3.2 Il matrimonio
3.2.1 I mutamenti nell'istituzione matrimoniale:la poligamia
3.3 La maternità
3.3.1 La sessualità femminile
3.4 Atteggiamenti verso il divorzio
Conclusioni
LA DONNA NELLA VITA QUOTIDIANA IN RAPPORTO AI SISTEMI DI VALORE
Se l'analisi del ruolo femminile nella sfera pubblica ha permesso di comprendere
il livello di emancipazione in rapporto al sistema politico-amministrativo e
alla sfera professionale, l'attenzione posta al contrario ai sistemi di valore,
rappresentativi il mondo personale e "privato" della donna, consente
un ulteriore approfondimento della presa di coscienza, in un processo che vede
contrapposti passato e modernità.
Attraverso l'osservazione di istituzioni come la famiglia, il matrimonio, il
divorzio e problematiche inerenti la sessualità, l'affettività
e la procreazione, emergono aspetti sociali e culturali che esprimono più
chiaramente il reale condizionamento, che ancora oggi religione e tradizione
esercitano sulle scelte personali. I significati attribuiti a questa sfera vitale,
indicano, di fatto, l'esistenza di contrasti interni dovuti alla difficile integrazione
tra norme consuetudinarie e tendenza alla libertà, un sentimento ormai
conosciuto anche nelle relazioni interpersonali. Si tratta però di una
convivenza non facile e comunque poco duratura, che il più delle volte
si traduce nell'affermazione dell'antico sistema culturale, consolidato dalle
condizioni di vita estreme, e dal ritorno di un nazionalismo, che definisce
l'identità sociale e culturale sulla base dei valori tradizionali.
La mancata autonomia, che spesso la donna si trova a sopportare nel privato,
incide di conseguenza sulla libertà d'azione all'esterno delle mura domestiche,
generando una spirale di vincoli che la limitano in tutta la sua persona: se,
infatti, si può parlare di promozioni nell'ambito pubblico, non lo si
può fare altrettanto in quello privato, per il quale una possibile autoaffermazione
ed indipendenza femminile, sia fisica che psicologica significherebbe la messa
in discussione dell'antico ordine sociale, e quindi una probabile crisi di identità
di ruolo. Tuttavia è bene ricordare che l'istruzione e le spinte innovative
hanno ostacolato in parte, fenomeni negativi come le gravidanze numerose e i
matrimoni precoci, grazie ad una maggiore consapevolezza delle proprie azioni,
che rende di conseguenza "migliore" la qualità della vita femminile.
Malgrado ciò, rimangono ancora, usanze, atteggiamenti e credenze misogine
ostacolanti il processo della presa di coscienza, che risultano fortemente radicate
nel tessuto sociale, anche per la sopravvivenza di tanti tabù legati
alla sfera dell'intimità e dell'affettività. La reticenza e l'imbarazzo
delle sahraui intervistate, (con l'eccezione della più giovane), difronte
ad alcune domande, testimoniano al riguardo quei vincoli mentali e culturali
che rendono nello stesso tempo difficoltosa un'indagine scientifica orientata
alla conoscenza.
3.1 La donna nella famiglia
Per capire il reale significato attribuito alla famiglia dai sahraui, può
risultare utile il riferimento ad una mozione per la medesima, espressa in occasione
del II Congresso dell'U.N.M.S nel 1990:
"La famiglia è la cellula base della società, è
il nucleo vitale per le diverse funzioni che ricopre ed è la scuola che
offre la prima preparazione alla vita: per tutto questo, la sua istituzione
necessita di una chiara coscienza e comprensione delle proprie funzioni, determinanti
i percorsi formativi dell'individuo e della società (...) contro possibili
devianze di disgregazione, derivate da considerazioni prettamente economiche
o legate alla semplice attrazione fisica (120)(...)
"
Sono parole che introducono una profonda riflessione su ciò che è
la famiglia e ciò che essa può comportare a livello personale
e sociale, insieme ad un riferimento critico per quegli elementi giudicati dannosi
alla stabilità e all'armonia della vita privata.
In tale documento, viene espressa un'affermazione dal contenuto innovativo,
ossia il richiamo ad un tipo di relazione, la cui solidità deve poggiarsi
su un impegno e una comprensione reciproci, attraverso una reale convinzione
delle proprie azioni, ed una volontà sentita allo stesso modo dalle parti
coinvolte nel progetto comune.
La famiglia rimane sì al vertice della scala valori e tra le massime
aspirazioni femminili e maschili, ma iniziano a modificarsi le condizioni che
portano alla sua formazione: compare tra le nuove generazioni la ricerca dell'amore,
una componente relazionale fino all'altro ieri ritenuta poco importante o superflua,
mentre il matrimonio tende a spogliarsi gradualmente della veste di contratto
d'affari. Emerge una maggiore consapevolezza del significato di libertà
di scelta, di intenzione personale, e dei rapporti che esprimono la famiglia,
nonostante le condizioni estreme di vita che spesso contribuiscono alla sua
disgregazione e frantumazione. Sono tanti i genitori che si vedono divisi dai
propri figli, come del resto le coppie sposate: la guerra, l'esilio, la lotta
per l'indipendenza e la povertà sono le cause più diffuse di separazione,
anche se tra queste, l'affido e l'ospitalità internazionale dei minori
costituiscono un aspetto interpretato dai sahraui come un acquisto e non una
perdita.
A sottolineare l'unità e la compattezza che la donna riesce a dare alla
famiglia, è la sua capacità nel trasmettere ai figli un codice
morale di aggregazione e di consistenza, incentrato sulla valorizzazione della
solidarietà, del rispetto e dell'altruismo, che in un ambiente ostile
come il deserto e in assenza di un governo propriamente detto, assumono una
valenza essenziale.
L'interiorizzazione di norme e di principi e la socializzazione primaria risultano
essere processi pienamente efficaci per la trasmissione di senso e significato
delle relazioni comunitarie, tanto da presupporre la riaffermazione della stessa
identità sociale anche per quei figli lontani da tempo (per alcuni casi
si parla addirittura di anni, nonostante sporadiche visite ai campi), ed inseriti
in sistemi culturali completamente diversi. Risulta da ciò un'educazione
morale incisiva, la cui forza è alimentata sia dallo spirito nazionalista,
mantenuto vivo dalla donna, e sia dal rapporto continuativo che si ha con la
tradizione, incentrato sulla funzionalità vitale che può offrire,
e non sulla sua istituzionalizzazione (121). Ne consegue
un legame piuttosto organico tra nuove e vecchie generazioni, che non presenta
fratture, crisi e debolezze rilevanti, ma tende a fluire nel tempo, nonostante
"iniezioni culturali" innovative, adattate e assimilate gradualmente
nel processo formativo.
Se rimane, infatti, un'educazione tipica improntata da una distinzione sessuale
che vede da una parte l'esaltazione dei tratti femminili (la bellezza, l'affettività
e caratteri propriamente espressivi), e di quelli maschili (forza, coraggio,
resistenza al dolore e onore), dall'altra compare nella fase della socializzazione
primaria, un nuovo orientamento culturale inerente sentimenti e comportamenti
non più esclusivi all'uomo. L'autonomia, l'indipendenza psicologica e
la fiducia nelle proprie risorse costituiscono per la donna valori da coltivare,
ma in un ambiente ostile, causa la difficoltà di integrare passato e
presente.
Tuttavia la valorizzazione di tali aspetti, è vissuta da tante sahraui
come una necessità, che si accentua con la consapevolezza del loro significato,
grazie al nuovo ruolo sociale e familiare che come madri, sorelle e figlie occupano.
La centralità della figura femminile si ritrova quindi in tutte le azioni
che scandiscono la vita quotidiana, dalle più semplici alle più
complesse, rispetto alla scarsa presenza dell'uomo, per l'impegno militare e
politico a lui richiesto.
Ne consegue un rafforzamento di prerogative e responsabilità familiari
per la donna, la quale è in un qualche modo costretta in diverse situazioni
a sostituire l'autorevolezza maschile, nonostante il riconoscimento assoluto
dell'autorità misogina, che comunque rimane indiscussa e concreta. Il
capo famiglia è rappresentato dall'uomo in ordine gerarchico d'età,
ma spesso non mancano di minor considerazione le anziane, giudicate vere e proprie
fonti di saggezza, e custodi del patrimonio storico e culturale. La cura reverenziale
dedicata alle vecchie generazioni non stupisce più di tanto, essendo
il rispetto e l'unità parentale, tali da non presupporre abbandoni e
maltrattamenti, anche nei confronti di coloro per i quali non si ha un rapporto
sanguineo diretto o acquisito.
In sintesi si potrebbe ribadire l'importanza basilare della famiglia, e quindi
della sua coesione, ma non per questo si può affermare in termini assoluti
l'assenza di frequenti disgregazioni e ricomposizioni diverse, dovute non solo
a motivazioni di ordine straordinario (guerra ed esilio), ma anche e soprattutto
per ragioni legate alla scelta individuale. Il divorzio è al riguardo
lo strumento più utilizzato, la cui diffusa pratica potrebbe significare
ancora oggi, un'inconsapevolezza derivante dall'immaturità personale,
e da una volontà al matrimonio non realmente "voluta".
3.2 Il matrimonio
Matrimonio e famiglia sono per la cultura sahraui, due concetti che si rimandano
reciprocamente uno all'altro, inclusa l'importanza vitale ad entrambi attribuita,
per la loro funzione di creazione e sviluppo dell'esistenza individuale e collettiva.
Il matrimonio continua ad essere così considerato l'obiettivo principale
per una piena realizzazione personale, ma rispetto al passato lo si comincia
ad interpretare diversamente, soprattutto dalle nuove generazioni, che tendono
a vedere in questa istituzione non più un'alleanza di clan tribali e
familiari per uno scambio sociale allargato, quanto un'espressione della libera
scelta intenzionale, maturata su un affetto reciproco.
Come hanno ribadito tutti gli intervistati, sono, infatti, sempre più
numerose le coppie che decidono di sposarsi di propria volontà, e ciò
può significare l'indebolimento di vincoli tradizionali in opposizione
ad un'auto-affermazione individuale, sia femminile che maschile.
Tuttavia permangono ancora numerosi casi di matrimonio combinato, anche tra
le nuove generazioni, come testimonia A., l'intervistata sahraui più
giovane e quindi più direttamente coinvolta nella problematica, l'unica
ad aver riportato aspetti pregiudiziali di un certo tipo:
"Ora c'è più libertà per la coppia di sposarsi,
ed i matrimoni d'amore sono frequenti, ma esistono ancora unioni imposte dalla
cerchia parentale e unioni all'interno di gruppi razziali: si tratta di persone
dalla cultura tradizionalista e chiusa ".
Da queste parole emerge non solo il discorso inerente al persistente controllo
familiare sulla volontà del singolo, ma anche un orientamento endogamico
al matrimonio, sulla base del gruppo parentale ed etnico(122)
: una chiusura all'esterno, che in certi casi può tradursi in una discriminazione
razziale, anche se non portata all'eccesso.
Il movimento nazionalista contribuisce, infatti, a mantenere vivo il sentimento
di appartenenza comunitaria per tutti, bianchi e neri, mentre nello stesso tempo
consolida norme e valori socialmente costruiti, essenziali alla stessa definizione
e regolamentazione dei rapporti coniugali. Ne consegue che i contenuti matrimoniali
si evolvono attraverso la combinazione di aspettative reciproche, ma nel rispetto
di principi culturali del passato, che non mostrano per lo più nessun
segno di debolezza e che per una loro espressione autentica, sono tollerati
e accettati, come le nozze combinate. Alla domanda: - Se una donna non volesse
sposarsi con l'uomo scelto per lei dalla famiglia, cosa potrebbe fare in merito?-,
le risposte degli intervistati, tra cui quelle che seguono di M., F., e S.,
forniscono un'ulteriore conferma del forte vincolo tradizionale:
" Per ogni caso di matrimonio, occorre l'autorizzazione della famiglia,
perchè è importante mantenere sempre un buon rapporto, soprattutto
se accadono situazioni difficili come il divorzio, per il quale i genitori farebbero
fatica ad accettare di nuovo in casa la figlia, che ha deciso di sposarsi senza
la loro approvazione. "
" Se la figlia non volesse sposarsi con l'uomo scelto per lei, inizierebbe
una lunga discussione con i propri genitori, che comunque terminerebbe con un
accordo finale, o attraverso l'affermazione della volontà familiare per
le ragazze più giovani e legate alla tradizione, o quella della parte
più determinata a farsi valere."
" E' essenziale in tutti i casi il consenso dei genitori per il rispetto
che si deve sempre portare a loro e per il rapporto gerarchico tra giovane e
anziano."
L'accordo con le rispettive famiglie risulta essere ancora fondamentale per
l'istituzione matrimoniale, non solo per ragioni prettamente materiali (conseguenze
in caso di divorzio), ma soprattutto per motivazioni sociali e culturali, espresse
da un codice etico di comportamento, la cui infrazione significherebbe nello
stesso tempo la formulazione di un giudizio morale negativo familiare e comunitario.
Il condizionamento che la società impone al singolo è quindi più
che rilevante, soprattutto nelle situazioni caratterizzate da tradizionalismo
e per quanto riguarda ragazze giovanissime, che non possedendo una forte determinazione
e/o un sostegno esterno ed interno al gruppo parentale, si ritrovano costrette
ad accettare una decisione unilaterale. Nonostante l'attuale tendenza contraria,
i casi di legittime unioni precoci (15-16 anni) sono ancora presenti, insieme
al fenomeno dell'alto numero di figli per donna. Rappresentano condizioni che
contribuiscono a riaffermare l'antico significato dato al matrimonio, ovvero
di contratto giuridico ed economico stipulato tra due parti, che si vedono impegnate
in una serie di obblighi e diritti reciproci: autorità maritale e godimento
sessuale per l'uomo; dote e mantenimento per vitto e alloggio per la donna (123).
Emergono in questo modo elementi di una cultura arcaica, validati tuttora dal
vincolo coniugale così interpretato, quali la costituzione del donativo
nuziale, la legittima soddisfazione sessuale, la perpetrazione della specie
e l'intervento di un tutore legale (padre o zio paterno e materno) nel caso
di un'imposizione. Giuridicamente parlando la donna rimane completamente capace
di agire, ed il suo status non cambia se non per la minorenne che si emancipa,
ma il dovere coniugale è comunque orientato dalla già segnalata
superiorità maschile. Tuttavia le spinte progressiste che influenzano
la vita pubblica, tendono ad inserirsi nella sfera privata, grazie alla sempre
più diffusa formazione culturale e professionale ed i contatti internazionali,
la cui incidenza ha consentito da una parte l'eliminazione e il confinamento
in ruoli simbolici o comunque marginali, di istituzioni come la poligamia e
il cosiddetto dono nuziale(124) , e dall'altra una maggiore
consapevolezza e coscienza del vincolo coniugale: la maggiore stabilità
matrimoniale, il calo di natalità e l'innalzamento dell'età media
per le prime nozze (intorno ai 18-20 anni circa) sono segnali non indifferenti
di un cambiamento in corso.
3.2.1 I mutamenti nell'istituzione matrimoniale: la poligamia
Se rimangono confermati per il matrimonio valori secolari espressivi, come la
verginità, la fedeltà reciproca e la sessualità, è
sparita quasi del tutto una legale forma coniugale, riconosciuta e accettata
dalla religione islamica: la poligamia.
Si tratta di una pratica, che è sempre apparsa poco diffusa tra i Sahraui,
ma per una motivazione per lo più di necessità che non di disapprovazione
sociale, essendo insito in essa, l'obbligo maschile di mantenere in modo eguale
le diverse mogli.
Sembra comunque lecito pensare, che i pochi casi di poligamia attuali, e quelli
del passato siano stati diacronici, ossia più consorti successivamente,
e non più di due donne, sposate a grande distanza di tempo (125).
Spesso la configurazione di una famiglia poligama è di fatto rappresentata
da marito, prole e una coppia di mogli, di cui una giovane e l'altra anziana,
separate in tende diverse ma legate da comuni incombenze domestiche. Risulta
comunque difficile, descrivere chiaramente i rapporti tra le comuni consorti,
essendo varie e differenti le situazioni e contesti familiari: in alcuni casi
può esserci l'approvazione della prima moglie, essendo a lei garantita
autonomia economico-finanziaria e autorità nello spazio privato, per
il prestigio derivante dalla sua età; ma può anche accadere il
caso che gelosia, invidia e incompatibilità di carattere danneggino la
stabilità coniugale con l'epilogo del divorzio. E' certo però
che per le mutate condizioni socioeconomiche e per il nuovo spirito femminile,
la famiglia mononucleare di tipo occidentale si è imposta, mentre la
visione della poligamia che hanno quasi tutte le sahraui di oggi è una
critica, e viene riferita all'egoismo maschile, e alla debolezza estrema della
donna, che ne fa una figura succube e passiva. Al riguardo, A. e S. illustrano
molto bene le condizioni che influiscono su tale pratica matrimoniale, e lo
stato d'animo con cui è vissuta dalle donne interessate:
"Le famiglie poligame rimaste sono pochissime e le cause che portano alla
loro formazione sono sempre dovute per l'impossibilità di procreare,
e per la crisi dei rapporti coniugali: in questo caso non sempre si cerca il
divorzio, perchè l'uomo teme di perdere l'affetto dei figli, che rimanendo
con la madre ed il suo nuovo marito potrebbero affezionarsi di più a
lui che al vero padre(...) I rapporti tra le mogli rimangono comunque difficili
per l'odio e la gelosia causate dalla bellezza o dalla giovinezza di una di
loro."
" Le poche famiglie poligame rimaste ai campi non sono giudicate molto
bene dalla comunità: anche se la ragione principale della loro creazione
deriva dal fatto di avere molti figli, non si spiega col bisogno di aumentare
la popolazione, ma solamente con l'egoismo dell'uomo. In ogni modo le donne
di queste famiglie non sono invitate alle assemblee femminili, in quanto non
rappresentano la nostra società di oggi e nemmeno quella del passato:
c'è sempre stata un'opposizione a tale pratica."
In queste affermazioni come in quelle degli altri intervistati si percepisce
per ogni caso di poligamia (approvazione o disaccordo), il sentimento di impotenza
femminile, difronte all'imposizione del maschio, libero di scegliere e di decidere
soprattutto per il proprio interesse personale. Tale sentimento corrisponde
ad una rassegnazione spesso giustificata da motivi di necessità vitale
come il mantenimento economico o l'incremento demografico da compensare le perdite
subite in guerra, ma nell'attualità, la presa di coscienza femminile
e la spinta verso la modernità hanno reso questi bisogni insufficienti
per spiegare eventuali matrimoni poligami. Ora, appare nella società
sahraui una figura di donna più istruita, più sicura di sé
e più attrezzata nel combattere imposizioni coniugali, nonostante vincoli
culturali che continuano a ostacolare la compattezza del fronte femminile, attraverso
pregiudizi sociali che isolano ma non aprono le mentalità più
chiuse.
3.3 La maternità
La procreazione è considerata una componente essenziale per la realizzazione
della vita individuale e di coppia, ma esprime nello stesso tempo una valenza
fondamentale anche a livello comunitario, per la perpetrazione della specie
umana che consente.
Le poche migliaia di donne e uomini rappresentativi del popolo sahraui, il tasso
di mortalità infantile ancora alto, ed il timore di estinguersi come
altre popolazioni del Terzo Mondo, costituiscono le ragioni principali che portano
a valorizzare tuttora la maternità in termini assoluti ed universali,
nonostante una maggiore coscienza femminile della propria sessualità
ed affettività, espressa in atteggiamenti più consapevoli verso
il significato della riproduzione. Ancora oggi il numero medio di figli per
donna è piuttosto alto: oscilla intorno alle cinque unità, ed
in diversi casi anche oltre (126), malgrado le notevoli
carenze strutturali, in cui gravano gli ospedali e le condizioni di salute non
sempre buone delle puerpere per la dura vita del deserto.
Il controllo delle nascite non è quindi auspicato dalle politiche sociali,
né attuato nei progetti di vita familiare da parte di numerose coppie,
che al contrario vedono nei figli il principale scopo coniugale ed il collante
che unisce gli sposi. E' una tipica visione connessa alla sfera valoriale dell'antico
passato, per la quale matrimonio e maternità rappresentano i visti d'ingresso
per accedere a status sociali superiori, che accrescono, rispetto alle nubili,
considerazione e prestigio, soprattutto nel caso di figli maschi.
Si tratta comunque di donne e uomini poco istruiti, che legati alla tradizione
e ad un nazionalismo esasperato, tendono ad interpretare la maternità
rispettivamente come un normale e scontato destino biologico, e come una missione
politica e sociale, finalizzata ad aumentare la popolazione e di conseguenza
la potenza.
A favorire tali posizioni, si riscontrano atteggiamenti istituzionali piuttosto
ambigui e contraddittori, che se da una parte concentrano sforzi e risorse nello
sviluppo dell'istruzione e dell'educazione femminile e maschile, dall'altra
si mostrano titubanti nel promuovere interventi ed iniziative per una maternità
più consapevole e matura.
Si verifica conseguentemente una discrepanza tra le politiche sociali, espressa
da due tendenze opposte: lo sviluppo di una progettualità orientata alla
cura fisica e al trattamento sanitario della madre e del neonato, e la carenza
di un'informazione culturale e sociale, indirizzata alla demistificazione di
tabù tradizionali, e di pregiudizi, e ad una conoscenza più precisa,
di problemi relativi alla sessualità, alla gravidanza e al parto. Non
stupisce quindi che la notevole organizzazione sanitaria nell'ambito della maternità,
caratterizzata da un'assistenza medica continuativa, a livello di ostetricia
e di pediatria (nonostante le limitazioni professionali e strutturali), superi
di gran lunga la programmazione formativa ed educativa, orientata alla libera
gestione della fisicità e affettività femminile.
Malgrado ciò, le coppie più giovani ed istruite iniziano a presentare
cambiamenti culturali attraverso atteggiamenti innovativi, come la diminuzione
del numero dei figli, e delle gravidanze precoci, ed una maggiore attenzione
alle aspettative richieste dal rapporto tra nuove e vecchie generazioni.
Al riguardo, le risposte date alla domanda: - "Quali sono gli elementi
che oggi condizionano l'alto numero di figli per una coppia ?"- hanno confermato
ad unanimità la problematica espressa dai vincoli della cultura tradizionale,
insieme alla bassa scolarizzazione, come testimoniano F., e A., le sahraui più
giovani, tra le intervistate:
" Per la presa di coscienza femminile e maschile, acquisita con lo studio
ed i contatti internazionali, si tende a sposarsi in un'età più
matura e mettere al mondo meno figli, anche se si continua a considerarli una
ricchezza: sono una sicurezza per il mantenimento dei genitori(...)"
"Nel passato e nei primi anni dell'esilio, il numero dei figli dipendeva
dal fatto di aumentare la popolazione: ora chi ne fa tanti è la donna
che sta spesso in casa e non lavora. Non trovo giusto che si abbiano tanti bambini:
il futuro è incerto e le sofferenze sono ancora tante(...)"
In questi stralci di interviste vengono espresse una serie di valutazioni di
ordine strumentale ed espressivo legate all'attuale significato di maternità
che vede da una parte (F.) il riferimento ad una necessità vitale, caratterizzata
dal mantenimento familiare, contro le incertezze del sistema politico ed economico
e una vecchiaia indigente; e dall'altra (A.) una consapevolezza dei rischi e
dei pericoli che possono vivere i figli, tale da divenire un ostacolo allo stesso
desiderio di procreazione.
In quest'ultima affermazione compare un nuovo spirito materno che privilegia
un rapporto di genitorialità emotivamente più intenso, orientato
non solo verso una maggiore affettività e relazionalità, ma anche
e soprattutto alle aspettative vitali che le ultime generazioni non possono
ancora godere. La maternità rimane l'elemento centrale e costitutivo
dell'identità femminile, ma in modo più consapevole e meno scontato,
grazie al processo di emancipazione in atto, che rende più sensibile
la donna delle sue necessità di persona e di madre insieme a quelle dei
propri figli, e alle nuove condizioni vitali, espresse dall'attuale società
sahraui. Subentra di conseguenza una certa razionalità motivata affettivamente
e strumentalmente, che agisce verso l'interiorizzazione di nuovi valori e stili
di vita, questi ultimi caratterizzati dalla partecipazione femminile nel mondo
del lavoro e nell'impegno politico. Si tratta di una condizione generale che
incide sull'adozione di particolari comportamenti riproduttivi, gestiti più
consapevolmente e autonomamente, nonostante la maternità rimanga l'esperienza
vitale di primaria importanza, che continua ad influire principalmente sull'organizzazione
del tempo e dello spazio femminile.
3.3.1 La sessualità femminile
Tra i condizionamenti sociali e culturali più forti, nell'orientare la
sfera intima della sessualità, compare la religione, i cui principi morali
rimangono indiscussi ed osservati.
La purezza, la castità della nubile e la fedeltà coniugale che
richiama, costituiscono i fondamenti principali per un comportamento corretto
nella vita sessuale, mentre ancora una volta si sottolinea la superiorità
maschile nella dialettica tra uomo e donna.
L'esercizio dell'eros è considerato un dovere religioso e civile, all'interno
del legame matrimoniale, nonostante esista una contraddizione tra la predisposizione
positiva al sesso, espressa dalla legislazione e dalla tradizione islamica,
e la sua realizzazione concreta, essendo portatrice di un'impurità rituale
maggiore.(127)
La sessualità rimane comunque un argomento tabù, mentre la sua
finalità riguarda la procreazione, con tutte le motivazioni e ragioni
ad essa inerenti.
Il piacere dell'esercizio dell'amore è ritenuto quindi secondario, e
diventa più accettabile se non giustificabile nella ricerca di una gravidanza
all'interno del matrimonio, mentre la pianificazione delle nascite è
vissuta al contrario come un disprezzo alla vita stessa.
Così, di fronte all'acclamata virilità dell'uomo e alla sua libertà
di movimento, si pone la figura della donna, espressa nei ruoli di madre e moglie,
il cui status specifico non le viene riconosciuto per la sua individualità,
bensì dall'essere di proprietà dell'uomo che l'ha sposata. Se
tale sentimento si affievolisce con l'assenza maschile dalla vita comunitaria,
attualmente, in periodo di tregua mostra un certo rinvigorimento, in un contesto
in cui non si è perso lo spirito religioso tradizionale. Molti mariti
si sentono ancora oggi possessori del corpo femminile, ed il loro diritto di
disporne sessualmente o di condizionare temporalmente le stesse nozze, costituiscono
al riguardo conferme di legittimità maschile a favore di azioni e decisioni
unilaterali. Si pensi, ad esempio, all'attesa dei tre mesi, da parte di una
divorziata o di una vedova, che si voglia risposare: se in questo periodo dovesse
scoprire di essere incinta, non potrebbe auspicare al matrimonio fino a parto
avvenuto. La paternità del bambino deve risultare chiara a tutti, essendo
di prerogativa del padre il conferimento dell'identità sociale ai figli,
rispetto alla nascita e alla crescita, definite funzioni prettamente femminili.(128)
Non va poi dimenticato il ruolo fondamentale che assume la verginità,
la cui esclusiva proprietà maschile mette in gioco la reputazione del
padre, del fratello e del futuro marito. In questo senso, l'integrità
dell'onore è di responsabilità femminile, essendo le stesse madri
e nonne, impegnate in un'educazione sessuale, incentrata sull'importanza della
castità prematrimoniale e sui doveri coniugali. A ciò si ricollega
il discorso inerente l'uso dei metodi anticoncezionali che, insieme al divorzio,
necessitano dell'autorizzazione maschile. Le parole di A., l'unica sahraui intervistata
ad aver affrontato spontaneamente tale argomento, testimoniano questa realtà,
carica di frustrazione ma nello stesso tempo omertosa:
" Non si usano tanto gli anticoncezionali come il preservativo e la
pillola, perchè non si trovano facilmente nei campi profughi, anche se
si possono comperare nella vicina Tindouf e in alcune delle città della
Mauritania. Inoltre è difficile per la donna averli, in quanto non sempre
il marito glieli concede: occorre sempre la sua autorizzazione, che può
diventare scritta per l'impossibilità dell'uomo di essere presente nel
momento dell'acquisto. A volte però alcune mogli riescono nelle loro
intenzioni, grazie alla complicità di amiche o parenti, in possesso della
concessione firmata dal marito. Sono comunque discorsi che rimangono riservati
a pochi intimi: si tende a non parlarne, anche tra le donne più adulte(...)"
Emerge una forma di repressione femminile che può definirsi la più
grave, essendo condizionante l'intera vita della donna, sia pubblica che privata.
L'impossibilità di disporre a proprio piacimento del suo stesso corpo,
la rende prigioniera di vincoli che le impediscono di realizzarsi come persona
anche al di fuori della famiglia: il non poter decidere autonomamente quando
diventare madre e quanti figli avere, le causa di fatto un'ulteriore perdita
delle già limitate prerogative di scelta, che si ripercuotono nell'ambito
lavorativo e politico ed in una continua visione della sessualità coincidente
nella sola riproduzione. Malgrado questa oppressione sociale che è vissuta
dalla maggior parte del popolo femminile, e che è diffusa culturalmente
dalla stessa educazione che molte madri continuano ad impartire alle figlie,
iniziano a comparire timidi segnali d'apertura tra alcuni giovani, che per l'istruzione
e le esperienze formative compiute all'estero, tendono ad una sessualità
finalizzata anche al piacere. La ricerca e l'uso di anticoncezionali naturali
e non, lo scambio spontaneo di atteggiamenti e parole affettuose (seppur in
privato) e la maggiore disponibilità tra le ultime generazioni, di conversare
su problemi inerenti al sesso fuori e dentro la coppia, indicano un nuovo modo
di affrontare l'argomento, considerato per eccellenza tabù a tutti gli
effetti. Tuttavia non si può parlare ancora di una tendenza sociale e
culturale capace di rivoluzionare usi e costumi: l'aborto è inteso e
attuato esclusivamente per finalità terapeutica; i rapporti prematrimoniali
sono giudicati tuttora severamente, come i rarissimi casi delle ragazze-madri,
(le cui compromissioni di status sociale possono risolversi solamente attraverso
un matrimonio riparatore). Inoltre manca una vera e propria informazione sessuale
da parte delle istituzioni preposte all'educazione e alla sanità: non
solo ci si limita alla semplice spiegazione biologica dell'apparato riproduttivo,
ma più grave, tra le politiche sanitarie di prevenzione, si trascura
e si minimizza il problema delle malattie veneree insieme a quelle virali (tra
cui l'A.I.D.S, e l'Epatite C.). Al riguardo, tutte le sahraui intervistate hanno
semplicemente parlato di provvedimenti inerenti all'igiene, alle vaccinazioni
e a campagne informative inneggianti l'astinenza e la fedeltà coniugale,
come affermano M. e F.:
" Si discute spesso di prevenzione, anche per l'A.I.D.S., nonostante
pochi uomini abbiano rapporti prematrimoniali con donne esterne ai campi profughi:
si predica l'astinenza e la pulizia del proprio corpo."
" Tra le politiche sanitarie, si dà grande importanza alla prevenzione,
e questo vale anche per il discorso delle malattie veneree. Con la collaborazione
di Associazioni internazionali, si punta all'informazione, che risalta l'importanza
dell'igiene per la salute individuale."
Più critica è la risposta di A., che esprime nello stesso tempo
un'opinione personale insieme ad una descrizione più particolareggiata
della problematica in oggetto:
"Non ho mai sentito parlare di malattie trasmesse sessualmente o di
A.I.D.S. ai campi, se non a Tindouf. Non ci sono progetti ed iniziative che
ne parlino, probabilmente perchè fino adesso non si sono registrati casi
del genere, al contrario dell'Algeria e dell'Arabia che li vivono come gravi
problemi: c'è ad esempio un programma per i giovani, alla radio algerina,
che informa sulle precauzioni da seguire, come certi esami medici e l'uso del
preservativo. Penso però che anche ai campi siano possibili queste malattie:
gli uomini vanno all'estero, e quindi è per loro più facile incontrare
donne disponibili e belle."
Queste, sono le uniche parole che testimoniano apertamente e senza reticenza,
una certa valutazione dei rischi che la donna può incorrere per un comportamento
più libero, ma poco consapevole e poco rispettoso dell'uomo, nei suoi
confronti. Risulta comunque difficile, affermare in modo certo, che la maggior
parte delle giovani sia completamente cosciente di una realtà pericolosa,
anche nei campi profughi: se appare infatti un minimo d'informazione sulla prevenzione
e la natura di alcune malattie, rimane una cultura di fondo misogina che alimenta
ingenuità e apaticità, e quindi una continua subordinazione femminile,
spoglia di strumenti che assicurino alla donna protezione e rispetto, ma tale
da confinarla in un ruolo di vittima a volte consapevole.
3.4 Atteggiamenti verso il divorzio
Il diritto islamico riconosce tre modi di sciogliere il legame coniugale: annullamento
del matrimonio richiesto da entrambi gli sposi, il divorzio per mutuo consenso
ed il ripudio unilaterale.(129)
Attualmente la società sahraui applica esclusivamente il divorzio, in
quanto le altre due forme di dissoluzione del vincolo nuziale sono ritenute
per lo più inutili e prive di significato a fronte di una realtà
estrema, come può presentarsi la vita del deserto.
Il divorzio risulta comunque essere una pratica diffusa ed antica, che per i
sahraui, ma soprattutto per le donne ha sempre significato la possibilità
di liberarsi da uno status coniugale imposto, per una volontà arbitraria
e per una scarsa maturità personale rispetto al vincolo matrimoniale.
Viene considerato un diritto civile a tutti gli effetti, per il quale la donna
e l'uomo possono auspicare la ricerca del benessere individuale oltre al sentimento
dell'amore, spesso confinato in un ruolo secondario nelle prime nozze. Prevale
di conseguenza una visione positiva del divorzio, costituendo esso stesso uno
strumento legittimo che regolarizza di fronte alla comunità, la posizione
dei coniugi all'interno di un rapporto insanabile, ed esprimendo contemporaneamente
la non indissolubilità del vincolo coniugale, data la sua fonte contrattuale
e non sacramentale, al contrario ritenuta tale, dalla religione cristiana.
K.H., funzionaria dell'U.N.M.S., e testimone significativa per il colloquio
informale, conferma l'atteggiamento favorevole della comunità, descrivendo
un'antica usanza, applicata in occasione della separazione:
"Nel passato, ogni qual volta una donna otteneva il divorzio, si organizzava
per lei una festa, in cui partecipava gran parte della comunità. Rappresentava
un momento solenne che le riconosceva lo scioglimento del matrimonio, ma anche
la possibilità per un nuovo candidato di dichiararsi ufficialmente. Il
rito, che vedeva l'interessato rompere un tamburo con un coltello e sparare
un colpo di fucile in aria, era accompagnato dalle grida di gioia di tutte le
donne presenti."
Ora si ricorre semplicemente al Cadì, il giudice che per la legge islamica
deve occuparsi delle controversie di ordine economico e sociale, e quindi della
stessa regolamentazione del contratto matrimoniale e del divorzio. I casi di
separazione risultano per lo più semplici da gestire giuridicamente,
essendo la ricerca dell'accordo bilaterale avallata dal giudizio critico della
comunità, che continua ad orientare e a controllare l'ordine della vita
sociale. Appare conseguentemente una certa democraticità giuridica nell'applicazione
di tale diritto, malgrado nella realtà, risulti relativa per aspetti
condizionali che esprimono, una discriminazione sessuale di fondo. Tra questi
si distingue, oltre il vincolo temporale dei tre mesi, la necessità di
ottenere l'autorizzazione del marito alla separazione: una concessione che non
risulta sempre automatica.
Ad eccezione di casi estremi, come il maltrattamento, l'infedeltà, la
sterilità e le privazioni economiche, per i quali la moglie può
ricorrere liberamente al Cadì, (ma doverosamente fornita di prove materiali
e di testimoni), è sempre necessario l'accordo della controparte maschile
per intraprendere l'iter giuridico. Di fronte ad un possibile diniego, alla
donna rimane quindi, la sola possibilità di utilizzare le poche armi,
che lei trova nello stesso contesto di segregazione in cui è inserita.
La sua capacità di rendere invivibile il clima familiare, o addirittura
di denigrare l'onore del coniuge con un eventuale adulterio, rappresentano alcuni
degli strumenti femminili più diffusi e più efficaci, per combattere
una decisione unilaterale, di per sé indiscutibile. Tuttavia, tali espedienti
possono diventare inutili nel caso di un abbandono del tetto coniugale, una
situazione ancora più difficoltosa per la donna che, data l'irreperibilità
del marito, si trova imprigionata in un ruolo sociale incerto ed indefinito,
causa l'impossibilità di avviare la pratica del divorzio.
Ancora oggi si verificano episodi del genere, ed A. ne fornisce una testimonianza:
" Il marito di una mia parente era andato al confine della Mauritania,
per motivi di lavoro: spesso gli uomini si recano laggiù per comprare
generi alimentari e materiali necessari per la riparazione di macchine. Ma lui
non è più tornato a casa. Ha incontrato un'altra donna, l'ha amata
e l'ha sposata, mentre la mia parente era ignara di tutto.Solo quando un conoscente
ha messo per iscritto cosa era successo al marito, lei è potuta andare
dal giudice e chiedere il divorzio."
Si tratta comunque di casi limitati, in quanto si verifica generalmente l'accordo
di entrambe le parti, mentre il numero consistente di separazioni richieste
ed ottenute sia dall'uomo che dalla donna, provano la facile applicabilità
del divorzio, ma anche la fragilità del legame coniugale. Spesso la coppia
si divide nei primi anni del matrimonio, quando la donna non ha ancora confermato
la sua posizione sociale, con la nascita dei figli: mancando un legame emotivo
ed economico sufficiente alla stabilità familiare, la separazione appare
più facile e scontata.
Sembra dunque che la donna abbia meno da guadagnare da un matrimonio, e meno
da perdere con il divorzio: la possibilità di continuare a godere del
sostegno parentale a livello materiale ed affettivo(130)
, il diritto morale che le garantisce il possesso della tenda, del dono nuziale
e l'affidamento dei figli, (insieme all'obbligo del marito di pagare a loro
gli alimenti), e la semplicità con cui ci si può risposare, senza
pregiudizi di sorta, favoriscono la fuga femminile dalla casa coniugale. Tuttavia,
il fenomeno "divorzio" appare attualmente più contenuto, e
non solo per le campagne informative ed educative che risaltano l'importante
ruolo della coesione familiare, ma soprattutto per il fatto che sempre più
coppie si sposano liberamente, consapevolmente e per amore. Il grado d'istruzione
e la realizzazione professionale, che in Occidente possono contribuire alla
crescita di un individualismo spesso narcisista e quindi dannoso anche all'unità
matrimoniale, sono in questo caso variabili condizionanti la solidità
del rapporto coniugale.
Conclusioni
Se lo stato di emergenza ha di fatto incentivato una tendenza verso la modernità
in ambito politico, giuridico ed economico, ha nello stesso tempo consolidato
una barriera di difesa per il proprio sistema culturale, il cui sconvolgimento
farebbe temere una possibile perdita delle proprie origini. A fronte di minacce
esterne rappresentate al riguardo dalla politica di marocchinizzazione da una
parte, e da influenze occidentalizzanti dall'altra, si tende a mantenere, pressochè
inalterato, il codice di famiglia, vera e propria espressione del sistema tradizionale.
La penetrazione di idee e pensieri innovativi, in un ambito delicato, come si
presenta la vita privata, viene così ostacolata dalla paura per un mutamento
della società, troppo radicale e non sempre controllabile, a cui si lega
un egoismo maschile, spesso mascherato da un comportamento opportunista. L'atteggiamento
istituzionale, che si mostra ambiguo nella promozione di politiche sociali indirizzate
alla donna, prova al riguardo una ferrea volontà di protezione verso
antiche prerogative esclusive all'uomo, sulle quali sono state elaborate normative
che continuano ad orientare la stessa riproduzione sociale. Appare dunque un
contesto in cui la mediazione tra vita privata e attese della comunità
è fondamentale, mentre la preservazione di leggi e consuetudini secolari,
come le pratiche matrimoniali, riflettono il controllo della collettività
sui singoli membri, insieme a quello dell'uomo sulla donna .(131)
Le stesse risposte, date dalle sahraui intervistate, permettono di presupporre
una difficile evoluzione del ruolo femminile nell'ambito privato, in considerazione
di un profondo radicamento di norme sociali e valori, che non possono essere
modificati in breve tempo, da un recente movimento di emancipazione, ancora
legato ad uno stato di necessità generale. Se di fatto, l'accesso allo
spazio pubblico crea nuove esigenze di diritto al lavoro, alla politica e di
scelta personale del coniuge, rimane come barriera nel processo di appropriazione
del proprio destino, la gestione individuale della sessualità: una condizione
che coinvolge tutte le donne, indipendentemente da età, grado d'istruzione
e professione.