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CAPITOLO 2

PROFILO STORICO E COMPOSIZIONE SOCIALE DEL POPOLO SAHARAWI

2.1 Origini storiche                                                                                                                                              
2.1.1 I berberi prima dell’islamizzazione (XII sec.a.C. - VII sec. d.C.).                                                     
2.1.2 Islamizzazione del Maghreb (VII sec.d.C.- XI sec. d.C.)                                                                     
2.1.3 Arrivo dei Maqil e fusione con i berberi (XIII-XVII sec.)                                                                 
2.2 Struttura sociale tradizionale                                                                                                       
2.2.1 Lignaggi.                                                                                                                                                       
2.2.2 Le tribù.                                                                                                                                                         
2.2.3 Tributi.                                                                                                                                                           
2.2.4 Gerarchie interne.                                                                                                                                       
2.2.5 Organizzazione politica.                                                                                                                            
2.3 Analisi di una tribù sahariana.                                                                                                         
2.4 L’economia del Sahel prima dello stanziamento spagnolo.  

 

2.1 Origini storiche [1]

2.1.1 I berberi prima dell’islamizzazione (XII sec.a.C. - VII sec. d.C.).

 L’origine delle tribù che oggi si riconoscono sotto il nome di Saharawi si può ricondurre all’immigrazione di tribù arabe Maqil provenienti dallo Yemen, passate dall’Egitto in Tunisia nell’XI sec. e venute ad insediarsi nella regione meridionale del Marocco, nel Sahara Occidentale ed in Mauritania agli inizi del XIII sec. In queste regioni vennero a sovrapporsi alle tribù berbere autoctone, principalmente i Sanhaja e in misura inferiore gli Zenata. Le popolazioni berbere nei primi secoli dell’era cristiana si dividevano in tre gruppi principali: gli Zenata, nell’interno dell’attuale Tunisia, i Masmuda, nella regione dei monti dell’Atlante in Marocco ed i Sanhaja, che vivevano nella vasta area desertica tra il sud Marocchino, la meridionale Trarza in Mauritania e la città di Timbuctoo nell’odierno Mali.

I Sanhaja erano una confederazione di tre principali tribù: Gadala, Messoufa e Lemtuna. Insieme con gli arabi Maqil sono i principali antenati degli attuali Saharawi e dei Mauri della Mauritania. Dei Sanhaja discendono anche i Tuareg del sud dell’Algeria  e del nord del Mali, i Kabili algerini ed i Rifians del Medio-Atlante marocchino. La loro migrazione verso l’interno del Sahara iniziò probabilmente nel X sec. a.C.  Alcune incisioni rupestri risalenti a questo periodo, quando il processo di desertificazione non era così avanzato come oggi, rivelano la presenza di carri trainati da cavalli, ed iscrizioni in tifinagh, gli antichi caratteri berberi, attestano l’origine berbera di queste popolazioni. L’utilizzo del cavallo e del ferro da parte dei Berberi e la pratica del nomadismo pastorale determinò probabilmente la loro supremazia sulle popolazioni nere Bafots, che furono costrette a spostarsi verso sud. [2] La penetrazione berbera nel deserto deve essersi protratta per un millennio e si completò solo tra il I ed il IV sec.d.C. quando il cammello si diffuse nella regione.
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2.1.2 Islamizzazione del Maghreb (VII sec.d.C.- XI sec. d.C.)

Nel VII sec. d.C. ebbe luogo un avvenimento fondamentale per il continente africano: nel 640 d.C. arabi musulmani conquistano la penisola araba, le province di Siria ed Egitto e prima della fine del VII sec. penetrano nel Maghreb.

L’islamizzazione del territorio del Sahara, dove nomadizzavano i Sanhaja e gli Zenata, avvenne lentamente e superficialmente a partire dalla metà del VIII sec. Le prime ondate arabe non penetrarono direttamente nel deserto, ma furono piuttosto le popolazioni berbere a diffondere  inizialmente l’Islam in queste zone.

Le popolazioni nomadi divennero il tramite tra la grande area berbera, che comprendeva la Libia ed il Maghreb attuali, prima e dopo l’islamizzazione, e l’Africa sub-sahariana: due zone di popolazioni sedentarie unite da una grande rete di tribù nomadi.

All’inizio dell’XI sec. l’Islam si diffonde fra i berberi Sanhaja con grande intensità. Mentre l’Africa mediterranea accolse subito la nuova fede, le popolazioni nomadi dell’interno del deserto si dimostrarono refrattari ad ogni tentativo di islamizzazione durante i primi quattro secoli di contatto, mantenendo le originarie credenze animiste.

Solamente quando il predicatore fu uno di loro, accettarono la nuova religione. Presto si creò un convento (ribat) i cui appartenenti furono conosciuti come al-murabitun (da cui Almoravidi).

Questi attirarono l’attenzione delle tribù nomadi vicine e convertirono alla nuova fede numerosi discepoli appartenenti soprattutto alle tribù Lemtouna.

Le tribù Sanhaja rimaste nel deserto attraversarono un periodo di lotte interne per la supremazia e di ribellione nei confronti degli Almoravidi, stabilitisi nel nord del Maghreb. Il potere degli Almoravidi durò solamente un secolo ma porta all’islamizzazione di tutta l’Africa occidentale evitando il frazionamento in riti diversi.

Le tribù Sanhaja ripiegarono sulle regioni che vanno dalla Saguia el Hamra al Senegal (gli attuali Sahara Occidentale e Mauritania). Una nuova invasione si preparava da est ed avrebbe portato nei secoli successivi all’arabizzazione delle tribù berbere del deserto ed alla configurazione sociale e politica delle popolazioni che oggi si chiamano Saharawi.
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2.1.3 Arrivo dei Maqil e fusione con i berberi (XIII-XVII sec.)

I Maqil, una popolazione di beduini arabi di origine yemenita, migrarono attraverso il nord Africa, dall’Egitto alla Libia raggiungendo lo Oued Draa (a sud dei monti dell’Atlante) e l’Atlantico durante il XIII sec. Le tribù Maqil inizialmente aiutarono la dinastia dei Merenidi, appartenenti alle tribù Zenata e destinati a soppiantare la dinastia degli Almohadi. La successiva ostilità spinse i Maqil e in particolare il gruppo dei Beni Hassan a spostarsi verso sud. Dalla fine del XIII sec. Maqil e Sanhaja si sono fronteggiati all’interno degli attuali Sahara Occidentale e Mauritania.

Il processo di integrazione tra Sanhaja e Beni Hassan fu multiforme e complesso e ci furono numerose variazioni regionali.

Nel XVI sec. la Saguia el Hamra era conosciuta come la “terra dei santi”, abitata da mistici e marabutti dediti alla preghiera e all’insegnamento e dotati di baraka [3] . In questo periodo si ritiene che siano state fondate molte tribù, destinate a segnare la storia dei Saharawi in futuro. I Sanhaja ristabilirono la loro supremazia sui Beni Hassan nella maggior parte di quei territori, che diverranno colonia spagnola. Ne risultò un susseguirsi di scontri e di alleanze che hanno continuamente rimodellato gli equilibri interni alle tribù, che nomadizzavano in quest’area.

L’assimilazione della cultura e della lingua araba, (nel caso dei Saharawi si tratta del dialetto hassaniya) avviene attraverso la forza, la compatibilità ed anche espedienti sociali quali la pretesa discendenza da Maometto, rivendicata da molte tribù berbere per migliorare la propria posizione all’interno della complessa struttura di relazioni tribali.

Nell’attuale Mauritania la resistenza dei Sanhaja nei confronti dei Beni Hassan culminò in una guerra durata trent’anni, la guerra di Char Bouba [4] (1644-1674). Guidati da un marabutto dei Lemtouna un gran numero di tribù Sanhaja  lottò contro i Beni Hassan, fino a quando furono sconfitti e sottomessi. Si ritiene che questo conflitto abbia consacrato il sistema gerarchico tribale, che divenne una delle caratteristiche  fondamentali della Mauritania e del Sahara Occidentale. Le tribù vittoriose dei Beni Hassan, conosciute come arabe o hassan, formarono la casta dei “guerrieri”. Molte delle tribù Sanhaja sconfitte divennero “tributarie” e presero il nome di znaga (derivazione dal nome Sanhaja). Non fu comunque un processo uniforme. Alcune tribù si allearono o fusero con i Beni Hassan ed altre recuperarono la loro posizione sociale attraverso la pratica religiosa ed il suo insegnamento, divenendo tribù zawiya (gente del libro) o, pratica frequente, manipolando la propria genealogia per rivendicare origini arabe, assumendo lo status di chorfa (discendenti di Maometto).
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2.2 Struttura sociale tradizionale [5]

La genesi dell’insieme di tribù, che prende oggi il nome di Saharawi e che nel passato erano identificati come Ahel es-Sahel (gente del Sahel), è il risultato di un lungo e complesso processo d’interazione fra diversi elementi costitutivi attraverso guerre, alleanze, sottomissioni e commercio di schiavi. Il sistema che si è originato rispecchia sostanzialmente il sistema delle tribù segmentarie. Ne risulta un insieme di tribù diversificate fra loro, prive di un organo di potere centrale permanente, ma unite dal fatto di riconoscersi come un gruppo omogeneo ed indipendente.
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2.2.1 Lignaggi.

La società saharawi si struttura verticalmente in tribù (qaba’el, sing. qabila) [6] ed in caste.

Alla base di questo sistema segmentario vi sono i lignaggi, che rappresentano l’unità di riferimento fondamentale per stabilire discendenze e relazioni all’interno della tribù e delle sue subfrazioni (afkhad, sing. Fakhd). I membri di ogni tribù possono tracciare la loro discendenza per via patrilineare, da un comune antenato posto all’apice dell’albero genealogico della tribù.

La tribù porta quasi sempre il nome del fondatore, che è conosciuto quale un uomo valente in guerra e profondo conoscitore della religione, se non addirittura santo per la sua devozione ed i suoi poteri particolari. I suoi discendenti, a loro volta, rappresentano i fondatori delle frazioni e delle subfrazioni in cui si divide la tribù. L’ultima cellula  è rappresentata dalla famiglia. Questa è ben identificata anche nello spazio perché vive sotto la tenda tradizionale, la khaima, che ha il duplice significato di tenda e di famiglia, e dove possono convivere ascendenti o collaterali isolati.

La famiglia estesa (aial) riunisce tutte le persone discendenti dirette da un antenato vivente, e ingloba dunque diverse tende e tre o quattro generazioni al massimo. Un’aial non è necessariamente raggruppata nello stesso spazio; le khaima che la compongono possono essere sparse in accampamenti diversi, così come un accampamento può riunire tende di parecchie aial.

La khaima e l’aial sono gruppi sociali dove vige il sistema di parentela patrilineare. Invece di considerare il lignaggio da un punto di vista discendente, come negli studi genealogici occidentali, li si prende in considerazione da un punto di vista ascendente. Il lignaggio per queste tribù nomadi ha un valore soprattutto funzionale e pragmatico piuttosto che di interesse puramente intellettuale e storico. Stabilire una discendenza comune e riconoscere l’appartenenza ad una medesima frazione, rappresenta l’unica garanzia di sicurezza e di aiuto in un ambiente dove le risorse sono scarse e gli scontri frequenti. Si ritiene che ogni individuo debba conoscere il nome di almeno sette antenati per risalire nel tempo sino al fondatore di una subfrazione sufficientemente importante.

Il lignaggio, inoltre, determina lo status di una persona all’intero della società, i suoi diritti e le sue obbligazioni in caso di pagamenti di debiti di sangue e politiche matrimoniali.

Il debito di sangue o diya viene contratto da un gruppo quando uno dei suoi componenti commette un omicidio. All’interno delle tribù Saharawi tradizionalmente il prezzo che il singolo deve pagare è all’incirca di cento cammelli che, essendo al di sopra delle possibilità, spesso anche di una sola famiglia, viene raccolto fra gli agnati dell’assassino o fra tutte le persone legate a lui da patti o asaba. Questo tipo di solidarietà agnatica viene chiamata asabiya.

Asaba.

Il dispiegarsi dell’asabiya, attraverso patti detti asaba, unisce fra loro individui o gruppi con una discendenza comune, ma può anche sancire l’inizio di un rapporto di solidarietà fra persone o gruppi che scelgono convenzionalmente di legarsi. In teoria entrambe le parti si trovano ad uno stesso livello e non si richiedono né un sacrificio né il pagamento di un tributo. Questo patto di solidarietà può presentarsi in varie forme. Attraverso l’asaba un individuo isolato può essere ammesso all’interno di una frazione con cui non vi sono legami agnatici, o un gruppo di persone, di fronte allo sfaldamento della subfrazione o alla grande distanza che li separa dal nucleo centrale, decidono di unirsi ad un’altra. Si può anche avere il caso in cui intere frazioni stabiliscono asaba. Attraverso questi processi venivano continuamente ridefinite le alleanze e le relazioni fra tribù, scavalcando spesso l’originaria struttura segmentaria, che mutava nella sua configurazione, ma non nel suo significato. Oggi, come nel passato, nessun gruppo etnico è costituito solo dai discendenti dei fondatori, ma è il frutto di una serie di processi all’interno dei quali l’asaba ha svolto un ruolo fondamentale.
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2.2.2 Le tribù.

Il contatto fra tribù di origini diverse ed il lungo processo di arabizzazione hanno portato nel corso del tempo ad una stratificazione sociale che, in base alla reale o rivendicata discendenza dal fondatore delle tribù arabe (Beni Hassan) e dal stesso Maometto, posiziona verticalmente ed orizzontalmente le 40 tradizionali tribù Saharawi e le loro frazioni.

Le tribù di origine araba occupano un posto di rilievo rispetto a quelle di origine berbera (Sanhaja) e sono chiamate anche “tribù libere”, in contrapposizione alle altre, dette “tributarie”(znaga).

Le tribù arabe si dividono in guerriere e religiose. Coraggio e santità sono i due attribuiti distintivi per queste popolazioni del deserto. Le prime sono anche chiamate ahel mdafa (gente del fucile), o hassan in quanto discendenti delle tribù arabe Beni Hassan fondate da un parente di Alì (genero di Maometto) e che giunsero nel Sahara Occidentale nel XIII sec.d.C.. All’interno di questa casta troviamo gli Oulad Delim ed i Tenka di cui nel Sahara Occidentale sono maggiormente presenti gli Izarguien e gli Ait Lahsen. Sono considerate le tribù più temibili del deserto per il loro orgoglio e la loro violenza negli scontri.

Le seconde sono le tribù chorfa (sing.cherif) che si considerano dirette discendenti di Maometto. Le principali tribù chorfa sono: Reguibat, Arosien, Oulad Bou Sbaa, Ahel Cheikh Ma el-Ainin, Toubalt e Filala. Le genealogie ufficiali si basano spesso sulla vita di figure di santi che appartengono più al mito che alla storia. Inoltre è certo che, malgrado l’adozione del dialetto arabo hassaniya, molte di queste tribù erano di origine berbera (Sanhaja), e grazie alla loro forza militare e a genealogie chorfa inventate, sono sfuggite al destino di altre tribù Sanhaja divenute tributarie (znaga).

Un’altra categoria di tribù con una spiccata vocazione religiosa, in grado di riscattarla in alcuni casi dallo status di znaga è quella degli zawiya.

Le tribù zawiya, anche conosciute come ahel ktub (gente del libro), benché non rivendicassero la discendenza di Maometto, erano costituite da eruditi dediti allo studio e all’insegnamento della religione e delle scienze. Sono presenti soprattutto in Mauritania.

Nell’ultimo gradino della struttura gerarchica dei Saharawi vi sono le tribù znaga o tributarie, di origine berbera e che maggiormente resistettero al processo di arabizzazione. Il loro nome deriva chiaramente da Sanhaja, il ceppo di tribù berbere che abitavano il deserto prima dell’arrivo degli arabi Beni Hassan. Il termine znaga o aznaga era usato nel XV e nel XVI sec. dai primi esploratori europei per indicare le popolazioni nomadi non arabe di questa zona del Sahara, che non parlavano l’hassaniya ma una lingua chiamata ezeneguy. In seguito il termine “znaga” perse questa connotazione per adottare quella sociale di  “tributario”. Questa evoluzione riflette il processo attraverso cui gli arabi presero il sopravvento, introducendo l’hassaniya e obbligando i berberi a pagare loro i tributi. Gli znaga venivano anche chiamati lahma o “carne senza ossa” ad indicare il fatto che non erano in grado di difendersi e dovevano pagare i tributi, per ottenere la protezione delle tribù guerriere.

Le tribù così ripartite nomadizzavano in aree distinte anche se naturalmente fluide. Le tribù tributarie erano per lo più dedite alla pesca e all’agricoltura e vivevano sulla costa; le tribù guerriere, dedite alla pastorizia, si trovavano nelle regioni interne, in continuo contrasto con i tentativi di assoggettamento da parte dei sultani marocchini a nord e dagli emiri mauri a sud. Le tribù religiose o chorfa nomadizzavano prevalentemente nelle zone centrali dell’interno, risultando essere il punto di contatto di questa “confederazione” di nomadi.

Queste divisioni sono il frutto di rapporti di potere in continua ridefinizione attraverso scontri ma anche abili manipolazioni genealogiche e storiche.

Non bisogna meravigliarsi se, secondo dati della fine del XIX sec., le tribù znaga rappresentavano solo un ottavo della popolazione.

Gli Spagnoli, giunti nel Sahara Occidentale, non intuirono il mutevole sistema di rappresentazioni che i Saharawi davano di se, o più probabilmente non erano interessati a conoscere una popolazione con cui ancora non avevano deciso di entrare in contatto. Solo più tardi, compreso il sistema di relazioni competitive fra le tribù, privilegiarono i rapporti con alcune a svantaggio di altre, per stressarne le divisioni e mantenere i Saharawi divisi.
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2.2.3 Tributi.

Un complesso sistema di relazioni tributarie rappresenta la base dei rapporti attorno a cui si struttura la società tradizionale saharawi.

Alcuni tributi avevano carattere degradante e mettevano a dura prova l’economia delle tribù, altri sancivano patti ed alleanze e non avevano connotazioni negative. Il tributo più frequente e dalle implicazioni più umilianti era la horma. Veniva pagato dalle tribù znaga a quelle guerriere o hassan in cambio di protezione.

La horma era pagata individualmente da ogni capo famiglia znaga ad una famiglia designata, all’interno della tribù guerriera a cui erano soggetti. Ogni anno il tributario doveva consegnare un cammello, un pezzo di tela  o l’uso del latte di un animale, obbligando il ricevente a dargli protezione o ad aiutarlo in caso di bisogno. Questo tipo di relazione imponeva al tributario di non portare armi e quindi di non potersi difendere od organizzare ghazzi [7] , condizione umiliante all’interno di una popolazione dove il prestigio si acquisiva per discendenza, ma soprattutto attraverso la saggezza mostrata nella risoluzione delle controversie e l’onore ed il coraggio mostrati in battaglia.

Il ghafer rappresenta un tipo di tributo, spesso dato sotto forma di dono, che viene pagato collettivamente e non ha carattere umiliante. Un’intera tribù o una sua frazione paga il ghafer (in genere una o due dozzine di cammelli) ad un’altra, per mantenere un patto o un’alleanza. Un esempio conosciuto di ghafer era rappresentato dal dono annuale di otto cammelli dati agli Izarguien dagli emiri di Trarza (Mauritania) sino agli inizi del XX sec..

Il terzo tipo di tributo ha le caratteristiche di un sacrificio. La debiha, attraverso la quale si stabilivano accordi, si risarcivano danni o si compensavano debiti, si effettuava sacrificando una capra o una pecora di fronte alla khaima (tenda) o al frig (accampamento) della famiglia o della frazione a cui si chiedeva protezione o a cui si doveva qualcosa. Nel caso, invece, che si trattasse della compensazione di un crimine commesso, la debiha assolveva solamente reati minori come la rissa o l’avere sparato a qualcuno senza colpirlo. Nel caso di un ferimento era richiesto un sacrificio più oneroso (targhiba), un cammello.
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2.2.4 Gerarchie interne.

In ogni tribù, sia che si trattasse di guerriere, religiose o tributarie, erano presenti divisioni verticali e alcuni individui appartenevano a caste sociali inferiori che non caratterizzavano lo status della tribù, pur partecipando alla vita comune.

Vi erano le caste degli artigiani, o maalemin, dei musici o iggauen ed al gradino inferiore gli schiavi, che si dividevano in abid e harratin (schiavi affrancati).

I maallamin svolgevano il ruolo di carpentieri, fabbri, costruttori di selle e gioiellieri. Lavoravano il ferro ed il legno, mentre le loro mogli erano specializzate nel lavorare la pelle per ricavare abiti, recipienti e le tele con cui erigere le tende. I maallamin potevano soddisfare tutte le necessità tecniche di una tribù nomade e, benché fossero apprezzati per la loro bravura, erano tenuti in disparte, non avevano potere decisionale all’interno della comunità ed erano considerati detentori di poteri occulti, in grado di influenzare negativamente la vita delle persone. Potevano rimanere legati alle medesime famiglie o frazioni per più generazioni ma continuavano a rappresentare una casta ereditaria inferiore.

Al pari dei maallamin si trova la casta dei musici o iggauen. Erano dei veri e propri bardi, giullari del deserto che viaggiavano liberamente da un accampamento all’altro in cerca di cheikhs, capi tribù, che assicurassero loro protezione e compenso in cambio di intrattenimento. Questi nomadi fra i nomadi erano particolarmente diffusi in Mauritania ma si trovavano anche nelle regioni meridionali del Sahara Occidentale. Venivano accompagnati nel canto dalle donne ed eseguivano componimenti su schemi fissi, elogiando il valore e la generosità dell’ospite, ma anche versi satirici nel caso quest’ultimo non si dimostrasse generoso.

La generosità e l’ospitalità sono due valori sacri dell’Islam e particolarmente sviluppati all’interno delle popolazioni nomadi del deserto; non bisogna quindi stupirsi se, sebbene appartenessero ad una casta inferiore ed in cerca di protezione, gli iggauen si potessero permettere di irridere i loro ospiti. Come gli artigiani, anche i musici erano ammirati e temuti al contempo.

Al gradino più basso della società tradizionale saharawi vi erano gli schiavi o abid e i liberti o harratin che appartenevano alle popolazioni nere dell’Africa subsahariana. I primi schiavi erano i discendenti delle popolazioni nere Bafots, soppiantate dai Berberi nell’Africa nord occidentale, nel I millennio a.C..

A questo primo nucleo di schiavi si aggiunsero quelli ottenuti attraverso gli scontri ed il commercio con i regni del sud. L’arrivo degli europei sulle coste del Sahara, nel XV e XVI sec., aumentò il commercio degli schiavi. Questi, ottenuti attraverso razzie o acquistati (terbia), erano quelli sottoposti ai lavori più duri e maggiormente disprezzati, mentre quelli nati all’interno della famiglia nomade da genitori schiavi (nama) venivano utilizzati per lavori domestici e riuscivano ad integrarsi sino ad ottenere, in alcuni casi, la libertà. Gli schiavi liberati (harratin) rimanevano quasi sempre presso i loro ex padroni.
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2.2.5 Organizzazione politica.

I Saharawi sono romanticamente conosciuti come “i figli delle nuvole”, in perenne spostamento dietro alle nubi, alla ricerca di oasi o zone del deserto dove sia probabile l’arrivo della pioggia. Il loro accentuato nomadismo e lo spirito di libertà, che li ha sempre contraddistinti, li ha spinti a lottare in continuazione per mantenersi indipendenti dai regni del nord e del sud, ma anche a trovarsi in perenne contrasto tra loro. Ne risulta un insieme di tribù diversificate ma omogenee al contempo, in grado di definirsi competitivamente al loro interno ma anche di unirsi in contrapposizione a forze esterne.

Le regioni dell’attuale Sahara Occidentale erano conosciute come bilad ed-siba (terre della dissidenza), in contrapposizione alle zone settentrionali sottomesse ai sultani marocchini e conosciute come bilad el-makhzen (terre del governo). Malgrado molti studiosi descrivevano i Saharawi come una popolazione che vive in una situazione di “anarchia tribale”, gli stessi hanno riconosciuto la presenza di organismi politici con rappresentanti e compiti ben determinati.

Come nel caso dei lignaggi, il riconoscimento e la gestione del potere fra i Saharawi rispecchia generalmente i modelli di tribù segmentarie presenti fra la maggior parte delle tribù nomadi del mondo arabo.

Ogni tribù aveva la propria organizzazione interna costituita dalla yemaa, un’assemblea di notabili che aveva poteri legislativi, giudiziari ed esecutivi. I notabili erano gli anziani più rispettati, per il loro lignaggio e la ricchezza, il valore dimostrato in battaglia, la saggezza e la pietà con cui risolvevano le controversie e la conoscenza e la devozione religiosa. La yemaa si riuniva periodicamente qualora si dovesse stabilire un’alleanza (asaba), si dovesse pagare un tributo, risolvere un caso giudiziario o prendere altre decisioni importanti per la vita della comunità, quali la scelta del luogo dove spostare l’accampamento. A capo della yemaa era posto uno chiekh. La giustizia, il cui corpo di norme era chiamato orf , e che era complementare alla legge islamica (sharia), era presieduto da un altro cheikh: il qadi. La pratica e lo svolgimento delle riunioni della yemaa, le cui decisioni erano collettive, indica che la società saharawi era relativamente democratica, malgrado solamente gli anziani, appartenenti alle caste degli uomini liberi, potessero parteciparvi. Le decisioni della yemaa dovevano essere osservate, pena l’allontanamento dalla comunità. La yemaa rappresenta comunque l’assemblea di una subfrazione o di una frazione e, malgrado riunisca rappresentanti di più accampamenti, non si può considerare un’organizzazione supertribale. Per alcuni studiosi questa è rappresentata dall’Ait Arbain o assemblea dei 40, dove sarebbero presenti gli cheikhs delle 40 tribù tradizionali, che costituiscono l’insieme saharawi. Proprio l’Ait Arbain, che si riuniva in caso di pericolo esterno per decidere e organizzare i conflitti, è considerata da molti quel potere centrale che, sebbene non permanente, è all’origine dell’idea di popolo Saharawi. E’ considerata inoltre come una struttura amministrativa vera e propria, in grado di controllare il territorio in cui nomadizzavano i Saharawi ed in grado di mobilitare le tribù, anche in conflitti che non le interessavano direttamente. L’Ait Arbain in realtà non rappresenta un’istituzione supertribale ma una yemaa allargata, in grado di riunire gli chiekhs di un’intera tribù in caso di conflitti o ghazzi, alla cui giuda viene nominato uno cheikh con poteri particolari (moqadem).
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2.3 Analisi di una tribù sahariana.

Con riferimento a quanto detto nei paragrafi precedenti riguardo le tribù saharawi, riporto qui di seguito un’analisi dettagliata della tribù o cabila degli Ulad Tidrarin, tributari intellettuali, studiata a fondo da Caro Baroja, i cui caratteri sono comunque riscontrabili in tutte le diverse tribù del Sahara Occidentale. Le caratteristiche fondamentali della struttura di una tribù sahariana sono le seguenti:

-         Il numero di uomini è maggiore di quello delle donne; ciò si attribuisce alla più alta mortalità delle donne adulte, dovuta probabilmente alle complicanze del parto;

-         Il numero di giovani e  bambini è proporzionale a quello dei vecchi, ma ci sono grosse differenze da famiglia a famiglia per quanto riguarda il numero di figli che vive con i genitori:       da 1 a 9;

-         La tipologia di famiglia più comune è quella costituita da un uomo, una donna e i loro figli. E’ abbastanza frequente anche che con il capo famiglia viva sua madre o la vedova di suo       padre;

-         La norma generale è che il marito abbia diversi anni in più rispetto a sua moglie (più di 10);

-         Sono abbastanza rari la poligamia e il divorzio. La società poligamica di origine arabo-islamica  presenta nel Sahara una caratteristica speciale: la poligamia sincronica di 4 spose        autorizzata dal Corano è con frequenza sostituita dalla poligamia successiva. Un numero elevato di spose successive darà un maggior numero di figli; bisogna però far notare che la        serie di matrimoni successivi si conclusero con la fine dell’epoca coloniale;

-         Esiste una marcata predilezione per alcuni tipi di endogamia, eredità della società araba e semitica. Soprattutto sono frequenti i matrimoni tra zio e nipote, o tra cugini da parte di       padre, favorendo in questa maniera la solidarietà familiare;

-         Le famiglie che possiedono schiavi negri sono più o meno il 15% della popolazione.

Dal punto di vista strettamente economico bisogna sottolineare che:

-         Il tipo di allevamento più frequente è quello del cammello, accompagnato da quello di capre e pecore. Altra fonte importante nel Sahara Occidentale sono le saline, indispensabili per       una popolazione negra dall’abbondante  traspirazione.

-         Un apporto economico complementare è rappresentato dall’agricoltura, praticata basicamente nelle zone di terra colpite maggiormente dalla pioggia, considerando che le oasi con       acqua permanente sono molto scarse.

-         Il numero di grandi proprietari è piuttosto scarso e concentrato per lo più nella frazione considerata come predominante.

-         Si osserva una scarsa differenziazione in compiti e professioni, anche se, certamente, gli insediamenti moderni sembrano produrre una divisione del lavoro sociale.

Il commercio è adattato ad un quadro di produzione piuttosto semplice, dove l’economia non suppone un’accumulazione di capitale e la moneta era sconosciuta prima dell’epoca coloniale.
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2.4 L’economia del Sahel prima dello stanziamento spagnolo.

Il sahel è la zona che va dal fiume Draa fino al meridiano 16, ma in realtà il termine Sahel ormai si usa per denominare l’Africa occidentale spagnola. All’interno di questa zona esistono una moltitudine di regioni caratterizzate anche da popolazioni diverse. Ad esempio, nella parte più a nord, si incontrano popolazioni sedentarie e popolazioni che a volte abbandonano le proprie case per praticare una sorta di transumanza; a sud invece la popolazione è costituita principalmente da seminomadi o nomadi, soprattutto nel territorio confinante con la Mauritania.

Gli elementi più significativi per la sussistenza nel Sahel sono l’acqua e la vegetazione, entrambi molto scarsi. Di minore importanza, ma comunque fondamentali, sono le specie animali silvestri, come gazzelle, antilopi ecc. In tempi più moderni la caccia non rappresenta più la fonte primaria di sussistenza, dato che la fauna si è piuttosto diradata; il nomade saharawi si è così sedentarizzato dedicandosi prevalentemente all’allevamento. La sua alimentazione consiste per lo più in carne di cammello, facendo attenzione a nutrirsi soprattutto di esemplari femmina che non possono essere fecondate perché inutili a generare altro cibo. Dal punto di vista economico è di primaria importanza conoscere l’età del cammello, a cui gli acquirenti fanno molta attenzione, controllando bene anche la dentatura dell’animale. La capra e la pecora, sebbene non rivestano la stessa importanza del cammello, si prestano alle stesse classificazioni e distinzioni. L’economia sahariana si basa su tre settori: la pastorizia, la guerra, che rappresentava il modo per accrescere il proprio bestiame, e il commercio. Una delle peculiarità della società sahariana è proprio il forte spirito commerciale. Prima dell’occupazione francese della Mauritania rivestivano un ruolo fondamentale il commercio di sale e di schiavi, scomparsi entrambi con la colonizzazione del territorio. Il commercio può ora essere definito pastorale; il bestiame viene scambiato con 3 prodotti imprescindibili per un abitante del deserto: stoffe, zucchero e tè.  Come conseguenza dell’aumento dei prezzi dell’allevamento, all’interno delle cabilas i componenti si sono differenziati anche in base a criteri economici: è stato introdotto il concetto di ricchezza materiale e un uomo viene definito ricco se possiede 50 o più cammelli. Uno dei cardini economico-giuridici degli usi tradizionali del Sahara è quello dell’usufrutto, e consiste nel fatto che una persona dà ad un’altra un cammello, una capra o una pecora, affinché questa seconda persona ne tragga beneficio, a condizione di mantenerli e restituirli al suo proprietario quando questi li richieda indietro.
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[1] Il testo di riferimento che ho utilizzato maggiormente per tracciare il profilo storico dei Saharawi è:

Tony Hodges, Western Sahara (Historical Dictionary of), Scarecrow Inc. Press., London, 1982.

Questo testo è stato prezioso per la trascrizione fonetica della maggior parte di nomi di luoghi, persone e gruppi etnici.

[2] I Bafots erano i precedenti abitanti del Sahara, dediti all’agricoltura  sedentaria.

[3] La baraka è una qualità, un potere spirituale, che i Saharawi tradizionalmente, ritengono sia dato da Allah agli individui dotati di saggezza e santità. Le persone dotate di baraka hanno poteri taumaturgici  e sono in grado di esorcizzare e combattere l’azione degli spiriti maligni. Può essere trasmessa ereditariamente.

[4] Char o Shar è il termine hassaniya per guerra o conflitto armato privo di connotazioni religiose e quindi opposto a jihad.

[5] Per quanto riguarda la ricostruzione della struttura sociale tradizionale dei Saharawi ho utilizzato essenzialmente il testo di Julio Caro Baroja, Estudios Saharianos, Ed Jucar, Madrid, 1990

[6] J.Caro Baroja preferisce utilizzare il termine “cabila” invece di “tribù” in quanto maggiormente comprensibile per i Saharawi con cui entra in contatto durante i suoi studi negli anni 50.

[7] I ghazzi sono le incursioni condotte da piccoli gruppi a cammello che percorrono anche centinaia di km per colpire gli obiettivi, sfruttando la perfetta conoscenza del deserto e l’effetto sorpresa.