Indice
CAPITOLO
I
PROFILO STORICO-POLITICO
DEL POPOLO SAHARAWI
DALL’ORIGINE
TRIBALE AI CAMPI PROFUGHI
1.1 Origini della società saharawi
1.1.1 Struttura sociale
1.2 Primi contatti con le potenze occidentali e
colonizzazione spagnola
1.2.1 Dai primi
contatti alla Conferenza di Berlino
1.2.2 Colonizzazione
e resistenza anticoloniale
1.3 Decolonizzazione e invasione marocchina
1.4
La Rasd nel quadro internazionale: il processo di pace e il boicottaggio sistematico
di Rabat
1.1
Origini della società saharawi
La
società saharawi, prendendo in considerazione la sua origine storica, si presenta
come il risultato di un lungo processo di fusione e assimilazione tra due
distinti gruppi sociali, che si incontrarono e scontrarono nell'attuale zona
del Sahara Occidentale, intorno alla metà del XIV secolo: le tribù arabe Maquil,
in particolar modo il gruppo degli Hassan, e le tribù berbere Sanhadja.
La migrazione
dallo Yemen degli Hassan si inserisce nel contesto storico-culturale delle
"grandi ondate di invasione coranica" avviate nel Seicento; questo gruppo una volta giunto nel
Maghreb fu respinto dagli Hillaliti, verso sud, nella zona compresa tra l'Uad
Draa e il fiume Senegal. Nella zona del Senegal gli Hassan si scontrarono
con i berberi Sanhadja, tribù già fortemente islamizzata dagli Almoravidi
nel rigore del mālikismo nell' XI secolo.
L'integrazione
tra i due gruppi comportò un percorso lungo due secoli, fatto di scontri e
reciproche assimilazioni, che diede forma a un corpo sociale del tutto peculiare,
se raffrontato a quello delle regioni circostanti.
Come si può ben
intuire, l'elemento veramente nuovo scaturito dalla fusione non fu tanto l'islamizzazione,
ma la totale arabizzazione dell'elemento berbero, della quale risulta emblematica
l'adozione della lingua hassanija, idioma vicino all'arabo classico della penisola arabica
e, quindi, molto distante dai dialetti berberi dell'Atlante meridionale.
La fusione socio-culturale
giunse a dare vita a quella che gli storici chiamano la società maura, della
quale fanno parte gli Ahl as-âhil
(nome pre-coloniale dei Saharawi).
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1.1.1
Struttura sociale
L'originaria struttura sociale
presenta una sostanziale continuità nei tratti caratterizzanti, fino all'invasione
marocchina (1975), che comporterà una violenta disgregazione del tessuto sociale.
La forte continuità dei tratti sociali fu dovuta alla forte chiusura nei confronti
dell'esterno: i contatti si limitavano al commercio con le popolazioni limitrofe
e non ebbero mai un'influenza tale da apportare elementi significativamente
innovativi alla struttura e all'organizzazione sociale. Questa rigidità strutturale
nei confronti dell’esterno si contrapponeva alla fluidità dei rapporti interni,
che permetteva una certa mobilità sociale lungo l'asse gerarchico.
Prima di vedere
le principali caratteristiche della struttura sociale e delle strutture di
potere che ne regolano il funzionamento, è necessario ricordare che esse rispondono
innanzitutto alle difficili condizioni economiche e ambientali del deserto;
risulta necessario, dunque, leggerle in quest'ottica.
La società saharawi
era costituita da 40 tribù nomadi (che, per maggiore attinenza terminologica,
da questo momento in poi verranno indicate con il termine qaba'el -
sing. qabila), la cui stratificazione gerarchica dipendeva principalmente
dalla loro reale o rivendicata discendenza dal fondatore della componente
araba, Beni Hassan, e dallo stesso Profeta. Si crea in questo modo una prima
distinzione gerarchica tra le qaba'el
o le sue frazioni che discendono dagli arabi Hassani e quelle discendenti
dalla componente berbera sanhadja, che si traduce in una divisione
delle funzioni economiche-sociali su base tribale.
Le qaba'el di discendenza araba possono essere guerriere o zwaya
(letterate-religiose) e si collocano al vertice della gerarchia sociale. Le
prime detengono il monopolio delle armi e hanno un compito prettamente difensivo
nei confronti delle qaba'el zwaya
e di quelle tributarie: trovare al vertice la classe guerriera non deve sorprendere
dove l'economia di scarsità del deserto fa della guerra e della razzia i mezzi
per procurarsi manodopera e bestiame.
Le qaba'el guerriere ricoprivano una funzione strutturale, in quanto,
riunendo ognuna sotto la sua protezione tribù zwaya e tribù tributarie, venivano a delineare distinti nuclei sociali
che operavano in maniera sostanzialmente autosufficiente.
Le seconde, soprannominate
dai francesi "marabutte", sono chorfa, si considerano, cioè,
dirette discendenti di Maometto; in realtà, la discendenza dal Profeta viene
spesso ricostruita in maniera mitica piuttosto che storica e fa parte di una
strategia politica per far parte delle qaba'el "superiori". Gli zwaya sono uomini dediti alla religione e allo studio coranico; essi
assicurano la benedizione ai guerrieri e ai tributari e, in virtù della loro
funzione ideologica, potevano esercitare una certa influenza politica.
All'interno di
queste due classi vigeva una certa fluidità e mobilità: vi sono ad esempio
qaba'el zwaya divenute guerriere, come
i Rguibat, e qaba'el guerriere divenute
letterate; inoltre appartengono a queste classi anche qaba'el di ceppo berbero, che, o hanno fittiziamente ricostruito genealogie
chorfa, o si sono distinte per il
loro valore bellico.
Le qaba'el di discendenza berbera erano generalmente tributarie; pagavano
tributi ai guerrieri in cambio della loro protezione ed erano generalmente
dediti all'allevamento. Il termine con cui venivano designati, znaga,
risulta rivelatore del processo di un graduale assoggettamento, politico e
linguistico, della componente berbera da parte di quella araba-hassana. "Znaga",
infatti, utilizzato fino al XVI secolo per indicare le popolazioni nomadi
non arabe di questa area che non parlavano la lingua hassanija, perse in seguito la connotazione etno-linguistica per indicare
una caratteristica prettamente sociale: quella di tributario.
A
questa distinzione fluida e orizzontale se ne interseca un'altra di natura
verticale, interna ad ogni qabila
(guerriera, zwaya o tributaria). Di questa gerarchia
interna fanno parte i maalemin (artigiani, specializzati in particolar
modo nella lavorazione di pelli e metalli) e i griot o iggauen
(poeti e cantastorie), due categorie fortemente funzionali a una società nomade,
nella quale sono di vitale importanza sia le soddisfazioni delle esigenze
tecniche e pratiche, sia la trasmissione del patrimonio culturale mitico-storico
e il valore dell'ospitalità.
Ai gradini inferiori troviamo
gli harratin (schiavi affrancati) e gli abid (schiavi), la cui
condizione servile si distingue nettamente da quella della cultura araba,
europea e americana, essendo minimi gli scarti di vita sociale nelle difficili
condizioni di vita nel deserto.
La
strutturazione gerarchica non ha mai determinato un corpo sociale statico
ma ha subito costanti interazioni e ridefinizioni dettate, in primo luogo,
da una forma di solidarietà comunitaria e di equilibrio sociale frequente nelle società nomadi analiticamente definite
"segmentarie".
Possiamo, infatti, richiamare
il modello, proposto in un primo momento da Durkheim (1893) e più compiutamente
in seguito da Evans-Pritchard (1940), di "società segmentaria",
per sottolineare alcuni aspetti della struttura originaria dei Saharawi, senza
"congelarla" in un modello analitico che è stato oggetto di un intenso
dibattito antropologico.
Pur essendo essenzialmente
acefala, in quanto non presenta un nucleo di potere istituzionalizzato e permanente,
la società saharawi ha elaborato fin dalle origini una struttura politica
regolativa: l'Ait Arbain, il Consiglio dei Quaranta. Senza farne una
struttura amministrativa ed esecutiva vicina al modello occidentale delle
società statuali (come vorrebbero recenti rivendicazioni da parte dell'attuale
classe dirigente saharawi, spinta dalla volontà di legittimare il proprio
popolo), possiamo definirla un'assemblea dei quaranta rappresentanti delle
qaba'el tradizionali, che si riuniva
solo in occasione di pericolo esterno o per la risoluzione di particolari
conflitti interni. All'interno di ogni qabila, inoltre, vigeva un' istituzione
politica interna: la yemaa, un'assemblea di notabili che esercitava
ciò che noi definiremmo i poteri “legislativo, esecutivo e giudiziario".
Per quanto riguarda l'aspetto giuridico, essa si atteneva alla shâria,
la legge coranica, e all'orf, codice orale di norme comportamentali
nomadi: questa simbiosi implicava un'interpretazione della vita quotidiana
più flessibile rispetto a quella delle comunità islamico-sedentarie. Questa
istituzione veniva rispettata dalla comunità (pena l'allontanamento dal gruppo),
di cui ne garantiva l'unità e l'equilibrio, regolando, ad esempio, le alleanze,
i tributi, gli spostamenti dell'accampamento e la risoluzione di controversie.
In realtà la
configurazione politica era determinata dalle relazioni inter-tribali, fatte
di patti, tributi e alleanze che, spesso, trascendevano i legami parentali
e agnatici. La dialettica tra contrapposizione interne e compattezza nei confronti
dell'esterno richiama il modello di fusione/fissione, inteso come "meccanismo
di un gruppo che si divide in certi contesti e in altri conserva la sua identità
corporata" elaborato da Fortes e Evans-Pritchard (1940).
Alla base della
struttura troviamo due gruppi di aggregazione di ordine parentale, per via
patrilineare: l'aial e la
khaima. L'aial (famiglia estesa) include tutti
i discendenti diretti da un antenato comune vivente e, coerentemente al modello
segmentario, costituisce l'unità economica di base, pur non implicando la
condivisione di uno stesso spazio. Oltre a rappresentare un'unità economica,
l' aial costituisce anche un’importante unità di riferimento identitario
e sociale, in quanto permette all'attore sociale di collocarsi all'interno
di un gruppo e di comprendere e gestire le reti relazionali, sia quelle interne
che quelle esterne. Infatti, le strategie matrimoniali e l'estinzione dei
debiti di sangue (diya) vengono gestite a livello agnatico: se un individuo
commette una colpa di sangue il debito viene contratto dall'intero gruppo
agnatico, attuando quella che viene chiamata asabiya, solidarietà agnatica.
Risulta comprensibile in questo sistema relazionale che la vendetta di sangue
non venga ammessa all'interno dell'aial, in quanto la discendenza da
un antenato comune implica un tipo di solidarietà interna che preserva quanto
possibile l'integrità e l'unità del gruppo.
L'assunzione
del gruppo agnatico come struttura basilare, però, implica una definizione
analitica di una struttura rigida, che non rende conto dei dinamismi sociali
che, spesso, scavalcano le strutture di parentela. Infatti, l'asabiya
viene estesa attraverso l'asaba (patto) a singoli individui o a gruppi
in modo da integrarli nella sub-frazione o frazione; dimostrazione ne è il
fatto che, al loro arrivo, gli spagnoli non trovarono gruppi agnatici costituiti
solo da discendenti, ma anche da integrati.
Le unità politiche,
dunque, non si irrigidiscono nel sistema agnatico e segmentario, ma sono il
frutto di continue ridefinizioni e rispondono a diverse necessità, di ordine
pratico, storico ed economico. Gli attori sociali utilizzano la discendenza
agnatica per “stravolgerla”: la struttura sociale viene resa fluida, attraverso
la manipolazione di significati culturali, che, essendone elementi costitutivi,
risultano particolarmente malleabili, e permettono di rendere conto dei dinamismi
insiti nei processi sociali.
La khaima
(famiglia coniugale) costituisce quella che possiamo definire la cellula base
dell'originaria società saharawi. Il termine “khaima” ha un duplice significato:
indica sia la famiglia che la tenda, due entità intimamente connesse nella
vita nomade. A differenza dell'aial, questa cellula implica la condivisione
di uno stesso spazio (come è facilmente intuibile dal secondo significato
appena indicato) non solo da parte della famiglia prettamente coniugale (padre,
madre, figli non sposati), ma anche dagli ascendenti o collaterali.
Volendo fissare per un momento
questa struttura sociale in un modello o in uno schema, la possiamo visualizzare
in un insieme di centri concentrici: la qabila è costituita da più frazioni tribali, che si suddividono in
sub-frazioni, le quali sono costituite da più aial, che a loro volta
comprendono diverse khaima.
Questa distinzione inclusiva
implica una progressiva estensione territoriale, che va dalla condivisione
della khaima alla estensione e distribuzione della qabila sul territorio. Chiaramente questa
diversificazione strutturale ne implica una funzionale: le frazioni, ad esempio,
"sono rette da una solidarietà interna con finalità economiche, mentre
le qaba'el sono costituite attorno
ad esigenze di carattere politico e di difesa verso l'esterno."
A qualsiasi livello,
però, vige, sia tra gli attori sociali che tra i gruppi sociali, la cooperazione,
elemento indispensabile alla sopravvivenza nelle difficili condizioni di vita
sahariane. Trattandosi di una società prevalentemente nomade, che vive, in
primo luogo, di economia pastorale, la condivisione dei terreni di pascolo
e dei punti d'acqua risulta vitale, così come la difesa dai pericoli esterni
assicurata dalla qabila.
La cooperazione
e la solidarietà di gruppo, richieste dalle caratteristiche territoriali,
condizionano anche le strategie matrimoniali: per evitare la dispersione delle
risorse e del patrimonio familiare si tende all'endogamia e alla monogamia.
Non essendo rigide norme sociali, ma norme reali e fluide dettate dalle effettive
condizioni di vita, la poligamia è ammessa, fedelmente alle norme coraniche,
ma risulta spesso impraticabile a causa delle difficoltà di mantenimento egualitario
di più donne e di più unità familiari.
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1.2
Primi contatti con le potenze occidentali e colonizzazione spagnola
1.2.1
Dai primi contatti alla conferenza di Berlino
La
regione del Sahara Occidentale, a partire dall’introduzione del dromedario
dalla penisola arabica (I sec. circa), ha sempre costituito un importante
luogo di scambio e di contatto tra le regioni maghrebine e quelle del fiume
Senegal, fino a divenire una vera e propria “cerniera commerciale” tra l’Africa
subsahariana e il Mediterraneo.
Questo ruolo
viene a modificarsi, via via in maniera radicale, a partire dal Quattrocento,
a causa delle grandi scoperte geografiche, che segnarono l’inizio dell’invasiva
supremazia delle potenze europee in Africa.
In quest’ottica,
penetrare in questa regione, significava per le potenze europee scavalcare
la barriera mediterranea dei commercianti arabi, che detenevano il monopolio
del commercio dell’oro proveniente dal Sudan.
Le isole Canarie,
note agli europei già dal 1300, furono la prima tappa di portoghesi e spagnoli,
che, a partire dal XV secolo, iniziarono a contendersi le rotte commerciali
africane. Ciò che spinse queste potenze europee a stanziare basi commerciali
sulla costa fu, innanzitutto, il commercio di materiali preziosi (oro, in
particolar modo), e, in seguito, la tratta degli schiavi.
Nel 1434 il portoghese
Gil Eanes doppia, per la prima volta, capo Bojador; due anni più tardi i Portoghesi
si stanziarono nell’isola di Arguin, molto vicina alla costa, aprendo la strada
alle prime spedizioni nel golfo del Rio de Oro.
L’ostilità delle
popolazioni locali a queste prime spedizioni europee e lo scarso rendimento
dei saccheggi, spinsero i Portoghesi a cercare di stipulare alleanze e a creare
occasioni di scambio con le popolazioni autoctone. Si mise in atto, così,
una più redditizia politica di intesa con i capi locali, che faciliterà in
maniera sensibile il commercio di oro e la tratta di schiavi.
Nel 1479 Portogallo
e Spagna stipulano un accordo, definendo, così, le rispettive zone d’influenza:
agli Spagnoli vengono riconosciute le Canarie e, successivamente, il tratto di costa a nord di capo Bojador fino all’attuale
Agadir, mentre i Portoghesi ottengono il controllo della costa a sud fino
all’attuale Guinea.
A causa della
recente scoperta del continente americano (1492) e dell’apertura della via
delle Indie (1497), l’interesse europeo nel Sahara Occidentale si limita alla
presenza sulla costa, senza arrivare a un controllo effettivo delle zone interne,
conosciute come le “terre della dissidenza”.
La corsa all’Africa
da parte delle potenze europee riprende agli inizi del XIX secolo, in seguito
alle traumatiche perdite delle colonie americane.
I Francesi danno
avvio alla corsa colonizzatrice su due fronti: partendo dalla foce del fiume
Senegal, saranno impegnati per tutto il secolo nella penetrazione e “pacificazione”
del territorio fino all’attuale Mauritania; contemporaneamente, sul fronte
mediterraneo, danno avvio alla conquista dell’Algeria (1830). Anche la Spagna
inizia a guardare al continente africano, ma il suo interesse è, in un primo
momento, concentrato sul Marocco, giustificato sia dalla contiguità territoriale,
che dal possedimento di Ceuta e Melilla. Questo tentativo di conquista non andò in porto e si concluse
con il trattato di Teutan (1860), con il quale la Spagna ottenne il riconoscimento
di Ceuta e Melilla, delle pretese sul Rio de Oro e la concessione di un territorio
dove insediare un centro di pesca. Furono ragioni economiche a portare la
Spagna a insediarsi sulla costa del Rio de Oro, zona già nota per la forte pescosità. Non fu, infatti,
tanto l’interesse del governo a portare la Spagna ad impegnarsi in questa
porzione d’Africa, quanto la forte pressione di armatori, banche e imprese,
che promossero organizzazioni commerciali per stabilire redditizie relazioni
economiche. Come vedremo in seguito, la storia coloniale del Sahara Occidentale,
in particolar modo dopo la scoperta delle miniere di fosfati di Bou Craa, sarà incentivata da interessi di multinazionali o di società
commerciali spagnole; a queste ultime, peraltro, affluivano capitali francesi
e statunitensi, rendendo più complesso il percorso di decolonizzazione.
La Conferenza
di Berlino (1884-1885) chiude questa prima fase di debole contatto con gli
europei, inaugurandone una nuova, molto più intensa.
L’atto finale
della Conferenza non definisce i confini coloniali, ma stabilisce che le occupazioni
debbano essere notificate alle altre potenze: mettendo ordine alla corsa delle
potenze europee all’Africa, la Conferenza di Berlino si configura come un
forte impulso a nuove conquiste coloniali.
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1.2.2
Colonizzazione e resistenza anti-coloniale
L’esperienza
coloniale spagnola è stata caratterizzata, in un primo momento, dall’assenteismo
e dalla passività, e, in seguito, da una politica di sviluppo blanda e tardiva.
Nonostante ciò, essa, accanto ad altri elementi che vedremo in seguito, concorre
in maniera decisiva alla nascita di un sentimento nazionalista da parte del
popolo saharawi.
I primi decenni
del secolo vedono una presenza coloniale ancora incerta da parte della Spagna.
Le ragioni di questa debole colonizzazione sono molteplici: innanzitutto,
la Spagna non aveva ancora raggiunto il livello di sviluppo economico delle
altre potenze europee; non disponeva, quindi, delle risorse necessarie a un’occupazione
effettiva del territorio. La presenza spagnola si limitava alla zona costiera
tra capo Bojador e capo Blanc, e i tentativi di penetrazione all’interno risultarono
fallimentari, soprattutto a causa dell’ostilità delle tribù saharawi.
Nonostante questa
debole presenza spagnola e la politica della “zolletta di zucchero” di Francisco Bens nei confronti dei capi locali, “gli anziani saharawi sono
categorici nell’affermare che i rapporti con le truppe d’occupazione spagnole
continuarono a essere tesi e diedero luogo, di tanto in tanto, a scontri militari”.
La massiccia
presenza francese nell’Africa nord-occidentale portò a una serie di negoziati volti a stabilire una definitiva delimitazione dei confini;
inevitabilmente, vennero configurati come frontiere artificiali, in quanto
furono tracciati sulla base di meridiani e paralleli. Come la maggior parte
dei confini coloniali, le divisioni tracciate rispecchiavano i rapporti di
forza tra le due potenze coloniali in gioco, non tenendo minimamente conto
delle realtà sociali e culturali che racchiudevano, aggregavano e separavano.
Nonostante questa
“ufficializzazione” del protettorato, la Spagna non disponeva ancora dei mezzi
per un’effettiva occupazione del territorio ed era, quindi, portata a mantenere
buone relazioni con le tribù nomadi.
Per i Saharawi,
però, la definizione dei confini non rimase senza conseguenze: la stretta
sorveglianza della polizia coloniale francese e l’introduzione di un visto
obbligatorio di transumanza verso i territori francesi li obbligarono a prenderne
coscienza. In assenza del controllo da parte di funzionari spagnoli, infatti,
i corpi di spedizione francese affidarono ai mehari (unità mobili su
dromedari) il pattugliamento dei confini e il controllo degli sconfinamenti
delle tribù guerriere.
Le tribù saharawi,
da sempre fortemente insofferenti ai tentativi di controllo e di dominio dei
loro territori, si trovarono, nel primo trentennio del secolo, a fronteggiare
la presenza coloniale francese, piuttosto che quella spagnola.
Sfidando la costante
attività meharista, qaba’el guerriere
(tra le quali si distinsero i Reguibat) compirono numerose razzie di armi,
munizioni e materiali ai danni dei fortini francesi, tese a rendere più forte
la popolazione sahariana di fronte alla minaccia coloniale. In questi anni,
la resistenza anti-coloniale si esprime nella forma del ghaziân (plu.
ghazzi), “raid di lunga gittata, eccezionalmente mobile e rapido, malgrado
l’assenza di ogni altro mezzo di trasporto oltre al cammello”. Questi improvvisi ed efficaci colpi di mano caratterizzeranno
anche la guerra di liberazione mezzo secolo più tardi; sfruttando la conoscenza
del deserto e l’effetto sorpresa, il Polisario riproporrà la “strategia” dei
ghazzi con la sola variante del mezzo usato: il fuoristrada.
Per quanto riguarda
la presenza francese, è necessario ricordare una dura rappresaglia della potenza
europea, che colpì duramente i Saharawi: la distruzione di Smara. Nel 1913, una colonna di meharisti francesi partita dalla
Mauritania distrusse Smara, incendiando la celebre biblioteca e la moschea
di El-Ainin. Il danno al patrimonio culturale e storico fu inestimabile; fu
anche un atto con un forte valore simbolico, dato che la città aveva assunto,
sin dalla sua fondazione, la fama di luogo santo e di centro culturale, soprattutto
per quanto riguarda la diffusione degli insegnamenti coranici.
Solo nel 1934
gli spagnoli, su pressione francese, occuparono militarmente il Sahara Occidentale
e costituirono società commerciali, dando inizio all’effettivo periodo coloniale.
Le due potenze europee si unirono militarmente per sedare la resistenza della
popolazione locale, ottenendo entrambe le condizioni necessarie per amministrare
i rispettivi territori coloniali: la Francia eliminò ogni resistenza mauritana
e la Spagna ottenne la sottomissione delle tribù saharawi e lo scioglimento
del Ait Arbain (Consiglio dei Quaranta).
Tuttavia, la
presenza spagnola non si configurò mai in un effettivo dominio caratterizzato
da una netta subordinazione politica, sociale ed economica; gli spagnoli esercitavano
solamente il ruolo amministrativo, che necessitava, comunque, di un’intesa
con i capi tribali.
Gli anni ’50-’60
portarono una serie di cambiamenti decisivi, che investirono sia l’impegno
coloniale spagnolo, che il movimento di resistenza saharawi, inserendo il
Sahara Occidentale in una complessa rete di giochi di potere e di interessi
economici internazionali.
Possiamo individuare
due fattori scatenanti, che concorrono, nel periodo in esame, a mutare il
quadro coloniale.
Innanzitutto,
l’avvio dello sfruttamento dei fosfati di Bou Craa determinò lo slittamento da un interesse coloniale che,
fino a quel momento, si configurava come prettamente strategico, a un interesse
di tipo economico. Ingenti investimenti di capitali iniziarono ad affluire,
soprattutto dalla Spagna e dagli Stati Uniti; potenti holding finanziarie
internazionali fecero costante pressione al governo franchista, perchè preservasse
le grandi ricchezze minerarie agli interessi multinazionali.
In forte contrasto
con l’opera di colonizzazione intensiva appena attuata dalla Spagna, si colloca
la messa in discussione dei rapporti coloniali, che, avviata già dagli anni
’50 sia in Africa che in Asia, diede inizio a processi di decolonizzazione
lunghi e traumatici, determinando un cambiamento decisivo dell’assetto globale.
In questi anni,
la zona maghrebina fu travolta da una serie di rivolte a catena (Tunisia,
Marocco, Algeria, Mauritania). Nonostante il Sahara Occidentale non fosse
ancora maturo per partecipare a proprio titolo a questo movimento decolonizzatore,
numerosi combattenti saharawi si aggregarono all’Armata di liberazione marocchina,
gettando le basi per la futura guerra di liberazione. L’esercito partigiano,
però, subì un duro colpo: il sultano marocchino Ben Jussuf, Maometto V, contrattò
l’indipendenza (1956) sulla base dello scioglimento dell’Armata di liberazione
nazionale.
Questo episodio
diede un forte impulso alla resistenza anti-coloniale saharawi: nel 1957,
attorno alla figura di Brahim M. Bassiri, nacque la prima organizzazione di
lotta clandestina, tesa a sensibilizzare il popolo saharawi al concetto di
autodeterminazione e a mobilitare le masse popolari.
Nel 1958, per
rispondere negativamente alla questione posta dall’Onu circa l’esercizio di
funzioni amministrative al di fuori del territorio, un provvedimento delle
Cortes spagnole unisce il Rio de Oro al Saguia el Hamra: la colonia viene,
così, trasformata in “provincia d’oltremare”. Legalmente, quindi, gli abitanti
della provincia dovevano godere di tutti i diritti che avevano i cittadini
spagnoli; di fatto, però, la struttura di potere era tipicamente coloniale:
era basata sulle forze armate ed aveva a capo un governatore militare.
In questi anni
si intensifica il processo di sedentarizzazione di numerose tribù saharawi,
già avviato dall’insediamento dell’amministrazione spagnola. L’attribuzione
di uno stato civile, di un documento d’identità e di un visto obbligatorio
per la transumanza avevano già portato la popolazione saharawi a sviluppare
un senso dei confini e dell’appartenenza a un territorio delimitato, avviando
un processo di parziale disgregazione tribale.
Fu l’operazione Ecouvillon
ad accelerare in modo definitivo il processo di sedentarizzazione: nel febbraio
del 1958 un attacco congiunto franco-spagnolo avvelenò i pozzi di acqua potabile
e massacrò il bestiame, distruggendo, così, le basi materiali della vita nomade.
Le popolazioni nomadi furono costrette a rientrare sotto un più stretto controllo
spagnolo, stabilendosi attorno ai principali centri urbani. In realtà, le
tribù saharawi si addensarono in enormi tendopoli, in cui continuarono a mantenere
i costumi e le tradizioni della vita nomade, nonostante avessero abbandonato
la pratica della transumanza, anche a causa di un periodo di forte siccità.
Ciò non toglie che alcune tribù continuarono a praticare il nomadismo nell’antica
regione Sâhil, ignorando, addirittura, l’esistenza delle frontiere coloniali.
L’operazione
Ecouvillon sortì anche un effetto sicuramente non ricercato dalla Spagna:
riaccese nell’animo del popolo saharawi un antico spirito di indipendenza,
che, negli ultimi decenni, sembrava essersi sopito.
A dare avvio
alla fase di decolonizzazione del Sahara Occidentale furono anche le prime,
di una lunga serie, risoluzioni Onu, che inevitabilmente, misero la Spagna
in una situazione di difficoltà.
Nel 1960 una
risoluzione delle Nazioni Unite decretò l’adozione di “misure immediate nei
territori che non hanno ancora raggiunto l’indipendenza, senza alcuna condizione
di riserva, conformemente alla loro volontà e alla loro voce liberamente espressa,
[...] per raggiungere un’indipendenza e una libertà completa”.
Il 16 ottobre 1964
il comitato speciale dell’Onu si pronunciò, in modo diretto, in favore dei
diritti del popolo saharawi, decretando il diritto di decolonizzazione e invitando
la Spagna ad adottare ogni misura necessaria per l’attuazione di questo processo.
Il governo di
Madrid, alla luce delle pressioni delle Nazioni Unite da una parte, e delle
holding finanziare, dall’altra, diede avvio alla “politica del doppio binario”. Se, da un lato, poneva le basi per una politica neo-coloniale,
mediante intese segrete con il capitale internazionale per lo sfruttamento
delle risorse minerarie, dall’altro, si dichiarava favorevole al principio
di autodeterminazione. Durante gli anni Sessanta, infatti, l’amministrazione
fu riformulata, al fine di integrare e istituzionalizzare le diverse frazioni
tribali. In questa direzione si colloca l’istituzione di un’assemblea generale
saharawi (1967), la Djemaa, con funzione consultiva, che, formalmente, ripristinava
le funzioni dell’Ait Arbain. In realtà, questo organismo, si limitava
ad accettare le decisioni dell’amministrazione spagnola e fu definita, dagli
stessi saharawi, “istituzione fantoccio”.
A cavallo degli
anni ’70 nacque il movimento nazionalista saharawi, che, da questo momento
in poi, sarà perennemente presente e attivo, sia per quanto riguarda la lotta
armata, che per quanto riguarda lo scenario diplomatico.
Oltre alla
spinta data dal dilagare di movimenti nazionalisti in Africa e dalla nuova
politica coloniale spagnola, il nazionalismo saharawi prese avvio anche grazie
all’apporto di molti giovani che erano riusciti ad inserirsi in contesti universitari,
sia marocchini che spagnoli. Infatti, nonostante la tardiva apertura all’economia
moderna, ai mezzi di comunicazione e all’educazione, in questi anni si formò
un’élite di giovani urbanizzati
che ebbero accesso all’educazione e, talvolta, a una formazione superiore
all’estero, entrando in contatto, quindi, con altre realtà politiche.
La presa di coscienza
nazionale dei Saharawi si configurava anche in risposta alle rivendicazioni
“storiche” di Marocco e Mauritania sul Sahara Occidentale. In particolare,
il Marocco aveva pubblicato, nel 1960, un “libro bianco” in cui rivendicava
sia i territori del Sahara Occidentale, che della Mauritania. Il monarca marocchino,
Hassan II, data la grave instabilità del suo potere, cercava, così, di ricreare un clima di fiducia, coinvolgendo
i partiti e l’esercito intorno al tema del “recupero del Sahara marocchino”.
Riprendendo il
progetto del “Grande Marocco” del segretario dell’Istiqlal, El Fassi, lo stato maghrebino,
da poco indipendente, metteva in discussione le frontiere coloniali, che,
nel 1963, vennero dichiarate intangibili dall’Oua (Organizzazione per l’Unità
Africana).
Il primo movimento nazionalista
nacque intorno a Mohammed Bassiri, che nel 1968 diede vita al Movimento di Liberazione del
Sahara (Mls). L’organizzazione rimase clandestina fino al giugno del 1970,
quando, in seguito alla dichiarazione delle autorità coloniali di appoggio
al progetto di assimilazione del territorio, organizzò una manifestazione
a El Ayoun. La repressione spagnola fu durissima: i militari spararono sui
manifestanti e arrestarono centinaia di persone. Mohammed Bassiri venne catturato e di lui non si ebbero più notizie, passando alla storia
come il primo desaparecido e martire della lotta di liberazione. Mls
si sciolse, non solo per la perdita del proprio leader, ma anche perchè, nonostante
la forte adesione della popolazione dimostrata nell’eccidio di El Ayoun, il
movimento aveva idee piuttosto confuse sia sui propri obiettivi, che sulle
forme di lotta da adottare.
E’ a partire dal disgregamento
del movimento di Bassiri e dalla presa di coscienza dei limiti che ne decretarono
lo scioglimento, che un gruppo di studenti dell’università di Rabat, attorno
a El Ouali, diede vita al Fronte Polisario. In realtà, il Fronte nacque
dall’unione di due gruppi nazionalisti. Il gruppo aggregato da El Ouali, mosso
dall’obiettivo della liberazione del Sahara Occidentale, aveva cercato, in
un primo momento, come interlocutori, i partiti d’opposizione marocchini.
Quando si rese conto che erano tutti (partito comunista incluso) schierati
con il monarca marocchino, decise di prendere contatto con un altro gruppo,
formatosi a Zouerate (Mauritania) attorno a Mohammed Uld Ziu e Ahmed Uld Qaid,
veterani dell’Armata di Liberazione e compagni di Bassiri. La decisione di
fondare un movimento armato di liberazione nacque, dunque, dall’incontro e
dal confronto di intellettuali, come El Ouali, con superstiti saharawi dell’Esercito
di Liberazione, come Uld Ziu.
Il 10 maggio
1973 questi due nuclei si riuniscono in Congresso e costituiscono il Frente
popular para la liberaciòn de Seguia el Hamra y Rio de Oro (Fronte PO.LI.SA.RIO).
“ Il nome di Fronte non stava ad indicare una somma di organizzazioni o tendenze,
ma esprimeva un’opposizione, un far fronte al colonialismo. L’aggettivo “popolare”
si riferiva alla volontà collettiva di liberazione dal colonialismo, anche
se il Fronte non era ancora radicato tra la popolazione”. Durante il congresso viene approvato un Manifesto, eletto
un Comitato Esecutivo e un Segretario generale, El Ouali. Se la linea ideologica
non era stata ancora totalmente definita, fu, invece, immediatamente chiaro
che il mezzo impiegato sarebbe stato quello della lotta armata.
“Dopo il fallimento
di tutti i mezzi pacifici utilizzati [...] il Fronte Polisario è nato come
espressione unica di massa, optando per la violenza rivoluzionaria e la lotta
armata come mezzo per far si che il popolo saharawi, che è un popolo africano,
possa recuperare la sua libertà totale, e sconfiggere le manovre del colonialismo
spagnolo. Il Fronte è parte integrante della rivoluzione araba; sostiene la
lotta dei popoli contro il colonialismo, il razzismo e l’imperialismo. [...]
Considera che la cooperazione con la rivoluzione popolare algerina in una
tappa transitoria costituisce un elemento essenziale per sconfiggere le manovre
ordite contro il terzo mondo. [...] Noi invitiamo tutti i popoli rivoluzionari
a serrare i ranghi per affrontare il nemico comune. La libertà è sulle bocche
dei fucili.”
Dieci giorni dopo, il 20
maggio, il Polisario conduce la sua prima azione armata, attaccando il posto
militare spagnolo di El Khanga, tenuto da soldati saharawi, che non opposero
resistenza.
In realtà, nella
prima fase di vita, il Fronte Polisario fu molto più impegnato nell’azione
politica, volta a creare consenso tra la popolazione, piuttosto che nella
guerriglia armata, che si sviluppò lentamente.
Il Fronte nasce
come organizzazione clandestina, i cui militanti sono divisi in cellule e
organizzano riunioni e manifestazioni. Esso diverrà realmente “espressione
unica di massa”, in quanto tutto il popolo vi apparteneva, senza bisogno di
aderirvi. Il dato nuovo è appunto questo: la crescente partecipazione di massa
del popolo saharawi alla battaglia politico-militare.
Oltre al riconoscimento,
da parte delle Nazioni Unite, del Polisario come unico rappresentante del
popolo saharawi, il Fronte ottenne fin dall’inizio l’appoggio libico e, in
seguito, quello algerino, che risulterà determinante negli anni dell’esilio.
Fino al 1973
furono approvate, annualmente, risoluzioni Onu, che richiedevano un referendum per l’autodeterminazione
del popolo saharawi. La risposta spagnola fu costantemente negativa, fino
all’agosto del 1974, quando la Spagna informò l’Onu della volontà di organizzare
il referendum entro la prima metà dell’anno successivo, in vista del quale
organizzò un censimento della popolazione. Il cambiamento di direzione di
Madrid fu determinato da molteplici fattori: le pressioni Onu, la lotta armata
del Polisario, la crisi in atto del regime franchista e il quadro politico
internazionale, indirizzato verso una politica di decolonizzazione. In realtà,
la Spagna non aveva ancora rinunciato alla prospettiva di una politica neo-coloniale:
organizzò, infatti, una forza politica, il PUNS (Partito dell’Unione Nazionale
Saharawi), a cui affidare formalmente il governo, in modo da continuare a
mantenere un controllo sul futuro stato. Questa forza politica fittizia ebbe,
però, breve vita.
Nel frattempo,
il Polisario tenne il suo secondo Congresso (agosto 1974), nel corso del quale
individuò nell’indipendenza l’obiettivo prioritario:
“davanti a queste
manovre (manovre coloniali volte a mantenere il controllo del territorio e
delle ricchezze del Sahara Occidentale) il popolo saharawi non ha altra soluzione
che la lotta, fino ad ottenere l’indipendenza, le sue ricchezze e la sovranità
completa sul suo suolo”
Il Manifesto sottolineava
anche l’importanza della stampa nazionale, in particolare della rivista “20
de Mayo”, come strumento per combattere le idee del colonialismo
e per chiarire il nuovo pensiero. Il Fronte dichiarava, inoltre, che:
“ Il successo
è dovuto essenzialmente al legame con le masse exra-urbane. L’ala militare
del fronte popolare ha partecipato, come Esercito di liberazione popolare,
all’alfabetizzazione e alla cura delle masse. [...] Il nostro Esercito di
liberazione popolare ha ben provato di essere un autentico strumento di liberazione
nazionale e non una sollevazione tribale, come vuole far credere il nemico.”
Sempre nell’agosto
del 1974, Hassan II rinnegò le dichiarazioni, sancite con il presidente mauritano
nel Trattato di Casablanca del 1970 e ribadite ad Agadir tre anni dopo, di
appoggio alla decolonizzazione del Sahara spagnolo e al referendum di autodeterminazione
del popolo saharawi. Il monarca marocchino scelse la via diplomatica e chiese
alla Corte di giustizia dell’Aja di pronunciarsi sulle rivendicazioni storiche
del Marocco sul Sahara Occidentale.
Nel frattempo
Hassan II iniziò a preparare, segretamente, l’invasione che mise in atto l’anno
seguente.
Da questo momento
in poi quello del popolo saharawi si configurerà come un problema di decolonizzazione.
La vera peculiarità consisterà nel fatto che, a rendere l’indipendenza del
Sahara Occidentale un processo senza fine, sarà uno stato africano, il Marocco,
e non la potenza coloniale. A sancire l’impossibilità del percorso di indipendenza
fu anche il complesso sistema di interessi internazionali e legami diplomatici
post-coloniali. Infatti, la spartizione del territorio, nonostante le risoluzioni
Onu in favore dell’autodeterminazione, si era già delineata dagli inizi del
1974. “Le pressioni del governo francese su Mauritania e Marocco perchè rimettessero
in gioco la politica sahariana alla luce degli interessi economici transnazionali,
venivano esercitate di concerto con il dipartimento di stato statunitense.
Si avrà una prova di ciò nell’improvviso aumento dell’aiuto militare americano
al Marocco. [...] Gli sforzi dell’Assemblea dell’Onu e del Comitato speciale
per la decolonizzazione non potevano che venir sconfitti da quelli delle capitali
mondiali degli affari.”
Inizio pagina
1.3
Decolonizzazione e invasione marocchina
“Il male viene sempre dal Nord”
Canzone
popolare hassaniya
La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, per stabilire
se il Sahara Occidentale, al momento della colonizzazione, fosse terra
nullius o se avesse rapporti giuridici con il Marocco e la Mauritania,
inviò una missione di inchiesta nel maggio del 1975. Gli osservatori delle
Nazioni Unite rilevarono il livello di coscienza politica raggiunto dai Saharawi
e il lavoro svolto, in questo senso, dal Fronte Polisario: “La missione ha
constatato che la popolazione o almeno la quasi unanimità delle persone che
ha incontrato si è pronunciata categoricamente a favore dell’indipendenza
e contro le rivendicazioni territoriali di Marocco e Mauritania”. Gli osservatori
constatarono, inoltre, l’inconsistenza del partito del PUNS e indicarono nel
Polisario “la forza politica dominante del territorio”. In base a questi rilevamenti,
i giudici della Corte dell’Aja stabilirono l’inesistenza, al momento della
colonizzazione, di un legame di sovranità territoriale con il Marocco e con
la Mauritania; i rapporti esistenti tra le tribù saharawi e i due stati in
questione vennero decretati tali da non mettere in discussione il diritto
di autodeterminazione del popolo saharawi.
Una certa ambiguità
nella formulazione della sentenza permise al Marocco di interpretare il verdetto
della Corte come favorevole alla propria tesi.
Lo stesso giorno
della sentenza, il 16 ottobre 1975, Hassan II annunciò una marcia popolare
pacifica di invasione del territorio: la
Marcia Verde (il colore dell’islam). In realtà, il monarca
marocchino aveva già inviato alcune centinaia di militari marocchini a precedere
la marcia, al fine di testare la reazione spagnola, sperando in un accordo
di spartizione da parte del governo di Madrid.
Migliaia di marciatori
marocchini, il 6 novembre, penetrarono nel territorio sahariano, portando
una copia del Corano e sventolando bandierine verdi, senza imbattersi in alcuna
resistenza da parte dell’esercito spagnolo. Hassan II ordinerà il rientro
della marcia solo quando l’accordo per la spartizione avrà già preso avvio.
Preceduto da
diversi accordi segreti, infatti, il 14 novembre di quello stesso anno, viene
firmato segretamente a Madrid, tra Spagna, Marocco e Mauritania, un Patto
Tripartito, con il quale il Sahara Occidentale veniva spartito tra i due stati
africani: la Spagna cedeva la parte settentrionale del territorio al Marocco
e quella meridionale alla Mauritania. Il ritiro delle truppe coloniali venne fissato per il
28 febbraio 1976. Il tradimento spagnolo si attuò senza alcuna opposizione
delle forze diplomatiche-politiche. Nonostante la condanna della Marcia Verde
da parte dell’Onu, infatti, Stati Uniti e Francia avevano incoraggiato i dirigenti
spagnoli all’accordo con la monarchia marocchina
La condanna alla Marcia
marocchina e la solidarietà al Polisario furono espresse da parte dell’Algeria,
dell’Unione Sovietica, della Libia e anche dal ministro di difesa della Repubblica
Democratica del Vietnam.
Proprio mentre
l’esercito marocchino giunse a Smara, il Fronte Polisario riunì, a Guelta
Zemmu, tutti i notabili saharawi che avevano avuto un ruolo nell’amministrazione
spagnola e dichiararono lo scioglimento della Djemaa,
in virtù di un’elezione non democratica dei suoi membri e, quindi, di una
non rappresentatività del popolo saharawi. Con la proclamazione di Guelta,
il Polisario, in risposta all’auto-dissoluzione dell’“istituzione fantoccio”,
costituì “nel quadro di una soluzione di unità nazionale e al di fuori di
ogni intervento straniero” un Consiglio Nazionale Provvisorio saharawi, al quale veniva affidata la legittima sovranità saharawi.
Il 10 dicembre
la Mauritania invase da sud il Sahara Occidentale. La Mauritania, in realtà,
aveva sempre tessuto vincoli fraterni con le tribù saharawi. Il cambio di
prospettiva fu dovuto alla concomitanza di tre principali fattori: la pressione
francese, l’insufficienza del neo-Stato mauritano in termini economici, militari
e amministrativi, che si sperava di colmare con le ricchezze del Sahara Occidentale,
e, infine, il tentativo di salvare la propria indipendenza dalle storiche
rivendicazioni marocchine.
La duplice invasione
fu segnata da eccidi di massa e violenze, tali da far ritirare le truppe spagnole
con un giorno di anticipo rispetto alla data fissata.
Per evitare un
pericoloso vuoto giuridico, nella notte del 27 febbraio 1976, a Bir Lehlu (territorio
liberato), il Fronte Polisario proclama l’indipendenza e la costituzione della
RASD, Repubblica Araba Saharawi Democratica.
L’esercito marocchino
avanzò massacrando la popolazione e incendiando i villaggi con il napalm,
per cui i Saharawi si videro costretti a fuggire nelle zone interne del Paese.
L’invasore reagì bombardando i fuggiaschi, attuando un vero e proprio sterminio
degli oppositori, oggi ancora in atto nei territori occupati.
In questa fase
di emergenza il Polisario si impegnò a mettere in salvo la popolazione, organizzando
l’esodo verso il confine algerino, che avrà luogo sotto i pressanti bombardamenti
marocchini.
L’impegno del
Polisario fu, però, pluridirezionale: se, da una parte organizzava la popolazione
in esilio, dall’altra, non attenuò mai l’impegno diplomatico e militare.
Fu grazie alla lotta armata del Fronte che, nonostante la sproporzione di
armamenti rispetto al Marocco, l’esercito marocchino, alla fine del 1975, non era ancora
riuscito a congiungersi con le truppe mauritane.
“La vera forza
del Polisario non fu tanto quella militare, quanto quella di saper condurre
parallelamente una duplice azione politica, quella diplomatica e quella per
assicurare l’esistenza del popolo saharawi in esilio, senza isolarlo dalla
comunità internazionale.”
Il Polisario dichiarò, a
più riprese, di essere costretto alla lotta armata per liberare il territorio
occupato, ma di essere favorevole alla pacifica convivenza dei popoli maghrebini.
Fedelmente a quest’ottica, le azioni armate furono sempre condotte in funzione
della lotta politica e diplomatica.
L’ Elps (Esercito
di Liberazione Popolare Saharawi) condusse la lotta armata riprendendo l’antica
strategia dei ghazzi, l’unico mezzo veramente efficace, data la sproporzione
di armamenti tra le due parti in conflitto.
Appena portata
in salvo la popolazione civile, il Polisario si rese conto di non avere i
mezzi per una guerra su due fronti; decise, perciò, di concentrare gli attacchi
sull’invasore più debole: la
Mauritania. Numerose incursioni improvvise furono condotte
con successo nel territorio mauritano, fino a colpire la capitale Nouakchott. La crisi in atto nel paese mauritano indurrà l’esercito
a rovesciare il presidente Ould Daddah; il Polisario approfittò di questa
crisi interna per proclamare, unilateralmente, il cessate il fuoco.
Con l’accordo
di pace di Algeri del 1978, la Mauritania uscì dal conflitto nel Sahara Occidentale.
Per quanto riguarda
il conflitto con il Marocco, agli inizi degli anni Ottanta l’esercito marocchino
si trovava in una situazione di forte difficoltà, in quanto gli imprevedibili
ghazzi del Polisario avevano portato il Fronte alla liberazione di
gran parte del territorio, fatta eccezione per gli insediamenti urbani.
Data questa situazione,
Hassan II riorganizzò la difesa, con la collaborazione di Stati Uniti, Francia
e Arabia Saudita, e adottò la cosiddetta “strategia dei muri”: nel 1981 venne
costruito un muro difensivo che racchiudeva il “Sahara utile”, Smara, Bou
Craa e El Ayoun. Nel giro di sei anni il governo marocchino fece costruire
sei muri successivi, per una lunghezza totale di 2720 km, dividendo, così, il paese in due e bloccando
l’accesso all’Atlantico al Fronte Polisario.
I muri furono
costruiti con materiali di riporto ricavati dalle trincee sottostanti; sono
sorvegliati da radar, sistemi elettronici di sorveglianza, 160.000 soldati
armati, 240 batterie di artiglieria pesante e dall’aviazione militare. Inoltre,
sono protetti da 20.000
km di filo spinato e da campi di mine anti-uomo (in
gran parte italiane), anti-carro e anti-carro pesante, che rappresentano una
chiara violazione delle convenzioni internazionali.
Questo conflitto
comportò una spesa estremamente elevata per il Marocco. Per la guerra contro
i Saharawi, infatti, il paese maghrebino ha utilizzato circa il 40% del suo
bilancio statale. Solo per il mantenimento di quello che viene chiamato “il
muro della vergogna” è stata stimata una spesa giornaliera di 1 milione di
dollari. Il Marocco ha reso, così, il Sahara Occidentale l’unico Paese completamente
recintato e protetto da uomini e strumenti altamente sofisticati.
La strategia
dei muri ridusse gli attacchi saharawi a semplici azioni di disturbo e comportò
una sensibile diminuzione dell’influenza del Polisario sulle èlite saharawi rimaste nei territori occupati.
Da questo momento
in poi, prese avvio una lunga fase, che, ancora oggi, non ha visto una risoluzione,
segnata dal conflitto con l’esercito marocchino e da un complesso processo
diplomatico, reso sterile dal sistematico boicottaggio del processo di pace
da parte della monarchia di Rabat.
Inizio pagina
1.4
La RASD nel quadro internazionale: il
processo di pace e il boicottaggio sistematico di Rabat
Dal
1976 la questione saharawi si colloca definitivamente nel quadro internazionale,
pur rimanendo sostanzialmente al di fuori dalla complessa rete politica e
ideologica della guerra fredda.
La RASD, inoltre,
ha sempre rifiutato l’azione terroristica, comprendendo come il porsi come
interlocutore credibile nei confronti degli organismi internazionali fosse
l’unico modo per giungere a una risoluzione del conflitto.
La stessa proclamazione
della Rasd spinse il Polisario a inserirsi nella scena mondiale e a intensificare
la lotta diplomatica. Significativa risulta la scelta delle priorità e degli
interlocutori. Nonostante l’Onu fosse già coinvolta nella questione, infatti,
il Fronte Polisario decise di rapportarsi, innanzitutto, con l’Oua (Organizzazione
dell’Unità Africana). La mancata priorità all’Onu fu dovuta al non-intervento, da parte del Consiglio di Sicurezza, in occasione dell’invasione
marocchina; l’organismo internazionale rimase, infatti, bloccato dalla divisione
dei blocchi e dalla posizione filo-marocchina della Francia. Inoltre, il principio
fondante dell’Organizzazione africana, l’intangibilità delle frontiere coloniali,
era fortemente condiviso dal Polisario. A questo proposito va fatta una considerazione.
Per quanto riguarda la situazione del continente africano, il principio dell’intangibilità
delle frontiere coloniali si presentava problematico, in quanto sembrava non
garantire una pacifica convivenza tra gli Stati, dal momento che interi popoli
si trovavano divisi da confini artificiali. Il caso del Sahara Occidentale,
però, costituiva sicuramente un’eccezione in questo panorama: esso, infatti,
era uno dei pochissimi paesi africani che presentava un’omogeneità linguistica,
religiosa e culturale tale da non far sorgere quei conflitti interni, tipici
delle frontiere artificiali. Una disomogeneità che poteva portare a un conflitto
interno era, anzi, rappresentata dalla possibilità di annessione al Marocco.
In un primo momento,
l’Oua svolse un ruolo politico attivo nella questione saharawi, che spingerà,
successivamente, l’Onu a non trascurare ulteriormente il conflitto.
Nel 1978 l’Organizzazione
africana istituì un Comitato di saggi, incaricato di elaborare una soluzione
al problema. L’anno successivo furono approvate le proposizioni del Comitato,
basate sul principio di un referendum di autodeterminazione garantito da una
forza di pace panafricana. Nonostante ventisei paesi africani avessero già
riconosciuto la Rasd come stato indipendente e sovrano, la sua ammissione
nell’Oua si presentava ancora come una scelta prematura, data la violenta
opposizione marocchina.
Stretto dal crescente
riconoscimento della Rasd da parte degli stati africani, Hassan II, al vertice
Oua del 1981, dichiarò di accettare il principio referendario; fu questa una
manovra prettamente strumentale, in quanto, proprio in quell’anno, il monarca
marocchino adottò la strategia dei muri e intensificò la colonizzazione dei
territori occupati.
Al vertice di
Addis Abeba, nel febbraio 1982, la Rasd venne ammessa come 51° stato membro
dell’Oua, nonostante la protesta del Marocco, la cui delegazione abbandonò
la riunione, dimostrando l’inconsistenza della dichiarazione dell’anno precedente
e ribadendo la categorica chiusura nei confronti della Rasd e del dialogo.
Per non esasperare
la spaccatura in seno all’Organizzazione africana, la Rasd diede prova di
abilità diplomatica e di moderazione non occupando il proprio seggio, in occasione
del vertice del 1983. Questa dimostrazione di responsabilità portò l’Oua alla
risoluzione n. 104, in
cui si invitavano Polisario e Marocco a negoziati diretti, in vista del referendum
di autodeterminazione. Il monarca marocchino continuò a dimostrare una forte
chiusura, di cui diede chiara dimostrazione con l’uscita dall’Oua, in protesta
all’occupazione del proprio seggio da parte della Rasd al vertice del 1984.
L’Oua, in seguito
ai primi tentativi di negoziati diretti tra Polisario e Marocco (1988) e a
un intervento più deciso da parte delle Nazioni Unite (1991), ridurrà il proprio
ruolo nella gestione del conflitto, fino ad uscire di scena, a causa del persistere
di una debolezza interna, che non mise in grado l’organizzazione di gestire
i conflitti a pieno titolo.
L’Onu, che, avendo
tra i suoi compiti la decolonizzazione e il mantenimento della pace, non poteva
più rimanere in secondo piano nella questione del Sahara Occidentale, iniziò
a svolgere un ruolo attivo e costante a partire dal 1988. Nell’ agosto di
quell’anno, entrambe le parti accettarono la proposta di regolazione di conflitto
di de Cuellar, che prevedeva l’organizzazione di un referendum di autodeterminazione
sotto il controllo di Onu e Oua. La scelta, da parte della popolazione saharawi,
doveva vertere tra due opzioni: l’indipendenza o l’integrazione al Marocco.
“E’ bene sottolineare
che la proposta non è la mera applicazione del diritto internazionale, poichè
se da una parte riconosce il diritto all’autodeterminazione, dall’altro non
condanna l’occupazione militare di un territorio straniero, come invece vorrebbe
il diritto internazionale e la stessa prassi dell’Onu. La proposta è un compromesso
politico.”
Il piano dell’88 presentava
due punti particolarmente problematici. Innanzitutto, il ritiro delle truppe
marocchine: il Fronte dovette accettare non il ritiro immediato, ma una “riduzione
appropriata, sostanziale e scaglionata”, che lasciava troppa libertà d’interpretazione
al governo marocchino. L’altra questione che, da questo momento in poi costituirà
un grosso blocco all’effettiva realizzazione del referendum, riguardava gli
elettori chiamati a votare. L’accordo stabilì che l’unico criterio valido
per stabilire chi aveva diritto al voto si basasse sul censimento effettuato
dall’amministrazione spagnola nel 1974, aggiornato con l’accrescimento naturale
della popolazione, considerando solo le variabili nascite/decessi e spostamento
della popolazione. L’ambigua questione del corpo elettori costituirà il terreno
più fertile per la politica di boicottaggio del monarca marocchino.
L’anno successivo
all’accordo, Hassan II portò la situazione a un punto di tensione tale da
far rompere al Polisario la tregua: quello che doveva essere il primo incontro
ufficiale tra il sovrano marocchino e alcuni dirigenti del Polisario venne
presentato dal monarca come un’ “udienza” concessa ai propri sudditi. La reazione
del Polisario non si fece attendere: agli inizi di ottobre del 1989 il Fronte
attaccò il muro, facendo cadere le speranze di pace.
La situazione
sembrò sbloccarsi nel 1991 con la ripresa del Piano di Pace e con l’istituzione
della MINURSO (Missione Internazionale delle Nazioni Unite per il Referendum
nel Sahara Occidentale), organo preposto a garantire il rispetto del cessate
il fuoco e l’applicazione delle misure previste dalla risoluzione; la Minurso
sarebbe entrata in azione solo dopo il cessate il fuoco tra le parti in causa.
Il Piano attribuì una particolare importanza alla liberazione dei prigionieri
politici (molti dei desaparecidos saharawi detenuti nelle carceri marocchine
erano stati indicati dalla commissione di identificazione come appartenenti
al corpo elettorale) e allo scambio dei prigionieri di guerra.
Il documento
dell’aprile del 1991 introdusse, però, una novità per quanto riguarda l’elettorato:
l’aggiornamento della lista doveva tenere conto della domanda di coloro che
ritenevano di essere saharawi e di essere stati esclusi dal censimento spagnolo.
Questo “aggiornamento” complicò notevolmente la situazione, in quanto implicava
fare un nuovo censimento, che si basasse su un criterio che il Fronte aveva
cercato di cancellare: l’appartenenza alle tribù elencate nel censimento del
1974. Inoltre, il censimento coloniale poneva un altro problema: i Saharawi
che si trovavano nel territorio meridionale del Marocco all’epoca del censimento
non vi erano inclusi, in quanto quella zona non figurava come colonia, ma
godeva dello statuto di protettorato.
Nonostante le
difficoltà poste da questi nuovi criteri, il Polisario accettò il Piano e
de Cuellar fissò il cessate il fuoco per il 6 settembre di quell’anno.
Il “D-day”, però,
non segnò l’inizio della fase di transizione, a causa dell’ostruzionismo da
parte di Rabat, che intralciò la compilazione delle liste elettorali, facendo
slittare anche l’entrata in vigore della Minurso.
Il monarca marocchino
mirava a ritardare il più possibile la data del referendum, conscio che, nel
caso si fosse arrivati alla votazione, i Saharawi avrebbero sicuramente optato
per l’indipendenza. Hassan II perseguì questo scopo su più fronti: non solo
ostacolò sistematicamente la compilazione delle liste elettorali, ma lanciò
anche un’offensiva militare nelle zone liberate, tesa a impedire l’eventuale
installazione di seggi elettorali e, soprattutto, a provocare la reazione
del Fronte per far fallire il Piano di Pace, senza esserne direttamente responsabile.
La monarchia
marocchina si adoperò, anche, per invalidare il risultato del potenziale referendum.
Nel settembre dello stesso anno vi fu una Seconda Marcia Verde: circa 35.000 marocchini si spostarono nel Sahara Occidentale
per prendere parte al referendum, nel caso si fosse tenuto nel gennaio del
1992, come previsto dal Piano. Inoltre, Hassan II fece deportare oltre 8.000
Saharawi fuori dal loro territorio, nell’ottica di una politica di trasferimento
di massa, in modo da impedire la loro partecipazione al referendum.
Anche in questa
occasione, la denuncia da parte delle Nazioni Unite risultò insufficiente,
tardiva e troppo permissiva: de Cuellar si limitò a definire la Seconda Marcia Verde
come una violazione non militare, che portava a una situazione poco incoraggiante
per il processo di pace; il Segretario Generale Onu non denunciò l’illegalità
delle azioni marocchine e le ripetute violazioni del cessate il fuoco, e,
inoltre, limitò il numero di osservatori Onu nella regione.
La compilazione
delle liste elettorali fu oggetto, in questi anni, di una vera e propria “guerra
dei criteri”, tesa a rallentare il lavoro della Commissione; in particolar
modo, il Marocco premeva per l’introduzione di un criterio tribale, che avrebbe permesso un allargamento senza limite al corpo
elettorale.
La prima metà
degli anni Novanta si chiuse con il blocco del Piano di Pace, ostacolato dalla
politica marocchina e dalla scarsa parzialità di de Cuellar e del suo successore,
Boutros Ghali. Va ricordato, a questo proposito, che Ghali arrivò a proporre,
durante l’infinita disputa sul corpo elettorale, che l’identificazione si
facesse anche in assenza del rappresentante di una delle due parti e sulla
base della sola testimonianza orale dell’autorità designata dal governo del
Marocco. Questa proposta, palesemente filo-marocchina, avrebbe portato alla
trasformazione del popolo saharawi in un altro popolo, formato, in gran parte,
da marocchini.
Nel frattempo,
la monarchia marocchina riprese lo sfruttamento delle miniere di fosfati e
dei ricchi banchi di pesca delle coste atlantiche, anche grazie alla complicità
degli accordi sottoscritti con la Comunità Europea.
La crisi del
processo di pace arrivò al culmine in conseguenza ad alcune dichiarazioni
di Hassan II:
“Il Sahara è
marocchino e lo resterà che lo si voglia o no” (6 novembre 1995, XX anniversario
della Marcia Verde)
“Pare che i
Saharawi non abbiano capito bene la situazione [...] oltre a non aver capito
che il Sahara Occidentale è ritornato marocchino, come è sempre stato.” (6
novembre 1996, XXI anniversario della Marcia Verde)
e del progetto di legge
sulla decentralizzazione del governo marocchino del dicembre 1996, che incluse
il Sahara Occidentale nel piano di regionalizzazione del Marocco.
A cercare di
dare di nuovo avvio al processo di pace fu James Baker: già Segretario di
Stato americano, fu nominato inviato speciale del Segretario Generale dell’Onu,
Kofi Annan, nel marzo del 1997.
Con l’accordo
di Houston (settembre 1997), Marocco e Polisario firmarono un accordo, frutto
di un nuovo compromesso sbilanciato dalla parte marocchina, che ridiede avvio
al piano di Pace. Nonostante ciò, il governo marocchino intralciò nuovamente
la compilazione delle liste e ostacolò il referendum, mettendo sotto controllo i telefoni
della Minurso e confiscando i documenti agli aspiranti elettori saharawi.
Nel dicembre
del 1999 terminò l’identificazione degli elettori e le liste furono rese note
il seguente febbraio. Hassan II, in risposta, presentò 75.000 richieste d’appello,
facendo, inevitabilmente, slittare a tempo indeterminato il referendum, allora
previsto per il luglio del 2000.
Se la monarchia
marocchina riuscì a far slittare il completamento delle liste dal gennaio
1992 al dicembre del 1999, fu anche grazie all’ambiguità e alla passività
dell’Onu. “Emblematica, a questo proposito, la nomina di Perez de Cuellar,
poco dopo la fine del suo mandato, a vicepresidente di una società collegata
al gruppo marocchino Ona, controllato personalmente da Hassan II.”
L’Onu, infatti,
anche a causa della forte pressione della Francia (suo membro permanente)
non fu mai, e non è tuttora, in grado di far rispettare i patti, nè la legalità
internazionale. L’Organizzazione ha sempre ricercato la via del compromesso,
facendo slittare la questione saharawi da un problema di decolonizzazione
a un problema di mediazione politica.
“[...] nel caso
del Sahara Occidentale, le Nazioni Unite si permettono di essere complici
delle manovre di una potenza regionale minore” (dichiarazione di De Dili D.
Ximenes Bel, in occasione della consegna del premio Nobel per la pace)
Nel corso del 2000 Baker
ha invitato le parti a nuove negoziazioni (Londra, Berlino), nel corso delle
quali il nuovo monarca, Mohammed VI, ha affermato pubblicamente di voler abbandonare il Piano
di Pace e ha prospettato la cosiddetta “terza via”, che prevede l