Indice

PARTE SECONDA

CAPITOLO 2


2.1 Tribù consanguinee e famiglia
2.2 La vita quotidiana
2.3 Attività economiche e sociali
2.4 Educazione ed istruzione
2.5 Affettività e femminilità come diritto e dovere
2.6 Coscienza e non coscienza del proprio status

DALL'ANTICHITÀ AI PRIMI ANNI DI OCCUPAZIONE SPAGNOLA

La delimitazione temporale specifica di questo periodo storico deriva dal fatto che i diversi studi compiuti sulla storia e la cultura sahraui si riferiscono all'epoca coloniale, mentre descrizioni e testimonianze della vita nomade, precedenti l'occupazione spagnola, risalgono ad una trasmissione generazionale orale e ad esploratori ed avventurieri europei, giunti nel continente africano, intorno al XVIII sec..
Risulta perciò una frammentarietà dei documenti a disposizione, unita al fatto che queste ricerche risentono di una visione un po' troppo eurocentrica, e quindi appena sufficienti per delineare un quadro complessivo della società sahraui e della stessa donna, con gli inevitabili pregiudizi di fondo.(36)
Si pensi ad esempio ai significati che vengono dati alle relazioni femminili da diversi studiosi: la gelosia e la civetteria sono i sentimenti più diffusi, emersi in tali ricerche, come discordanze di ipotesi, dovute a influenze culturali (37) che condizionano gli stessi autori. E' possibile comunque una certa decodificazione di stereotipi del passato, attraverso la ricostruzione del sistema sociale, caratteristico dei gruppi nomadi di questa regione, partendo dalla struttura inter-tribale (guerrieri, letterati e tributari) e collegando le proprietà delle diverse tribù in modo da spiegare il patrimonio culturale che i Sahraui d'oggi mostrano negli elementi costitutivi la loro coscienza nazionale.
Come abbiamo visto nel capitolo precedente, a proposito della loro storia, questo popolo deriva da due diversi ceppi: uno berbero tipicamente nord africano, l'altro arabo-mussulmano originario del Medio Oriente.
Ne consegue una fusione di elementi culturali e sociali, caratteristici della regione del Sahara Occidentale, che giunge a definire un'etnia specifica, quella dei Mori, di cui fanno parte i Sahraui.
Questa società, così delineata, presenta componenti di entrambi i ceppi, che si ritrovano nella stessa condizione della donna:
- forme di matriarcato, con le inevitabili espressioni di femminilità attiva, tipiche dell'elemento beduino;
- enfasi della cultura e della letteratura, proprie della civiltà arabo-mussulmana, a cui la donna ha contribuito, difendendone l'autenticità.
Rapportando queste due componenti nell'analisi antropologica e sociologica in questione, si può chiarire l'organizzazione sociale di base delle tribù sahraui e quindi la stessa dialettica tra i due sessi.


2.1 Tribù consanguinee e famiglia
Nella società moresca non esiste una gerarchia individuale, ma solo gruppi consanguinei in ogni classe d'età e di sesso, che indipendentemente dal rango o dalla ricchezza seguono le regole della struttura verticale, pur sulla base di una stratificazione orizzontale. In essa la solidarietà tipica tra i membri di ogni unità, è dovuta a ragioni economiche e politiche, le stesse che generano al contrario competizione tra i gruppi di parentela diversi.(38)
E' la vita dura del deserto che alimenta un sistema endogamico, caratterizzato da una continua lotta per l'appropriazione delle risorse scarsamente disponibili.
Elementi che rappresentano la base su cui poggia l'organizzazione tribale, sono l'haima e l'aial (39) , due raggruppamenti patrilineari, ovvero filiazione per unilinearità maschile e virilocale, per cui i parenti sono i discendenti dei due sessi di un antenato maschio. Ne risulta una distinzione tra zii e zie di ciascuna parte, che contribuisce però alla considerazione della famiglia materna, riconosciuta per il suo importante ruolo affettivo ed educativo rispetto a quello socio-economico, meno rilevante. Questa organizzazione parentale presenta residui culturali che si rifanno alla società berbera, ove il sistema matrilineare prevale: ognuno riferisce la sua genealogia allo zio materno, e cosa ancora più rara gli eredi del defunto sono i figli della propria sorella.
Probabilmente, in ragione delle alleanze tra clan (essenziali per la sopravvivenza) e della diffusa cultura islamica, tale ordine viene poi successivamente sostituito da quello classico, caratteristico delle società arabo-mussulmane tradizionali, in cui la madre del bambino, gli zii e zie materne si rifanno sempre alla linea del padre. In questo modo si limita la rivalità e l'eccessivo frazionamento della struttura tribale, ma nel rispetto della mobilità ed autonomia delle cellule familiari.(40) L'endogamia prevale ancora, ma non è la regola assoluta: se le "grandi tende dei Mori" o famiglie allargate, sono conosciute per rasentare l'incesto, è sempre più diffusa l'idea che un clan creditore di donne e debitore di beni, guadagni in alleanze e influenze.
Emerge da quanto detto l'ipotesi che il matrimonio sia prettamente un contratto economico, in cui l'essere femmina è un semplice oggetto di scambio, senza voce in capitolo, essenziale per mantenere la solidarietà tribale. In realtà, gode di alcuni "privilegi", sanciti dalla legislazione coranica in materia di proprietà individuale.
Così sono considerati gli aventi diritto all'eredità non solo i maschi, ma anche le femmine appartenenti alla linea del padre, che possono godere della metà della parte che spetta agli uomini dello stesso rango. Inoltre si riconosce alle spose e non alle loro famiglie paterne, la disposizione e la gestione della dote (anche in caso di ripudio), che deve versare il fidanzato metà al momento della promessa e metà dopo aver consumato il matrimonio. (41)
Il suo prezzo deriva dalla negoziazione delle due famiglie, per le quali contrattano il futuro sposo e il padre della ragazza, mentre varia a seconda dell'età, (aumenta se la sposa è molto giovane) e della casta a cui appartengono: se si tratta di nobili si ragiona in termini di numerosi cammelli, gioielli e vestiti, mentre per i più poveri si contano pochissimi capi di bestiame, nonostante il sostegno materiale degli amici .(42)
In ogni caso il marito si incarica di provvedere al sostentamento della moglie e dei figli, poiché in base ad una tradizionale interpretazione del Corano, la donna deve occuparsi esclusivamente della vita domestica.
Tale situazione agisce in rapporto ad un altro costume matrimoniale, accettato dall'Islam: la poligamia. Se questa pratica è piuttosto diffusa tra gli arabi sedentari, nella società dei Mori si tende al contrario alla monogamia, la cui motivazione può essere dedotta chiaramente, dalle condizioni economiche estreme dei nomadi. Lo sposarsi tante volte e il mantenimento di più di una moglie con la rispettiva prole, in modo eguale, (come ribadito dal Corano), comportano spese, difficilmente sostenibili da un uomo, per così dire anche benestante. Non è rara quindi l'opinione secondo la quale, la donna di "buona tenda" è un lusso e un impedimento per la marcia della carovana. (43)
In questo senso non necessita fortemente di norme che salvaguardino la propria sicurezza economica; anche in caso di ripudio ha il diritto di ricevere una pensione alimentare per lei e per i suoi bambini fino ai sette anni d'età.
E' un primo esempio di normativa giuridica ed economica che assicura uno status relativamente privilegiato alla donna, se confrontato a quello della società sedentaria mussulmana, (44) nonostante certe usanze, dettate da una volontà misogina e unilaterale, come il ripudio. Non bisogna ad esempio dimenticare che nel caso di un marito non agnato (parente in linea maschile), i figli appartengono di diritto al lignaggio paterno, mentre le spettanti proprietà femminili passano sotto il controllo maschile, per tutta la durata del matrimonio. (45)

2.2 La vita quotidiana
La più piccola cellula sociale, organizzata e relativamente autonoma nella società moresca, è la famiglia coniugale, che viene rappresentata dalla struttura della tenda (haima), corrispondente al nostro cosiddetto "focolare" domestico.
La tenda diventa quindi il primo quadro sociale della vita quotidiana nomade, dove la donna ne assume la gestione e l'amministrazione.
Si presenta su un perimetro rettangolare di 4-8 metri (a volte 11), costituito da 6-12 pezzi di stoffa, creata dall'intreccio di peli di capra, che le donne ottengono da un lavoro di tessitura settimanale; un palo centrale sostiene la struttura della tenda, mentre altri sono sistemati tenendo in considerazione il forte vento. L'entrata è situata in direzione dell'Oceano Atlantico, in modo da poter godere di ogni piccolo refrigerio proveniente dal benefico influsso marittimo, e viene chiusa con pesanti panni solo in inverno e nella notte, quando la temperatura scende di diversi gradi.
All'interno dell'haima si trova una seconda tenda, benia, che permette privacy e può delimitare la zona propriamente domestica della donna. Quest'ultima trascorre gran parte della giornata a costruire oggetti per la casa, e a preparare e cucinare il cibo, potendo disporre di un numero sufficiente di utensili. La tenda di una vedova diventa, al riguardo, il luogo preferito per incontrarsi e lavorare insieme.(46) Il più importante compito della giornata riguarda però la mungitura: i cammelli sono di prerogativa maschile, (forse in ragione della forza fisica), le capre di quella femminile. Il latte, munto rispettivamente in un'ampia ciotola di legno decorata, e in una piccola pentola, viene quindi raccolto in un gran contenitore, tazua, da 25 litri di capacità, con un particolare mestolo ed un imbuto mobile. Costituisce un alimento essenziale e prezioso, sottolineato anche dal fatto che solo il padre (figura autoritaria) può distribuirlo fresco, ai componenti della propria famiglia a seconda dell'importanza, (dal più anziano al più giovane), rendendo quindi, questo momento una vera e propria cerimonia. Altre mansioni, tipicamente femminili, sono rappresentate dalla macinatura, per la quale si usa un mortaio di legno di palma e una macina conica con un solo manico, e la produzione di burro, ottenuta attraverso la sua sbattitura con una zangola, in una pelle sostenuta da un treppiede di legno.
La cottura avviene all'esterno della tenda, ma dalla parte femminile, dove il fuoco è acceso utilizzando la pietra focaia, mentre la pentola rimane sollevata sulla fiamma, grazie ad un sostegno in metallo. Un occhio vigile controlla poi che bambini e animali rimangano lontani dal luogo ove si cucina. La preparazione dei pasti è in ogni caso laboriosa e ingegnosa, data la scarsità del cibo a disposizione e quindi degli elementi nutritivi essenziali per la sopravvivenza e la salute delle persone, soprattutto le più deboli come gli anziani e i bambini. La carne è consumata raramente (47) , (il cammello si uccide solo in caso di festa, ad esempio per un matrimonio) mentre il poco grasso a disposizione proviene dalle gobbe del cammello, dalle ostriche e dai derivati del latte di capra. Gli alimenti più sostanziosi ed energetici sono una bevanda dolciastra, ottenuta dalla fermentazione dell'orzo macinato, in una soluzione di acqua più zucchero ed il pane di grano e di orzo, il cui impasto è cotto con pietre riscaldate. Gli uomini mangiano prima delle donne e dei bambini, ma tutti direttamente da un unico piatto largo, di legno decorato, e da una ciotola per bere.
Non esiste comunque distinzione dei pasti tra uomini e donne, o tra padroni e schiavi, all'interno di una tenda: tutti vivono insieme i momenti di penuria o di prosperità.
Un altro alimento ricorrente nella dieta dei Mori è rappresentato dal tè, efficace contro la sete, la stanchezza e la fame, la cui importanza e consumo diffuso lo hanno reso un rito cerimoniale quotidiano, dal XIX sec. con la sua comparsa tra le tribù sahariane. Almeno una volta al giorno la famiglia si riunisce per l'occasione, e indipendentemente da uomo o donna si prepara la bevanda ristoratrice con gli utensili appropriati: un recipiente in metallo per il tè, un braciere, un vassoio in ottone, piccoli bicchieri e una zuccheriera.(48) Durante la sua preparazione e degustazione si susseguono discorsi di ogni tipo che vanno dai problemi della comunità a quelli di tutti i giorni, dalle decisioni politiche a quelle familiari. E' un momento di pace, ospitalità e riposo che risolleva gli animi nella vita dura del deserto, in cui ognuno partecipa alla conversazione.
Alla sera, la luce di una lampada ad olio illumina i pochi oggetti disposti nella tenda: attrezzi agricoli, sacchi di grano, un Corano, qualche strumento musicale, un mobile di legno o un sacco di pelle per i vestiti e una borsa per i trucchi e i gioielli femminili.
Stuoie, tappeti e coperte fungono da letti, ma divisi tra adulti e bambini senza promiscuità. La donna assicura così un ambiente puro e benefico grazie alla sua attenzione nel conservare il giusto ordine tra cose e persone.


2.3 Attività economiche e sociali
Il lavoro giornaliero della donna include non solo la preparazione del cibo per la famiglia, ma altri compiti come la filatura e la tessitura, l'educazione dei figli, la cura degli anziani, (49) il controllo degli animali al pascolo e alcune pratiche mediche, mentre l'uomo è impegnato in attività economiche e politiche che lo allontanano dagli accampamenti, come il commercio, la guerra e l'agricoltura. (50)
La filatura e la tessitura sono attività essenziali non solo perché forniscono utili oggetti per la tenda e l'abbigliamento delle persone, ma anche per i manufatti così creati, che vengono barattati dagli uomini al mercato, insieme ad altri prodotti dell'economia nomade, per acquistare merci ricercate come olio, tè, sale, grano e zucchero.
Le condizioni in cui lavorano le donne non sono però tra le più moderne: se per la filatura vi sono cardatrici dalla dentatura in metallo, usate nella preparazione iniziale della lana, la tessitura avviene in modo lento e primitivo. Il telaio poggiato con quattro montanti sul suolo, presenta l'ordito, sotto e sopra cui scorrono due lacci che tengono insieme il meccanismo, mentre i pezzi tessuti vengono poi uniti con l'uso di particolari aghi.
Ne consegue un lavoro impegnativo e difficoltoso, cui può aggiungersi anche quello della manifattura e decorazione degli oggetti di pelle, la cui varietà include sandali, cuscini, borse, foderi e redini. E' un tipo di attività che viene eseguito in modo professionale anche dai malemin, artigiani specializzati nella lavorazione della pelle e dei metalli, ma è poi la donna a doversi occupare del loro trattamento e cura. La stessa moglie del maalem ha poi il compito della rifinitura, cesellatura e pittura degli oggetti grezzi, ricevendo per questo, insieme al marito un titolo che definisce la loro posizione sociale all'interno della tribù. Tutto ciò testimonia la possibilità per lei, di godere di libertà espressive e creative, ad esempio con l'artigianato, al contrario di molte società arabe sedentarie, in cui prevale una certa claustrazione, soprattutto nelle classi medio-basse, e la quasi assenza di ambienti lavorativi pubblici per le donne, come le botteghe, che rappresentano luoghi d'incontro e confronto.
Il ruolo femminile risulta quindi essenziale per la comunità, anche quando si tratta di gestire e amministrare le risorse economiche, provenienti dal lavoro maschile, durante l'assenza dell'uomo, per motivi di guerra o di commercio. (51)
Il suo contributo, però, non si limita a queste opere manuali: cultura, educazione e sfera dei valori non rimangono estranee alla propria azione.
La medicina tradizionale, al riguardo, costituisce una parte del patrimonio culturale, trasmesso di generazione in generazione,(52) il cui apprendimento comporta molti anni di pratica, per la mancanza di testi scritti sull'argomento. La donna ne ha sostenuto la diffusione e l'attuazione per diversi secoli (ancora oggi è in alcuni casi utilizzata), ed è superfluo riconoscere l'importanza di questo tipo di cura sanitaria, viste le necessità e l'assenza della medicina occidentale all'epoca dei fatti. Questo genere di sapere, tramandato da madre in figlia, dà origine alla lunga linea delle tabibat, le donne della medicina del deserto, per le quali si nutre il massimo rispetto, in modo quasi riverenziale.(53) La ricerca di erbe e minerali, e l'uso di terapie fisiche costituiscono la loro attività, che presenta inoltre aspetti legati alla bellezza, alla magia e alla religione.
Formule e pozioni vengono quindi utilizzate non solo per combattere malattie come influenze, ferite, infezioni agli occhi e disturbi intestinali, ma anche per migliorare il proprio aspetto e per allontanare il malocchio e la sfortuna. Non è raro trovare donne che si rifanno a riti magici per compiere sortilegi anche d'amore.
Risulta da quanto detto, un processo di trasmissione del sapere femminile piuttosto vario che va da conoscenze oggettive a conoscenze mistiche, fino alla diffusione di valori e norme consuetudinarie, che costituiscono l'essenza dell'identità sociale in questione.
A tal proposito, l'educazione rappresenta un sistema di riproduzione economico, politico, culturale e ideologico, per il quale la donna assume un ruolo fondamentale, insieme alla scuola coranica e alla mahadra superiore. Se per l'apprendimento di nozioni oggettive in base al sesso, l'età e al rango sociale sono basilari queste due ultime istituzioni comunitarie, è però la madre, che più di ogni altro, forma la coscienza morale del bambino. Già nei primi sette anni d'età (54), il piccolo riceve, in un clima di tenerezza e di libertà, un'informazione soggettiva che porta a considerare attitudini e comportamenti diversi e disuguali, come frutto di un ordine naturale e intangibile.
Niente viene messo in discussione, nemmeno il ruolo subordinato della donna, in quanto lei stessa si impegna nel trasmettere il sistema di attitudini comunitarie, impregnato dalla Legge islamica e quindi incontestabile. Valori come il rispetto, la cooperazione, la solidarietà e la fierezza crescono nel bambino senza difficoltà, in un ambiente che fabbisogna di una certa disciplina e regola. La madre fornisce, in questo modo, modelli di comportamento diversificati a seconda dell'età e del sesso: prudenza e rispetto formale col padre e la sua famiglia d'origine; solidarietà virile con fratelli e cugini consanguinei e autorità con i propri figli e nipoti.
Al contrario tali valori si fanno più spontanei e distesi con la parentela materna, dove prevale l'affetto e la tenerezza.(55)
Ma per tale formalità ed etichetta, per gli uomini risulta più difficile reperire notizie e diffonderle, rispetto alle donne. Confinate negli accampamenti e impossibilitate ad esercitare apertamente il potere politico, (hanno solo il diritto della consultazione), sono però loro a controllare l'informazione; come madri, zie, mogli e nonne diventano punti di riferimento per numerosi giovani maschi, che attraverso l'amore filiale le rendono partecipi indirettamente alla sfera politica.
Nonostante il potere sia nelle mani degli uomini in ordine d'età, sono però le donne a creare sfere di influenza personale e a rendere possibile un rapido adattamento ad un contesto sociale e politico in evoluzione. E la forza che permette questa prerogativa tipicamente femminile è la capacità di gestire in modo inscindibile corpo-amore filiale-informazione-mediazione, (56) essendo proprio la donna il fulcro affettivo della famiglia.

2.4Educazione ed istruzione
Per diversi secoli il fine principale delle tribù moresche è la riproduzione della società sul modello di quella dei primi mussulmani.
Il passato viene perciò idealizzato e i nomadi tendono ad un'ortodossia piuttosto rigorosa su cui gli agenti, preposti alla trasmissione del sapere, giocano un ruolo fondamentale. La scuola coranica e la donna diventano quindi i custodi della società tradizionale, in opposizione a correnti progressiste ed esterne alla comunità,(57) considerate un pericolo per la stabilità sociale.
L'educazione e l'istruzione che diffondono la conoscenza della lingua araba e delle materie inerenti alla religione, si basano di conseguenza su due sistemi di valore antichi e fondamentali: l'Islam, col suo codice morale, la Sharia, e l'Orf che include tutte le attitudini nomadi comportamentali, compresi gli stessi aspetti evolutivi che non si ritrovano nel Corano. La simbiosi Islam-Orf permette un'interpretazione della vita quotidiana più flessibile nell'ambiente nomade rispetto a quello islamico-sedentario, ma soprattutto riproduce gli status e i ruoli all'interno della comunità e della famiglia.
Appare al riguardo notevole la distinzione comportamentale tra i due sessi, ognuno dei quali improntato sugli stessi valori ma applicati in modo diverso. Se i giovani maschi apprendono i significati di purezza, modestia e rispetto, per le ragazze si tratta di concepirli e realizzarli in maniera più accentuata.
Così si presentano estremamente modeste e pudiche nei confronti degli uomini estranei e dei lontani parenti, mentre si mostrano obbedienti e sottomesse verso il padre, gli zii, i fratelli e i cugini. Sia da bambina e sia da adulta è sempre sottoposta alla tutela e alla volontà maschile, in quanto la si crede incapace di autocontrollo ma in grado di produrre un certo caos sociale (fitnah), attraverso l'attrazione sessuale che esercita.(58)
La sua educazione è per tanto limitata all'ambiente domestico e alla scuola coranica, se di buona famiglia, mentre il giovane maschio può muoversi più liberamente per studio, gioco e lavoro.(59) Assume precocemente il senso della responsabilità familiare, in quanto riceve le diverse mansioni man mano che cresce, mentre le donne più anziane si accertano che i compiti vengano svolti. Già in tenera età bada ai fratelli più piccoli, attinge e trasporta l'acqua, fa le pulizie e va in giro per commissioni. Le stesse mansioni sono comunque compiute secondo una gerarchia d'importanza, dettata dal grado d'autorità nell'ambito familiare. L'esperienza di sé che una ragazza ha, la conduce sempre ad un rapporto verticale di comando e di obbedienza, rispetto alle relazioni tra ragazzi, che risultano orizzontali e a volte caratterizzate da competizione e da affermazioni personali. La giovane vive quindi in un clan prettamente femminile, rappresentato dalla tenda materna e da quella delle zie, che lascerà dopo la prima gravidanza per iniziare la vita coniugale insieme al marito, scelto comunque per lei dal padre o dal suo tutore. (60)
Si riconosce da tutto questo uno status d'inferiorità riservato alla donna, come per molte altre società tradizionali e arabo-mussulmane, ma in realtà vi sono aspetti legati alle condizioni vitali che rendono più complesso il ruolo femminile tra i Sahraui, più di quanto possa trasparire da un prima lettura.
E' probabile che il fatto di affidare la difesa dell'autenticità culturale alle donne, possa significare la loro esclusione da sfere di potere come la politica, l'economia e l'impossibilità di proseguire gli studi verso una religiosità dotta, ma non si può comunque affermare in termini assoluti che prevalga una clausura totale in cui l'essere femminile è annientato o completamente sottomesso, come avviene purtroppo in altre realtà conservatrici molto più chiuse. La stessa tradizione cita, al riguardo, diversi nomi di donne che hanno acquisito una reputazione di erudizione e saggezza, grazie alle loro famiglie specializzate in materie scientifiche (come la medicina) e letterarie. Inoltre, proprio per la simbiosi Islam-Orf, esistono, di fatto, elementi culturali e sociali che esprimono una certa liberalizzazione della donna e della sua femminilità, nonostante regole piuttosto misogine e restrittive, che si rifanno ai concetti di purezza e di contaminazione.(61) L'abbigliamento curato nei particolari, il portamento a volte sensuale, l'esaltazione del sentimento dell'amore e l'insieme di credenze, cui fanno riferimento riti magici e religiosi non strettamente islamici, sono espressioni di una parte sociale debole che ricerca e tenta di mantenere rispetto e considerazione.

2.5 Affettività e femminilità come diritto e dovere
Se il ruolo femminile, in questa società, è riferito esclusivamente alla sfera affettiva, a scapito di quella strumentale prettamente maschile, la donna riesce in ogni caso a liberare in parte la propria personalità, attraverso la capacità di sfruttare risorse, solo a lei proprie in quest'ambito. Approfittando delle condizioni disagiate della vita che il deserto offre, adatta le necessità quotidiane con il desiderio di mantenere vive la propria femminilità ed il suo essere, in contrapposizione alla realtà islamica-sedentaria, in cui vige una certa clausura sentimentale e fisica.
Così, se ad esempio la formosità e una certa grassezza corporea sono qualità che la rendono affascinante, e ricercata, il tipo di abbigliamento portato completa il significato di bellezza da lei tanto auspicato. Il lemlahef, il suo abito, è costituito da tre fasce di stoffa leggera, in cotone, (una sopra l'altra), ognuna lunga circa 7 metri e mezzo e con un diverso colore, la cui tonalità va dal più scuro al più chiaro, dalla veste esterna (come ad esempio, l'ordine di nero-blu-bianco). (62)Il tessuto, che avvolge gli altri due, copre inoltre la testa su cui è riportata un'imbottitura di finti capelli, che aumenta così l'altezza, e funge nello stesso tempo da velo, usato per proteggere il viso dal vento e dalla sabbia. Braccia e mani rimangono scoperte per agevolarla meglio nei lavori della tenda, mentre i piedi sono protetti da un paio di pantofole. Ma è il tipo di acconciatura che più di tutto esprime sia la vanità femminile che l'importanza dalla casta e della tribù cui appartiene. Fino ai dodici anni i capelli sono tagliati e legati in trecce, mentre con la pubertà si lasciano crescere liberamente senza accorciarli: le Reguibat portano ad esempio una lunga treccia che incornicia il viso. Una volta sposata, (l'età media è intorno ai 15 anni), una donna nomade, benestante, può impiegare tre ore giornaliere per pettinarsi, usufruendo dell'aiuto delle anziane che con olio di pesce o burro, conchiglie e piccoli gioielli, abbelliscono e creano crocchie e trecce di capelli; tali ornamenti non vengono però messi se il marito è lontano. Non manca infine il maquillage: occhi, mani e piedi sono dipinti con l'henné, prodotta da erbe che crescono tra le rocce costiere e che ancora oggi sono utilizzate per risaltare la vanità femminile; piante aromatiche, provenienti dalla Mauritania, fungono da profumi, mentre file di perline bianche risaltano sulla pelle bruna del collo, dei polsi e delle caviglie . (63)
Ogni viaggiatore straniero ammira di conseguenza la figura ordinata e attraente che presenta la donna del deserto, come H. Duveyrier, un esploratore europeo del secolo scorso, che descrive il fascino di una giovane della tribù degli Ouled-Delim :(64)

" (…) Era una graziosa bambina di dodici anni, dagli occhi neri, dalle lunghe ciglia e dalla pelle bruna. Era agile e slanciata e quando marciava, il corpo avvolto nelle pieghe armoniose del suo mantello di cotone, la mano sull'anca, le braccia e i seni nudi, mi sembrava di vedere una coefora antica, e i versi del poeta arabo mi tornavano alla memoria: - E' agile come una gazzella e il suo corpo è flessibile come una lancia dello Yemen.- (…) "

Non mancano naturalmente versi e prose di poeti nomadi, che consacrano la bellezza e l'amore per la propria donna, quasi sempre unica. Appare un sentimento "cortese" e "delicato" che esalta l'eterno femminino, rispetto alla sofisticazione, alla raffinatezza e ad una maggiore sensualità ricercate più nell'ambiente cittadino,(65) nonostante espressioni "artistiche"che le celebrano, come la danza e la mimica, (guedra), in cui le ragazze sembrano abbandonarsi ad un'estasi di passione, manifestata in movimenti sensuali del corpo, scanditi da canti e applausi del pubblico.
L'importanza della castità e della fedeltà rappresentano comunque alcuni dei tratti distintivi dell'amore beduino, al quale sono riferiti credenze, riti ed usanze, a volte dal contenuto magico e religioso. Così se la donna applica liberamente formule o miscele "miracolose" per conquistare o vendicarsi di un uomo, che l'ha tradita o trascurata, senza essere tacciata per questo di stregoneria,(66) è capace contemporaneamente di garantire l'unità del clan, a fronte di un adulterio da lei stessa compiuto. Al riguardo, è curiosa la favola del "bambino addormentato", un racconto che le sahraui hanno tramandato, da madre in figlia, sino ai giorni nostri:

" Durante una lunga assenza del marito, una donna mette al mondo un figlio. La spiegazione? La donna è stata sì fecondata dal marito, ma poi nel suo ventre il bambino cade addormentato e si sviluppa solo al suo risveglio, mesi o anni più tardi." (67)

E' una storia che non solo costituisce uno strumento di salvezza femminile e di integrità delle alleanze tra clan, ma rappresenta anche un modo indiretto di riconoscere il desiderio e la sessualità della donna, che per ragioni politiche e diplomatiche non può essere negata da leggi o usanze troppo dure e restrittive. Tuttavia, non mancano norme sociali che tutelano l'onore maschile, come il diritto di rifiutare la propria sposa, se non illibata alle prime nozze. In questo caso, il "reato femminile" viene portato a conoscenza all'intera comunità da un rito singolare: il neo marito si dipinge un occhio, lascia all'esterno della tenda nuziale una delle sue calzature, ed è libero di reclamare i danni, compresa la dote, annullando di conseguenza l'unione.(68)
Malgrado ciò, non si hanno notizie di atti barbarici su ragazze non vergini, come quelli ad esempio attuati in alcuni villaggi berberi dell'Algeria, in cui il sigillo dell'infamia è rappresentato dalla rasatura dei capelli e dal ritorno in famiglia, sotto gli sguardi e al disprezzo di tutta la comunità. (69)
La castità femminile è in ogni modo considerata fondamentale per la buona educazione di una giovane nubile, e naturalmente rappresenta una chiave d'accesso per il matrimonio. I rapporti non "regolarizzati" sono perciò visti negativamente, mentre l'esercizio dell'eros è considerato un dovere e un diritto per entrambi i componenti della coppia sposata. E' il matrimonio che legittima la predisposizione positiva al sesso, non esclusiva per la procreazione, (elemento che completa la femminilità), e per la donna costituisce una situazione di parità con l'uomo, che in altre sfere non avviene, proprio perché si tratta di un contratto e non di un sacramento, come per la religione cristiana.(70)
Sentimento e fisicità rappresentano quindi i principali fattori costitutivi dell'essere donna, la quale attraverso la loro esclusiva gestione riesce ad influire sulle aggregazioni e relazioni sociali, che normalmente sono per lei irraggiungibili, se posta al di fuori del ruolo affettivo: un limite che è riuscita a trasformare in uno strumento di potere per non soccombere.

2.6 Coscienza e non coscienza del proprio status
Analizzando gli aspetti della vita quotidiana, della società più in generale e alcuni tratti che mirano a definire la personalità femminile, compare una figura di donna, che tenta di adeguarsi a tutte le limitazioni a lei imposte da una cultura misogina e chiusa.
Attraverso l'ambiente domestico e affettivo, impone la sua volontà e il suo carattere, influenza l'orientamento decisionale, propriamente dell'uomo, e la formazione della coscienza personale, ma tutto questo sulla base di una mentalità forgiata da presupposti di ordine maschilista.
Non c'è da meravigliarsi quindi, che sia la donna stessa ad imporre alla figlia, un'educazione che la prepara ad essere una moglie "perfetta", anche se a scapito di un'istruzione completa; oppure che vigili severamente, più di ogni altro, sulla sua "virtù", preservandola da possibili "pericoli". La stessa nascita vede una discriminazione: per il bambino si hanno grida di gioia; per la bambina un silenzio profondo proprio da parte femminile.
Se ad una prima lettura, certe usanze possono poi apparire come un fenomeno di emancipazione rispetto ad altre società, analizzandole più attentamente si può al contrario cogliere un significato diverso. Si parla ad esempio dell'assenza del velo, della monogamia, del suo importante ruolo nel conservare la coesione sociale e di una certa libertà di rituali magici. Nella realtà questi aspetti derivano da necessità vitali e non da una presa di coscienza di uno status disuguale. La donna, perciò, si adegua spesso inconsapevolmente: non porta vesti lunghe perché la ostacolerebbero nei lavori e nella marcia con la carovana; la sua possibilità nel creare artifici religiosi per amore o per protezione dal malocchio derivano dalla sua posizione sociale, regolata dalla tutela maschile, mentre la libera disposizione del proprio spazio senza l'uomo, induce ad accuse di stregoneria,(71) applicate anche per le donne che risultano sterili, e quindi ritenute pericolose. Inoltre, l'uso del velo è applicato esclusivamente per proteggersi da sabbia e polvere, ma probabilmente questa limitazione deriva dal fatto che non esiste la nozione di "esterno"(72) . Confinata nell'accampamento in cui risiede con clan e famiglia, non necessita di coprirsi da sguardi di estranei, come la donna di un villaggio rurale: per entrambe, l'isolamento dal mondo circostante funge da muro di protezione. Infine, non bisogna dimenticare che le attività non esclusivamente domestiche sono in funzione di una solidarietà comunitaria, in cui il lavoro di ogni membro è necessario per assicurare la sopravvivenza in un ambiente ostile al massimo.
Tutto viene interpretato, allora, nell'ottica di un ordine naturale e assoluto, che si è sempre ripetuto nell'arco dei secoli, in modo continuativo, per la chiusura ad ogni contatto esterno. Tuttavia è la conoscenza di realtà diverse, con l'inevitabile confronto, che sollecita la messa in discussione del sistema vigente. E nel caso dei Sahraui, la colonizzazione spagnola comporta analogamente la situazione appena delineata: limitando ancora di più il ruolo femminile, ha permesso nello stesso tempo una riflessione sul significato di essere donna e di quello che le compete, ponendo le fondamenta del processo di emancipazione, e un principio di discussione fino a quel momento sconosciuto.
La repressione politica, sociale e culturale con i conseguenti movimenti nazionalistici, contribuisce quindi alla presa di coscienza dei diritti femminili, sulla base di quella libertà relativa del passato, per la quale si ha ora consapevolezza del suo valore.

 

 

  1. Biancamaria Scarcia Amoretti, Women in the Western Sahara da: War and Refugees. The Western Sahara Conflict, Pinter Publisher, London and New York, 1987, pag. 187.
  2. Mentre Ibn Battuta, studioso mussulmano, parla della libertà della donna sahariana, autori occidentali risaltano la sua ferocia e fanatismo.
  3. Francis de Chassey, L'Etrier, la Houe et le Livre, L'Harmattan, Paris, 1993, pag. 59-60.
  4. Questi due termini indicano rispettivamente il lignaggio (oltre la tenda e l'unità economica e giuridica a cui fanno riferimento i membri in base a classi d'età e sesso) e il clan che include in tal caso non solo discendenti del patriarca, ma anche servitori, compagni d'armi e discepoli religiosi tra loro in un rapporto solidale.
  5. L'endogamia rappresenta uno strumento per mantenere gli interessi del lignaggio, ma in realtà con l'indebolimento del significato sociale dato al matrimonio a favore del gruppo di parentela, aumentano i divorzi col conseguente frazionamento patrimoniale
  6. Il contratto matrimoniale viene registrato per iscritto da un notaio ufficiale, ma in un passato più remoto era stipulato oralmente.
  7. H. Barth, H. Duveyrier, C. Douls; Fous du desert. Les premiers explorateurs du Sahara 1849-1887, Phebus, 1991, pag. 238.
  8. La donna di un uomo ricco fabbisogna di una certo numero di cammelli per trasportare i propri beni voluminosi, anche in considerazione del fatto che ogni moglie ha la sua tenda.
  9. Francis de Chassey, L'Etrier, la Houe et le Livre, L'Harmattan, Paris, 1993, pag. 75.
  10. Cfr. Vanessa Maher, Il potere della complicità, Rosenberg & Sellier, Torino, 1989, pag. 29.
  11. John Mercer, Spanish Sahara, London Allen & Unwin Ltd, 1976, pag. 161,162, 163.
  12. La scarsa disponibilità della carne non deriva solo dal fattore ambientale, ma anche da quello religioso e culturale, per il quale animali come le iene, sono impuri essendo predatori e portati quindi ad un contatto di sangue. Il sangue rappresenta di conseguenza un veicolo d'impurità.
  13. John Mercer, op.cit., pag. 163.
  14. Per il rispetto che si nutre verso gli anziani, non vengono abbandonati come in altre società nomadi; al contrario sono trattati con ogni riguardo e privilegio.
  15. L'agricoltura praticata da queste tribù è soprattutto nomade, per questo si coltiva in modo provvisorio, a seconda delle risorse a disposizione. Può divenire invece sedentaria quando carestie, fame e guerra costringono ad un insediamento forzato.
  16. Roberto Galanti, La donna sahrawi, Cuen, Napoli, 1986.
  17. Biancamaria Scarcia Amoretti, Women in the Western Sahara, da: War and Refugees. The Western Sahara Conflict, Pinter Publishers, London and New York, 1986, pag. 190.
  18. Christiane Perregaux, Femmes Sahraouies. Femmes du désert, L'Harmattan, Paris, 1990, pag.61.
  19. Il settimo anno d'età rappresenta l'inizio di una nuova fase della vita, sottolineata dall'ingresso alla scuola coranica, e dalla circoncisione ed educazione da parte del padre e della sua famiglia per i maschi.
  20. Francis de Chassey, L'Etrier, la Houe et le Livre, L'Harmattan, Paris, 1993, pag.120.
  21. Cfr. Vanessa Maher, "Potere e purezza" da "L'altra metà della luna. Capire l'Islam contemporaneo", Marietti, Genova, 1993, pag. 205.
  22. Christiane Perregaux, L'école sahraouie. De la caravane à la guerre de libération, L'Harmattan, Paris, 1987.
  23. Cfr.Vanessa Maher, Potere e purezza da: L'altra metà della luna. Capire l'Islam contemporaneo, Marietti, Genova, 1993, pag. 205.
  24. Il periodo vitale, che vede la frequenza della scuola coranica, corrisponde ad un processo di virilizzazione e di islamizzazione diverso a seconda della casta: il nobile segue assiduamente le lezioni religiose e prosegue negli studi per poi prepararsi ad assumersi responsabilità economiche e politiche; il giovane più modesto riceve un'istruzione saltuaria, poiché deve imparare il mestiere a lui riservato dalla divisione sociale ereditaria. Anche le ragazze spesso non ottengono un insegnamento scolastico completo e approfondito, che si fa ancora più scarso per quelle dalle umili origini.
  25. Nonostante il Corano non menzioni questa pratica matrimoniale e che il Profeta la condanni, è sempre esistita nella società mussulmana, soprattutto in quella malikita. Così, se teoricamenta la donna poteva rifiutare liberamente il marito a lei imposto, (in base a regole sancite dalle diverse correnti giuridiche), nella realtà era spesso costretta a subire la volontà del tutore legale (padre o chi per lui).
  26. L'Islam, soprattutto quello maschile, attribuisce all'idea di purezza il fondamento necessario per avvicinarsi a Dio e per partecipare ai riti religiosi.
  27. Attualmente, la donna saharui indossa la mellahfa, una lunga veste leggera dai vivaci colori, che le lascia scoperti piedi e braccia.
  28. John Mercer, Spanish Sahara, London George Allen & Unwin Ltd, 1976, pag.152,153.
  29. H. Barth, H. Duveyrier, C. Douls, Fous du désert. Les premiers explorateurs du Sahara 1849-1887, Phébus, 1991, pag. 244.
  30. Giorgio Vercellin, Istituzioni del mondo musulmano, Einaudi, Torino, 1996.
  31. In genere sono accusate di stregoneria donne sole, come vedove e divorziate, e i negri, la cui presenza è in ragione della schiavitù.
  32. Cfr. Khalida Messaoudi, Una donna in piedi, Mondadori, Milano, 1996, pag.30
  33. John Mercer, Spanish Sahara, London George Allen & Unwin Ltd, 1976, pag. 147.
  34. Cfr. Khalida Messaoudi, Una donna in piedi, Mondadori, Milano, 1996, pag. 30.
  35. Mentre il cristianesimo originario condannava la sessualità ed i rapporti erotici, dettati dalla passione, anche all'interno del matrimonio, (san Paolo, Prima Epistola ai Corinzi, 7, I sgg.), la visione coranica originaria è al riguardo, meno repressiva: secondo una tradizione, ad esempio, Adamo ed Eva scoprono sì di essere nudi, dopo aver mangiato il frutto, ma anche il piacere dell'eros, definito una compensazione per la loro cacciata dal Paradiso terrestre.
  36. Vanessa Maher, Potere e purezza, da: L'altra metà della luna. Capire l'Islam contemporaneo, Marietti, Genova, 1993, pag. 206.
  37. Khalida Messaoudi, Una donna in piedi, Mondadori, Milano, 1996, pag. 29.