3.2 Il campo come non-luogo
3.3 Il regime umanitario
3.4
La peculiarità dei campi dei rifugiati saharawi
diviene pensabile e in cui si rafforzano le grandi reti multinazionali,
si amplifica anche il clamore dei particolarismi,
di coloro che vogliono restare soli ‘a casa loro’,
o di coloro che vogliono trovare una patria,
come se il conservatorismo degli uni e il messianesimo degli
altri
fossero condannati a parlare lo stesso linguaggio:
quello della terra e delle radici.”
[1]
La fine del colonialismo e le conseguenti formazioni di Stati-nazioni e di
movimenti nazionalisti, portarono con sè un sistema di tensioni, legato alla
dimensione territoriale e alla definizione dei confini.
Il principio dello
Stato-nazione della corrispondenza tra territorio e popolo diede luogo ad
una problematica dialettica tra inclusione ed esclusione, che, in molti casi,
si è configurata come un inevitabile impulso al fenomeno dei rifugiati e alla
soluzione campo che ne consegue. L’eredità dei confini coloniali rappresentava,
infatti, un forte problema per la costituzione dei nuovi Stati-nazione: il
riconoscimento e l’attuazione del principio di corrispondenza tra popolo e
nazione si scontrava, da un lato, con la frammentazione dei gruppi sociali,
e, dall’altro, con l’aggregazione di diverse realtà sociali e culturali, che
l’arbitrarietà delle frontiere coloniali aveva determinato. La difficoltà,
dunque, era rappresentata dal riconoscersi come popolo da parte della composita
componente sociale racchiusa nei nuovi territori nazionali.
Il sistema di inclusione
ed esclusione venne, quindi, attivato dalle rispettive rivendicazioni dei
gruppi sociali di appartenere o meno a un determinato Stato e a un determinato
territorio, e fu fomentato dai diversi movimenti nazionalisti.
Questo sistema di rivendicazioni
e questa incompatibilità tra territorio e popolo ha contribuito a determinare
ciò che Rahola definisce “umanità in eccesso”. I campi, sotto questo punto
di vista, si configurano come “luoghi” dove concentrare “masse in eccesso
rispetto a condizioni contingenti e politicamente determinate”.
L’altro fenomeno contemporaneo
in cui si inserisce il campo è quello di globalizzazione. La mobilità e la
conseguente perdita di significato del ruolo dei confini, che vengono comunemente
ritenute caratteristiche del processo di globalizzazione, implicano una concezione
di mondo “deterritorializzato”, dove concetti come territorio, identità nazionale
e località vengono relegati al passato. In realtà, questo fenomeno non ha
una portata realmente globale, pur avendone le pretese, ma ripropone e accentua
la divisione e lo scarto tra quello che generalmente viene definito il Nord
e il Sud del mondo. La globalizzazione, dunque, non si configura come un modello
di equa partecipazione a un sistema-mondo, ma come un sistema selettivo di
inclusione ed esclusione di specifiche aree e gruppi, che accentua le cause
delle migrazioni forzate, i conflitti sociali e l’ineguaglianza. Si viene
a creare, così, un mondo differenziato tra chi è in grado di muoversi liberamente
e chi, invece, è “condannato” a ciò che Bauman chiama “esistenza localizzata”,
tra mobilità e immobilità.
La presunta mobilità e delocalizzazione
generalizzata contribuisce, quindi, alla produzione del campo, come forma
di localizzazione ed esclusione, situata in quella che Agamben definisce “una
zona di indistinzione”.
Il campo si configura, dunque, come il prodotto di due fenomeni contemporanei
che si basano su due principi contrastanti: se da un lato, è una parte integrante
della manifestazione di un processo di globalizzazione che supera i principi
territoriali, dall’altra, rappresenta il prodotto di un sistema di politiche
contrastanti nate dalla decolonizzazione, che ripropongono la problematica
del territorio.
Che cosa rappresenta, dunque, il campo? Quali sono le caratteristiche e le
dinamiche che vengono attuate in questa peculiare forma di luogo? Quali sono
le potenziali definizioni di campo?
Le dinamiche di inclusione/esclusione, mobilità/immobilità, localizzazione/delocalizzazione,
che abbiamo, in parte, già visto, definiscono, quindi, un luogo immobile,
localizzato, che è segnale dell’ “esaurirsi di un’ipotesi inclusiva, il limite
estremo di un ordine politico”.
[3]
Ma l’opzione campo deve essere anche considerata come icona e prodotto dello
stato di eccezione, come congelamento della fase liminale, di una transitorietà
che diviene permanente, come uno spazio del fuori.
Il concetto di liminalità, così
come venne teorizzato da Van Gennep, e successivamente da Turner, descrive
una situazione intermedia, di passaggio tra due posizioni sociali definite,
che è caratterizzata dall’ambiguità e dalla sospensione della vita sociale
ordinata e regolata che la precede e
Tenendo presente questa
breve descrizione, vediamo in che termini il campo si configura come limen e quali sono le peculiarità in quanto
tale. Se consideriamo i rifugiati come persone che hanno subito un violento
“rito di separazione”, il campo costituisce, a livello ideale, una fase di
transizione, di passaggio; ma, se riprendiamo la tripartizione che Van Gennep
applica al rito, non si ha, nell’opzione campo, una definizione e una consapevolezza
di entrambi gli status che polarizzano la fase liminale: se si sa quale status
e ruolo identitario si perde, non si ha alcuna conoscenza di quello che si
dovrà assumere. Generalmente, la perdita di status di cittadino che il campo
implica, lascia il posto a quella che Agamben definisce “nuda vita”, che si
protrae in un tempo indefinito, senza che sia previsto un ulteriore passaggio,
una fase di riaggregazione che implichi una ridefinizione identitaria. L’ambiguità
e la sospensione della vita ordinaria e della struttura appaiono, dunque,
particolarmente determinanti nel limen-campo, proprio perchè il passaggio
in questione non rientra in un sistema sociale condiviso e collettivamente
elaborato, ma è determinato e imposto da cause esterne al gruppo sociale in
questione.
Il campo, dunque, riprende
alcuni aspetti propri della liminalità,
che vengono, però, “congelati” da una presunta provvisorietà che diviene definitiva.
A questo proposito risulta particolarmente efficace la definizione di Rahola
di campi come “zone definitivamente temporanee”, caratterizzate dall’alterazione
di concetti come quelli di spazio e tempo:
Il campo costituisce,
dunque, un fuori sia in termini spaziali, che temporali, che determina una
sospensione e un’attesa dell’esistenza dei suoi attori, i rifugiati. Il tempo
viene bloccato in un eterno presente, in quanto il campo non implica la dimensione
temporale del passato, tanto meno quella del futuro.
La dimensione del fuori
non si traduce solo in una totale autonomia spazio-temporale, ma anche nella
non appartenenza a una comunità politica, a un fuori giuridico e politico.
I campi non nascono dal diritto ordinario, ma dallo stato di eccezione, che
si materializza nella dimensione-campo:
Lo stato di eccezione
non si configura nel campo come temporanea sospensione dell’ordinamento, ma
diviene “un nuovo e stabile assetto spaziale”
[11]
: il campo si inscrive, dunque, nello scarto tra nascita
e nazione.
Come la Malkki sottolinea,
l’uscita dai confini non implica una perdita di cultura e/o di identità, ma
una sua trasformazione e riformulazione:
Raramente, però, questa
riformulazione collettiva porta alla costituzione di una “comunità”, intesa
come costrutto simbolico che esiste nella mente dei suoi membri, dove ogni
individuo si sente parte di un qualcosa che gli attribuisce un ruolo, uno
status e che definisce un sistema di relazioni. Generalmente, le difficili
e precarie condizioni di vita del campo spingono gli individui non a ricercare
e a costituire una collettività di cui fare parte, ma a chiudersi in un egoismo
che permetta più vantaggi possibili. Nel caso, però, di condivisione di uno
stesso linguaggio e di uno stesso patrimonio storico, una ridefinizione identitaria,
che includa una riformulazione dei legami sociali e di parentela, risulta
più semplice. Un gruppo, in un contesto di sradicamento totale quale può essere
il campo, mette in atto un processo di adattamento alle precarie situazioni
materiali e sociali, dove, in un certo senso, mette alla prova il sistema
culturale previgente. La ridefinizione identitaria parte da una riaffermazione
di un passato collettivo, che permette di collocarsi con meno difficoltà in
un presente assente di riferimenti. Questo processo si traduce in una continua
dialettica tra tradizione e innovazione: se da un lato, la situazione di rifugiati
e di campo richiede una riformulazione identitaria che si configuri anche
come una risposta di adattamento alle esigenze del presente, dall’altro, è
forte il bisogno di affermare o riaffermare la tradizione, la propria peculiarità
identitaria e comunitaria.
Diviene importante,
in questo contesto, elaborare una memoria collettiva, che sia il prodotto
della condivisione e della sovrapposizione di memorie individuali e che rappresenti
l’appropriazione della memoria storica da parte di un determinato gruppo sociale.
In un luogo dove manca il passato e il futuro si è perso in un presente cristallizzato,
in tempo di attesa, è a partire dalla memoria collettiva, intesa come dialettica
tra oblio e conservazione, che prende avvio un processo di ridefinizione identitaria.
Lo spazio, generalmente, viene organizzato,
ordinato e concepito da un gruppo sociale e dagli attori che lo costituiscono,
in base a un sistema complesso e articolato di categorie e rappresentazioni,
venendo, in questo modo, investito di un valore sociale e collettivo.
Il dispositivo spaziale,
infatti, può essere considerato come un’espressione dell’identità del gruppo,
data la stretta relazione tra spazio e azione sociale.
A partire dalla definizione
di luogo antropologico, Augé sottolinea la presenza, nell’era contemporanea,
di un dispositivo spaziale del tutto peculiare, in quanto sembra eludere gli
elementi caratterizzanti del luogo: il non-lieux.
“Lo spazio del nonluogo
libera colui che vi penetra dalle sue determinazioni abituali”, egli diviene
esclusivamente un utente di un certo servizio.
I nonluoghi appaiono,
dunque, come un prodotto della surmodernità, che l’antropologo francese descrive
come una fase caratterizzata da tre figure dell’eccesso: la sovrabbondanza
di avvenimenti, che si traduce in un’“accelerazione della storia”; la sovrabbondanza
spaziale e il “restringimento del pianeta” che ne consegue; l’individualizzazione
dei riferimenti.
Possiamo, dunque, considerare il campo un nonluogo, data la sua profonda peculiarità
come spazio?
Sicuramente è possibile rintracciare numerose analogie tra campo e non luogo,
ma esiste una sostanziale differenza, che fa del campo uno spazio che va oltre
l’extraterritorialità del nonluogo.
In termini di mobilità globale, gli spazi dei rifugiati possono essere accomunati
ai nonluoghi di Augé per la condivisione di una serie di caratteristiche.
Entrambi, infatti, rappresentano gli spazi dove l’eccezione diviene la regola,
dove la permanenza degli individui si configura in termini di transitorietà.
Campi e nonluoghi rappresentano delle parentesi spazio-temporali dove la mancanza
di socialità, l’anonimato e la standardizzazione degli individui e delle relazioni
rappresentano
La differenza sostanziale, invece, che relega campi e nonluoghi a due differenti
dimensioni della contemporaneità, sta nella tipologia di extraterritorialità
e di transitorietà che i due spazi contemplano. I nonluoghi, infatti, sono
punti di transito della mobilità planetaria, ma sono deputati a questa funzione,
la transitorietà è voluta, non imposta. Ogni luogo e ogni comunità o gruppo
sociale, nell’era contemporanea, concepisce nel proprio sistema, anche se
in uno spazio distaccato, una serie di nonluoghi; lo spazio territoriale viene
diviso tra aree deputate a essere luoghi e aree deputate a essere nonluoghi,
in maniera socialmente definita. Agli attori sociali dei nonluoghi è permessa
una fruizione libera di questi spazi: si può decidere l’entrata, l’uscita
e la durata della permanenza. I nonluoghi sono stati costituiti anche in funzione
dei luoghi: le finalità degli aeroporti, dei centri commerciali, delle autostrade
hanno una stretta relazione con la vita dei luoghi, ne sono una sorta di “collegamento
accelerato”.
Il campo, invece, non
rappresenta una negazione del luogo, ma la sua totale estraneità. Un luogo
non concepisce uno spazio come il campo, che gli risulta funzionale sono in
quei termini di esclusione e di umanità in eccesso già visti. La transitorietà
è imposta e l’extraterritorialità viene sancita da confini difficilmente eludibili.
Il campo non contempla, dunque, un’entrata e un’uscita che siano frutto di
una libera scelta o si configurino come risposta alla soddisfazione di un
bisogno. Il rifugiato non ha la possibilità di essere responsabile delle proprie
azioni, né delle conseguenze; non ha la possibilità di scegliere, di tornare
in un luogo.
L’impossibilità del
luogo che un campo implica, fa in modo, però, che nella permanenza si vengano
a creare delle dinamiche che riproducono, in parte, quella socialità che vige
e regola i luoghi. Un utente di un nonluogo non ha bisogno, né sente la necessità
di azionare dinamiche di questo tipo, perchè può tornare in un luogo.
I nonluoghi di Augé
non sono preposti ad accogliere dei gruppi, ma solo degli individui; non hanno
la pretesa di fungere da “patria impossibile” come i campi, ma si configurano,
per gli individui e per la collettività, come complementari ai luoghi socialmente
condivisi. Il campo, invece, rappresenta un’entità isolata in termini spaziali,
temporali e giuridici, che non lascia alcuna arbitrarietà ai suoi attori,
i rifugiati.
L’intervento umanitario ha instaurato, però, una preoccupante dinamica di
dipendenza, da un lato, e di controllo, dall’altra, che ha finito per acuire
le difficili condizioni di vita nei campi.
Non viene messo tanto in discussione la funzione di aiuto delle agenzie internazionali,
ma le modalità di assistenza, che
“rischiano esse stesse di indebolire la capacità degli individui di far fronte
ai problemi che incontrano”.
[22]
In che modo, dunque, viene offerto aiuto? Che ruolo o status i rifugiati sono
indotti ad assumere dalle pratiche umanitarie?
Le agenzie umanitarie organizzano le strutture dei campi e gestiscono la distribuzione
degli aiuti alimentari e sanitari, instaurando una sorta di regime di controllo:
Barbara Harrel-Bond sottolinea il fatto che “le agenzie internazionali abbiano
dei forti interessi a mantenere un certo tipo di situazione sociale nei campi
che gestiscono, al fine di continuare a contollare la distribuzione dell’aiuto”
[25]
e che “se le responsabilità di gestione fossero divise tra
ospiti e rifugiati verrebbe interrotto il monopolio del potere mantenuto da
esterni.”
[26]
Non solo, infatti, non viene ipotizzata un’evoluzione dell’insediamento
in caso di una prolungata impossibilità di rimpatrio (condizione, peraltro,
predominante nella quasi totalità dei campi), ma non viene neanche ipotizzata
minimamente una situazione di autogestione o di democratizzazione dei rifugiati,
nonostante un esempio di autogoverno, quale può considerarsi quello dei Saharawi,
possa rivelarne la positività.
Le organizzazioni umanitarie, inoltre, veicolano un’ immagine dei rifugiati
focalizzata sulla sofferenza, sulla fame e sulla disperazione, che rafforza
l’idea del “rifugiato indifeso”, in modo da colpire l’opinione pubblica e
stimolare la raccolta di fondi. Le immagini mediatiche ci prospettano masse
deboli e affamate, la cui sopravvivenza può dipendere solo dall’ “altruismo”
e dalla carità.
Il regime umanitario fa, dunque, dei rifugiati delle vere e proprie vittime,
di cui si fa soccorritore senza comprenderne realmente la situazione e senza
considerarli individui e gruppi, che, in quanto tali, una volta fornita una
prima assistenza, possono riorganizzarsi e gestirsi, in modo da potersi riappropriare
di un ruolo, di uno status e di
una collettività che, pur in una situazione assolutamente peculiare, li comprenda
e gli fornisca un sistema di riferimenti.
Agier, però, avanza la possibilità di una “politica della vita che resiste”,
che inquadra in maniera efficace un’opzione che i Saharawi hanno messo in
atto fin dall’inizio dell’esilio.
Se riprendiamo la considerazione di Agamben del campo come paradigma dello
spazio politico, dove la politica si configura come biopolitica, possiamo
comprendere come, in caso di presa di espressione politica da parte dei rifugiati
in un contesto campo che, per definizione, si pone al di fuori di ogni appartenenza
o comunità politica, sia “proprio la politica della nuda vita che in questi momenti s’inventa e trova espressione,
come replica perfettamente simmetrica al biopotere”
[28]
.
Si tratta di una ri-socializzazione e di una ri-identificazione degli individui,
che parta dalla situazione-campo, più che dall’ “origine” e da un sistema
sociale ad essa collegato, che, di fatto, non è più configurabile.
“I dislocati
e i rifugiati cessano di essere tali non quando ritornano ‘a casa’ ma quando,
in quanto tali, lottano per il proprio corpo, la loro salute, la loro socializzazione:
allora, cessano di essere le vittime che la ‘scena umanitaria’ presuppone,
per diventare soggetti. Nella migliore delle ipotesi, dunque, i siti umanitari
non possono che essere degli spazi in tensione.
[29]
Alla luce di queste sommarie coordinate
che ci permettono di affrontare una prima comprensione del concetto e della
situazione campo, e della descrizione, affrontata nella sezione precedente,
in merito all'organizzazione dei campi di Tindouf, risulta immediatamente
chiara la profonda peculiarità del “caso” in questione.
I campi dei rifugiati saharawi rappresentano,
infatti, un vero e proprio esempio di auto-organizzazione e di auto-gestione
dell’icona-campo, caratterizzata e sostenuta da una costante necessità di
auto-affermazione identitaria, che può essere compresa solo se contestualizzata
nel quadro di una condizione di minaccia e di violenza, che il cessate il
fuoco non ha saputo sopire.
L'auto-organizzazione si innesca e si
rende possibile solo a partire dall'avvio di un processo politico-sociale
che riceve il suo impulso più forte proprio nella fase più delicata e maggiormente
disorientativa, l'esodo e l'arrivo ai campi profughi. I Saharawi, nei campi,
sono stati in grado di costituirsi come comunità politica, proprio quando,
in teoria, stavano perdendo ogni diritto di “cittadinanza” per entrare a far
parte dell’indistinta massa di displaced
people, generalmente caratterizzata da una fuoriuscita politica e giuridica.
L’esodo, infatti, nonostante i primi momenti di forte difficoltà, non ha portato
i Saharawi a una totale dissoluzione come agenti politici e sociali, come
spesso accade, invece, per molti rifugiati. Il forte disorientamento causato
dalla precipitosa fuga sotto i bombardamenti marocchini, la divisione dei
gruppi familiari che ne conseguì, e l'arrivo in una terra “vuota” e inospitale
come l'hammada algerina, non provocarono un collasso o una disgregazione
sociale, ma suscitarono una forte risposta aggregativa, che si configurò come
il mezzo più efficace per sopravvivere come individui e come gruppo politico
e sociale.
Riprendendo alcuni elementi da cui muoveva la struttura sociale nomadica,
come la tuiza (il lavoro in comune), sotto la direzione del Polisario,
i Saharawi in esilio hanno instaurato, fin da subito, un meccanismo sociale
altamente dinamico che li comprendesse come un'unità politica, capace di produrre
adeguate rappresentazioni sociali e di collocarli rispetto a un'alterità,
che di fatto, apparteneva ad un'altra dimensione giuridica e politica, quella
del luogo.
La costituzione della Rasd e la sua
definizione attraverso la Costituzione, permise, ai Saharawi, di attribuire
precise determinazioni politiche e giuridiche, che attenuarono le disgiunzioni
uomo-cittadino e natività-nazionalità, generalmente insite nello status
di rifugiato.
La costituzione di una comunità politica ebbe l'effetto immediato di “tamponare”
l'indeterminatezza delle categorie di spazio e tempo, che generalmente predomina
in una situazione di campo. Nonostante l'inevitabile dimensione di temporaneità
e di sospensione, che non ha potuto fare a meno di investire il progetto dei
campi saharawi, si è cercato di attribuire, alla presenza nel deserto algerino,
una certa progettualità, che potesse permettere di tener conto di una dimensione
del passato e, soprattutto, di una dimensione futura, incentrata sulla prospettiva
di ritorno in “patria”.
Per quanto riguarda il fattore spaziale, l'attribuzione di una geografia dei
campi che riscriva il territorio del Sahara Occidentale, rende chiaramente
conto del tentativo attuato di respingere l'indeterminatezza spaziale, frequente
nella dimensione del campo: oltre ad adempire a un principio organizzativo
a livello funzionale, la corrispondenza dei nomi delle wilayas e delle
dairas con quelli delle principali località dei territori originari,
in un primo momento, permise alla popolazione di arginare il disorientamento
dato da uno spazio “vuoto”. Successivamente, questa significazione spaziale
venne elaborata: in parte, continuò a mantenere un richiamo simbolico ai territori
occupati, e, in parte, acquisì un significato autonomo, che indicava nuove
unità spaziali legate alla popolazione saharawi in esilio.
Nonostante la vita in esilio presenti, dunque, un innegabile carattere di
temporaneità indefinita, i Saharawi, instaurando un'organizzazione autogestita
dei campi e della struttura sociale, sono riusciti a imprimere una certa dinamicità
a quello stato di eccezione che Agamben designa come un “nuovo e stabile assetto
spaziale” della dimensione campo.
La vita e la gestione dei campi si configurano come un vero e proprio laboratorio
politico e sociale; la spinta decisiva, che sembra alimentare questo dinamico
processo di costruzione e di continua riformulazione degli assetti politico-sociali,
può essere rintracciata nella prospettiva di poter applicare tutti gli “esperimenti”,
compiuti in questi anni, una volta tornati in “patria”, in modo da arginare
il più possibile quel carattere di instabilità e di transitorietà che, generalmente,
caratterizza i primi momenti della costruzione statuale.
La struttura sociale e politica instaurata nei primi anni dell'esilio viene
incessantemente riformulata e “calibrata” in relazione al dispiegarsi del
processo storico e all'elaborazione degli apporti dei numerosi e variegati
contatti con l'alterità. Le lunghe esperienze di studio all'estero e l'incessante
lavoro dei rappresentanti del Polisario nei vari Paesi, si configurano come
un prezioso materiale di riflessione e “aggiustamento” della struttura e della
gestione collettiva. L'universo saharawi, infatti, non viene percepito dagli
stessi attori sociali come un qualcosa di fortemente inclusivo e chiuso, ma
risulta estremamente permeabile nei suoi confini. Il contatto e l'incontro
con le più svariate alterità vengono pensati come effettivi stimoli per un
ripensamento collettivo, e non vengono percepite come una minaccia per l'identità
saharawi, nonostante la situazione di difficoltà e di violenza abbia innescato,
sia a livello individuale che collettivo, un innegabile sentimento di peculiarità
dei propri tratti identitari.
Attribuendo tale valore funzionale alle numerosissime esperienze all'estero
di molti studenti saharawi, possiamo iniziare a comprendere la prospettiva
che esse ricoprono in relazione alla rapporto individuo/collettività. Gli
anni di studio che molti giovani compiono nelle università dei paesi esteri
convenzionati con la Rasd (principalmente Cuba, Algeria e Libia) si configurano
come un dovere nei confronti della comunità in esilio, prima che come un'opportunità
dei singoli individui. Durante le mie brevi permanenze ai campi, ho avuto
modo di affrontare con numerosi ragazzi e ragazze la natura delle loro esperienze
di studio all'estero: ho imparato ben presto che la domanda, quasi scontata
per molti visitatori stranieri, “Hai mai pensato di rimanere a vivere nel
paese in cui hai studiato e vissuto tanti anni?” non può che sortire una e
una sola risposta: “Perché? Ho studiato là per poi tornare qui”. Quello che,
inizialmente, può sorprendere non è tanto la risposta in sé, ma la sua “naturalezza”,
una consapevolezza che pare incorruttibile, e lo stupore che, inevitabilmente,
suscita la domanda.
Allo stesso modo, parlando con il rappresentante del Polisario in Italia,
Omar Mi, quando gli chiesi come si fosse trovato appena arrivato nel nostro
paese, se avesse avuto qualche difficoltà ad iniziare a interagire e a lavorare
con gli italiani, mi trovai davanti allo stesso stupore degli studenti: “Perché?
Io ero e sono qua per lavorare, per far conoscere la nostra causa”.
La prevalenza dei riferimenti e della dimensione collettiva, che sottoindente
a questo senso di responsabilità nei confronti della comunità, si inserisce
e trova la propria ragione in un meccanismo di coscientizzazione che ha investito
la società saharawi fin dai primi anni dell'esilio. Facendo convergere, da
una parte, l'impronta che il Polisario ha voluto dare con la rivoluzione sociale
e, dall'altra, il valore tradizionalmente attribuito alla trasmissione generazionale
e alla famiglia come cellula sociale e conoscitiva base, è nella relazione
tra le diverse generazioni presenti ai campi che passato e presente, tradizione
e innovazione, lotta armata e libertà si fondono in una complessa rete concettuale,
che rende profondamente conto, agli stessi saharawi, anche di una condizione
quale quella di rifugiati. Il modello di autogestione, come abbiamo visto,
argina il disorientamento e permette agli attori sociali di collocarsi in
un quadro, di fatto, privo di riferimenti politici e giuridici riconosciuti,
quali possano essere quelli garantiti dalla forma statuale.
Se, da un lato, il fatto di trovarsi in uno spazio “vuoto” e la non corrispondenza
tra una formazione statuale, quale la Rasd, e un territorio, ha portato a
creare, nell'immaginario dei rifugiati, una sorta di “spazio saharawi”, quello
dei campi, dall'altro, viene promossa una forte proiezione verso il ritorno,
sottolineando quell'aspetto di temporaneità della situazione campo, che per
altri versi si cerca, invece, di arginare. Il pericolo che le nuove generazioni
si adattino alla condizione di vita nei campi e rinuncino a lottare, e, soprattutto,
a sperare, viene sventato sia in famiglia, che a scuola, con la trasmissione
di un patrimonio che rispetti quella commistione dinamica tra tradizione e
innovazione, con la quale il Polisario ha voluto indirizzare la formazione
della società civile del nuovo stato. I bambini imparano a comprendere la
funzione dei genitori e della famiglia, così come il valore del lavoro in
comune; imparano chi è e cosa rappresenta El Ouali, così come dove è El-Ayoun
e quali sono le risorse della “loro” nazione; apprendono come si tesse un
tappeto e come si alza una khaima, così come iniziano a comprendere
come si utilizza un computer e quali sono le sue potenzialità. I bambini comprendono
in fretta che, nei campi, ognuno deve svolgere il suo compito per sostenere
la comunità, che “todos trabajan con ahìnco porque el resultado del trabajo
es para el bien de todos.”
[30]
La società investe le nuove generazioni di un compito e
un ruolo determinante: far sopravvivere il popolo saharawi e la speranza di
una effettiva costituzione statale, basata su quei principi di libertà e tolleranza
che, nati nella resistenza anti-coloniale, subiscono un costante ripensamento
in relazione al dinamismo del processo storico e del contatto con l'alterità.
Se, dunque, la generazione degli anziani
si concepisce ancora parzialmente attraverso un'immagine collettiva che rende
conto della struttura nomadica e dell'universo concettuale che si porta dietro,
è nelle nuove generazioni che la sintesi e fusione di tradizione e innovazione
trova la sua compiuta realizzazione e motivazione. I giovani saharawi dei
campi sono figli della resistenza anti-marocchina e di quei principi costitutivi
che hanno permesso, alla Rasd di divenire un credibile interlocutore internazionale,
e alla popolazione in esilio di elaborare e supportare un'organizzazione auto-gestita
di un campo profughi.
Nonostante l'effettivo sostentamento
della popolazione in esilio dipenda quasi interamente dagli aiuti umanitari,
la geografia e l'organizzazione dei campi viene ed è sempre stata gestita
dal Polisario: nessuna organizzazione umanitaria usufruisce di una presenza
in loco nei campi di Tindouf. Gli aiuti internazionali vengono veicolati attraverso
il governo in esilio, in virtù del riconoscimento della Rasd da parte del
governo ospitante. L'assistenza monetaria e materiale viene inviata, attraverso
La gestione della vita in esilio e dell'opzione campo può essere, dunque,
pensata come una risposta affermativa alla possibilità, avanzata da Agier,
di una “politica della vita che resiste”.
[33]
Attraverso l'autogestione e l'auto-organizzazione di una
comunità, che si percepisce tale, in esilio da 30 anni e divisa da un muro
di
[1]
- Marc Augè, Nonluoghi, Eleuthera, Milano, 1993, p.36.
[2]
-
Liisa H. Malkki, Refugee and Exile:
From “Refugee Studies” to the National Order of Things, in Annual Reviews
Antropol., 1995.
[3]
- Federico Rahola, Rappresentare “gli spazi del fuori”. Note per
un’etnografia dei campi profughi, in: Annuario di Antropologia n.5,
Rifugiati, Meltemi, Roma,2005, p.70.
[4]
- Chiara Marchetti, La geografia del campo: ‘fuori’ vs ‘dentro’,
in: Boano e Floris, a cura di, Città
nude. Iconografia dei campi profughi, Franco Angeli, Milano, 2005.
[5]
- Federico Rahola, Rappresentare “gli spazi del fuori”. Note per
un’etnografia dei campi profughi, in: Annuario di Antropologia n.5,
Rifugiati, Meltemi, Roma, 2005, p.79.
[6]
- Ivi, p.70.
[7]
- Giorgio Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita,
Einaudi, Torino, 1995, p.188.
[8]
- Ivi, p. 145.
[9]
- Ivi, p. 191.
[10]
- Ivi, p. 135.
[11]
- Ivi, p. 196.
[12]
- Ivi, p. 197.
[13]
- Chiara Marchetti, La geografia del campo: ‘fuori’ vs ‘dentro’,
in: Boano e Floris, a cura di, Città
nude. Iconografia
dei campi profughi, Franco Angeli, Milano, 2005, p.55.
[14]
-
Liisa H. Malkki, Refugee and Exile:
From “Refugee Studies” to the National Order of Things, in Annual Reviews
Antropol., 1995, p. 509.
[15]
-
Liisa H. Malkki, From Purity and Exile:
Violence, Memory, and National Cosmology among Hutu Refugees in
[16]
- Michel Agier, Ordine e disordini dell’umanitario. Dalla vittima al soggetto politico,
in: Annuario di Antropologia n.5, Rifugiati,
Meltemi, Roma, 2005, p.55.
[17]
- Augé, Marc, Nonluoghi, Eleuthera, Milano, 1993, p. 50.
[18]
- Ivi, p. 51.
[19]
- Ivi, p.36.
[20]
- Ivi, p. 95.
[21]
- Ivi, p.109.
[22]
- Barbara Harrel-Bond, L’esperienza dei rifugiati in quanto beneficiari
d’aiuto, in: Annuario di Antropologia n.5, Rifugiati, Meltemi, Roma, 2005, p.15.
[23]
- Michel Agier, Ordine e disordini dell’umanitario. Dalla vittima al soggetto politico,
in: Annuario di Antropologia n.5, Rifugiati,
Meltemi, Roma, 2005, p.50.
[24]
- Barbara Harrel-Bond, L’esperienza dei rifugiati in quanto beneficiari
d’aiuto, in: Annuario di Antropologia n.5, Rifugiati, Meltemi, Roma, 2005, p.23.
[25]
- Ivi, p. 20.
[26]
- Ivi, p. 30.
[27]
- Michel Agier, Ordine e disordini dell’umanitario. Dalla vittima al soggetto politico,
in: Annuario di Antropologia n.5, Rifugiati,
Meltemi, Roma, 2005, p.61.
[28]
- Ivi, p.63.
[29]
- Ivi, p.63.
[30]
- Fascicolo di letture per la scuola
del Ministerio de Enseñanza y Educaciòn de
[31]
- Barbara Harrel-Bond, L’esperienza dei rifugiati in quanto beneficiari
d’aiuto, in: Annuario di Antropologia n.5, Rifugiati, Meltemi, Roma, 2005, p.38.
[32]
- Barbara Harrel-Bond, L’esperienza dei rifugiati in quanto beneficiari
d’aiuto, in: Annuario di Antropologia n.5, Rifugiati, Meltemi, Roma, 2005, p.37.
[33]
- Michel Agier, Ordine e disordini dell’umanitario. Dalla vittima al soggetto politico,
in: Annuario di Antropologia n.5, Rifugiati,
Meltemi, Roma, 2005, p.61.