Le isole Canarie furono la prima tappa dell’espansione europea verso l’Africa. La penetrazione diretta attraverso la costa del Mediterraneo era, infatti, ostacolata dalla presenza dei regni arabi, con cui l’Europa intratteneva relazioni commerciali. Il 1309 vide l’inizio di numerose spedizioni verso le Canarie, soprattutto da parte di Portoghesi e Spagnoli, che a partire dal XV sec. si contesero il controllo delle rotte commerciali delle coste atlantiche dell’Africa e dell’entroterra.
Gli europei erano interessati alle materie preziose, quali oro, malachite, ambra grigia, gommalacca, provenienti dai regni africani del sud che scambiavano con sale, grano, tessuti ed oggetti. In seguito inizierà anche la tratta degli schiavi.
Nel 1434 il portoghese Gil Eanes riuscì per la prima volta a doppiare il capo Bojador, in poco meno di un secolo tutta la costa africana venne esplorata e vennero installate basi commerciali e militari.
Alla fine del XV sec. il Trattato di Tordesillas (1494) definì le sfere di influenza di Spagna e Portogallo. Alla Spagna vennero riconosciute le Canarie e, in seguito, il tratto di costa dal sud dell’attuale Marocco al capo Bojador. L’ostilità delle popolazioni locali rese problematico il commercio degli schiavi e di altri prodotti in questo tratto dell’Atlantico.
Nello stesso periodo i sultani marocchini cercarono più volte di spingersi oltre l’Uad Draa e prendere il controllo del commercio sahariano. Si trattò di spedizioni effimere, senza un controllo effettivo sul territorio, ma che basteranno, 5-6 secoli più tardi, alla dinastia alauita a reclamare il possesso di quelle terre.
Verso la fine del XIX sec. la presenza spagnola si
intensificò, in seguito alla corsa ingaggiata dalle potenze europee per colonizzare
l’Africa. Nel
L’atto finale stabilì che, per essere effettive,
le nuove occupazioni dovevano essere notificate alle altre potenze.
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Raggiunto
l’accordo sui confini,
Queste però non accettarono la presenza straniera e
la loro resistenza si manifestò, inizialmente, soprattutto contro
La principale figura della resistenza fu quella di Ma al Ainin, originario dell’Hod (regione centro-meridionale dell’attuale Mauritania) e figlio del fondatore della confraternita musulmana Fadelia. Cresciuto con una solida educazione religiosa, dopo il pellegrinaggio alla Mecca, la sua fama si diffuse in tutto il Sahara per la sua preparazione teologica. Verso il 1870 si installò nel Sahara Occidentale nel momento della penetrazione europea, che iniziò a combattere con la propaganda religiosa e le armi. Preso contatto con il sultano marocchino, questi gli offrì aiuti ed armi con l’intento di servirsene per estendere la propria sovranità fino alla Mauritania, mentre Ma al Ainin pensò di poter in tal modo ampliare la propria influenza. Negli anni Ottanta fece costruire la città di Smara e guidò una coalizione di tribù provenienti da Mauritania, Rio de Oro e Saguia el Hamra, e lanciò l’appello alla jihad (“guerra santa”) cercando di ottenere armi sia dal Marocco che dall’Europa.
I sultani del Marocco si dimostrarono tuttavia sempre più allineati alle potenze coloniali, per cui Ma al Ainin decise di proseguire ugualmente la resistenza con una serie di azioni con la tattica della guerriglia.
Dopo la conquista francese di Atar (1908), cercò di contrastare l’arrendevolezza del sultano nei confronti della Francia. Fattosi proclamare sultano del Marocco, si lanciò contro l’esercito marocchino, e dopo la sconfitta si ritirò a Tiznit dove morì poco dopo. La sua sconfitta sottolineò la difficoltà di unire in un fronte unico anticoloniale situazioni politicamente e storicamente diverse tra loro, ponendo la necessità di una lotta nazionale.
Con la morte di Ma al Ainin la resistenza venne ripresa
dai suoi discendenti. Per una ventina d’anni, fino all’occupazione effettiva
del Sahara Occidentale nel 1934, la resistenza delle tribù saharawi si manifestò
con una serie di rapide azioni attraverso il deserto, fu l’epopea dei ghazzi.
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Dopo la seconda guerra mondiale i popoli sotto dominazione
coloniale maturarono una coscienza nazionale e rivendicarono il diritto all’indipendenza.
Il moderno nazionalismo investì anche i paesi arabi dell’Africa. Proprio per
questa ragione
Forte dell’indipendenza ottenuta e del successo che i movimenti anticoloniali stavano ottenendo dal Marocco, Mohammed V reclamò nel 1957 l’annessione al suo regno del Sahara Occidentale e della Mauritania. Egli motivò questi intenti rifacendosi alla tesi del “grande Marocco” lanciata nel 1955 da Allal el Fassi, fondatore del partito nazionale marocchino, l’Istiqlal. Parallelamente, la febbre indipendentista raggiunse il Sahara Occidentale.
Nel Novembre del 1957 i Saharawi attaccarono le truppe spagnole nella provincia di Tarfaya, obbligando questi a rifugiarsi nelle città costiere del Sahara. La situazione si aggravò ancora di più quando i Saharawi si allearono con l’esercito marocchino di liberazione contro i francesi in Mauritania.
E’ l’operazione Ecouvillon, durante la quale il bestiame venne decimato, i pozzi avvelenati e vennero così distrutte le basi materiali della vita nomade, costringendo un gran numero di persone a sedentarizzarsi nelle città, più facili da controllare.
L’operazione Ecouvillon segnò una tappa importante nella storia recente del popolo saharawi: da una parte la partecipazione saharawi alle operazioni dell’esercito di liberazione marocchino sembrò un forte segnale della volontà d’emancipazione di un popolo unico; d’altra parte la dura repressione franco-spagnola, con l’aiuto marocchino rese ancora più forte la loro identità nazionale e il loro desiderio di indipendenza.
Attorno agli
anni 70 la situazione iniziò ad apparire in modo più chiaro: da una parte
una sola potenza occupante,
La prima manifestazione di questa nuova coscienza nazionalista si organizzò intorno a Mohamed Bassiri. Nacque così nel 1968 quello che sarà conosciuto come Movimento di liberazione del Sahara (Mls), un’organizzazione clandestina impiantata nell’ambiente urbano e in quello legato all’amministrazione coloniale, con un programma ancora incerto.
Nel gennaio del ’70 le autorità coloniali annunciarono l’intenzione di organizzare nella capitale una manifestazione di appoggio al progetto di assimilazione del territorio. Dopo alcune incertezze, il Mls decise di uscire alla luce del sole organizzando lo stesso giorno una contromanifestazione.
Sembrò evidente che la maggioranza della popolazione era schierata con il Mls, un tentativo del governatore di indurre i manifestanti a sciogliersi fallì e intervenne il Tercio, la legione straniera. Alle pietre dei Saharawi i militari risposero con le armi. Gli arrestati furono centinaia, tra questi Bassiri. I nazionalisti saharawi lo considerano il primo desaparecido e martire della nuova fase della lotta di liberazione.
Fu necessario fare chiarezza sia sugli obiettivi che sulle forme di lotta. Proprio da questa presa di coscienza da parte di gruppi diversi nacque il Fronte Polisario. Il nucleo più importante si raccolse a partire dal 1970 intorno a El Uali all’università di Rabat, frequentata da poche decine di studenti saharawi. El Uali aggregò un primo nucleo di nazionalisti con l’obiettivo della liberazione del Sahara Occidentale. Un altro gruppo si formò a Zouerate, in Mauritania, attorno a Mohamed Uld Ziu e a Ahmed Uld Qaid, già compagni di Bassiri nel Mls. El Uali prese contatto con questo gruppo e con altri nazionalisti e nel 1972 anche con alcuni governi africani. L’appoggio più deciso venne dal leader libico Gheddafi.
Dall’incontro dei due nuclei più attivi scaturì la decisione di fondare il Frente Popular para la libercion de Saguia el Hamra y Rio de Oro (Frente Polisario).
Il 10 Maggio
1973 un gruppo di militanti si riunì in quello che passerà alla storia come
il “congresso” costitutivo del Fronte, durante il quale venne approvato un
Manifesto e furono eletti un Comitato esecutivo
e un segretario generale.
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Lo stanziamento spagnolo cominciò nel 1884 con la spedizione di Bonelli e lo stabilimento di una fabbrica mercantile e peschiera a Villa Cisneros. All’inizio del 1900 gli spagnoli occuparono anche altri punti costieri del Sahara Occidentale, in quanto ottime basi per la pesca; nel 1934 il loro dominio coloniale si estense sulla costa, ma non all’interno.
La guerra civile spagnola promuoverà il desiderio di dominio sul territorio, visto come zona di interesse politico-militare e, a partire dal 1938, si fonderanno Aaiun e Tan Tan.
La progressiva instaurazione coloniale incise notevolmente nella società nomade e favorì la sua trasformazione.
Con l’espansione della colonizzazione, infatti, il tributario che prima viveva di allevamento iniziò ad arricchirsi e il guerriero, al contrario, diventò più povero a causa della progressiva scomparsa dei tributi, dei diritti di protezione, dei pedaggi e delle guerre tribali. Certamente tra gli anni Trenta e Sessanta si manterrà una determinata serie di istituzioni e forme di vita nomadi, ma a partire dalla fine degli anni Sessanta la società nomade entrò in una vera crisi.
In primo luogo le istituzioni politiche, i chej e le varie yemàa, vennero alterate dalla colonizzazione e cominciarono a prestare servizio al governo spagnolo, più che occuparsi dei lignaggi, vista la riscossione remunerativa; si assistette, ad un discredito davanti alla popolazione e ad una progressiva dissociazione delle varie yemàa. Queste vennero assorbite dalla Yemàa o Assemblea Generale del Sahara, creata nel 1967 dal governo spagnolo, che non avrà una vero ruolo politico, considerando il fatto che le sue risoluzioni erano delle mere delibere o petizioni in merito a piani di sviluppo del territorio, pozzi, abitazioni, sanità, ecc…
In secondo luogo si produsse un’importante trasformazione economica e un inizio di industrializzazione.
Il maggior apporto dell’immigrazione spagnola, assieme al rinforzo della presenza militare dovuto al pericolo marocchino, configurò un importante commercio di beni di prima necessità, ma anche una corrente di consumo di articoli superflui, provenienti nella sua totalità dalle Canarie. Oltre alla popolazione delle Canarie, in questa corrente si inserirono anche alcuni saharawi che si arricchirono rapidamente; ne derivò una notevole accumulazione di capitale, che venne investita soprattutto in apparati elettrici, elettrodomestici, ed acquisizioni immobiliari.
L'industrializzazione, che cominciò a partire dalla scoperta dei giacimenti di fosfato di Bu Craa nel 1963, presuppose l'incorporamento ad un lavoro tecnico di numerosi saharawi, che ricevettero salari superiori a qualsiasi rendita proporzionata dall'attività di allevamento, così molti pastori nomadi divennero operai.
I servizi del Governo Generale usarono anche abbondante manodopera saharawi nella costruzione di pozzi, nelle opere pubbliche come strade, edifici, etc.
Questa trasformazione delle attività di una società nomade portò anche alla sedentarizzazione e all'urbanizzazione, che senza dubbi influirono sulle vicissitudini del Sahara negli anni dal 1968 al 1973.
L'urbanizzazione, in realtà, era mossa dal desiderio di accedere ai beni che la cultura occidentale gli presentava, cioè un abitazione stabile, un lavoro non aleatorio, e una moltitudine di articoli di consumo, a partire dalla farina e dal tè fino ad arrivare alla televisione, alle stoffe nuove, senza dimenticare i metodi moderni di insegnamento, i servizi sanitari, ecc.
La solidarietà, inoltre, necessaria alla vita nomade, cedette il passo all'individualismo urbano, sebbene si mantennero sempre i vecchi valori di generosità ed ospitalità.
Allo stesso tempo assunsero un ruolo protagonista i giovani
e le donne, che avranno successivamente un ruolo molto attivo, uscendo dal
loro tradizionale isolamento.
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[1] Per quanto riguarda la ricostruzione dei fatti storici, politici e sociali dell’epoca coloniale ho fatto riferimento ai seguenti testi:
Tony Hodges,
Luciano Ardesi, Sahara Occidentale, una scelta di libertà, Emi, Bologna, 2004.
Ismail Sayed, El primer Estado del Sahara Occidental, 2001, (versione elettronica).