Indice

CAPITOLO 4  

LA GUERRA CON IL MAROCCO E LA NASCITA DELLA NAZIONE SAHARAWI.

4.1 La guerra con il Marocco.                                                                                                                      
4.2 Il processo di pace                                                                                                                                        
4.3 Creazione di un sentimento di popolo e di nazione.                                                               
4.3.1 Idea di popolo.                                                                                                                                          
4.3.2 Idea di nazione.                                                                                                                             
4.4 La rivoluzione sociale del Fronte Polisario.

4.1 La guerra con il Marocco. [1]

Dopo la solenne dichiarazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU nel 1960, il Sahara Occidentale venne incluso, a partire dal 1963, nella lista dei territori cui tale principio deve essere applicato. Dal dicembre 1965 fino al 1973 vennero approvate dall’ONU, con il voto contrario della Spagna, risoluzioni con l’esplicita richiesta di un referendum di autodeterminazione. La risoluzione del 1972 incluse per la prima volta anche il diritto all’indipendenza. Nell’agosto del 1974, la Spagna annunciò di volere tenere un referendum, sotto gli auspici dell’ONU, entro l’anno successivo. Nell’autunno del 1974, si diede inizio al primo censimento della popolazione. Non si fece attendere la reazione di Hassan II, re del Marocco. Erano anni in cui il potere della monarchia era in grave crisi, e si sospettavano i vertici militari di essere responsabili di due attentati alla vita del re. Hassan II decise di reclamare il “recupero” del “Sahara marocchino”, chiamando a raccolta, intorno al tema dell’integrità territoriale, tutti i partiti, distogliendo l’attenzione dai problemi interni e neutralizzando, anche se con la violenza, ogni opposizione.

Le rivendicazioni di Hassan II sul Sahara Occidentale erano solo una parte del sogno del Grande Marocco che mira al “recupero” anche di parte di Algeria e Mali e dell’intera Mauritania.

Hassan II, non potendo andare oltre una guerra verbale con la Spagna, decise di ricorrere alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia (settembre 1974) affinché si pronunciasse sulla legittimità dell’insediamento del Marocco nel Sahara Occidentale. Il 16 ottobre 1975 la Corte dell’Aia emise il suo parere. Il pronunciamento fu chiaro: se da una parte il Sahara Occidentale non era “terra di nessuno” prima dell’occupazione spagnola, dall’altra i rapporti che erano esistiti, con il Marocco e con la Mauritania, non erano di natura tale da stabilire un vincolo territoriale e da impedire l’applicazione del principio di autodeterminazione. Lo stesso giorno del parere della corte internazionale, Hassan II annunciò una “Marcia verde” pacifica di invasione del territorio, con cui 350.000 marocchini scortati dall’esercito, penetrarono nel nord del Sahara Occidentale .

Il 14 novembre venne firmato a Madrid l’accordo con cui la Spagna cedette il territorio al Marocco e alla Mauritania, in cambio di diritti di sfruttamento sulle importanti miniere di fosfato e su parte delle risorse ittiche della regione. In seguito al ritiro delle truppe spagnole dall’area, il Marocco e la Mauritania occuparono militarmente parte del Sahara Occidentale.

Il Fronte Polisario, che durante una visita di osservatori dell’ONU, nel maggio 1975, venne riconosciuto come forza rappresentativa della maggioranza dei Saharawi, organizzò una difficile resistenza nel territorio mentre decine di migliaia di civili fuggirono, attraverso estenuanti marce nel deserto, fino in Algeria, nei pressi di Tindouf, dove venne allestita una prima tendopoli. Dalla fine del 1975 alla primavera del 1976, continuò l’esodo di massa verso l’Algeria.

L’aviazione marocchina bombardò la popolazione in fuga con bombe al napalm e al fosforo, causando numerose vittime nei pressi di Guelta Zemmour e Bir Lahlou.

Il Fronte Polisario, benché in esilio, il 27 febbraio 1976 proclamò l’indipendenza e la nascita della R.A.S.D. (Repubblica Araba Saharawi Democratica) a Bir Lahlou. La costituzione provvisoria definì la nuova repubblica: araba, islamica, democratica e sociale. La popolazione è divisa in due, da una parte c’è chi rimase nei propri territori, sotto la dominazione marocchina e dall’altra chi fuggì nei campi profughi, nel nuovo Stato in esilio.

La guerra continuò sia dal punto di vista militare che diplomatico.

Sebbene il 14 aprile 1976 un accordo di spartizione fosse stato firmato fra Rabat e Nouakchott, nel 1979 la Mauritania, sconvolta da una profonda instabilità interna aggravata dai continui raid militari saharawi, si ritirò dai territori contesi e dalla controversia. Rabat occupò la parte di territorio lasciata libera dalla Mauritania e continuò una difficile guerra  con un nemico che, sebbene assai inferiore di numero, si rivelò estremamente efficace su un territorio impervio ma  ben conosciuto.

Per far fronte alle frequenti incursioni dell’esercito del Polisario, e durante una difficile tregua durata una decina d’anni, nel 1980 Rabat iniziò la costruzione la di una massiccia muraglia, in grado di dividere da nord a sud il Sahara ex spagnolo. Il muro fu completato a metà degli anni ottanta e conta ora più di 2.700 km di lunghezza a protezione del quale sono stimati non meno di 150.000 soldati e fra il milione e i due milioni di mine antiuomo.

Conclusa la costruzione del muro, il conflitto fra  RASD e Marocco riprese nel 1987.
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4.2 Il processo di pace

Con la risoluzione 621 del 1988, il Consiglio di Sicurezza aprì la via ad un piano di pace che prevedeva, dopo un nuovo cessate il fuoco fra le parti, lo svolgimento di un referendum di autodeterminazione della popolazione saharawi sotto l’egida dell’ONU. Per  permettere lo svolgimento di tale referendum, con la risoluzione 690 del 1991, il Consiglio di Sicurezza decise la costituzione di una missione internazionale, MINURSO [2] .

Contrariamente alle aspettative la consultazione popolare, fissata per il 1992, non ebbe luogo per acute divergenze sui criteri di identificazione degli aventi diritto al voto. Il lavoro svolto dalla MINURSO ottenne infatti l’identificazione di 135.667 saharawi di cui 84.251 aventi diritto al voto [3] , ma Rabat, consapevole che tutta la partita si sarebbe giocata sull’identificazione dei votanti, presentò un ingente numero di ricorsi al fine di ritardare il processo referendario. [4] Nonostante ciò, e sotto l’egida dell’Inviato speciale del Segretario Generale dell’ONU, nonché ex Segretario di Stato americano, James Baker, nel settembre 1997 le parti annunciarono il raggiungimento di un compromesso per l’adozione di un codice di condotta per la realizzazione del referendum popolare. Nonostante l’accordo raggiunto, il contrasto sulla identificazione  degli aventi diritto al voto bloccò ancora una volta il processo.

Dopo una serie di tentativi falliti, Baker ridefinì il piano iniziale e propose nel gennaio 2003 una soluzione sulla base di un referendum di autodeterminazione dopo 4-5 anni di ampia autonomia della regione all’interno dello Stato marocchino (Piano Baker II). Dopo una netta presa di distanza da parte della RASD riguardo questo piano, il POLISARIO -sotto pressioni internazionali e algerine- accettò di discutere la proposta, aprendo a una possibilità giudicata reale, sebbene non facile di giungere a un accordo e risolvere la quasi trentennale controversia.

Dopo una iniziale annunciata disponibilità da parte marocchina, il piano venne ancora disatteso e nel giugno 2004 Baker si dimise dall’incarico, riconoscendo che i propri sforzi non avevano sortito l’effetto sperato. In una situazione di stallo come quella verificatasi dopo le dimissioni di Baker, nel maggio-giugno 2005 gravi scontri tra la polizia reale e dimostranti saharawi fecero parlare di “Intifada saharawi”.

Ciò nonostante e contestualmente ad una manifestazione di interesse da parte di Washington  verso la stabilizazione dell’area maghrebina e del Sahel, due accadimenti recenti mirano a rimettere in moto il processo. Il Segretario generale dell’ONU ha nominato due  nuove figure a capo degli sforzi onusiani per il Sahara Occidentale: Peter van Walsum quale proprio Inviato speciale, e Francesco Bastagli quale Rappresentante speciale e capo della MINURSO.
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4.3 Creazione di un sentimento di popolo e di nazione.

 

La Rasd, c'est la somme de nos sacrifices,
le cumul de nos douleurs et de nos
espérances, c'est l'addition de nos certitudes,
le refuge de nos identités. [5]

Mohammed Sidati
 

Nell’affermazione di Mohammed Sidati la RASD, un giovane Stato in esilio, fuori dai territori che rivendica e su cui, come Nazione moderna non ha mai esercitato la propria sovranità, viene descritta come il rifugio delle identità Saharawi. Le identità sono viste come molteplici, ma tutte appartenenti ad un noi (nos) collettivo.

All’edificazione della RASD hanno contribuito identità diverse, accomunate da un unico obiettivo e dirette da un unico regista: il Fronte Polisario.
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4.3.1 Idea di popolo.

Il progetto del Fronte Polisario si sviluppa sin dalla sua nascita su piani diversi  e paralleli: da una parte la lotta di liberazione nazionale ed indipendenza, dall’altra la rivoluzione sociale. Questo secondo aspetto è favorito dal contesto in cui i Saharawi si trovano: i campi profughi nel deserto algerino, l’Hammada.

I primi fondatori del Fronte Polisario si ispirarono ai modelli del FLN algerino per riorganizzare la popolazione politicamente, militarmente, socialmente e culturalmente. L’idea di far attecchire i modelli importati di democrazia e libertà nel sistema di valori delle società nomadi non è paradossale, la contraddizione è soprattutto di tipo strutturale.

La struttura sociale precedente, infatti, doveva essere modificata, mantenendo i valori di ospitalità, fratellanza, generosità ed onore. Una nuova politica doveva essere messa in atto per modificare le regole di parentela e riproduzione sociale sia dal punto di vista pratico che rappresentativo e simbolico.

Il Fronte Polisario, sotto l’influenza del pensiero occidentale, capisce che l’idea di popolo può e deve essere un’arma politica. Riconoscere l’esistenza di popolo equivale a riconoscere il diritto ai suoi membri di creare una nazione. Sin dalla sua fondazione, nel 1973, il Polisario tenta  di rendere i Saharawi non solo un popolo, ma un popolo esemplare.

Dal 1975, l’esperienza dei campi profughi ha accelerato e favorito questo processo. Il principale ostacolo era rappresentato dal sistema di relazioni tradizionale che ripartiva gli individui in gruppi patrilineari gerarchizzati ed in competizione tra loro. La colonizzazione aveva vietato i conflitti e la pratica della razzia (ghazu). La pacificazione spagnola aveva diminuito la presenza di interessi economici comuni che univano i membri di uno stesso lignaggio. Le tribù, come unità sociale e politica, erano comunque sopravvissute alla scomparsa degli interessi comuni.

La prima operazione del Polisario fu di eliminare il termine qabila [6]   e i nomi che designavano le singole tribù.

Consapevole del potere performativo del linguaggio, il Fronte Polisario introdusse gradualmente la nozione di popolo, senza svelarne tutte le riforme sociali connesse. I concetti chiave veicolati erano: “siamo Saharawi prima di essere figli, abbiamo dei territori nazionali prima di avere proprietà di terreno e non siamo più un insieme di tribù alleate di fronte ad un nemico, ma un popolo con legittime aspirazioni di fronte ad altri popoli”.

Nell’arabo moderno il termine sa’b (popolo) si riferisce a realtà diverse. Nel Mghreb, la genesi del concetto di popolo è legata al periodo delle lotte anticoloniali; la connotazione è più complessa e legata al rifiuto dell’idea di grande nazione araba. Il Polisario utilizza sa’b nell’accezione di asaba wahda [7] : un unico gruppo di parentela. L’asaba indica il patto attraverso cui si stabiliscono alleanze ed attraversamenti lignatici, sino ad individuare il legame di consanguineità agnatica sancito dal patto naturale, che risulta dall’idea di condividere lo stesso sangue.

Mobilitare i Saharawi e soprattutto quelli fra loro che ancora praticavano la pastorizia, ponendo subito termine alla schiavitù sarebbe stata un’operazione troppo radicale, anche se naturalmente conseguente al progetto del Polisario.

Introdurre l’idea di popolo, attraverso l’uso della lingua era un primo passo, ma il termine rimaneva evasivo. Venne inizialmente inteso come estensione del patto di fratellanza a tutte le qaba’il (plurale di qabila), mantenendo inalterate le gerarchie interne. Il divenire un popolo, per fronteggiare, prima gli Spagnoli e poi Marocchini e Mauritani, significava per il momento solo evidenziare l’idea di eguaglianza fra gruppi, ma non ancora quella fra individui.
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4.3.2 Idea di nazione.

Parallelamente, era necessario sviluppare l’idea di appartenenza a territori nazionali, l’idea di una patria. Anche in questo caso la difficoltà era di tipo strutturale e non legata al concetto.

Le popolazioni nomadi saharawi non erano estranee all’idea di controllo su un territorio. In passato, un complesso sistema di tributi e regolazioni regolava l’accesso a mercati, pascoli o il passaggio attraverso i territori che ricadevano sotto la sfera d’influenza di un determinato gruppo.

Tuttavia l’idea di un territorio, delimitato da confini immutabili, era del tutto assente. A questo concetto doveva aggiungersi quello di watam (patria), necessario per mobilitare la popolazione e per utilizzare la referenza spaziale per scavalcare la referenza genealogica.

Una volta avviato il processo di costituzione di un’identità costruita sull’idea di una comunanza generalizzata di sangue, i rivoluzionari tentavano di affiancare a poco a poco l’idea di un’identità legata ad uno spazio e ad un territorio originariamente condiviso.

Inizialmente questo tipo di manipolazione ideologica era funzionale a mobilitare i Saharawi  che risiedevano nei paesi vicini (soprattutto Marocco, Mauritania e isole Canarie).

L'atteggiamento del Marocco e della Mauritania che stigmatizzavano i Saharawi come nomadi, e ne perseguitavano anche quelli sedentari, e le siccità degli anni 70 e 80 favorirono l'arrivo di un considerevole numero di militanti nei campi profughi, oltre a chi aveva scelto l'esodo sin dal 1975.

Malgrado le amministrazioni coloniali francese e spagnola avessero fornito carte d'identità, l'appartenenza lignatica rimaneva l'unico 'documento' d'identità valido ed efficace.

Separare identitariamente con un confine politico e con un'amministrazione coloniale differente chi era al di qua o al di là di una linea virtuale, che aveva senso solo per chi l'aveva tracciata, era allora impensabile.

Nessuno può negare l'intensità di relazioni fra nord e sud nel deserto del sahara, che non è mai stata una barriera, ma uno spazio di intensa circolazione di persone, merci ed idee. Frontiera della conquista araba, polo estremo da cui partivano i pellegrini verso la Mecca, ultima tappa dei carovanieri dell'Africa subsahariana, deserto propizio a santi e miracoli, la Saguia el-Hamra ha sempre rappresentato nel mondo arabo, anche simbolicamente, un luogo di convergenze. Dirsi originario della Saguia el-Hamra, significa essere discendente di qualcuno che abitò in questo pezzo di deserto e che quindi ha fra i suoi avi un santo od un marabutto imparentato con il Profeta. In un interminabile gioco di negoziazioni e di specchi, la Saguia el-Hamra, frontiera ovest del mondo arabo, diventa simbolicamente un luogo delle origini per molti gruppi che vivono in Marocco, Algeria ed anche più ad oriente.

Una volta che il popolo, Saharawi, e lo spazio, Saguia el-Hamra, sono venuti a sovrapporsi simbolicamente, non è stato difficile per il Fronte Polisario trovare dei militanti al di fuori dei campi profughi; ma ancora meno difficile è stato, per Hassan II, trovare coloni che si proclamassero Saharawi e che quindi chiedessero di partecipare al referendum. Lo stesso Hassan II amava definirsi cugino dei Reguibat e degli Arosien, cugini come lui del Profeta.
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4.4 La rivoluzione sociale del Fronte Polisario.

Con l’emergenza del 1975 i giovani del fronte Polisario ottennero dagli cheikhs che si attuasse un processo di unità nazionale: non solo l’unione dei Saharawi, ma anche l’abolizione del sistema tribale; il termine wuld al-‘amm (fratello, consanguineo) era sostituito da rafiq/a [8] (compagno/a).

Bisognava porre termine alle rivalità interne di cui il concetto di qabail era portatore. Col nuovo patto sociale gli anziani rinunciavano ai privilegi sui giovani, i liberi sugli schiavi, gli uomini sulle donne.

I militanti del Polisario decisero di non utilizzare il nome della propria qabail per designare la propria origine e quindi status sociale tradizionale, di non narrare la storia della propria qabail ai discendenti.

Il passato veniva accantonato da chi lo conosceva e nascosto alle nuove generazioni, stava nascendo un nuovo popolo che aveva intenzione di tracciare una frattura netta tra ieri e oggi. I Saharawi si trovarono d’accordo per dimenticare le loro differenze, portatrici di problemi per il loro nuovo progetto politico e sociale [9] .

La nuova identità nascondeva il passato dei legami agnatici e della struttura tribale ma evidenziava il passato del legame con lo spazio e il presente legato al tempo.

Nei campi profughi, ogni accampamento ed ogni quartiere prendeva il nome di una wilaya (regione) e di una daira (località) del territorio occupato dal nemico. Le scuole che a poco a poco venivano fondate all'interno della Rasd in esilio, venivano battezzate con date importanti per la storia del giovane stato.

Per compensare la perdita d'identità, che poteva essere generata negando il passato, si sono impegnati ad impedire l'oblio di quello che tentavano di conquistare, lo spazio, affermando la relazione inseparabile tra coloro che sono stati esiliati e i luoghi della loro terra natale. [10]

Tanti fattori hanno contribuito al successo iniziale della rivoluzione sociale del Fronte Polisario.

La lunga guerra col Marocco, durata sino al 1991, generava una solidarietà generalizzata all'interno della popolazione, dove combattevano e morivano fianco a fianco tutti i Saharawi, indipendentemente dalla loro provenienza tribale: l'esperienza dell'esilio, piuttosto che della diaspora, l'essere confinati in un territorio circoscritto, dove le famiglie vivono insieme e le donne hanno assunto un ruolo centrale nell'amministrazione pubblica, nella sanità e nell'educazione in assenza degli uomini impegnati al fronte.

I Saharawi hanno cumulato intelligentemente questi 'vantaggi' non solo per elaborare la loro rivoluzione sociale, ma anche per metterla in atto.
Al termine della guerra per gli anziani risulta ancora difficile ignorare le loro origini, ma è normale per i giovani, che in seguito alla politica demografica, rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

Molti di loro non conoscono i miti di fondazione delle tribù di appartenenza, nè la storia dei conflitti intestini.

Il Polisario aveva inoltre impedito alle famiglie di suddividersi negli accampamenti in base a criteri di appartenenza lignatica. Soltanto i vecchi artigiani e gli schiavi, le due classi inferiori nella gerarchia tradizionale, non hanno potuto rimanere nell'anonimato.

Oggi il sistema degli aiuti umanitari ha praticamente fatto sparire questa categoria. Gli ex schiavi si distinguevano per il colore della pelle. Sui muri delle prime costruzioni in mattoni d'argilla comparivano slogan scritti con la henna come: 'il tribalismo è un crimine contro la nazione'.

A cavallo fra gli anni 80 e 90 la stanchezza per la guerra prima ed il primo rinvio del referendum poi fanno emergere dei dissensi all'interno del Polisario, che riportano a galla vecchi atriti tribali.

A rendere più problematica la situazione, e da certi punti di vista grottesca, è intervenuta la decisione dell'ONU, negli anni 90, di pensare le commissioni d'identificazione per il referendum sulla base del censimento spagnolo del 1974, che aveva tentato di cristallizzare le divisioni interne ai Saharawi.

 Nel 1994 la Minurso inizia a diffondere per radio l'inventario delle tribù e dei gruppi lignatici catalogati dagli Spagnoli vent'anni prima e prosegue sino al luglio 1999. Il giorno della prima diffusione radiofonica viene ricordato da molti per lo stupore con cui ognuno ha scoperto o riscoperto la propria identità e quella del vicino. Le parole che erano state vietate ed accantonate per vent'anni, tornavano ad essere pronunciate senza che nessuno potesse intervenire; la popolazione doveva rispondere agli appelli dell'ONU, gli anziani cheikh erano paradossalmente chiamati in causa per collaborare con le commissioni, che identificavano; che riconoscevano ed assegnavano l'identità saharawi dei partecipanti al voto di un referendum, che doveva sancire la fine definitiva del loro ruolo e dei loro privilegi. [11]

I giovani imparano così a familiarizzare con il volto nascosto della loro identità ed in alcuni si fa strada il desiderio di posizioni sociali differenti. Capiscono il senso degli scontri politici all'interno della Rasd e rileggono il loro presente alla luce delle recenti scoperte. La diffusione radiofonica delle liste prosegue quotidianamente sino al luglio 1999.

La nuova identità saharawi, formatasi con la guerra e l'esilio non ha perso forza e credibilità, ma deve oggi articolarsi su un fronte ancora più articolato, complesso e delicato.
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[1] Per quanto riguarda questa parte storica, dal 1975  ad oggi, faccio riferimento ai seguenti testi:

Luciano Ardesi, Sahara Occidentale, una scelta di libertà, op.cit.

Ismail Sayed, El primer Estado del Sahara Occidental, op.cit.

Massimiliano Mondelli, “Rivolta nel deserto”. La questione del Sahara Occidentale, in «Policy Brief», n.26, ottobre 2005, ISPI 2005.

[2] Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale.

[3] Per i dati riguardanti l’identificazione dei saharawi e degli aventi diritto al voto ho fatto riferimento all’articolo di M.Mondelli, “Rivolta nel deserto” La questione del Sahara occidentale, op.cit.

[4] Hassan II non perde vista le liste elettorali perché sa che i Saharawi che vivevano sotto l’occupazione spagnola, e che furono bombardati dall’aviazione di Rabat al momento dell’invasione marocchina del 1976, sono nella stragrande maggioranza favorevoli all’indipendenza. L. Ardesi, Una beffa lunga cinque anni, in «Nigriziaonline», 1996.                                                                                                                                                                 

[5] Questa affermazione si trova come incipit dell’articolo di Sophie Caratini, Système de parenté sahraoui, comparso sulla rivista «L’homme» pp.431-456, numero 154-155, aprile-settembre 2000.

[6] Qabila è il termine arabo corrispettivo a tribù.

[7] Wahda significa uno ed unico.

[8] Il primo a tentare di introdurre questo termine fu Bassiri, che avevo studiato in Egitto ed era entrato in contatto con i marxisti arabi. Alla fine dedli anni ’60 quando diede vita al Movimento di Liberazione del Saguia el-Hamra e Oued el Dahab,(MLS). Alcuni superstiti del MLS, represso definitivamente dagli spagnoli durante la manifestazione di Zemla nel giugno 1970, si affiancarono ai “giovani” nel fondare il Fronte Polisario.

[9] N.Dukic, A.Thierry,“Refugiados saharauis: la vida después de los campos”, in «Migraciones forzosas», agosto 1998.

[10] Randa Farah, “El Sahara Occidental y Palestina: experiencia de refugio compartidas”, in «Migraciones forzosas», maggio 2003.

[11] I votanti iscritti nelle liste dovevano essere riconosciuti da due “dirigenti” delle tribù tradizionali, N.Dukic, A.Thierry, “Rifugiados Saharauis: la vida después de los campos” op.cit