“Una mano no aplaude”
[1]
Proverbio saharawi
come molto più aperte delle nostre, non solo perchè
nelle società orali si possono fare
senza difficoltà rimaneggiamenti sociali,
in quanto non esiste alcuna traccia scritta,
ma anche e soprattutto perchè esse non conoscono lo Stato centrale burocratizzato,
il quale, capitalizzando lo scritto, è sia il garante,
sia il testimone dei cambiamenti sociali.”
[2]
e l’identità di A sussiste solo in quanto viene riprodotta la contrapposizione
a B”
[3]
Alla luce di un basilare inquadramento storico-politico e di
un’analisi della struttura organizzativa della vita e della società nei campi,
abbiamo, dunque, rintracciato una significativa peculiarità dei rifugiati
saharawi, che ci porta a riflettere su una serie di componenti destabilizzanti
nel rapporto luogo-“fuori-luogo” e ci costringe a una differente riflessione
sull’opzione rifugiati.
Se abbiamo rintracciato
questa peculiarità nel modello di auto-organizzazione dei campi profughi e
in una sorta di auto-gestione dello status
di rifugiato, dobbiamo, innanzitutto, retrocedere nell’analisi per comprendere
a che livello intervenga la riformulazione identitaria, alla quale si è, più
volte, accennato.
La riformulazione identitaria nasce da una negazione: solo quando il popolo
marocchino, un popolo che non è mai stato considerato dai Saharawi come totalmente
altro ed estraneo, attua un processo di negazione dell’identità e dell’esistenza
stessa di una popolazione saharawi, sorge la forte necessità di affermare
l’esistenza effettiva di una comunità che, come tale, è delimitata da quei
confini entro i quali i suoi attori sociali si autoconcepiscono. Una rivendicazione
a livello identitario trova, dunque, la sua ragione profonda in una minaccia
costante, che si dispiega in una serie di atti violenti, volti a cancellare
qualsiasi sentimento collettivo e comunitario in direzione di un’entità saharawi,
piuttosto che marocchina.
I principi su cui si basa la vita sociale, che vengono rivendicati a partire
dalla Costituzione della Rasd fino ad arrivare al sistema scolastico, sembrano
prendere voce, proprio a partire dalla loro sistematica violazione, ad opera
delle autorità marocchine. Uguaglianza tra uomo e donna, unità del popolo,
responsabilità individuale e collettiva nella costruzione della società, tolleranza,
importanza del dialogo interculturale e amicizia tra i popoli sono i valori
su cui nasce la Rasd e che la popolazione in esilio si impegna a trasmettere
alle nuove generazioni. La priorità di cui sono costantemente investiti questi
principi nella vita in esilio, è concepibile solo se comprendiamo lo stretto
legame tra saharawi dei campi e saharawi dei territori occupati, che solo
la violenza marocchina ha potuto rendere così saldo. Una volta che la popolazione
saharawi è arrivata a concepirsi, innanzitutto come unità, e in secondo luogo
come popolo, è in nome di questi valori che le due differenti condizioni di
vita sono divenute reciprocamente intollerabili: dai campi e dai territori
occupati si cerca di alzare una sola voce che chieda il rispetto dei diritti
umani, da un lato, e il diritto di autodeterminazione, dall’altro. Se la politica
marocchina è quella di sminuire, se non di proibire, l’esistenza e l’effettività
politica dei Saharawi, la risposta, di contro, si articola in una completa
auto-gestione dei campi e in una ferma rivendicazione dei diritti umani. La
vita ai campi e l’intifada nei territori
occupati vanno, dunque, entrambi compresi come resistenza a una politica della
violenza. Se la violenza applicata dalle autorità marocchine persegue l’obiettivo
di disgregare “l’ordine culturale, l’ethos di una cultura, la profonda coerenza
di un modo di vita”
[4]
, è, dunque, nel tentativo quotidiano di opporsi a questa
dissoluzione sociale e culturale che si inserisce il modello di autogestione
dei campi e si deve inquadrare la riformulazione identitaria.
In questo senso, la costituzione sociale, politica e organizzativa data ai
campi può essere letta, oltre come un efficiente strumento di sopravvivenza
in una situazione di fuoriuscita generalizzata, come un atto dimostrativo,
volto ad opporre una struttura democratica, tollerante e valida interlocutrice
internazionale al regime oppressivo e violento marocchino.
Come abbiamo più volte accennato, alla base della riuscita auto-gestione dei
campi, sta una riuscita e tempestiva formulazione, o riformulazione identitaria,
che, una volta avviata dalla Rivoluzione sociale del Polisario, i Saharawi
dei campi sono stati in grado di assimilare e alimentare, tenendo conto dell’inevitabile
flusso, che il trascorrere del tempo implica.
L’analisi di Remotti
dell’identità come una “costruzione,
che implica uno sforzo di differenziazione
nei confronti dell’alterità e nei confronti delle alterazioni”
[5]
, rende pienamente conto dei principali tratti costitutivi
della riformulazione identitaria, attuata dai Saharawi negli anni dell’esilio.
Comprendere che “de-cidere” un’identità implica precise scelte politiche e
sociali, ci permette di escludere l’idea diffusa dell’identità come qualcosa
di naturale, precostituito, di già dato agli inizi dei tempi, che ci restituisce
un’immagine di immobilità e atemporaneità, assolutamente estranea alle formazioni
sociali.
Nel caso della rivoluzione sociale del Polisario appare immediatamente chiaro
il carattere costruito e arbitrario della riformulazione identitaria per due
principali fattori: da una parte, risulta pienamente visibile, anche agli
stessi attori sociali, che i tratti principali, che avrebbero determinato
i contorni di una nuova configurazione identitaria, venivano promossi “dall’alto”,
che erano frutto di una decisione, che implicava determinate responsabilità;
dall’altra parte, il sensibile distacco dall’assetto sociale che vigeva fino
a quel momento, promosso dalla Rivoluzione, chiarì, fin dai primi momenti,
che non si stava rivendicando una sorta di essenza primordiale saharawi, ma
si stava cercando di rispondere a quello che Remotti chiama flusso. Il Polisario, cercò, dunque, di
costruire un’identità saharawi che, di
fatto, tenne conto dell’inestricabile legame tra flusso e struttura, tra innovazione
e tradizione. Sicuramente la rivoluzione non venne concepita entro uno schema
concettuale che contempla termini quali quelli di flusso e struttura, ma nel tentativo di far sopravvivere il proprio gruppo
sociale entro un quadro politico che, quasi all’improvviso, lo aveva travolto.
Rispondendo a questo imperativo, che si configurava nel carattere della necessità
e della minaccia, si era compreso che la soluzione più efficace consisteva
in una brusca recisione di quei tratti sociali che li avrebbero tenuti più
distanti dal dialogo con una porzione di mondo, che gli si era appena rivelata.
La forza della riformulazione risiede, dunque, nell’aver capito che tale recisione
e l’introduzione di nuovi riferimenti, quali quelli di popolo e di nazione,
non poteva avvenire senza inquadrare quest’ultimi nell’assetto tradizionale
e nel suo linguaggio. Il lavoro in comune, la priorità della dimensione collettiva,
il ruolo della famiglia come cellula base, e l’utilizzo in comune delle risorse
si configurarono come quegli elementi legati alla tradizione nomadica, che
potevano supportare la vita ai campi, così come la caduta dei privilegi degli
anziani sui giovani e dei liberi sugli schiavi. Introdurre concetti come quelli
di popolo e nazione attraverso idee come quelle di sa’b,
inteso come asaba wahda (unico gruppo
di parentela), e di rafiq/a (compagno/a), dimostra una piena consapevolezza della difficile
dialettica tra flusso e struttura, che si è cercato di tramandare attraverso
un intenso processo di coscientizzazione delle nuove generazioni, teso a porre
sullo stesso piano valori nomadici e valori nazionali e patriottici. Lo stesso
rifiuto dell’acquisizione e dell’appropriazione del concetto di etnia, importato
dal colonialismo, come strumento di rivendicazione identitaria, rende conto
di una immediata comprensione del contesto internazionale, in cui i Saharawi
venivano violentemente sbattuti dall’esilio e dal divenire rifugiati. Venne,
infatti, data la priorità a un linguaggio che li relegava, in misura minore,
a quello che l'Occidente definisce Terzo Mondo, assicurandosi un ruolo differente
nelle reti diplomatiche internazionali: definirsi come “popolo”, piuttosto
che come “gruppo etnico” implicava una precisa scelta politica.
[6]
Ritornando alla definizione di Remotti, la ridefinizione identitaria saharawi
ha saputo rendere conto e bilanciare i due estremi, entro i quali viene compresa
la costruzione identitaria: se, da un lato, appare chiaro il tentativo di
differenziazione rispetto a un’alterità che si stava rapportando in maniera
violenta, dall’altro lato, il processo di ridefinizione identitaria ha comportato
quello che sembra essere un bilanciato compromesso tra le alterazioni del
flusso, con gli elementi alternativi che si porta dietro, e la stabilità di
un assetto sociale, che possa essere pensato come tale dai suoi attori.
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La riformulazione identitaria avviata dal Polisario non trova il proprio principio
in una dinamica prettamente inclusiva; essa non reclama l’esistenza di una
comunità assolutamente peculiare, che si distingua in maniera netta da un’alterità
generica. Al contrario, la vera forza delle rivendicazioni identitarie risiede
nella volontà di affermare la propria esistenza e la propria legittimità,
all’interno di un quadro più ampio, che tiene conto dei punti di incontro
con i “vicini”, con i quali i Saharawi hanno storicamente condiviso risorse
naturali, lingua e tradizioni culturali. Vige, nei campi stessi, una forte
consapevolezza delle potenzialità di un Maghreb allargato e unito, sia a livello
culturale, che economico-politico. Per richiamare una sorta di legittimità
di questo spazio politico-sociale, si può fare ricorso a un concetto geo-sociale,
quale quello di Trab El-Bidan: esso
designa un’unità geografica, culturale, religiosa, linguistica e umana, comprendente
Marocco, Algeria, Sahara Occidentale, Mauritania e parte del Mali. Trab
El-Bidan significa “Paese dei Mori, dei
L’occupazione marocchina,
dunque, tradisce violentemente questo antico legame, rendendo necessaria,
da parte dei Saharawi, un’autoaffermazione, che neanche la colonizzazione
spagnola aveva richiesto. Ciò che, però, fino ad oggi, ha reso i Saharawi
quel “popolo ideale” che il Polisario aveva voluto, è il sottrarsi a quel
rischio di irrigidimento e di assolutizzazione, che, spesso, le dinamiche
identitarie si portano dietro. L’identità saharawi, nonostante i suoi tratti
dominanti trovino ragione nell’opposizione a un’identità marocchina, sembra,
dunque, portare con sè la consapevolezza di quel bisogno
di alterità che l’esigenza di identità
sembra comprendere.
In conclusione, risulta necessario sottolineare le difficoltà che la permanenza
nei campi (alla quale non viene ancora prospettato un effettivo esito) e il
proliferare delle generazioni nate ai campi, apportano all’opzione di una
popolazione saharawi. L’immobilità delle vie diplomatiche porta, oggi, a un
rischio effettivo di disgregazione dell’assetto sociale e identitario, costruito
in questi 30 anni nei campi, così come nei territori occupati. Nonostante
quello che sembra essere un incessante impegno di trasmissione generazionale,
è inevitabile chiedersi se le nuove generazioni potranno portare avanti il
progetto sociale e politico, avviato dalla Rivoluzione sociale del Polisario,
e le prospettive interne ed esterne che esso implica. Risulta urgente domandarsi
se, nella percezione identitaria e sociale, costruita nell’esilio, possa venirsi
a creare una frattura, che releghi la lotta di liberazione, e gli imperativi
che essa si porta dietro, a una dimensione del passato che si ripercuota in
misura sempre minore sulla quotidianità e sull’autopercezione degli attori
sociali. Il rischio, infatti, è quello che i Saharawi dei campi inizino a
pensarsi prettamente in relazione a un contesto campo, e i Saharawi dei territori occupati
vengano stremati dalle sistematiche violenze, finendo, così, per soccombere
al processo di marocchinizzazione. Cadono, dunque, per ora, in secondo piano
gli interrogativi riguardanti le possibili applicazioni del sistema politico-sociale
elaborato in esilio a una patria effettiva, schiacciati da uno stato di forte
indeterminatezza, che ci costringe a iniziare a pensare la questione saharawi
nei termini dell’urgenza.
Nella mia ultima visita ai campi ho avuto modo, però, di percepire uno stimolo
crescente, nella percezione che i Saharawi di Tindouf hanno della resistenza
nei territori occupati, che, in questo ultimo anno, ha preso particolare vigore
ed è riuscita ad uscire dai confini in cui è stata relegata, fino ad oggi.
La fuoriuscita mediatica delle sistematiche violenze nei territori occupati,
la resistenza pacifica che le sue vittime continuano a sostenere e la capillare
attività di sensibilizzazione alla causa saharawi, portata avanti dal Polisario,
sembrano costituire, oggi, l’unica effettiva possibilità del riavvio (o di
un reale avvio) del percorso di pace, che le Nazioni Unite, in questi 30 anni,
non sono state in grado di gestire, schiacciate dalla posizione filo-marocchina
della Francia e da interessi bellici ed economici internazionali.
Il discorso stesso dell’identità e l’incertezza della situazione politica
fanno di questo lavoro un punto di partenza, un primo atto conoscitivo, volto
a impadronirsi dei primi strumenti di analisi, per poter iniziare ad affontare
una comprensione più profonda delle dinamiche identitarie, che, oggi, nei
campi dei rifugiati saharawi, sembrano svolgere un ruolo cruciale.
Poichè, infatti, le dinamiche identitarie si sviluppano, come abbiamo già
sottolineato, lungo un percorso che viene determinato dall’opposizione e dalla
regolamentazione di flusso e struttura, risulta necessario lasciare aperte
nuove prospettive di ricerca, che implichino un’effettiva esperienza di campo,
che possa cogliere gli aspetti dinamici di questo processo.
[1]
- Fernando Pinto Cebrián, Proverbios Saharauis, Miraguano, S.A. Ediciones,
Madrid, 1997, p.37.
[2]
- Jean-Loup Amselle, , Logiche meticce, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, p. 87.
[3]
- Francesco Remotti, Contro l’identità, Laterza, Bari, 1996,
p 95.
[4]
Fabio Dei (a cura di), Antropologia della violenza, Meltemi Editore,
Roma, 2005, p. 23.
[5]
- Francesco Remotti, Contro l’identità,
Laterza, Bari, 1996, p. 9.
[6]
-
Per questa tematica cfr anche Stavenhagen, The
ethnic question, United Nations University Press, 1990.
[7]
- Salvador Pallarès-Paula Canet, Sahara en el corazón, Germania Serveis
S.L., Alzira (Valencia), 2000.