Indice



CAPITOLO II

 

COSTRUZIONE DI UNO STATO IN ESILIO

LA VITA NEI CAMPI PROFUGHI E NEI TERRITORI OCCUPATI

 

2.1   La Rasd

2.2  Il Polisario

2.3  La Rivoluzione sociale del Polisario: rinuncia alla struttura “tribale”

2.4  L’organizzazione dei campi profughi di Tindouf

2.4.1 Organizzazione e vita nei campi

2.4.2 Il ruolo femminile nei campi

2.4.3 Recenti mutamenti nei campi

2.5  I Territori occupati: repressione, desaparecidos e Intifada

 
L’obiettivo di questa sezione consiste nel comprendere principalmente due aspetti: innanzitutto, partendo dall’analisi dei principi costitutivi e della struttura della Rasd e del Polisario, ci si propone di comprendere come una confederazione arabo-berbera di “tribù” nomadi sia arrivata a pensarsi come un popolo che ha diritto a una nazione, tenendo conto dell’assenza dei concetti di popolo e di nazione nel retroterra culturale saharawi.
In secondo luogo, si mira a comprendere e ad analizzare come si sia riorganizzata la società nei campi dei rifugiati, lasciando all’ultimo capitolo l’analisi della riformulazione identitaria in un contesto tanto peculiare come quello di un campo profughi.
Vengono, infine, illustrate brevemente le condizioni di vita dei Saharawi rimasti nei territori occupati e il progetto di “marocchinizzazione” attuato dal regime di Rabat. La questione richiederebbe una trattazione approfondita, dato anche il forte problema della violazione dei diritti umani, ma non è intenzione, in questa sede, addentrarsi in tali problematiche. 

2.1 La Rasd                      

“La bandiera della Repubblica Araba Saharawi Democratica
sventola oggi sul suolo della Seguia el Hamra e del Rio de Oro”
El Ouali, Proclamazione della Rasd,
 Bir Lahlou, 27 febbraio 1976

Con la proclamazione della Rasd (Repubblica Araba Saharawi Democratica) il popolo saharawi, o meglio, la popolazione saharawi, si pose, a tutti gli effetti, come valido interlocutore nei confronti della comunità internazionale e, in particolar modo, dei paesi occidentali.
Fino dalla sua fondazione, essa aderì ai principi fondamentali che regolavano sia l’Onu, diritto all’autodeterminazione dei popoli, che l’Oua, intangibilità delle frontiere coloniali.
La costituzione della Rasd, con cui il Polisario dimostrò la funzionalità della propria organizzazione, implicò la costruzione, almeno a livello ideale, dell’unità e dell’indipendenza di una patria ancora da concepire, per gran parte della popolazione.
Venne redatta una Costituzione provvisoria che definiva la nuova Repubblica, araba, islamica, democratica e socialista, svelando come essa fosse il frutto dell’interazione tra due tradizioni culturali differenti. Se da un lato, infatti, la nuova Repubblica si richiamava a modelli occidentali, come quello democratico e quello socialista, dall’altro ribadiva la sua appartenenza al mondo arabo e africano.

“[...] Il sistema politico repubblicano si impegna a rispettare il programma unionista aperto.” (Art. 1, Cap. I)

“La Rasd è parte della nazione araba, della famiglia africana e della comunità dei popoli del Terzo Mondo.” (Art. 2, Cap. I)

“La ricerca dell’unità dei popoli del Maghreb arabo costituisce una tappa verso l’unità araba e africana. La difesa della patria e della libertà è un dovere sacro; la realizzazione del socialismo e    

l’applicazione della giustizia sociale sono uno degli obiettivi dello stato.” (Art. 4, Cap. I)

L’islam diveniva la religione ufficiale, l’arabo la lingua ufficiale, mentre il riferimento al socialismo costituiva un richiamo alla giustizia sociale su cui doveva fondarsi la società saharawi, senza implicare un riferimento alla concezione dottrinaria marxista, basata sull’analisi dei rapporti economici e sociali determinati dai modi di produzione.
Nonostante le innegabili peculiarità, la Rasd può essere considerata a pieno titolo uno Stato, in quanto ne presenta gli elementi principali: territorio, popolo e sovranità. Il popolo è quello saharawi, caratterizzato dalla condivisione di tratti culturali dominanti, come quelli di lingua, religione e struttura sociale. La questione del territorio appare più complessa: esso comprende le due regioni storiche della Seguia el Hamra e del Rio de Oro, definite dai confini coloniali, ma, inevitabilmente, essendo queste zone occupate dal Marocco, la sovranità del nuovo stato è stata, fino ad ora, esercitata solo su una porzione di territorio, nonostante la struttura del Polisario sia riuscita a infiltrarsi anche nei territori occupati. In questa porzione di territorio (i territori liberati, a est del muro), però, non vi sono veri e propri insediamenti, nè governativi, nè abitativi, a causa della prossimità del muro e di un conflitto che non si è mai spento a tutti gli effetti. Da ciò risulta che le strutture e l’effettiva sovranità della Rasd è stata, fino ad ora, esercitata principalmente nei campi profughi, in una zona che non è politicamente “vuota”, ma appartiene a un altro stato: l’Algeria.
La comunità internazionale riconosce il diritto di sovranità della Rasd sul Sahara Occidentale, ma questo nuovo stato è stato costretto a costituirsi e a divenire operativo in un altro contesto, che vanta molteplici peculiarità: è in un territorio straniero, nel deserto e, soprattutto, in un campo di rifugiati.
Tenendo, dunque, conto del contesto in cui nasce e si sviluppa la Rasd, appare sorprendente il livello organizzativo e gestionale dello Stato.
La sovranità si esercita attraverso un sistema di istituzioni, fortemente collegate tra loro, che definiscono una complessa struttura politico-amministrativa, che si fonda sulla stretta interrelazione tra apparato ideologico e apparato statale. “Ogni istituzione, quindi, non solo viene legittimata dalla pratica elettiva, ma si presenta come lo strumento per superare la congiuntura attuale e organizzare lo stato e la società secondo un modello assolutamente originale, pur mutuando alcuni tratti da altre esperienze, quella libica e algerina in particolare.” [1]
Alla base di quella che possiamo definire una piramide amministrativa, vi sono i Congressi Popolari di Base, nei quali i rappresentanti e gli abitanti delle singole dairas [2] (comuni) si riuniscono sia annualmente, per la gestione locale, che ogni quattro anni, per eleggere i rappresentanti dell’organo superiore, il Congresso Popolare Nazionale. Quest’ultimo, in linea di principio, detiene il potere legislativo, ed è composto dall’Ufficio Politico del Polisario, eletto dal Congresso Popolare Generale, e dai rappresentanti delle dairas, eletti dai rispettivi Congressi Popolari di Base.
L’organo supremo è costituito dal Consiglio del Comando della Rivoluzione, i cui sette membri vengono eletti dal Congresso Popolare Nazionale. Questa istituzione, che viene a coincidere con il Comitato Esecutivo del Fronte, esercita il potere esecutivo e nomina il Consiglio dei Ministri, a cui è attribuita una funzione prettamente tecnico-operativa.
Al vertice dell’apparato statuale troviamo il Presidente della Repubblica, che è, al tempo stesso, Segretario Generale del Polisario e viene, quindi, eletto dal Congresso Nazionale del Fronte. Il potere decisionale viene, dunque, esercitato in maniera collettiva dal Consiglio del Comando di Rivoluzione, presieduto dal Capo di Stato.
Uno schema approssimativo della struttura politico-amministrativa, che renda conto della sovrapposizione tra governo e partito unico, può essere il seguente:

 

 La Costituzione del 1976 costituì il momento culminante dell’istituzionalizzazione del movimento di liberazione nazionale. Oltre all’unità di lingua e di religione e all’affermazione del principio di garanzia della proprietà privata se non comporta sfruttamento (art. 8), la Costituzione pose la famiglia (non l’individuo), fondata sulla morale e sulla religione, come cellula base della società, riproponendo un fattore caratterizzante dell’originaria struttura sociale. Questo particolare aspetto permette di comprendere come il modello repubblicano e democratico di stampo occidentale, a cui, indubbiamente, la Rasd si ispira, sia stato filtrato e reinterpretato attraverso il sistema culturale saharawi. In questo senso, non essendo l’applicazione del modello democratico solo una forzatura, si può capire l’effettiva funzionalità di questa forma statale per il popolo saharawi.
Una delle particolarità della Costituzione saharawi consiste nel carattere della provvisorietà: molte disposizioni presentano una validità fino al momento del ritorno in patria, configurandosi come la risposta a una situazione non ordinaria e di emergenza, che, però, perdura dalla fondazione della Rasd ad ora. Ad esempio, il multipartitismo e l’economia di mercato sembrano far parte di un orientamento politico già acquisito, ma la loro effettività è subordinata al ritorno in patria.

“Il Comitato esecutivo del Fronte popolare adempirà le funzioni di Consiglio di Comando della Rivoluzione fino allo svolgimento del primo congresso popolare generale, dopo il recupero della

sovranità”. [3]

Tra le disposizioni generali transitorie configura anche il ruolo dell’Elps, che “resterà in vigore fino al recupero da parte del popolo arabo saharawi, della sua sovranità sulla totalità della patria”. [4]
L’attuale Costituzione della Rasd è il frutto di diverse rielaborazioni, nonostante non abbia mai rinunciato ai suoi principi fondativi. Essa prevede e garantisce il multipartitismo, i diritti sociali e civili fondamentali (insegnamento obbligatorio e gratuito; protezione sanitaria e sociale), la libertà d’espressione e di associazione, l’emancipazione della donna, l’uguaglianza davanti alla legge, l’economia di mercato. La Costituzione del 1991 sancisce, inoltre, la separazione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario.
Il sistema giudiziario, infatti, è totalmente indipendente dall’apparato governativo. Il Consiglio giudiziario si compone dei presidenti dei tribunali ed è presieduto dal ministro della Giustizia. I tribunali sono composti da tribunali primari, una Corte d’appello e da una corte suprema del popolo.

“Un aspetto positivo dell’organizzazione politica saharawi è la collegialità che affonda le sue radici nel nomadismo e nella divisione in tribù (qaba’el), che dovrebbe rappresentare un antidoto

rispetto alle degenerazioni autoritarie e personalistiche di molti stati di nuova indipendenza.” [5]

 La struttura dell’apparato statale appena descritto, la difficoltà in cui si trova la popolazione saharawi e l’efficiente organizzazione dei campi sono risultati determinanti nella creazione di un meccanismo di coordinamento e di consultazione tra le varie istanze, a riprova del carattere democratico e egualitario voluto imprimere alla società. Alla luce, però, del perdurare del conflitto e della permanenza ai campi, questo meccanismo non può costituire una garanzia di equilibrio: la struttura statuale è provvisoria da trent’anni e necessita di un’applicazione effettiva.
Data la forte connessione tra Rasd e Polisario, il destino e l’equilibrio della Repubblica dipendono strettamente dalla linea politica perseguita dal Fronte.
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2.2 Il Fronte Polisario

Il Polisario, in realtà, non è un partito politico vero e proprio: non vi sono iscrizioni, ma tutti i Saharawi vi fanno parte. Risulta un partito dal momento che, come organizzazione, attua scelte e ha una linea politica. Il fatto che figuri come partito unico non è dovuto a una precisa linea governativa (la Costituzione della Rasd, come già visto, prevede il multipartitismo), ma al fatto che non vi sono altre forme politiche organizzate, a causa della sostanziale unità di intenti della popolazione, dovuta alle difficili condizioni in cui vivono i Saharawi.
Esso nasce come movimento popolare di lotta armata, in opposizione al colonialismo spagnolo, sulla scia dei movimenti di liberazione rivoluzionaria degli anni Sessanta/Settanta.

“Il Fronte Polisario è nato come espressione unica di massa, optando per la violenza rivoluzionaria e la lotta armata come mezzo per far si che il popolo saharawi, che è un popolo africano, possa

recuperare la sua libertà totale e sconfiggere le manovre del colonialismo spagnolo.

Esso è parte integrante della rivoluzione araba; sostiene la lotta dei popoli contro il colonialismo, il razzismo e l’imperialismo. Per questo li condanna a causa delle loro posizioni che mirano a porre i

popoli arabi sotto dominazione sia per mezzo del colonialismo diretto sia per mezzo del blocco economico.” [6]

A differenza di altri movimenti di liberazione, però, il Fronte Polisario ha saputo mantenere l’unità e la coesione fino ad oggi, nonostante non siano mancate tensioni al suo interno, e, riuscendo a interpretare e rappresentare le esigenze del popolo saharawi, costituisce, tuttora, l’espressione politica del popolo, che si manifesta attraverso i suoi organi dirigenti.
Questa capacità di rappresentatività è dovuta, principalmente, alla dialettica interna che anima e mantiene in equilibrio questa organizzazione, e alla sua presenza nei congressi popolari ai diversi livelli, che gli permette di rappresentare le istanze di base.
Il Polisario è presente nella società, anche grazie alla sua articolazione attraverso le organizzazioni di massa: Ujsario (Unione Giovani Saharawi), Ugtsario (Unione Generale Lavoratori Saharawi), Unms (Unione Nazionale Donne Saharawi) e la Mezzaluna rossa saharawi. Queste organizzazioni hanno propri regolamenti e realizzano programmi in linea con gli obiettivi definiti dal Congresso Generale. Il loro compito è quello di diffondere internazionalmente le ragioni della causa saharawi e di tenere occupata la popolazione in attività politiche, culturali e ricreative per evitarne l’avvilimento.
Il Fronte ha sempre fissato gli obiettivi e i mezzi dell'azione politico-militare e la propria struttura organizzativa attraverso i Congressi Generali [7] , che rappresentano la massima autorità del popolo saharawi. Il Congresso Generale [8] valuta la condizione politica del momento e definisce, in base alle proposte suggerite dalla base, la linea programmatica dell'intero movimento.
Come la Rasd, il Polisario ha una struttura piramidale, in cui la linea politica muove dalla base al vertice. Alla base il Fronte si esprime nelle Sezioni di orientamento, che si dividono in provinciali (di wilaya), comunali (di daira) e in cellule. Quelle provinciali sono composte dai segretari delle sezioni comunali a loro volta definiti dalle cellule. Queste strutture ricoprono un ruolo politico e organizzativo fondamentale, in quanto assicurano la partecipazione di tutti i cittadini all'orientamento ed alla determinazione della linea politica.
Al vertice, invece, l’espressione del Polisario consiste nel Segretariato Nazionale, i cui 54 membri vengono eletti dal Congresso, al quale partecipano anche le istanze di base.
Questa struttura, però, non è immune dal rischio di irrigidimento. Lo dimostra la crisi interna del 1988, che vide alcuni membri denunciare abusi di potere e il pericolo della costituzione di un’oligarchia in seno all’organizzazione. La contestazione, però, fu superata molto velocemente, con una discussione aperta e con il varo di una nuova struttura unitaria di direzione, il Segretariato, nella quale furono inclusi i contestatori. 
Il mantenimento della funzionalità e dell’aderenza ai principi democratici della struttura organizzativa e la capacità dell’orientamento politico rappresentano due sfide costanti per il Fronte Polisario, in quanto l’incerta situazione politica costituisce un fattore fortemente destabilizzante.
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2.3 La Rivoluzione sociale del Fronte Polisario: la rinuncia alla struttura “tribale”

Una volta analizzata la struttura e i principi fondanti e regolativi della Rasd, possiamo, a tutti gli effetti, definire questa Repubblica come una nazione, a cui corrisponde un popolo, quello saharawi.
Se teniamo conto della struttura sociale originaria, del sistema culturale saharawi e della scarsa influenza su di esso, esercitata dalla colonizzazione spagnola, ci si deve necessariamente porre un quesito: come è stato possibile, in un periodo così breve, che dei gruppi tradizionalmente nomadi e strutturati in un sistema di opposizioni, siano arrivati a elaborare un sentimento tanto forte di appartenenza ad un unico popolo e ad un unico territorio? Come concetti, di stampo prettamente occidentale, come quelli di “popolo” e “nazione”, sono entrati a far parte del sistema culturale saharawi?
Si proverà ad affrontare questo quesito sulla base di alcune considerazioni personali, data la scarsità di documentazione a questo proposito, e, soprattutto, tenendo presente un’interessante articolo dell’antropologa francese, Sophie Caratini, comparso sulla rivista L’Homme.
Partiamo dalla constatazione che la peculiare esperienza dell’organizzazione civile non consiste in un fatto spontaneo (anche se non è difficile ritrovare nelle usanze tradizionali e nella memoria storica del popolo saharawi alcuni degli elementi che caratterizzano tale organizzazione), ma essa è espressione sul piano civile e sociale di una precisa scelta politica.
Tenendo presente questa considerazione vediamo come i diversi contatti con le specifiche alterità in questione abbiano influito, dapprima, nell’elaborazione, da parte del popolo saharawi, di un sentimento di appartenenza a un’unità e, successivamente, nell’acquisizione e nella rielaborazione di concetti e modelli, quali quelli di “popolo” e di “nazione”.
I contatti precoloniali nell’attuale regione del Sahara Occidentale, come già visto, furono sempre intensi, ma non spinsero mai i gruppi saharawi a mutare in maniera sostanziale la loro forma di organizzazione e la divisione in qaba’el, basata sulle relazioni agnatiche, che era funzionale al nomadismo. La transumanza stessa, infatti, non poneva le condizioni di vivere e concepirsi come unità, al di là del sistema parentale, nonostante vigesse un sistema di cooperazione, date le difficili condizioni ambientali.
Neanche i tentativi di assoggettamento da parte dei sultani marocchini, a cui i Saharawi opposero una tenace resistenza, possono rappresentare un primo momento dell’elaborazione di un sentimento di unione.
Un primo passo, in questa direzione, venne fatto in reazione alla colonizzazione spagnola, favorito dalla progressiva sedentarizzazione intorno alle guarnigioni della potenza coloniale. L’obbligo di un permesso di transumanza, l’attribuzione di documenti di identità e gli insediamenti dell’amministrazione coloniale, se pur limitati alla costa, arrivarono, in parte, a disorientare il sistema culturale che supportava l’organizzazione sociale in qaba’el, ma non ancora a tal punto da riformulare tale struttura in maniera significativa. Come abbiamo già sottolineato, l’anacronismo, la passività e la debolezza furono elementi caratterizzanti della colonizzazione spagnola nel Sahara Occidentale: ciò implicò, per i saharawi, non un’importazione massiccia di modelli culturali occidentali, ma un contatto meno traumatico, che favorì una progressiva conoscenza e rielaborazione di alcuni tratti di questo sistema culturale “altro”. La Spagna, dunque, non mise in atto un’“occidentalizzazione” del paese, limitando la “violenza culturale” che ne poteva derivare.

“Il paese non fu mai spagnolizzato: al contrario furono le truppe d’occupazione a essere arabizzate progressivamente dopo il 1940.” [9]

Il colonialismo, però, introdusse il concetto di “gruppo etnico”, che, come è risaputo, implica una classificazione che è frutto di un’invenzione coloniale.

“E’ vero che in passato, prima dell’epoca moderna, gli africani si definivano hutu o tutsi, nuer o zande, ma queste etichette non avevano un ruolo fondamentale nella costruzione della loro realtà

quotidiana. [...

 ] si combatteva per il controllo di sorgenti, di terre da coltivare o di diritti di pascolo.” [10]

 Furono, infatti, le potenze coloniali a dichiarare che ogni persona possedeva un’“identità etnica”, e come tale, faceva parte di un determinato gruppo. Emblematico, a questo proposito, risulta il censimento, effettuato dall’amministrazione spagnola, su base “tribale”, che comportò la creazione di etichette assenti nel sistema concettuale saharawi. Data la complessiva omogeneità, in termini di origine, lingua e religione, delle qaba’el saharawi, non si creò quel sistema di gruppi etnici che si definivano in opposizione ad altri gruppi, da cui, generalmente, nascono quei conflitti interni definiti, erroneamente, “etnici”. Ciò favorì, senza dubbio, una primo fattore di unione tra le diverse qaba’el e tra i saharawi stessi.
La realtà saharawi, dunque, non rimase statica durante l’epoca coloniale e ricevette un forte impulso, in direzione del mondo occidentale, con l’industrializzazione legata allo sfruttamento dei fosfati. Essa determinò, da un lato, l’accelerazione del processo di sedentarizzazione, dall’altro, un contatto sempre più stretto con l’elemento spagnolo, che, in questo ambito, si presentava, in gran parte, politicizzato e sindacalizzato.
I concetti di “indipendenza”, “autonomia”, “nazionalismo” e “stato” iniziarono a filtrare in alcuni settori della società saharawi nel contesto delle lotte d’indipendenza degli anni Sessanta e Settanta dei paesi maghrebini. L’“etnicità”, che era stata attribuita a queste popolazioni dal colonialismo, iniziò, in questi anni, ad implicare il tentativo di ottenere il monopolio sul territorio, sulle risorse e sul potere, divenendo quello che viene definito “nazionalismo” [11] , che, in realtà, non era che un insieme di idee apprese e manipolate. Si venne a delineare, così, una riformulazione dei rispettivi sistemi culturali del Maghreb, nei quali vennero integrati questi concetti prettamente occidentali, in risposta agli anni di potere coloniale. Il nazionalismo saharawi nacque quando questo nuovo modello, già radicato nei paesi confinanti, venne, parzialmente assorbito, per essere successivamente riformulato in termini del tutto peculiari, che emarginarono il pericolo di degenerazione personalistica, frequente nei movimenti indipendentisti dei nuovi Stati. Vanno tenuti presenti due elementi che determinarono la permeazione dei principi dei movimenti indipendentisti nella società saharawi: innanzitutto, molti guerriglieri saharawi parteciparono alla lotta intrapresa dall’Armata di liberazione marocchina, in secondo luogo, molti di quelli che saranno i fondatori e i dirigenti del Polisario si formarono nelle università marocchine. La nascita di organizzazioni di lotta clandestina, come Mls prima e il Polisario poi, portarono inevitabilmente con sè una riformulazione identitaria, alimentata dai fattori menzionati, che implicava l’elaborazione di un nuovo sentimento di appartenenza da parte dei saharawi, quello di un’unità che si opponeva alla presenza coloniale.
Questa progressiva rielaborazione identitaria trovò il suo culmine nella costituzione della Rasd, i cui peculiari tratti sono già stati delineati.
Possiamo ipotizzare che la spinta decisiva a costituirsi come Repubblica democratica di un popolo che rivendicava la propria autonomia e il proprio territorio, possa essere rintracciata nell’invasione marocchina. L’incontro con l’alterità, in questo caso, si configura come uno scontro violento, e la ridefinizione identitaria e culturale in atto afferma la propria specificità anche in relazione, o meglio, in opposizione all’altro, che, in questo caso, diventa il “nemico invasore”. Il moderno processo di formazione nazionale sembra, in questa fase, caratterizzato da due aspetti contrastanti e complementari: da una parte, l’affermazione della propria specificità culturale porta a rivendicare elementi comuni all’invasore, come quelli di popolo arabo, musulmano e africano e quello della famiglia come cellula base della società, dall’altra, viene assunto il modello occidentale della repubblica democratica, che si oppone a quello di monarchia costituzionale del Marocco. La scelta del modello statuale è dipesa anche dalla consapevolezza, da parte del Polisario, che esso rappresentasse il mezzo più efficace per farsi riconoscere e per divenire un interlocutore, nel contesto internazionale.

“E’ nella resistenza a quanto è stato nel tempo, sentito come estraneo e alieno, che si riscontra di atteggiamento politico che alimenta tuttora il sentimento d’identità nazionale.” [12]

Una volta tracciato questo quadro generale, è necessario analizzare la strategia messa in atto dal Polisario, per fare assorbire, gradualmente, questi nuovi concetti alla popolazione. Il Fronte, infatti, dovette affiancare alla lotta di liberazione nazionale una “rivoluzione sociale”, indispensabile a supportare il progetto indipendentista. Il Polisario, sotto l’influenza del pensiero occidentale, aveva, dunque, capito che l’idea di popolo poteva costituire un’arma politica: riconoscere l’esistenza di un popolo significa riconoscere ai suoi membri il diritto di creare una nazione. Il Fronte cercò di rendere i Saharawi non solo un popolo, ma un popolo esemplare.
Va, necessariamente, premesso che questa rivoluzione fu favorita dal contesto in cui avvenne: quello dei campi profughi, uno spazio vuoto, dunque, che non implicava neanche il contatto con la popolazione del paese ospitante. Uno spazio vuoto di storia permetteva a questa “popolazione provvisoria” di determinarlo culturalmente, secondo le esigenze della situazione, senza sovrapporre questa risignificazione a una già esistente.
L’importazione di modelli quali quelli di democrazia e di stato-nazione implicava una contraddizione significativa che era, principalmente, di tipo strutturale. Si rese necessario, perciò, innescare delle modifiche alla precedente struttura sociale, in modo da renderla permeabile a questi nuovi concetti. Si trattava di far arrivare ai Saharawi, prima l’idea di popolo, per poi affermare il diritto a un territorio, a una nazione.
Per quanto riguardava il concetto di popolo, le nozioni di identità e uguaglianza, che esso implicava, apparivano in contrasto nel sistema tradizionale:

                                   “[…] à penser que pour être tous égaux, il leur fallait d’abord se convaincre qu’ils étaient touts ‘les memes’.” [13]

Si presentava, dunque, necessario neutralizzare e contraddire le strategie di alleanze inscritte nel sistema di parentela, dato che l’ideologia di sangue, prevalente nel sistema culturale saharawi, ostacolava l’introduzione di questi nuovi concetti. Il sistema di relazione tradizionale, infatti, ripartiva gli individui in gruppi patrilineari gerarchizzati e in opposizione tra loro.
Il Fronte Polisario mise, dunque, in atto una politica di riformulazione delle regole di parentela e di riproduzione sociale, sia dal punto di vista pratico, che da quello simbolico.
La rivoluzione partì dal linguaggio: i membri del Polisario erano, infatti, pienamente consapevoli del suo potere performativo. Per prima cosa, venne eliminato il termine qabila e i nomi che designavano le diverse qaba’el, per introdurre gradualmente la nozione di popolo, senza svelarne tutte le implicazioni sociali connesse. Ciò significava, per la popolazione, iniziare a pensare di essere Saharawi prima che “figli di”, di possedere un territorio nazionale prima che la proprietà di terreno e di non essere più un insieme di gruppi alleati di fronte a un nemico, ma un popolo con legittime aspirazioni di fronte ad altri popoli. 
L’introduzione del concetto di popolo non implicò, in termini linguistici, solo l’eliminazione del termine qabila, ma anche l’introduzione di una particolare accezione di popolo, grazie alla ricchezza di sfumature della lingua araba. Il Polisario utilizzò il termine sa’b [14] (popolo) nell’accezione di asaba wahda [15] che designa un unico gruppo di parentela. Con l’asaba si estendevano le relazioni agnatiche, fino a determinare alleanze e veri e propri “attraversamenti lignatici”.
Il termine venne inizialmente inteso, senza allontanarsi troppo dal sistema concettuale tradizionale, come estensione del patto di fratellanza a tutte le qaba’el, senza modificare le gerarchie interne. Si annullò la divisione orizzontale della struttura, ma non quella verticale: divenire un popolo per fronteggiare il nemico implicò, in un primo momento, mettere in evidenza l’idea di eguaglianza tra gruppi, ma non ancora quella tra individui.
Una volta avviato il processo di costituzione di un'identità costruita sull'idea di una comunanza generalizzata di sangue, il Polisario cercò di affiancare, gradualmente, l'idea di un'identità legata ad uno spazio, ad un territorio originariamente condiviso. Si cercò, dunque, di sviluppare l’idea di appartenenza a un territorio comune, a una nazione, superando una difficoltà che, anche in questo caso, si presentava prettamente strutturale. Le popolazioni nomadi saharawi, infatti, non erano estranee all'idea di controllo su un territorio: un complesso sistema di tributi e relazioni regolava, in passato, l'accesso a mercati e pascoli e il passaggio attraverso i territori, che ricadevano sotto la sfera d'influenza di un determinato gruppo. Tuttavia l'idea di un territorio, delimitato da confini immutabili, era del tutto assente. A questo concetto affiancarono quello complementare di watan, patria.
Data la storica intensità di scambi e di relazioni, la Saguia el-Hamra ha sempre rappresentato, nel mondo arabo, uno spazio di circolazione di persone, merci e idee, un luogo di convergenze. Questa regione rappresentava, simbolicamente, un luogo delle origini per molti gruppi che vivevano nella zona maghrebina. Il popolo Saharawi e la Seguia el-Hamra furono, simbolicamente, sovrapposti, richiamando, così, anche i gruppi saharawi rimasti al di fuori dei campi di Tindouf.
Una volta affermati questi due concetti, fu necessario portare a termine la rivoluzione sociale, eliminando anche la divisione verticale interna ed abolendo quello che, ormai, veniva definito, dagli stessi saharawi, “sistema tribale” e le rivalità interne che esso comportava. Il termine wuld al’amm (fratello, consanguineo) fu sostituito da rafiq/a (compagno/a). Venne riformulato il patto sociale: gli anziani rinunciavano ai privilegi sui giovani, i liberi sugli schiavi, gli uomini sulle donne.
Questa “rivoluzione” implicò l’interruzione della trasmissione delle origini mitiche delle qaba’el: si decise di accantonare il passato, di nasconderlo alle nuove generazioni, stabilendo una cesura netta tra passato e presente. I Saharawi si trovarono d’accordo nell’ “oublier de leurs differénds comme de leurs differences [16] , portatrici di difficoltà per il loro progetto sociale e politico.
L’identità saharawi venne, dunque, riformulata sulla base dell’occultazione dei legami agnatici e della struttura in qaba’el, e sulla base di una forzatura del significato attribuito allo spazio in passato e di quello attribuito al tempo nel presente. Si pose, infatti, l’attenzione e si indirizzò la “memoria nostalgica” in direzione, non di ciò che si era perso e si era voluto dimenticare, ma di ciò per cui si combatteva: lo spazio, il territorio, la propria nazione, il Sahara Occidentale. Emblematica, a questo proposito, risulta l’attribuzione a ogni wilaya (provincia) e daira (comune) di nomi delle principali località del Sahara Occidentale [17] , e a ogni scuola fondata nei campi di nomi che richiamano date importanti della breve storia della Rasd [18] .
L’adesione da parte della popolazione al progetto del Fronte fu, probabilmente, in parte dovuta alla situazione di difficoltà in cui si trovava e al diffondersi della consapevolezza che questo rappresentava la via più sicura di sopravvivere e di essere riconosciuti, e, in parte, fu consolidata dal riconoscimento diffuso del Polisario come propria voce e proprio rappresentante.
Possiamo, dunque, affermare che, fin dall’inizio, i Saharawi hanno agito in concerto, presentandosi come un gruppo politico animato da un obiettivo comune: l’autonomia politica e il controllo delle proprie risorse territoriali. Questa coesione politica si configura anche come diretta conseguenza delle richieste dello stato moderno, in cui “le persone devono farsi sentire come gruppi di potere” [19] .
Il passato che si era voluto cancellare riaffiorò, però, a metà degli anni Novanta, quando la Minurso iniziò a trasmettere per radio l’inventario delle qaba’el e dei gruppi lignatici, catalogati vent’anni prima dagli Spagnoli: nei cinque anni di trasmissione radiofonica i Saharawi scoprirono o riscoprirono la loro identità agnatica.

“Le scandale était inevitable. Mais un scandale qui dure maintenant depuis six ans est devenu une habitude.” [20]

La “nuova” identità saharawi resistette a questo colpo, senza perdere nè forza nè credibilità; i giovani iniziarono, infatti, a familiarizzare con la loro identità, rileggendo il presente alla luce delle nuove scoperte, ma senza che ciò implicasse il ritorno alla struttura originaria. Il sistema della qaba’el risultò inapplicabile al “popolo saharawi”.
La tradizione, però, non è stata cancellata e rinnegata in tutti i suoi aspetti. Il Polisario non ha operato una rottura radicale, come quella proposta da Bassiri, ma ha sempre portato rispetto per le istituzioni del passato. I radicali cambiamenti sociali imposero, anzi, di rendere visibile nei campi la tradizione nomadica, attraveso la visibilità di alcuni elementi-simbolo, in modo da sottolineare la continuità tra passato e presente. La presenza dei cammelli e delle khaima tradizionali va letta in questo senso. Il cammello, infatti, rappresenta per i Saharawi un simbolo dello spirito di libertà e della vita nomade: esso rappresentava un mezzo di trasporto, di sostentamento e un’unità di misura per le transazioni economiche della vita nomadica. La khaima tradizionale non viene più utilizzata ai campi, le tende sono fornite dall’Onu, ma, in occasione di manifestazioni pubbliche, le donne innalzano la khaima, altro forte simbolo della vita nomade. Altri elementi tradizionali che si sono mantenuti sono il saluto e il the, di cui si darà conto nel prossimo paragrafo.
Un’ icona e un simbolo del nuovo Stato, che viene affiancata regolarmente ai simboli tradizionali, e viene vissuta altrettanto sentitamente, è la bandiera della Rasd.

                                     

Il nero simboleggia la sofferenza del colonialismo,
il bianco la lealtà, il verde la speranza nel futuro,

il rosso la lotta per la libertà, mentre il simbolo
richiama i cinque arkān al-dīn dell’islam.

                                                   La simbologia dei colori rende conto della breve storia e dei presupposti fondanti della Rasd. Appare emblematico della prospettiva in cui è inserita la popolazione e la stessa vita ai campi, il fatto che i Saharawi sostengano che la bandiera sia al contrario; essa rimarrà così fino a quando non faranno ritorno nel Sahara Occidentale: solo allora la striscia nera, simbolo della sofferenza causata dal colonialismo, sarà posta nel lato inferiore, per lasciare il posto alla speranza nel futuro.
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2.4 Organizzazione dei campi profughi di Tindouf

 “La pazienza è il miglior abito che si possa indossare,
solo le donne riescono a far fiorire l’hammada.”
Proverbio saharawi

 “Avevo cinque anni il giorno in cui iniziò l’esilio del mio popolo con un bel titolo: marcia verde. La popolazione si sollevò contro l’aggressore. Una lotta impari. I responsabili che guidavano il Fronte Polisario decisero allora di condurre la popolazione fuori dal territorio dell’ ex Sahara spagnolo, l’unico modo per continuare ad esistere. [...] Ricordo i militari del Polisario che ci aiutavano a salire sui camion: “veloci! veloci!” dicevano.

[...] Era mattina presto e tutta la gente cercava rifugio in mezzo all’erba. Stavano arrivando aerei nemici che cercavano di fermare il nostro viaggio buttando bombe al napalm sulle colonne di camion. Ho avuto molta paura e da allora questa paura è rimasta con me. [...] Ho urlato fortissimo, ma non ero sola, tanti bambini hanno urlato con me. Ma la voce più forte era quella del napalm e del fosforo.

[...] Il ricordo di quel giorno ha riempito i miei occhi di bimba, è rimasto un incubo ricorrente che la notte mi addolora ancora. Finalmente ci viene detto che siamo arrivati. Arrivati dove? Siamo arrivati in una terra nuda, senza case, senza tende, niente. Una terra senza niente, ma anche senza aerei, senza bombe e senza corpi morti.” [21]

Nell’ottobre del 1975, quando iniziò l’invasione marocchina, il Polisario guidò la popolazione in fuga verso la vicina Algeria. La città più vicina, Tindouf [22] , non era certo in grado di sopportare le migliaia di rifugiati, che continuarono ad arrivare fino alla primavera dell’anno successivo.
Si scelse, perciò, una zona a una ventina di km a sud-ovest della città algerina, nella località detta Hassi Robinet [23] , a causa della presenza di un pozzo e un serbatoio d’acqua.
Fu così che migliaia di Saharawi si ritrovarono nell’hammada, il piatto e sassoso deserto della zona di Tindouf, totalmente privo di vegetazione, caratterizzato dalla proverbiale durezza del clima e spesso battuto dal violento vento dell’erih.
In breve, centinaia di tende diedero vita a una “nuova città” saharawi in territorio algerino: “le prime tendopoli assomigliano a un colorito patchwork fatto di tanti pezzi di stoffa in lotta perenne con il vento e continuamente ricuciti”. [24]
Le difficili condizioni igieniche e ambientali e il timore di nuove incursioni, spinsero il Polisario a dividere questa unica grande tendopoli in tre poli di aggregazione, lontani tra loro e ulteriormente divisi all’interno, in modo da diminuire il rischio di epidemie.
Nacquero, così, i campi [25] di El-Ayoun, Smara e Dakhla, quest’ultimo a 180 km a sud di Tindouf. La disposizione di questi tre campi, oltre ai nomi attribuiti, disegnava nell’hammada la patria che si era stati costretti ad abbandonare: alla terra dell’esilio venne assegnata, simbolicamente, la rappresentazione del territorio appena abbandonato. Qualche anno più tardi, venne installato il quarto accampamento, quello di Auserd.

Ai quattro campi venne dato il nome di wilaya, provincia, e ogni wilaya venne suddivisa in dairas, comuni, a loro volta divisi in barrios, quartieri: si stava costruendo un nuovo Stato e l’unico territorio, per il momento disponibile, ne doveva rendere conto.
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2.4.1 Organizzazione e vita nei campi
Virgilio Baccalini riporta un commento di una visita ai campi nel 1978:

“Abbiamo trovato un popolo riunito nei suoi villaggi di tende, organizzato, nutrito, istruito e in piena attività. Nella khaima la vita è la stessa di sempre, solo le ristrettezze sono quelle imposte dalla guerra.” [26]

La vita nei campi si organizzò in brevissimo tempo, dando vita ad una peculiare esperienza politica e sociale, quella della costruzione di uno stato moderno in un campo profughi, e dimostrando, fin da subito, una fortissima coesione sociale, tesa a preservare la propria peculiarità identitaria, nonostante la rivoluzione sociale in atto.
L’obiettivo primario fu quello di ricreare una struttura sociale attraverso la diversificazione delle attività.
Fin dai primi momenti, il Polisario si preoccupò di creare, sia delle infrastrutture collettive, che una struttura in grado di gestire gli aspetti materiali del campo. A livello di ogni daira e di ogni wilaya vennero costituiti dei comitati popolari di base, che si occupavano dei cinque settori fondamentali: educazione, sanità, giustizia, artigianato e approvvigionamento alimentare.
Soffermiamoci un attimo sul livello politico-strutturale di daira e wilaya. Attraverso gli organismi di base di questi due livelli, infatti, si esprime la partecipazione popolare e l'iniziativa dal basso. Vediamone la composizione e le finalità.
Nella daira la popolazione è raggruppata in cellule di dieci membri che scelgono un responsabile incaricato della formazione ideologica. L'Assemblea del popolo si riunisce ogni due anni per eleggere un Consiglio popolare con funzioni amministrative. La popolazione è, dunque, inserita in tre strutture: il Congresso popolare di base, le cellule, che assolvono ad una funzione ideologica, e i cinque Comitati popolari, competenti circa le questioni amministrative, economiche e di gestione dei servizi. Queste tre strutture sono coordinate da: un consiglio popolare per l'amministrazione, un dipartimento per l'orientamento ideologico, comprendente i responsabili delle cellule e un commissario politico, e da dipartimenti specializzati che riuniscono i vari comitati popolari e ne guidano l'azione con un direttore per ogni settore.
La wilaya comprende un Consiglio popolare, formato dai presidenti dei consigli delle dairas, dai direttori dei dipartimenti e dal Wali (prefetto di nomina governativa); inoltre la wilaya comprende un dipartimento di formazione ideologica, anch'esso retto dal Wali e composto dai presidenti dei consigli di daira e da altri commissari politici.
Non vi è, dunque, una distinzione netta tra il personale dei due organismi di base: chiunque abbia una carica a livello di daira entra automaticamente a far parte degli organi della wilaya. In tal modo, da un lato, viene sollecitata un’ intensa mobilitazione di massa, dall'altro, si garantisce l'efficienza amministrativa, attraverso la partecipazione collettiva ai processi decisionali e senza dover fare ricorso a mediazioni gerarchiche o a controlli burocratici.
Da un primo momento di difficoltà, quindi, i Saharawi hanno saputo riorganizzarsi. In particolar modo, la fornitura di tende, che sostituivano le nere khaima, da parte degli organismi internazionali permise ai rifugiati di stabilizzare relativamente la loro vita quotidiana e di organizzare gli spazi privati in funzione di alcuni codici tradizionali. Da questa situazione fu possibile iniziare a costituire le organizzazioni di base appena descritte e le strutture collettive. Le strutture in cui il Polisario e la popolazione investirono maggiormente le risorse furono quella sanitaria e quella educativa.
La sanità, data l’asperità dell’ambiente, costituì la prima esigenza. Ogni daira fu fornita di un dispensario, ogni wilaya di un piccolo ospedale, attrezzato di un reparto di ostetricia-ginecologia e di laboratorio di analisi, mentre ai casi più gravi era preposto l’ospedale nazionale. La politica sanitaria si basa sulla prevenzione e segue il modello sanitario occidentale; nonostante ciò la medicina tradizionale è ancora in uso e viene, in certi casi, affiancata a quella occidentale. Il personale medico, inizialmente carente, si è arricchito di molti medici saharawi, formati all’estero, che rappresentano una chiara testimonianza degli sforzi profusi dalla popolazione in questo settore.
Per quanto riguarda l’educazione, si sono raggiunti notevoli risultati, nonostante la carenza di materiale e attrezzature. L’analfabetismo è praticamente assente: tutti i bambini sono scolarizzati, mentre, per gli adulti, è stata fatta una campagna di alfabetizzazione. Ogni daira ha un asilo nido e la scuola elementare, dove le classi sono miste e, nel tempo, sono state create classi differenziali per i diversamente abili. I programmi scolastici sono a base nazionale e dalla terza elementare viene impartito obbligatoriamente l'insegnamento dello spagnolo, che viene affiancato alla lingua ufficiale, l’hassanija. I gradi di istruzione superiore sono impartiti nei due collegi nazionali “9 giugno” e “12 ottobre” e nell’istituto femminile “27 febbraio”, anche se l'istruzione liceale ed universitaria dipende spesso dal sostegno estero: sono moltissimi gli studenti saharawi in paesi come l’Algeria, Cuba, la Libia e la Spagna, con le cui università la Rasd ha particolari convenzioni [27] . Un discorso a parte merita l’istituto professionale femminile "27 febbraio", nel quale, ogni anno, oltre 1500 ragazze apprendono dattilografia, informatica, inglese, francese, spagnolo. All’interno della scuola vi sono anche corsi per infermiera, maestra d'asilo, giornalista oltre che di artigianato (tappeti, sartoria, utensileria). Intorno a questa scuola si è venuta a creare una sorta di piccola comunità, fatta di insegnanti e allieve, che vivono nell’istituto con i propri figli, che possono affidare, nelle ore di studio e lavoro, a un asilo nido interno.
La scuola si prepone anche come mezzo di trasmissione della memoria e di costruzione del futuro. Emblematici sono i disegni dei bambini: raramente nelle classi mancano disegni raffiguranti la bandiera della Rasd, i contorni precisi del Sahara Occidentale o simboli della vita nomadica, come i cammelli e le khaima.
Nelle scuole viene impartito anche un insegnamento coranico; anche se lo spazio per l’Islam, per i Saharawi, è quello della khaima prima e della tenda poi, in tutti i campi ci sono piccole moschee.
La memoria del presente è conservata anche grazie al Museo della Guerra [28] , in cui sono esposte armi [29] , documenti e oggetti dei soldati marocchini deceduti o catturati, e al più recente Museo Nazionale, con il quale si è cercato di conservare e riconcepire le espressioni culturali e la storia antica del territorio.
Le strutture collettive e gli aspetti della vita materiale sono accuratamente organizzati dai Saharawi stessi; nonostante la sussistenza alimentare dipenda in gran parte dagli aiuti umanitari, la vita nei campi non è stata organizzata, nè è diretta, dall’intervento esterno, come generalmente accade nei campi profughi [30] . I campi di Tindouf si configurano, così, come un peculiare modello comunitario di autorganizzazione. La società saharawi ha mantenuto, fino a tempi molto recenti, una fortissima coesione sociale. La mancanza della circolazione di denaro, fino alla fine degli anni’80, ha permesso che negli accampamenti ognuno svolgesse una mansione per la comunità, ricevendo in cambio la certezza di un sostegno collettivo, indispensabile per sopravvivere nel deserto. I furti, ad esempio, sono praticamente assenti nei campi, fatta eccezione per i bambini; nel caso accada che un adulto commetta un furto, il ladro viene costretto a dire, davanti alla comunità, “ho peccato”.
Lo spirito comunitario si è sempre espresso sia in termini gestionali, attraverso il modello tradizionale della tuiza, il lavoro in comune, che in termini di relazioni tra le famiglie: ciò mette in evidenza come, sulla base dei valori tradizionali della società nomadica, i Saharawi siano stati in grado di costituire uno Stato moderno e di far sopravvivere la propria comunità nell’hammada.

“[...] solo l’orgoglio e la volontà d’indipendenza hanno reso simile a una patria temporanea il deserto dell’hammada.” [31]

Già dai primi anni di insediamento, una volta stabilizzatisi nelle tende fornite dall’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu, si iniziarono ad edificare alcune costruzioni in mattoni. I più idealisti le distruggevano, interpretandole come un simbolo di sedentarietà e di rinuncia alla lotta per il ritorno in patria. Con il tempo e il permanere dell’immobilità della situazione politica, si iniziarono a costruire, accanto alle tende, piccole costruzioni in mattoni d’argilla essiccati al sole, che fungono, per lo più, da cucina.
La vita iniziò ad organizzarsi rendendo sempre più stabile e duraturo ciò che prima era precario e incerto, senza rinunciare a pensare e a progettare il ritorno.
In quest'ottica va spiegata l’agricoltura nel deserto che, pur restando molto al di sotto del fabbisogno reale, è considerata importante e rifornisce i collegi e gli ospedali. Essa rappresenta, inoltre, un terreno di sperimentazione di quelli che dovranno essere i criteri e le tecniche di produzione agricola una volta tornati nel Sahara Occidentale; attualmente esistono un orto per ogni wilaya e un complesso agricolo nazionale polivalente accompagnato da un interessante progetto di allevamento di polli. Sono molto importanti anche gli allevamenti di cammelli e capre e quelli sperimentali di bovini; ogni famiglia possiede alcune capre, tenute in appositi recinti all'esterno della daira.
La vita nei campi è, dunque, caratterizzata da un’attività costante per non essere impreparati al ritorno.

 “La speranza del ritorno si rinnova quotidianamente in uno sforzo e in un’intelligenza collettivi che nutrono la coscienza e l’immaginario di un popolo che non ha voluto piegarsi all’occupazione straniera.” [32]

I campi di Tindouf rappresentano una sorta di laboratorio: tutti gli esperimenti sociali, politici, culturali e agricoli fatti nei campi, saranno utilizzati e applicati nella propria terra. Si vive nella speranza di ritorno e in modo da non trovarsi impreparati, una volta che si troveranno a vivere e gestire il nuovo territorio, la nuova nazione.
La vita nei campi presenta elementi legati alla tradizione nomade che sottolinenano, in questo peculiare “laboratorio”, la continuità tra passato e presente.
Il tempo, nei campi, è scandito dai the, che i Saharawi hanno continuato a bere anche sotto i bombardamenti marocchini. Gli elementi essenziali per questo piacevolissimo rituale sono: un fornello a gas, una teiera, un vassoio, quattro o cinque bicchierini, un barattolo di zucchero e un’oretta di conversazione. Il the viene, a più riprese, versato dall’alto da un bicchierino all’altro, con un gesto elegante e deciso. I Saharawi dicono che questa operazione venga fatta per l’aerazione e la spuma, ma in realtà è un retaggio della colonizzazione spagnola: un ragazzo mi ha raccontato che gli spagnoli chiedevano ai Saharawi di fare la schiuma, in modo che il the ricordasse loro la birra, assente in quanto bevanda alcolica. Il legame tra questo procedimento e il colonialismo è rimasto vivo solo nella memoria degli anziani, che, nonostante questo meccanismo sia in uso presso tutta la popolazione, non lo eseguono più. Per ogni preparazione il the viene consumato tre volte, che vedono un crescendo del dosaggio di zucchero, a cui generalmente viene attribuita una corrispondenza simbolica: il primo è amaro come la vita, il secondo dolce come l’amore e il terzo soave come la morte. In realtà, anche questa simbologia sembra essere un retaggio coloniale:

“i tre the derivano il loro uso e nome da tre “g”, in hassanija le iniziali di tre parole che significano ‘riunione’, ‘brace’, ‘calma’: i capi delle tribù nomadi, quando dovevano prendere decisioni, si riunivano in una tenda, attorno al the, per fare il quale era necessaria la brace, e dovevano discutere con calma e ponderazione.” [33]

“Con un sacco di farina, il sale, un bidone di acqua e l’occorrente per il the, l’equipaggio di una land rover può circolare nel deserto per una settimana.” [34]

Un altro elemento della vita nomade mantenuto nei campi è il saluto, la cui formula costituiva “il telegrafo del deserto” [35] , in quanto strutturata su uno scambio di informazioni, (relative alle famiglie, alle epidemie, allo stato delle piste e dei pozzi e agli affari) che avveniva tra gruppi. Fabrizia Raimondino ne riporta una versione abbreviata:

“ Come stai?

Sto bene, grazie a Dio. E tu come stai?

Bene, grazie a Dio. Come stai in salute?

Bene, grazie a Dio. E come sta la tua famiglia?

Bene, grazie a Dio. E come sta la tua?

Bene, grazie a Dio.” [36]

Ciò che può colpire un visitatore che si reca agli accampamenti è il livello di efficienza, l'estrema dignità delle strutture e delle tende-abitazione, l’atmosfera orgogliosa e determinata che vi si respira, la vita armoniosa in comunità, “un pour tous, tous pour un'” [37] , e l'intensa operosità per evitare quel degrado fisico e mentale portatore della remissività e del vittimismo che potrebbero pericolosamente condurre ad una società basata esclusivamente sull'assistenzialismo.
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 2.4.2 Il ruolo femminile nei campi

Il ruolo femminile si è, inevitabilmente, modificato con l’esilio. Il cambiamento comportò il superamento della condizione delle donne durante il colonialismo, per riprendere ed elaborare quella nomadica, in relazione alla peculiare situazione dei campi.
Il colonialismo, infatti, e la progressiva sedentarizzazione, comportarono una mortificazione per le donne, che vennero confinate all’ambito domestico, perdendo, così, il ruolo fondamentale che ricoprivano nella vita nomadica.
La scarsa presenza, nei campi, degli uomini, che, per la maggior parte, erano tutti impegnati al fronte, richiese che la donna assumesse un ruolo determinante nella gestione dei campi e della società stessa. Le donne partecipano alle organizzazioni di base, gestiscono le distribuzioni alimentari, e sono determinanti nel campo educativo e sanitario. Questa situazione è stata fortemente promossa dal Polisario, che ha sempre posto quest’evoluzione del ruolo femminile in tutti i programmi dei vari congressi. L’idea guida era che la donna potesse integrarsi nella società e nella lotta attraverso un’attività e un lavoro anche al di fuori della propria tenda. Possiamo vedere, infatti, che il terzo Congresso del 1976, il Fronte incluse, tra gli obiettivi di politica interna, il seguente articolo:

“realizzazione dei diritti politici e sociali della donna, favorendole l’accesso in tutti i settori perchè possa assumersi le sue responsabilità nella costruzione nazionale, in conformità con le nostre realtà nazionali” [38]

Il ruolo che la donna ha mantenuto costante è quello di madre, data la centralità sociale che ha mantenuto la famiglia. Per quanto riguarda le dinamiche matrimoniali, però, si sono attuati significativi cambiamenti: la poligamia è quasi scomparsa, anche a causa dell’opposizione di molte donne, e i divorzi stanno divenendo sempre più frequenti, nonostante la scelta del coniuge avvenga in base al mutuo consenso e senza costrizioni.
Da quando gli uomini sono ritornati ai campi i cambiamenti della condizione femminile si sono concretizzati nelle relazioni uomo-donna, acquisendo un posto saldo nel sistema sociale.
Particolarmente esplicativo dell’essenza sociale del mutamento di status della donna, appare il commento di Luciano Ardesi:

“Senza negare la radicalità di alcuni cambiamenti, quella della donna saharawi non è una lotta di emancipazione contro l’uomo saharawi , di cui anzi ammira il coraggio, il sacrificio, il martirio. E’ piuttosto il risultato delle particolari circostanze in cui la società saharawi si trova a vivere l’esilio.” [39]

Aichanana, una ragazza saharawi, risponde a Virgilio Baccalini che la interroga sul futuro ruolo della donna, una volta tornata nel Sahara Occidentale:

“Noi non pensiamo di tornare al nostro paese in condizioni di inferiorità dopo aver lottato fianco a fianco degli uomini su tutti i piani: politico, amministrativo, militare nè per abbandonare i nostri diritti o lasciarli cadere sulla terra su cui sono morti i marocchini.” [40]
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 2.4.3 Recenti mutamenti nei campi

La permanenza in esilio e l’introduzione di nuovi elementi stanno iniziando ad alterare lo scenario dei campi in maniera visibile.
Vediamo quali sono gli aspetti principali e gli elementi scatenanti di tale mutamento.
Innanzitutto, da quando il governo spagnolo ha iniziato a pagare le pensioni ai saharawi o ai figli di saharawi che hanno lavorato durante l’amministrazione coloniale, nei campi è iniziato a circolare il denaro, alterando un sistema egualitario che garantiva la coesione sociale. L’introduzione di denaro ha portato alla creazione di piccoli mercati e all’organizzazione di trasporti privati a pagamento. Nuove abitudini di consumo sono state introdotte anche in relazione dei soggiorni estivi dei bambini nei paesi europei: le famiglie ospitanti hanno portato, nei campi, doni e altro denaro.
L’utopia egualitaria che vigeva nei campi e quella forma di “socialismo reale” che li caratterizzava, sono stati visibilmente alterati. Questa alterazione risulta immediatamente visibile dalle radio, i pannelli solari, le tv, i frigoriferi, le parabole e le automobili che hanno fatto recentemente comparsa nei campi.
Una problematica è rappresentata anche dal disorientamento culturale e identitario presente nella generazione che è nata e cresciuta ai campi, senza aver mai visto la patria, e che conosce la lotta di liberazione solo dai racconti: ci si interroga sulla propria esistenza, sulla mancata indipendenza.
Nonostante questi cambiamenti e il diversificarsi delle possibilità personali, le differenze sociali sono rimaste contenute e non è venuto meno lo spirito comunitario.

“[...] sorprende che la società riesca a mantenere la coesione laddove altre società sarebbero in piena disgregazione. [...] Si può forse parlare di una certa ‘stanchezza’ per la lunga attesa in condizioni molto difficili, ma l’obiettivo finale rimane immutato nella coscienza di tutti.” [41]
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 2.5 I Territori Occupati: repressione, desaparecidos e intifada

 “Ogni capo di Stato ha il suo giardino segreto”
Dichiarazione di Hassan II,
 in occasione dell’incontro con una delegazione di Amnesty International

 Con l’invasione del 1976 e l’ingresso delle truppe nel territorio il monarca marocchino diede avvio al processo di denaturazione dell’identità saharawi, segnato da innumerevoli violenze e sistematiche violazioni dei diritti umani.
Nei territori occupati questo processo segue due binari paralleli. Da un lato, infatti, è stato messo in atto un regime di repressione, che mira ad eliminare ogni elemento identitario saharawi: vige il divieto di parlare hassanija, di indossare gli abiti tradizionali saharawi, di sventolare la bandiera della Rasd [42] ed è bandita ogni espressione di sentimenti nazionalistici. Chiunque venga sospettato di simpatizzare per il Polisario viene arrestato e torturato, allungando la lunga lista dei desaparecidos saharawi. L’informazione è controllata e filtrata, e la scarsa presenza di giornalisti stranieri viene mantenuta sotto un controllo costante. I Saharawi non possono costituirsi in nessun tipo di associazione, neanche a scopo sociale. Per impedire ai saharawi rimasti nei territori occupati di congiungersi agli esuli di Tindouf o, semplicemente, di lasciare il paese, la polizia militare ha ritirato, fin da subito, tutti i passaporti.
Mentre si cercava di eliminare ogni segno identitario saharawi, il monarca perseguiva, parallelamente, una politica di popolamento della colonia, in modo da dare una diversa configurazione alla popolazione del Sahara Occidentale: quella di una popolazione fedele al proprio re. I coloni marocchini vennero reclutati grazie a un incentivo economico e alla prospettiva del recupero delle terre.
Parallelamente all’attuazione di questo regime repressivo, venne attivata una politica di integrazione dei Saharawi nella popolazione marocchina. Questa linea viene perseguita attraverso vari strumenti: i matrimoni misti, l’educazione, come mezzo per far perdere ai giovani saharawi i propri riferimenti culturali e identitari (insegnamento del dialetto marocchino, programmi scolastici, in particolar modo quelli di storia e letteratura, che rinviano unilateralmente all’identità marocchina) e la corruzione morale (tra cui, alcool, droga e prostituzione).
Nei territori occupati la polizia militare ha dato vita ad un vero e proprio regime di terrore: le continue persecuzioni senza mandato e l’arresto senza imputazione costituiscono la norma. I detenuti sono posti in centri segreti e subiscono, regolarmente, maltrattamenti e varie forme di tortura, che Amnesty International ha denunciato fin dai primi anni. Gli accusati vengono raramente processati, in modo da non fare arrivare a livello pubblico le denunce di maltrattamento e tortura.
La scomparsa di civili e gli arresti arbitrari seguono, spesso, vendette trasversali: non potendo colpire l’avversario colpiscono tutta la sua famiglia. Spariscono bambini, donne, anziani, intere famiglie. Molti muoiono nelle carceri, tanti sono impazziti, tutti sono torturati.

“[...] Cominciai ad avere incubi e a vedere fantasmi. Poi persi la memoria e inco