioni di una certa autorità o di una certa influenza del sultano su quelle stesse tribù»52.

Il valore giuridico del parere fu incontestabile e inattaccabile e riaffermava la necessità di applicare la risoluzione 1514 (XV) e il principio di autodeterminazione.

Purtroppo però, questo approccio giuridico ai problemi di decolonizzazione del Sahara non diede i frutti sperati. Al contrario, i fondamenti giuridici incerti e le formule compromissorie utilizzate fecero sì che ogni parte vi lesse il riconoscimento giuridico delle proprie rivendicazioni53. Poco dopo, infatti, il Marocco e la Mauritania si accordarono con la Spagna per dividersi il territorio occupandolo e facendo scoppiare una vera e propria guerra.

Due tappe distinte erano previste a tal fine: la prima, di natura diplomatica, avrebbe portato all'accordo di Madrid, e la seconda, di carattere militare, consisteva nell'occupazione dei territori.

Il 16 ottobre 1975, stesso giorno di pubblicazione del responso della Corte, il re Hassan II pronunciò un discorso nel quale insisteva sulla legittimità giuridica delle tesi del “grande Marocco” e mobilitava l'opinione pubblica annunciando una “marcia pacifica” verso il Sahara Occidentale, volta a reintegrarlo al Paese. All'estero questo annuncio apparve curioso e quasi frivolo54 ma si trattava di una decisione maturata a lungo, che faceva appello al sentimento religioso e al patriottismo delle masse, ed era appoggiata da quasi tutti i partiti. Per individuare i volontari che vi avrebbero partecipato (con tanto di bandiere verdi e copia del Corano in mano) vennero aperti uffici in tutte le province del regno, cosicché il numero previsto di 350.000 persone venne quasi raddoppiato. Nel frattempo il Fronte Polisario aveva organizzato un'importante incontro per manifestare l'unità nazionale, il cui documento (diretto all'Onu) dichiarava: «il popolo arabo del Sahara Occidentale si batterà con determinazione per impedire che gli venga rubata la propria libertà prima ancora di averla ritrovata»55.

Senza grossi ostacoli, il 6 novembre la Marcia venne intrapresa dai volontari, protetti da circa 20.000 soldati marocchini. Intanto la Spagna aveva una grave questione da risolvere: la malattia e la successione del generale Franco. Approfittando di questa situazione, il Marocco fece sapere a Madrid che la marcia sarebbe continuata fino a che il governo non avesse accordato negoziazioni bilaterali e trattato il trasferimento della sovranità, cosa che effettivamente avvenne pochi giorni dopo. L'accordo di Madrid, firmato il 14 novembre, prevedeva la spartizione del Sahara Occidentale tra Marocco e Mauritania. Esso moltiplicava i riferimenti all'Onu e alla sua Carta, per darsi una legittimità internazionale inesistente56.

L'esercito dei saharawi contava allora, poche migliaia di uomini, che tentarono inutilmente di arrestare l'avanzata degli eserciti marocchino (da nord) e mauritano (da sud). Tuttavia, con l'occupazione dei territori decolonizzati, il Marocco e la Mauritania andavano incontro ad un'impresa militare lunga e costosa, che avrebbe incontrato la guerriglia del Fronte Polisario e l'opposizione algerina. Quando i soldati spagnoli vennero rimpiazzati da quelli marocchini, la popolazione era così ostile che gran parte si esiliò nei campi profughi nel deserto57. Altri si unirono alla lotta armata del Fronte Polisario, che riuscì a far evacuare la popolazione dai territori occupati proteggendola dalle bombe durante la fuga verso il deserto algerino.

Questi stravolgimenti politici fecero registrare profonde divergenze all'interno dell'assemblea di notabili (Djemaa). Il 28 novembre una parte dei membri firmò una dichiarazione, detta Dichiarazione di Guelta58, in cui si denunciava l'accordo di Madrid e il tradimento della Spagna nei confronti del popolo saharawi. Essi si autodefinirono «non eletti democraticamente» e sancirono la dissoluzione dell'assemblea al fine di evitare qualsiasi strumentalizzazione ulteriore nei confronti di tale «istituzione fantoccio». Riconoscevano il Fronte Polisario come «autorità unica e legittima del popolo» nel raggiungimento dell'unità nazionale.

Oramai anche in sede Onu il Fronte Polisario era considerato l'unico interlocutore credibile e legittimo nel rappresentare la popolazione originaria del Sahara Occidentale. Questo dato positivo riguardo al coinvolgimento delle Nazioni Unite, non accompagnò alcuna condanna esplicita della Marcia Verde né degli accordi di Madrid. Addirittura l'Assemblea Generale adottò nel dicembre dello stesso anno due risoluzioni molto diverse. Queste, pur affermando il diritto all'autodeterminazione poggiavano l'una59 sull'espressione della volontà popolare e sulle opinioni giuridiche e politiche degli organismi internazionali, l'altra60 sull'accordo di Madrid.

Per cui la strategia del fatto compiuto portata avanti dal Marocco e dalla Mauritania non fu accettata né dalla popolazione del territorio, che scelse l'esilio pur di non sottomettervisi, né dalla comunità internazionale, contraddittoria nelle risoluzioni adottate.



1.4. Le risposte politiche e militari all'occupazione


Essendo presenti in gran parte del Sahara Occidentale gli eserciti del Marocco e della Mauritania, si creò una situazione di conflittualità permanente tra questi e il Fronte Polisario, le cui strategie furono al contempo militari e politiche.

Il Fronte Polisario sognava da tempo di proclamare l'indipendenza dei territori e di crearvi uno Stato che impedisse ai paesi vicini di inserirsi nel vuoto istituzionale lasciato dal colonialismo spagnolo (come effettivamente avvenne). Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 1976, dopo la partenza degli ultimi soldati spagnoli, e mentre l'occupazione marocchina e mauritania era già iniziata, venne proclamata la Repubblica Araba Saharawi Democratica, annunciata dal Consiglio nazionale saharawi (subentrato alla Djemaa). Paese non allineato, la Rasd avrebbe rispettato i principi costitutivi dell'Onu, della Lega Araba e dell'Oua, così come la Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Pur affermando il suo desiderio di pace, la Rasd si dichiarava «decisa a difendere la sua indipendenza, la sua integrità territoriale e a occuparsi delle proprie risorse e ricchezze naturali»61.

Nel primo comunicato ufficiale, la Rasd si appellava a tutti gli Stati del mondo affinché la riconoscessero e per questo obiettivo venne pubblicato un lungo memorandum destinato a dimostrare la legittimità giuridica e politica del popolo saharawi nel proclamare l'indipendenza e nel costituire tale Repubblica. In seguito a questa scelta, il Fronte Polisario ebbe in carico una popolazione numerosa da organizzare, amministrare ed un progetto più articolato da attuare, in modo da permettere la sopravvivenza anche “politica” dei rifugiati. Attraverso enormi difficoltà, e probabilmente grazie ad esse, riuscì a formare un popolo unito con una grande coscienza nazionale verso una patria libera e indipendente.

Sotto il profilo delle risposte militari all'occupazione, l'ALPS fu uno strumento particolarmente efficace, poiché si configurò come esercito popolare di difesa territoriale in cui tutti i militanti erano uguali, a dispetto delle tradizioni tribali62. La lotta dei suoi circa 10.000 uomini riutilizzò l'antica strategia dei ghazi63, che permise di sfruttare la perfetta conoscenza topografica e la grande mobilità. I sabotaggi e le imboscate si rivolsero ai siti di importanza economica e strategica, come le miniere di Bou Craa, le ferrovie in Marocco o la miniera di Zouerate in Mauritania. Nel caso delle miniere di fosfati, tali azioni assunsero una valenza simbolica, perché impedirono all'occupante di sfruttare le risorse del territorio che apparteneva alla popolazione saharawi64. Più volte in quegli anni vennero rapiti civili stranieri per fare pressione sui loro governi, affinché non sostenessero l'occupazione illegale.

Questa guerriglia si rivelò efficace in quanto finì per strozzare la Mauritania, più vulnerabile del Marocco e la cui situazione politica era instabile da tempo. Nel luglio 1978, un colpo di stato ad opera del capo delle forze armate Ould Salek, rovesciò il presidente Ould Daddah. A quel punto il Fronte Polisario vide una possibilità di evoluzione nelle posizioni di almeno uno dei suoi nemici, e decise per il cessate il fuoco unilaterale. Per un anno ancora il nuovo regime tergiversò ma il 5 agosto 1979, un accordo di pace venne firmato ad Algeri. In esso la Mauritania dichiarò solennemente che non avrebbe più avanzato alcuna rivendicazione territoriale o di altro tipo in Sahara Occidentale, e che sarebbe uscito definitivamente dalla guerra contro il Sahara Occidentale. Al successo diplomatico e militare della pace di Algeri, si aggiunse il riconoscimento del Fronte Polisario come «unico rappresentante del popolo saharawi»65, e della Rasd.

Neutralizzate le minacce da sud, il Fronte Polisario poté concentrare tutte le forze contro il Marocco, che nel frattempo aveva occupato la zona mauritana, creando una nuova provincia66. Questo si trovò ben presto in difficoltà: i ghazi avevano inflitto grosse perdite all'esercito, liberando parte del territorio occupato. A partire dal 1980, Hassan II decise di riorganizzare la difesa, e con la collaborazione economica e tecnica di Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita67 vennero costruiti una serie di muri difensivi che racchiudevano il “Sahara utile” (ovvero i centri urbani di Smara, Bou Craa, El Ayoun) impedendo al Fronte Polisario di avvicinarsi, e alla popolazione rifugiata di ritornare nei territori originari. In sei anni il governo marocchino fece costruire sei muri68 in pietra e terra, alti due o tre metri, per una lunghezza totale di 2720 km, che divisero il paese bloccando definitivamente l'accesso all'Atlantico. La “strategia dei muri” ridusse gli attacchi saharawi a semplici azioni di disturbo e comportò una sensibile diminuzione dell'influenza e dei legami politici forniti dal Fronte Polisario alla popolazione dei territori occupati 69.



1.5. Sviluppi diplomatici e inizio del processo di pace


Il conflitto, che aveva acquisito una dimensione internazionale già dal 1975, continuò a preoccupare la comunità internazionale. Per tutti gli anni Settanta le organizzazioni internazionali intervennero, ebbero luogo tentativi di mediazione70, e alcuni paesi (Spagna, Francia e Stati Uniti), furono maggiormente coinvolti a causa delle alleanze economiche e militari intrattenute nella regione. In questo contesto, la creazione della Rasd e l'uscita della Mauritania dal conflitto, furono avvenimenti decisivi, in seguito ai quali aumentò la “competizione diplomatica” per acquistare appoggio e legittimità alla propria causa.

Nel 1979 il problema del Sahara venne sottoposto all'attenzione di due nuove istanze internazionali: il Tribunale Permanente dei Popoli71 ed il Parlamento Europeo. Il primo diede una sentenza positiva all'autodeterminazione del popolo saharawi riconoscendo il Fronte Polisario; deplorò l'esecuzione della Marcia Verde e dichiarò incompatibili con il diritto internazionale gli accordi di Madrid. Il Parlamento Europeo, pur condannando l'occupazione del Marocco, fece notare che la nazionalità delle popolazioni che vivevano nei campi profughi non fosse mai stata accertata né autenticata come originaria del Sahara Occidentale.

Inoltre la proclamazione della Rasd spinse il Fronte Polisario ad insistere diplomaticamente per il suo riconoscimento72 da parte degli stati dell'Oua. Nel vertice di Khartoum del luglio 1978, venne istituito un comitato ad hoc (ribattezzato “comitato dei saggi”) composto da cinque capi di stato73 incaricati di esaminare l'intera questione e di presentare un rapporto nell'incontro successivo. In esso si constatava che gli Accordi di Madrid avevano trasferito l'amministrazione del territorio al Marocco e alla Mauritania, ma si ribadiva che ciò non comportava un trasferimento della sovranità. Si raccomandava il cessate il fuoco immediato, un referendum libero per permettere alla popolazione di scegliere tra indipendenza totale e mantenimento dello statu quo, la cooperazione di tutte le parti, la creazione di un comitato per organizzare il referendum in collaborazione con le Nazioni Unite. Tale rapporto venne esaminato a Monrovia nel luglio 1979, e tutte queste raccomandazioni furono approvate in una risoluzione che suscitò vive proteste del Ministro degli Affari esteri del Marocco. L'anno successivo, in occasione della conferenza di Freetown, cui parteciparono oltre al Polisario moltissime organizzazioni saharawi pro-Marocco, venne discussa, senza successo, l'ammissione della Rasd all'Oua.

L'atteggiamento poco collaborativo da parte del Marocco stava allontanandolo dai suoi alleati e dalla comunità africana. Per questo Hassan II decise di recarsi al vertice di Nairobi del 1982, di aderire al principio del referendum e di partecipare ai lavori della sua organizzazione. La risoluzione AHG/104 (XIX) approvata al vertice di Addis Abeba del 1983, stabilì la necessità di effettuare negoziati diretti tra le parti e in vista di un cessate il fuoco. Per la prima volta, Marocco e Fronte Polisario venivano esplicitamente indicati come parti in conflitto e si salutò con favore l'atteggiamento della dirigenza saharawi, che si ritirò dal vertice per evitare ulteriori spaccature con il Marocco, relativamente al riconoscimento della Rasd. L'Organizzazione per l'Unità Africana, in seguito ai primi negoziati tra Fronte Polisario e Marocco del 1988, e all'intervento più deciso delle Nazioni Unite, ridurrà il proprio ruolo nella gestione del conflitto, fino ad uscire di scena a causa delle sue difficoltà strutturali.

Il Piano Congiunto Onu/Oua cui Marocco e Fronte Polisario aderirono il 30 agosto 1988, prevedeva un referendum nel quale la popolazione avrebbe scelto l'indipendenza o l'integrazione, ma solo dopo il rispetto del cessate il fuoco. Si dispose che il territorio sarebbe stato messo sotto il controllo delle Nazioni Unite con l'invio di una Missione speciale che avrebbe dovuto sorvegliare il ritiro di parte dell'esercito d'occupazione, il successivo rientro della popolazione rifugiata e lo svolgimento del referendum stesso. Il Segretario Generale Perez de Cuellar, portò quindi all'attenzione del Consiglio di Sicurezza le linee guida del processo di pace, approvato il 29 aprile 1991, con la risoluzione 690. Principali elementi di tale risoluzione erano:

  1. i saharawi avrebbero scelto tra indipendenza e integrazione al Marocco;

  2. il censimento del 1974 sarebbe stato riattualizzato da una commissione;

  3. l'esercito marocchino avrebbe progressivamente ridotto la sua presenza;

  4. l'amministrazione marocchina non si sarebbe ritirata ma le forze dell'Onu avrebbero garantito la sicurezza;

  5. il rappresentante speciale sarebbe stato affiancato dalla Minurso.

Come de Froberville analizza ampiamente74, il nodo centrale dei continui rinvii nella votazione del Piano di pace e delle differenze tra quello del giugno 1990 e quello sancito dalla risoluzione 690, risiedono nell'identificazione del corpo elettorale. Infatti il Piano approvato nel 1991 stabiliva che anche i non censiti nel 1974 che avessero dimostrato di essere saharawi, avrebbero potuto partecipare al referendum. Questa possibilità andava contro le proposizioni congiunte di Onu e Oua (che vedevano nei dati del 1974 l'unica base per il nuovo conteggio), creando un primo oggetto dei contenziosi futuri. La pericolosità di tali elementi era già stata evidenziata dalla Commissione di identificazione la quale, analizzando il censimento spagnolo del 1974, segnalò le lacune che avrebbero potuto stravolgere gli esiti della consultazione75.

L'analisi degli anni che vanno dalla nascita del Fronte Polisario fino alla firma del Piano di pace con il Marocco, ci consente di capire con quali modalità e attraverso quali strategie politiche e militari, esso abbia dapprima intrapreso e poi rinunciato alla guerriglia. Accettando e rispettando il cessate il fuoco imposto dal Piano, il Fronte Polisario ha dimostrato la grande fiducia nel ruolo degli organismi internazionali e la volontà di risolvere il conflitto con la loro mediazione. Questa fiducia emergerà con ancor più chiarezza nel decennio successivo, quando gli ostacoli militari e diplomatici posti dal Marocco metteranno a dura prova sia l'applicazione del Piano di pace che il mantenimento della via pacifica intrapresa.


CAPITOLO 2

GLI INSUCCESSI DELLA VIA DIPLOMATICA

(1991-2005)



2.1. I primi “incidenti di realizzazione”


Come già sottolineato, uno degli aspetti fondamentali che caratterizzano la strategia militare del Fronte Polisario, è il suo profondo significato politico. L'uso delle armi si è configurato fin dal Congresso costitutivo76, come una costrizione dovuta alla strategia del nemico, dunque strettamente collegata agli sviluppi politici e diplomatici del conflitto. Per cui, quando il 17 maggio 1991, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite fissò il cessate il fuoco per il 6 settembre, il Fronte Polisario accettò senza remore tale condizione, necessaria all'applicazione del Piano di pace e allo svolgimento del referendum. Da allora, la rinuncia alla violenza in favore della diplomazia internazionale fu rispettata da tutta la popolazione.

L'inizio vero e proprio del Piano di pace fu tutt'altro che scontato, e per tutta l'estate del 1991 si posero difficoltà logistiche che fecero temere ritardi più gravi. Per esempio, nel mese di luglio il rappresentante speciale dell'Onu, Johannes Manz, non poté recarsi ad El Ayoun a causa della chiusura dei confini da parte del Marocco. O ancora il 12 agosto, un' intera équipe di esperti della Minurso si vide rifiutato il permesso di ingresso nei territori: alla vigilia del cessate il fuoco erano arrivati in Sahara Occidentale solo 200 dei 1700 funzionari previsti. Di fatto, il controllo77 di Hassan II su porti, strade e su tutte le vie di accesso al paese, gli permise di ritardare di qualche mese l'inizio dei lavori della Minurso.

Più gravi ancora furono le iniziative militari intraprese. In agosto, cioé un mese prima del cessate il fuoco, l'esercito marocchino bombardò e distrusse le città di Tifariti e di Bir Lahlou. Gli attacchi nel Sahara Occidentale continuarono anche dopo il 6 settembre, tanto che un rapporto del 1993 attribuì al Marocco 236 violazioni del cessate il fuoco.

Ma la violazione più grave ed eclatante del Piano di pace, fu l'organizzazione di una “Seconda marcia verde78”. Immediatamente denunciata dal Fronte Polisario, essa ebbe luogo il 26 settembre 1991, quando circa 30.000 persone provenienti dalle province di Tan-Tan e Goulimine (nel sud del Marocco) si stabilirono ad El Ayoun, nel Sahara Occidentale. Il governo giustificò quest'operazione dicendo che si trattava del ritorno in patria circa 170.000 saharawi (dunque potenziali votanti) che secoli prima si erano rifugiati nelle province meridionali del Marocco per sfuggire alla colonizzazione spagnola. Di per sé questo spostamento di potenziali votanti daharawi era conforme al rapporto del Segretario generale79, secondo il quale avrebbero potuto partecipare al referendum anche i non censiti nel 1974, maggiorenni e residenti al di fuori dei territori. Tuttavia quel rapporto proibiva che il loro trasferimento venisse effettuato dalle parti in causa, e ne attribuiva all'ACNUR80 la competenza. Pertanto, il fatto che le autorità marocchine si appellassero ad esso per legittimare una nuova “invasione di coloni”, risultò inappropriato.

Secondo il Fronte Polisario il vero motivo di questa Seconda marcia verde era falsare il risultato del referendum facendo votare quei cittadini marocchini residenti negli ex-protettorati di Tarfaya e Ifni che possedevano documenti di identità spagnola, pur non essendo saharawi81. A ciò si aggiungeva un obiettivo a lungo termine ben più rilevante: trasformare il Sahara Occidentale in una provincia marocchina in cui gli elementi culturali saharawi fossero una minoranza82. Questo episodio non venne mai esplicitamente condannato da alcuna organizzazione internazionale poiché, venne detto, esso non costituiva una violazione militare del Piano di pace. Tuttavia le Nazioni Unite vennero fortemente criticate per la loro ambiguità e passività al riguardo.

Altri ritardi nel calendario previsto, furono provocati dalle stesse istituzioni. Per esempio qualche mese prima dell'avvio delle procedure di identificazione, Perez de Cuellar tentò di modificare la costituzione del corpo elettorale, nonostante le vive critiche incontrate e il mancato appoggio del Consiglio di sicurezza. Nell'ultimo rapporto da Segretario83, egli affermò che il ritardo nelle operazioni era dovuto alla complessità del processo di identificazione dei votanti e alla tendenza delle parti ad interpretare in maniere differenti i relativi paragrafi. La sua proposta era di utilizzare nuovi criteri di identificazione, tentando di allargarli oltre il censimento spagnolo (già accettato dalle parti al momento di stipulazione del piano).

Per valutare la corrispondenza ad almeno uno di questi, i potenziali votanti avrebbero dovuto fornire due tipi di prove: documenti ufficiali e testimonianze orali. Cinque erano i criteri proposti:

  1. Essere presenti nel censimento del 1974;

  2. aver vissuto sul territorio come membro di una tribù saharawi all'epoca del censimento, ma non essere stato censito;

  3. essere discendente diretto dei due primi gruppi;

  4. essere figli di padre nato nel territorio;

  5. essere membro di una tribù saharawi e aver vissuto nel territorio per 6 anni consecutivi o 12 discontinui prima del 1 dicembre 1974.

Questi nuovi ciriteri non risolsero affatto le divergenze tra il Fronte Polisario e il Marocco; al contrario ne alimentarono di nuove. Se il primo voleva limitare il corpo elettorale alle persone censite nel 1974 e sosteneva il criterio di cittadinanza territoriale, il secondo cercava proprio una sua estensione per includervi i membri di tribù favorevoli all'integrazione marocchina. Vista la difficoltà nello stabilire chi effettivamente abitasse il Sahara al momento della decolonizzazione, il criterio tribale poteva permettere un allargamento senza limiti dei potenziali votanti84. Per chiarire ulteriormente questo punto, la Commissione di identificazione specificò quanto segue: «Il concetto di appartenenza tribale, non è accettabile, (...) perché la popolazione così definita non è legata al censimento e non corrisponde né ad un determinato periodo, né ad un territorio specifico85».

Superando le iniziali reticenze e mostrando la propria volontà di cooperazione, il Fronte Polisario decise di accettare quattro dei criteri proposti, mentre il Marocco li rifiutò tutti. Nemmeno al Consiglio di Sicurezza piacquero i nuovi criteri: con la risoluzione 725 del 31 dicembre 1991, venne richiesto un nuovo rapporto relativo, che incontrasse il favore delle parti.

Inoltre, siccome contraddicevano le precedenti risoluzioni e gli accordi del 1989, le proposte di Perez de Cuellar misero in crisi la credibilità del Consiglio di Sicurezza, tanto che il presidente della Commissione di identificazione, Frank Ruddy, rassegnò le proprie dimissioni. Lo stesso Manz si dimise, denunciando la mancata presa di posizione di de Cuellar riguardo alla Seconda marcia verde86. Le loro accuse di parzialità saranno in parte avallate dalla notizia, nel gennaio 1993, della nuova carica di de Cuellar a vice presidente della Optorog, società di commercio internazionale per il 70% di proprietà della famiglia reale marocchina.



2.2. Il blocco del processo di identificazione dei votanti


Boutros-Ghali iniziò il suo mandato come Segretario generale delle Nazioni Unite l'1 gennaio 1992. Ex-segretario agli affari esteri d'Egitto, fu accolto in una seduta speciale dai capi di Stato dei 15 paesi rappresentati nel Consiglio di Sicurezza87. Si trattava di un periodo molto positivo per le Nazioni Unite, di precisazione e allargamento delle competenze relative alla gestione e prevenzione dei conflitti, come emerse dal famoso testo “An Agenda for Peace”.

Riguardo alla situazione del Sahara Occidentale, il rapporto del nuovo Segretario fu caratterizzato da un grande realismo: vi si registravano le violazioni al cessate il fuoco88, le divergenze d'interpretazione del Piano, e si avanzava l'ipotesi di abbandonarlo se fosse venuta a mancare la collaborazione. Per la nomina del nuovo Rappresentante speciale, si lasciarono le parti libere di accordarsi su una persona da una lista di dieci nominativi. Avendo il Marocco rifiutato otto di questi, al Fronte Polisario non rimase che accettare Yacoub Khan89.

Nel frattempo Rabat annunciò di voler organizzare le elezioni municipali e legislative, ed un referendum costituzionale che avrebbe coinvolto anche il Sahara Occidentale. Per il Fronte Polisario si trattava di una vera e propria dichiarazione di guerra, che dimostrava il fallimento di un Piano di pace mai iniziato. Boutros-Ghali intervenne personalmente per chiarire che si sarebbe trattato di «elezioni (...) del tutto indipendenti e distinte dalla tenuta di un referendum conformemente al piano dell'Onu»90. Queste si svolsero il 4 settembre 1992 e si rivelarono un successo per il monarca, che indicò tra le sue priorità lo sviluppo del Sahara Occidentale, ormai incluso nel progetto di regionalizzazione del Marocco. In effetti l'anno seguente, il Ministro dell'Interno annunciò un piano di divisione del paese, in regioni dotate di parlamento e governo locale91. Durante le manifestazioni di protesta contro le elezioni organizzate ad Assa, El Ayoun e Smara, vi fu una repressione durissima, ma i vertici dell'Onu dichiararono di non esserne al corrente. Solo nel rapporto del gennaio 1993, il Segretario generale segnalò con preoccupazione l'aumento delle violazioni al cessate il fuoco92.

Visto che le parti mantenevano atteggiamenti che ostacolavano l'applicazione del Piano concordato, Boutros-Ghali propose tre vie per superare l'impasse:

Privilegiando la prima proposta, il 2 marzo 1993 il Consiglio di Sicurezza votò la risoluzione 209, con la quale si approvò l'organizzazione del referendum prima della fine dell'anno. Si scelse di iniziare rapidamente la registrazione dei votanti, cominciando dalle liste aggiornate del censimento del 1974, per mettere in atto quanto già indicato nelle risoluzioni 658 e 690.

Venne annunciato l'inizio della registrazione dei potenziali votanti. Tre erano i passaggi procedurali previsti: la manifestazione dell'intenzione di partecipare al voto (con archiviazione e vaglio della Commissione), l'identificazione (in presenza delle parti, del capo tribù della fazione e dell'osservatore dell'Oua93), e infine l'analisi del dossier in base ai criteri stabiliti, alle testimonianze e alle prove prodotte.

Come già si era immaginato, la presentazione delle prove costituì uno dei capitoli più controversi. Le testimonianze orali e la presenza dei capi tribù suscitarono riserve da entrambe le parti: il Fronte Polisario avrebbe voluto riconoscere solo le prove scritte del periodo coloniale (imparziali poiché precedenti il conflitto) mentre il Marocco diffidava dell'amministrazione spagnola e preferiva le testimonianze orali dei capi tribù. In più il primo, a differenza del secondo, considerava una sotto-fazione come «radicata nel territorio»94 se la maggioranza dei suoi membri era stata censita nel 197495.

Gli ulteriori ritardi, causati dagli interventi del Marocco relativi alle nomine degli osservatori dell'Oua, resero evidente la sua capacità di influire profondamente anche sulle dinamiche interne degli organismi internazionali. Addirittura il 31 ottobre 1994 (a chiusura delle registrazioni dei potenziali votanti) più di 100.000 nuove domande vennero presentate da residenti delle regioni meridionali del Marocco, facendo passare le richieste da 120.25496 a circa 230.000. Fino ad allora erano state valutati i dossier di solo 4000 potenziali elettori: parve chiaro che sarebbe stato impossibile realizzare il referendum entro il febbraio 1995. Vennero moltiplicati i centri operativi della Minurso sia nel Sahara Occidentale che nei campi profughi, rinviando di un anno la consultazione.

Questi continui rallentamenti avevano reso il clima tutt'altro che disteso. Le continue manifestazioni che inneggiavano all'indipendenza provocarono risse, arresti e rappresaglie, tanto che il Consiglio di Sicurezza decise di inviare una propria delegazione. Essa doveva far comprendere alle parti la necessità di collaborare con la Minurso, valutare i progressi nel processo di identificazione, e verificare i problemi relativi alla riduzione delle forze militari, al rilascio dei prigionieri politici e al ritorno dei rifugiati. L'analisi della delegazione fu chiara: «sebbene le parti abbiano il desiderio di mettere in atto il piano di pace, nella pratica hanno difficoltà a cooperare pienamente in tutti gli aspetti del processo, causando continue interruzioni nelle identificazioni»97. La scarsa fiducia e il sospetto tra le parti facevano sì che anche i problemi tecnici venissero ingigantiti e trasformati in questioni politiche. Anche un coordinatore della Minurso espresse preoccupazione per le modalità delle operazioni di identificazione: «nel 60% dei casi, i due capi tribù si trovano in disaccordo. I capi tribù del Polisario hanno grosse difficoltà, perché solo il 20% delle persone che si presentano sono incluse nel censimento, il restante 80% non ha nemmeno i documenti adeguati; non è stato facile convincere i capi tribù a continuare in una tale mancanza di trasparenza»98.

Il 25 giugno il Presidente della Rasd, Mohamad Abdelaziz, annunciò la sospensione della partecipazione al processo di pace. All'origine di questa decisione vi erano le violazioni marocchine al Piano di pace, l'introduzione delle nuove domande di registrazione all'ultimo minuto, e la condanna di otto studenti saharawi a 15/20 anni di prigione per aver partecipato ad una manifestazione. Solo grazie all'intervento di Human Rights Watch, dell'OMDH99 e del Parlamento Europeo, Hassan II ridusse la pena, ed il Fronte Polisario ripristinò la propria partecipazione al processo di pace.

Alla fine del 1994 rimanevano 100.000 nuove domande ad ostacolare l'attuazione del referendum. Esse facevano riferimento alle tribù indicate con le sigle H41, H61, J51/52, abitanti nel sud del Marocco o in Mauritania ed avevano la triplice caratteristica di: non poter essere considerate come radicate nel territorio, non essere menzionate nel censimento spagnolo (nemmeno le loro sotto-fazioni), non avere capi-tribù in grado di riconoscerne i membri. Accettando queste candidature, si sarebbe lasciato a degli elettori che non soddisfacevano nessuno dei criteri stabiliti, di influire per il 14,42% sui voti totali100.

Di fronte all'ennesima inconciliabilità riguardo alla valutazione di queste tribù, il Consiglio di Sicurezza decise di sospendere il processo di identificazione e di ridurre del 20% il personale militare della Minurso101. Questa situazione di stallo nel processo di identificazione dei votanti proseguì fino alla fine del mandato di Boutros-Ghali. A sette anni dalla firma dell'accordo per il Piano di pace, i saharawi non avevano ancora esercitato il loro diritto all'autodeterminazione e buona parte di loro viveva ancora nei campi profughi.



2.3. James Baker e il rilancio del processo di pace


A cercare un nuovo avvio del processo di pace fu James Baker nel 1997. Segretario di Stato americano dal 1989 al 1992, fu nominato nel marzo 1997 Inviato speciale del nuovo Segretario Generale dell'Onu, Kofi Annan. Grazie alla sua statura politica e alla credibilità internazionale di cui godeva, Baker riuscì fin da subito a conquistare una serie di vittorie diplomatiche.

I negoziati indiretti, tenutisi a Londra, rivelarono che entrambe le parti erano disposte a fare delle concessioni per sbloccare la situazione. A Lisbona, nel giugno 1997, si ebbero nuovi negoziati diretti, con la presenza di Baker, che riuscì ad ottenere tre mesi dopo un altro incontro più decisivo ancora. Infatti gli accordi conclusi a Houston, dovevano essere l'ultimo sforzo diplomatico prima del referendum (previsto per il 7 dicembre 1998). Essi riguardarono:

L'operato di Baker e gli sforzi diplomatici delle parti erano riusciti a rivitalizzare il processo di pace e la fiducia delle Nazioni Unite per il buon esito della Minurso. Secondo alcune analisi102, questo successo celava incognite ed ambiguità: era difficile che il Marocco, dopo aver investito un grosso potenziale simbolico ed economico nel “recupero dei territori perduti” del Sahara, potesse giustificare all'opinione pubblica un eventuale ritiro. L'ipotesi è che la riuscita dei negoziati sia stata in qualche modo influenzata dalla prospettiva di aiuti economici e investimenti avanzata dalla diplomazia statunitense. Altre ragioni che avrebbero spinto Rabat a riprendere il processo di pace sarebbero stati la povertà del paese (a fronte delle spese per il mantenimento dell'esercito), la maggiore democratizzazione delle istituzioni e i problemi di successione emersi con la malattia del re.

Il primo dicembre 1997 il processo di identificazione riprese. Ad alcune accuse di tendenziosità della Minurso, avanzate dalla stampa marocchina, rispose lo stesso Kofi Annan103, facendo notare come il processo stesse proseguendo rapidamente e come restassero da identificare solo 20.000 persone. In effetti un comunicato della Commissione di identificazione del 1998, annunciò l'avvenuto riconoscimento di 147.000 votanti104 (di cui ben 87.000 dopo il dicembre 1997), con l'eccezione degli appartenenti ai gruppi tribali “contestati”. Come previsto dagli accordi di Houston, Kofi Annan richiese alla Commissione di procedere all'esame individuale delle domande degli appartenenti a queste tribù.

Nel frattempo l'atteggiamento di Rabat si fece quasi conciliante, tanto che venne riconosciuto ufficialmente lo stato legale della Minurso, e venne siglato un accordo per lo sminamento delle zone non militari del Sahara Occidentale. Purtroppo questo periodo positivo non era destinato a durare a lungo: la morte di Hassan II nel luglio del 1998 e la successione del figlio Mohammad VI causarono ben tre rinvii del referendum105. Più grave ancora, la mancata ufficializzazione della presenza ACNUR, provocò un ritardo fatale nel rimpatrio dei rifugiati106.

In ogni modo una parte delle liste provvisorie venne pubblicata il 15 luglio 1999 e il termine per presentare eventuali ricorsi venne fissato di lì a due mesi. Quasi tutti coloro che erano stati esclusi dalla lista perché non conformi a nemmeno uno dei criteri, presentarono ricorso. Senza contare che doveva ancora concludersi l'identificazione degli appartenenti alle tribù H41, H61, J51/52. Per l'ennesima volta la prospettiva di organizzare il referendum si allontanava anziché avvicinarsi.

Teoricamente la fase finale del processo di identificazione sembrava vicina, ma nella pratica rimanevano molte questioni da regolare, relative all'applicazione del risultato del referendum. Era chiaro che nessuna delle due parti avrebbe accettato una sconfitta e che cooperavano solo perché convinte che la composizione del corpo elettorale avrebbe determinato l'esito del referendum.

2.4. Una “terza via” proposta dall'Onu


Di fronte a quest'ennesima impasse, i