Indice

 

CAPITOLO 5

UN POPOLO IN ESILIO

5.1  I campi profughi.                                                                                                                                 
5.2 La R.A.S.D. (Repubblica Araba Saharawi democratica).                                                  
5.3 Il sistema sociale.                                                                                                                                
5.4 La donna saharawi.                                                                                                                              
5.5 I territori occupati.

5.1  I campi profughi. [1]

 

Quando nell’ottobre 1975 il Marocco iniziò l’invasione del Sahara Occidentale, circa 200.000 Saharawi scelsero la via della fuga  verso il territorio algerino, nei pressi di Tindouf, su un altipiano desertico (l’hammada) ricoperto di sassi e sabbia, senza alcuna forma di vegetazione e caratterizzato da un clima molto rigido.

La cittadina algerina, che conta circa 13.000 abitanti, non era certo in grado di sopportare le migliaia di rifugiati che arrivarono a ondate continue per tutta la prima metà del 1976. Si scelse una zona a una ventina di km a ovest di Tindouf dove un pozzo e un serbatoio d’acqua alimentavano la città. La località nota come Hassi “Robinet”, darà origine alla dizione attuale di Rabuni.

Il Polisario divise la popolazione in tre poli di aggregazione, sufficientemente lontani per diminuire il rischio del diffondersi delle malattie [2] , e sono gli accampamenti di Al Aiun, Smara e Dakhla, il quarto, quello di Ausserd, sarà installato qualche anno più tardi.

La popolazione è quindi divisa in quattro wilaya (province) e ognuna di queste comprende sei o sette daira (comune). Le wilaya e le daira, come detto nel capitolo precedente, hanno i nomi di città e località del Sahara Occidentale, occupate dalle truppe marocchine, per sottolineare lo stretto legame con la propria terra d’origine.

Le wilaya sono Al Aiun (che comprende le daira di Hagunia, Tcera, Amgala, Dora,  Guelfa e Bou Craa), Ausserd (con Bir Genduz, Zug, Myek, Tichla, Arguenit e La Guera), Smara ( con Mahbes, Farsia, Tifariti, Bir Lehlu, Aderia, Hausa), e Dakhla (con Argub, Bir Enzaran, Ain Beda, Glabat al Fula, Oumdreiga, Boujdourn e Zarefia).

Ogni comune, diviso in quattro quartieri, conta circa ottomila abitanti in gran parte donne, anziani e bambini. Nei primi anni si è avuto un vertiginoso e comprensibile aumento delle nascite.

Le tende degli accampamenti non sono le tradizionali tende di lana e pelle di capra e di cammello (jaima) [3] , ma come allora offrono rifugio, ognuna ad un nucleo familiare. Vicino alle tende ogni famiglia ha costruito alcuni piccoli ambienti, in mattoni d’argilla, che fungono da cucina ed abitazione per i mesi più freddi.

L’illuminazione è fornita da lampade a gas, reperibili in Algeria così come le  bombole che alimentano i fornelli per le cucine.

Alcuni edifici, come le receptions destinate all’ospitalità delle delegazioni e gli ospedali, godono dell’apporto di gruppi elettrogeni, in funzione per alcune ore al giorno.

La fuga precipitosa di diverse decine di migliaia di persone ha provocato fin dall’inizio un rimescolamento della popolazione, cancellando nei fatti la struttura tribale e le sue gerarchie interne. Il Fronte Polisario sin dall’inizio si è adoperato per superare l’identità tribale. Nonostante tutti si conoscano, soprattutto tra le vecchie generazioni, e tutti sanno a quale tribù ogni persona appartiene, la divisione tribale è ampiamente superata a livello politico e sociale. [4]

La sopravvivenza è assicurata dalla solidarietà internazionale e in primo luogo dall’Algeria. Alimenti, latte in polvere, tè, tende, coperte, medicinali e stoffe per gli abiti tradizionali sono le prime urgenze. Il Polisario ha dato vita alla Mezza Luna Saharawi per curare l’approvvigionamento e la consegna dei soccorsi. La vita nei campi si è organizzata rapidamente per la distribuzione degli aiuti, dell’acqua, per creare le scuole e le infermerie, per recuperare tutti i materiali e farne strumenti ed oggetti per la vita quotidiana. Progressivamente gli accampamenti presero l’aspetto regolare e ordinato, con tende standard, come appaiono fino ad una decina di anni fa.
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5.2 La R.A.S.D. (Repubblica Araba Saharawi democratica) [5] .

Il 27 febbraio 1976 fu proclamata la RASD, Repubblica Araba Saharawi Democratica, il cui governo in esilio venne formato il 7 marzo dello stesso anno nell’area di Tindouf-Rabouni.

La prima costituzione, adottata dal III Congresso del Fronte Polisario (26-30 agosto 1976), rispondeva alla necessità di dotare la comunità di un governo “statale” legittimo e rifletteva lo stato di emergenza in cui la comunità saharawi si apprestava a condurre la sua resistenza armata. Essa rappresentò, inoltre, il quadro giuridico adeguato per l’adozione di misure amministrative che consentissero la transizione dal regime coloniale, e si rivelò anche lo strumento adatto ad organizzare la popolazione civile e metterla in grado di autogestire la vita quotidiana delle tendopoli.

La sovranità della RASD si esercita attraverso istituzioni, le cui funzioni corrispondono alla tradizionale tripartizione del potere: legislativo, esecutivo e giudiziario. Tuttavia i dirigenti del Fronte Polisario si sono dati, attraverso la RASD, gli strumenti per realizzare un programma politico

Del resto la Costituzione [6] che la RASD si è data nel corso degli anni [7] stabilisce allo stesso tempo sia i diversi organi dello Stato e il loro funzionamento, che gli obiettivi della lotta per il completamento della sovranità nazionale.

Una delle particolarità della Costituzione saharawi è il carattere provvisorio di molte disposizioni, valide fino a quando il popolo non avrà ritrovato la libertà. Ad esempio il multipartitismo e l’economia di mercato sembrano essere un orientamento politico già acquisito, la cui effettività è subordinata all’indipendenza.

Il testo costituzionale propone una Repubblica presidenziale con i requisiti formali e sostanziali per gettare le basi di uno stato di diritto e fissa le grandi linee e gli orientamenti di base ai quali il futuro Parlamento dovrà essere chiamato a legiferare, secondo i principi che ispirano il programma di indipendenza saharawi.

Al centro del potere statale c’è il Presidente della Repubblica, che è al tempo stesso il segretario generale del Polisario, dal cui Congresso nazionale viene eletto. Il presidente è capo dello stato, capo del governo, capo delle forza armate, nomina il primo ministro, non è responsabile di fronte al parlamento ma ha il potere di scioglierlo. Il potere di decisione è interamente nelle sue mani. Dal 1976 questa funzione è svolta ininterrotamente da Mohamed Abdelaziz.

Il governo è responsabile dell’amministrazione, secondo un programma annuale sottoposto al Consiglio nazionale. Nel tentativo di rispondere ai sempre maggiori bisogni di una società differenziata, l’amministrazione è in continua espansione: nuovi ministeri, nuove direzioni. Alla base della piramide amministrativa rimangono i comitati di base e i consigli ai diversi livelli, fino alla wilaya, ma il potere discende dal vertice (Presidente) alla base.

Oggi appare evidente il limite, comune a molti paesi “giovani”, di una eccessiva burocratizzazione rispetto agli obiettivi e ai compiti, aggravata da una formazione insufficiente. In questa situazione emergono aspetti negativi come il clientelismo. Il parlamento, rappresentato dal Consiglio nazionale saharawi, non gioca ancora un ruolo paragonabile a quello in altre democrazie, data la situazione di perdurante conflitto. Cinque dei suoi deputati sono membri del parlamento dell’Unione africana. Il potere giudiziario è ancora allo stato embrionale, anche per mancanza di mezzi e di personale. Del resto tutta la struttura della RASD si trova di fronte al problema della formazione e degli incentivi economici per il personale, da cui dipende la sua capacità di rispondere alla sfida di prefigurare uno Stato nella pienezza dei suoi elementi.

Per sottolineare l’esistenza della RASD, il Polisario ha creato alcuni simboli, come la bandiera, la moneta, la peseta creata nel 1996 che ha solo esistenza virtuale, la festa nazionale (27 febbraio). Per comunicare all’esterno ha creato un’agenzia di stampa ufficiale, la Sahara Press Service (Sps), oltre alla radio nazionale.

Il futuro della Rasd vive l’incertezza di una soluzione politica che la possa ignorare. Del resto il legame organico che la unisce al Fronte Polisario fa sì che la Rasd ne seguirà il destino.
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5.3 Il sistema sociale.

La struttura politico-amministrativa della Rasd, creata con lo scopo di evitare vuoti di potere del quale potessero approfittare l’espansionismo marocchino e mauritano, si fonda sulla stretta interrelazione tra appartato ideologico e apparato sociale.

Il popolo, come sopra detto, è raggruppato in quattro province (wilaya) a loro volta suddivise in comuni (daira), venticinque nel complesso.

A ciascun livello (wilaya e daira) vengono costituiti comitati popolari di base per i cinque settori fondamentali, educazione, sanità, giustizia, artigianato, e rifornimenti, ognuno dei quali fa capo al ministero competente. Ogni anno si riunisce un Congresso popolare di base, uno in ogni comune, e si elegge un rappresentante a questo livello; ogni quattro anni si eleggono i propri rappresentanti per il Congresso nazionale. Questo  a sua volta designa i membri che compongono il Consiglio della Rivoluzione e i membri dell’ufficio politico del Fronte Polisario. Il Consiglio della Rivoluzione, che esercita il potere esecutivo e determina gli indirizzi politici fondamentali dello Stato, si fonde con il Comitato esecutivo del Fronte Polisario. Inoltre il Consiglio della Rivoluzione  procede alla nomina del Consiglio dei ministri, la cui competenza è di natura strettamente tecnica.

L’attività giudiziaria è svolta da un tribunale in ogni daira, una corte d’appello in ogni wilaya e una suprema corte a livello nazionale.

La partecipazione popolare e l’iniziativa dal basso si esprimono negli organismi di base ai due livelli della daira e della wilaya. Come accennato in precedenza i campi sono quasi esclusivamente abitati da donne, vecchi e bambini e quindi la loro organizzazione è in mano alle donne che presiedono i cinque comitati popolari che esistono in ogni daira. I comitati popolari individuano i settori più rilevanti delle necessità e delle attività svolte all’interno di una comunità e ogni persona dà il proprio contributo a favore della collettività nel campo che preferisce.

I compiti del comitato della salute sono principalmente di prevenzione grazie a delle campagne che vengono effettuate periodicamente all’interno dei campi; ogni mattino tutte le daira vengono ripulite dai rifiuti e spesso apposite ispezioni controllano il rispetto delle norme igieniche fondamentali all’interno delle tende.

Ogni daira è fornita di un dispensario per affrontare le patologie di lieve entità e per scegliere l’opportuno livello di intervento. Ogni wilaya ha un piccolo ospedale con la presenza di un medico  ed è attrezzato con laboratorio di analisi. I casi più gravi sono trattati all’ospedale nazionale.

La struttura sanitaria è però sottoposta a tutte le carenze tipiche di situazioni in cui mancano l’energia elettrica continua, i macchinari e i medicinali. I casi non risolvibili nei campi vengono trasferiti in Algeria o all’estero, presso altri paesi solidali con il popolo Saharawi. L’attento lavoro di prevenzione ha evitato in tutti questi anni l’esplosione di epidemie all’interno dei campi.

Un altro punto chiave per il controllo delle infezioni è l’igiene dell’acqua. Per due province (Ausserd e Smara), l’acqua viene trasportata con un camion nelle cisterne centrali della daira e poi la popolazione si rifornisce con appositi contenitori. Nelle altre due province (Dakhla e El Ayoun), l’acqua è reperibile in pozzi sparsi nelle daira, alcuni dotati di pompe manuali, altri aperti dove si può prendere l’acqua utilizzando un secchio e una corda. Per entrambi i tipi di approvvigionamento idrico nascono dei problemi per la potabilizzazione. Il metodo usato è quello della clorazione dei pozzi o delle cisterne, ma è sempre necessario un controllo del cloro residuo attivo, che viene attuato giornalmente.

Il comitato dell’educazione ha un compito di supporto a tutta la politica nazionale volta a favore dell’istruzione. In appena un quarto di secolo, la società saharawi ha invertito la percentuale di analfabetismo della popolazione. La scolarizzazione è obbligatoria per tutti i bambini. Parallelamente sono state varate delle campagne d’istruzione per adulti. Quando la Spagna abbandonò il Sahara Occidentale il 90% della popolazione era analfabeta, oggi la piramide si è capovolta. Negli accampamenti c’è una solida infrastruttura scolastica: dai tre anni in su, tutti i bambini vanno all’asilo, dove iniziano ad imparare l’alfabeto arabo, a sei anni frequentano la scuola elementare; le classi sono miste e vi sono classi differenziali per i diversamente abili. Il sesto anno di scuola viene frequentato in un internato, nelle due scuole nazionali, la “Scuola 9 giugno” e la “Scuola 27 febbraio”, sia perché le risorse sono troppo scarse per essere distribuite in ogni daira o wilaya, sia per preparare gli studenti al distacco dalla famiglia in vista della prosecuzione degli studi all’estero. L’insegnamento viene fatto in hassaniya, e a partire dal terzo anno viene insegnato anche lo spagnolo, la lingua dell’ex colonizzatore.

Per mancanza di mezzi, e anche per non isolarsi, una parte degli studenti è inviata a completare gli studi in altri paesi, principalmente in Algeria, Cuba e in parte ancora oggi in Libia. Vi sono inoltre quattro centri professionali, di cui uno riservato alle donne nella “Scuola 27 febbraio”, dove si apprendono dattilografia, informatica, inglese, francese, spagnolo, e si svolgono corsi per infermiera, maestra d’asilo, giornalista oltre che artigianato (tappeti, sartoria, utensileria).

Il comitato di approvvigionamento alimentare gestisce le forniture che arrivano da altri paesi, organizzazioni internazionali e associazioni di solidarietà. Tuttavia i Saharawi sono riusciti a coltivare alcuni appezzamenti di terreno per raccogliere prodotti freschi soprattutto per le fasce deboli della popolazione. Dagli anni 80, inoltre si diffonde il piccolo allevamento individuale, che costituisce un’importante fonte di apporto proteico, anche se le condizioni ambientali non consentono di estenderlo per soddisfare l’intera popolazione. Per salvaguardare l’ambiente si è inoltre generalizzato l’uso delle bombole a gas per cucinare.

Una società dislocata, sotto ogni punto di vista, come quella saharawi  mantiene fino ad un’epoca recentissima un’eccezionale coesione sociale.

Il comitato della giustizia, vista l’assenza di criminalità, si occupa essenzialmente di organizzare cerimonie di matrimoni, di fornire la tenda agli sposi, di risolvere pratiche di divorzio, piuttosto frequenti, di litigi tra famiglie, casi limitati per cui raramente si deve ricorrere al giudice, il cadì nominato dal ministero della Giustizia.

I maltrattamenti delle donne da parte dei mariti sono un fenomeno quasi assente, se accadono la donna ha diritto al divorzio immediato. La religione islamica permette di avere più mogli ma nella realtà i Saharawi sono tendenzialmente monogami. Essi vivono inoltre la loro fede senza forme di fanatismo, e il ruolo della donna è centrale, gode di privilegi sconosciuti in altri paesi islamici.

Infine, il comitato dell’artigianato raggruppa persone che lavorando materie recuperabili nei campi, realizzano oggetti che vengono inviati all’estero o regalati alle delegazioni in visita come testimonianza di una tradizione e di una cultura che non sono state perse.

Questa struttura ha consentito negli anni di provvedere ai bisogni della popolazione, privata delle sue risorse e teoricamente condannata a vivere nell’inattività e nell’attesa degli aiuti umanitari. Tutti sono invece chiamati ad un ruolo attivo, gli anziani sono valorizzati e soprattutto le donne condividono responsabilità a tutti i livelli [8] .

L’intensa operosità permette di evitare quel degrado fisico e mentale portatore della remissività che potrebbe pericolosamente condurre ad una società basata esclusivamente sull’assistenzialismo.

E’ curioso il risultato della combinazione di un sistema estremamente egualitario, in cui lo Stato somministra gli elementi base per la sopravvivenza, in cui il lavoro di tutti garantisce i servizi sanitari, scolastici, e un tipo di società dove la proprietà privata esiste, è ammessa e rispettata.

E’ certo che al momento non ci sono grandi differenze sociali e nessuno si sta arricchendo ma iniziano a notarsi alcuni dettagli importanti, come i piccoli negozi nelle varie daira e il fatto che alcune famiglie possiedano un loro veicolo. [9]

Il denaro ha iniziato a circolare nei campi alla fine degli anni ’80 , inizio anni ’90 quando il governo spagnolo ha riconosciuto lo status ai saharawi arruolati nell’esercito, nella polizia del Sahara Spagnolo, cominciando a versare una pensione, in pesetas, ovviamente. Nei campi dunque circolava la peseta e dinari algerini, derivanti dal cambio delle pesetas, che consentivano di fare acquisti nella vicina città di Tindouf.

Oggi naturalmente al posto delle pesetas circola l’euro. Con l’emigrazione in Spagna, iniziata dopo il cessate il fuoco del 1991, gli emigrati possono risparmiare e inviare alle famiglie del denaro. La popolazione si è spostata anche verso la Mauritania e anche questo ha permesso l’intensificarsi della circolazione del denaro.

Il ritorno degli uomini nei campi, dal fronte, ha portato la graduale comparsa del commercio nelle wilaya, i piccoli empori aperti proliferano tanto da formare una via. L’avvio del piccolo commercio nei campi ha ulteriormente contribuito alla circolazione monetaria.

Negli ultimi anni, inoltre, i progetti di cooperazione internazionale prevedono il pagamento di incentivi ai saharawi che collaborano alla loro realizzazione e questa è un’altra fonte di denaro. I soldi, prima inesistenti negli accampamenti, hanno cominciato a circolare e a segnare leggere differenze sociali perché, nonostante la struttura e il sistema comunitario della società, la proprietà privata esiste ed è lecita, come lo è stata in tutta la storia di questo popolo. I piccoli empori che proliferano negli accampamenti e cominciano a rendere sono gestiti dagli uomini, le donne esercitano ancora professioni non remunerate e di servizio alla comunità. [10]
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5.4 La donna saharawi.

L’assenza degli  uomini, inizialmente occupati nella lotta armata, ha lasciato alla donna saharawi un incredibile lavoro da svolgere, che ha rafforzato la sua posizione, da sempre centrale nella società nomade.

Ora, in assenza del marito, la donna è diventata di fatto il capo famiglia; partecipa infatti ai diversi comitati di base, mentre nella società tradizionale le assemblee erano riservate esclusivamente agli uomini.

Le vecchie divisioni tribali e le gerarchie spaziali e sociali sono così superate, anche a causa dell’organizzazione dei campi e della disposizione delle tende.

Ad accelerare questa trasformazione è stato l’accesso all’educazione. Durante gli anni della guerra, mentre tutti i giovani erano al fronte, le ragazze sono state le prime a poter continuare gli studi all’estero. Le donne adulte, molte delle quali analfabete, hanno avuto la possibilità di seguire corsi di alfabetizzazione che il Fronte Polisario predispose fin dai primi momenti dell’esilio. Nel 1978 venne costruita la “Scuola 27 febbraio”, riservata esclusivamente alle donne. Qui hanno ricevuto la formazione come istitutrici, infermiere, segretarie di amministrazione, e più tardi informatiche ed artigiane.

L’idea di fondo è che la donna possa integrarsi nella società e nella lotta attraverso un’attività e un lavoro anche al di fuori della propria tenda. Questa scelta corrisponde alla necessità del momento, ma provoca comunque un cambiamento nella collocazione sociale della donna.

Su un punto tradizione e necessità si ritrovano: la donna come madre. Il matrimonio è considerato il passaggio naturale della vita femminile, e anche nei campi ci si sposa presto, ma non più su imposizione della famiglia, e solo negli ultimi anni lo studio e i cambiamenti di stile hanno ritardato i matrimoni precoci. La donna nubile continua a non avere la stessa considerazione di quella sposata.

La fertilità della donna rimane elevata, da 5 a 7 figli in media. Negli anni della guerra le donne si sono fatte carico di una crescita demografica, consapevoli che quella guerra poteva portare allo sterminio. Nel momento del cessate il fuoco (1991) sono state loro stesse a ridurre il tasso delle nascite.

Il ritorno degli uomini ha esonerato le donne da lavori duri come quello dell’edilizia, ma per 15 anni sono state loro a impastare la sabbia ed il fango, a dare forma ai mattoni sotto il sole e a costruire le loro case e i locali comuni (ospedali, asili, scuole).

E’ stato il loro lavoro a mantenere vive e funzionanti le infrastrutture degli accampamenti. La presenza degli uomini presuppone una nuova grande sfida per le donne, che non intendono ridurre la propria presenza negli incarichi di responsabilità. Le donne rimangono allerta, affinché nessun uomo oltrepassi quelle che loro hanno chiamato “linee rosse”, ciò che loro hanno conquistato con grandi sforzi e sacrifici. Non sono disposte a permettere che l’indipendenza del loro popolo, obiettivo comune a tutti i Saharawi, metta in secondo piano la causa particolare delle donne e la lotta per uno spazio nella vita pubblica.

Senza negare la radicalità di alcuni cambiamenti, quella della donna saharawi non è la lotta di emancipazione contro l’uomo saharawi, di cui anzi ammira il coraggio, il sacrificio, il martirio. E’ piuttosto il risultato delle particolari circostanze in cui la società saharawi si trova a vivere l’esilio. Le donne sono consapevoli che nel momento in cui la società sarà nuovamente riunita e libera, si porrà il problema di riaffermare gli spazi di autonomia finora goduti.

Per evitare qualunque tipo di abuso che prenda a pretesto i precetti religiosi, le responsabili dell’Unión Nacional Mujeres Saharawi (UNMS) hanno previsto in ogni daira dei corsi di informazione per le donne, sui contenuti e fondamenti dell’Islam. Solo conoscendo a fondo la propria religione potranno impedire che venga loro imposto una qualche sorta di repressione in nome di principi religiosi, affatto incompatibili con i diritti di donna.

L’UNMS è l’Unione nazionale delle donne saharawi, fondata nel 1974 come organizzazione popolare di tutte le donne appartenenti a quella che, un paio di anni più tardi sarebbe diventata la Repubblica Araba Saharawi Democratica. Nacque come risposta alla necessità di unire le forze nella lotta per l’indipendenza e nella difesa del diritto all’autodeterminazione del loro popolo. In quanto organismo indipendente ha degli obiettivi specifici, sia a livello nazionale che internazionale e possiede struttura e funzionamenti interni propri. Gli obiettivi sono indicati dall’organo supremo che è il Congresso, che si tiene ogni cinque anni. Esiste inoltre una Segreteria Nazionale che ha funzioni dirigenziali e si riunisce una o due volte l’anno per definire le linee d’azione, valutare i programmi e, se necessario adottare delle posizioni politiche. Per quanto riguarda l’applicazione pratica delle decisioni della dirigenza, l’organo principale è il Bureau Esecutivo, che coordina gli uffici delle wilaya e delle daira. Come tutte le organizzazioni di massa, l’UNMS svolge una funzione politica collaterale ed in certo senso subordinata all’agenda politica del Fronte Polisario, nel quale tutte le donne, come tutti gli uomini, sono chiamati a riconoscersi.
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5.5 I territori occupati.

“Los muros no hacen juego

con la lucha de los pueblos por su libertad.” [11]

Tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976, l’esercito marocchino occupò gran parte dei centri abitati del Sahara Occidentale: la capitale El Ayoun, Smara, città di tradizioni religiose e culturali, Dakhla e Boujdour, porti pescherecci e le installazioni di Bou Craa per l’estrazione dei fosfati.

Gran parte della popolazione scelse l’esilio per sfuggire alla repressione. Da allora le migliaia di persone [12] rimaste vivono sotto l’occupazione coloniale del Marocco.

I centri abitati sono sottoposti ad una stretta vigilanza, per impedire fughe ed infiltrazioni della guerriglia. All’isolamento relativo dei primi anni ne segue uno ancora più grande con la costruzione dei “muri” [13] .

A partire dal 1981, il Marocco ha esteso progressivamente l’occupazione del Sahara Occidentale al riparo dai cosi detti “muri”, una linea difensiva continua che si snoda per 2500 km dal sud del Marocco al confine atlantico della Mauritania, dotata di sistemi elettronici di sorveglianza e di campi minati, che racchiude circa 200.000 kmq di territorio.

Passare da una parte all’altra è stato all’inizio molto difficile ma poi è diventato impossibile. Una rete clandestina cerca tuttavia i contatti con i Saharawi dei campi, in cui arrivano saltuariamente fuggiaschi con le loro testimonianze. Lo strumento più diffuso è però la radio, che in molti casi rappresenta l’unico mezzo per far arrivare le notizie nelle zone occupate.

Il regime poliziesco instaurato fin dai primi giorni dell’occupazione, con intere guarnigioni militari che presidiano le città, ha come scopo principale quello di impedire l’espressione dei sentimenti nazionalisti. Per questo è necessario spezzare la resistenza saharawi, cancellare la loro identità attraverso l’intimidazione e l’acculturazione forzata.

Il Marocco è da anni nella lista nera dei diritti umani violati, ma nel Sahara Occidentale le violazioni sono generalizzate. Qualunque manifestazione è proibita, in occasione di ricorrenze celebrative si ricorre agli arresti preventivi. Chiunque evidenzi la propria appartenenza nazionale è sospetto di attività sovversiva e come tale imprigionato, quasi mai condannato, per evitare processi pubblici, che potrebbero essere occasione di solidarietà. Le condizioni di detenzione sono durissime, spesso in completo isolamento e con l’uso di torture. Uno dei mezzi più ricorrenti e sbrigativi è quello di far scomparire le persone a scopo intimidatorio, secondo i dati di Amnesty International [14] si è contato quasi un migliaio di “desaparecidos”, tra cui molti di loro avrebbero diritto al voto.

La violenza dello stato marocchino lascia tutti i saharawi senza libertà di espressione, ma ci sono anche altre forme di repressione. La cultura saharawi è sistematicamente osteggiata, è vietato parlare la lingua nazionale, l’hassaniya, e portare costumi tradizionali. I giovani sono discriminati nell’educazione e nel lavoro, a meno che non accettino il distacco dalle famiglie per andare a vivere in Marocco. Vengono favoriti in ogni modo i matrimoni misti.

Per rafforzare la propaganda del “Sahara marocchino”, il governo di Rabat ha investito in modo considerevole in alloggi, edifici pubblici, strade asfaltate, comunicazioni. I centri urbani hanno visto una forte crescita e in tutti questi anni migliaia di marocchini sono stati attratti nel Sahara Occidentale con la prospettiva di premi e sgravi fiscali. Lo scopo marocchino è annegare letteralmente la popolazione saharawi, ormai minoritaria, e perfezionare la marocchinizzazione del Sahara Occidentale.

L’unica concessione marocchina è arrivata nel marzo 2004, quando dopo anni, Mohammed VI ha ceduto alle insistenti richieste dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati di permettere lo scambio di visite tra famiglie saharawi dei campi e dei territori occupati. Tra le famiglie iscritte alle lunghe liste d’attesa “c’era chi temeva di non poter riconoscere la madre e chi non avrebbe immaginato di trovare il fratello minore con i capelli bianchi. C’era anche chi conosceva la terra d’origine solo dai racconti ripetuti all’infinito sotto una tenda nel deserto.” [15]
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[1] Per quanto riguarda i campi profughi faccio riferimento essenzialmente ai testi:

 Luciano Ardesi, Sahara Occidentale, una scelta di libertà, op.cit,

Ana Tortajada, Hijas de la arena, Editorial Lumen, Barcelona, 2002, e al sito internet dell’Associazione per il Referendum nel Sahara Occidentale, www.arso.org

[2] La concentrazione dei profughi in condizioni igieniche e ambientali difficilissime favoriva il diffondersi di epidemie che insieme alle malattie respiratorie mietono vittime tra i più deboli, vecchi e bambini.

[3] In passato le tende erano delle vere e proprie opere artigianali, le donne impiegavano un anno per tessere le fasce di pelle di cammello e capra, ma oggi come allora le tende sono frutto del lavoro comunitario, la tuisa.  Ana Tortajada, Hijas de la arena, op.cit., p.184

[4] Prima le tende avevano in alto un rettangolo orizzontale che distingueva un gruppo di popolazione da un altro, mentre ora questo segno è uguale per tutte le tende. Ana Tortajada,  Hijas de la arena, op.cit., p.62

[5] Per quanto riguarda l’aspetto, politico, sociale ed economico della RASD ho fatto principalmente riferimento a: Ismail Sayed,El primer Estado del Sahara Occidental, op.cit.

[6] Il testo integrale della Costituzione, è in Ismail Sayed, El primer Estrado del Samara Occidental, op.cit.

[7] Quella del 1976 è stata modificata varie volte, l’ultima di queste nel 1999.

[8] Gli uomini sono principalmente al fronte  o ricoprono cariche diplomatiche.

[9] Ana Tortajada, Hijas de arena, op.cit., p.197.

[10] Ana Tortajada, Hijas de arena, op.cit., p.147

[11] Randa Farah, El Sahara occidental y Palestina: experiencia de refugio compartidas cit.

[12] La popolazione che non ha scelto l’esilio è stimata in diverse migliaia di persone che vivono assoggettate. Luciano Ardesi, “Una beffa lunga cinque anni”, op.cit.

[13] Si tratta in tutto di cinque muri costruiti in più riprese dal 1981 al 1986. Anna Bozzo, Luciano Ardesi, “Sahara Occidentale”in Storia dell’oggi, n.23, inserto de «L’unità», 28 ottobre 1991.

[14] Amnesty Interational, Morocco, “Disappearances” of people of Western Saharan Origin,  novembre 1990.

Amnesty International, Morocco/Western Sahara. Human Rights Violations in Western Sahara, aprile 1996.

[15] Francesca  Ghirardelli, “W. Sahara, lo scambio di visite riaccende le speranze”, in «Il Manifesto», 31 agosto 2004.