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INTRODUZIONE

 

“Vorrei che esistessero luoghi stabili, immobili, intangibili,
mai toccati e quasi intoccabili, immutabili, radicati;
luoghi che sarebbero punti di riferimento e di partenza, delle fonti.
[...] Tali luoghi non esistono,
ed è perchè non esistono che lo spazio diventa problematico,
cessa di essere evidenza, cessa di essere incorporato,
cessa di essere appropriato.
Lo spazio è un dubbio:
devo continuamente individuarlo, designarlo.” [1]

 

Nei pressi di Tindouf, nell’hammada algerina, da 30 anni, 200.000 rifugiati saharawi si affermano come comunità politica, attraverso una peculiare forma di autogestione dello status di rifugiati e dell’icona campo.
La questione dei rifugiati saharawi si configura prettamente come un problema di decolonizzazione. Se, però, la natura del conflitto ci porta a mettere in secondo piano la potenza colonizzatrice spagnola, risulta, comunque, necessario inquadrare la problematica saharawi in un contesto più ampio, che tenga conto della rete di relazioni che intessono sia i rapporti politico-economici internazionali, sia i rapporti pre-coloniali dei gruppi sociali presenti nell’area maghrebina.
Parlare di una popolazione e di un’identità saharawi, richiede prendere atto di una realtà estremamente fluida e violentemente frammentata al suo interno. Nel presente lavoro, intendo affrontare i termini entro i quali si inserisce la netta riformulazione identitaria, che il passaggio dalla vita nomadica a una formazione statuale ha imposto, focalizzando l’attenzione su come questa sia stata pensata, formulata e applicata in un contesto così peculiare come quello di un campo profughi. L’analisi tiene, inevitabilmente, conto della relazione con la popolazione rimasta nei territori occupati, che pone le basi per comprendere come un tale ripensamento identitario sia nato, e continui a formularsi, in relazione a una politica della violenza, applicata, fin dall’invasione del Sahara Occidentale nel 1975, dalla monarchia marocchina.
Un discorso sulla riformulazione identitaria deve partire da una comprensione base dei processi storici, che hanno determinato l’attuale assetto sociale, per arrivare a comprendere le modalità con cui la popolazione in esilio sia arrivata ad organizzarsi e a pensarsi, entro i termini di uno status tanto problematico, quale ci appare oggi quello di rifugiato.
Nel primo capitolo viene affrontata una ricostruzione storica, tesa a porre le basi per una comprensione sia dell’attualità della questione saharawi, sia dei confini entro i quali la riformulazione identitaria va inquadrata.
Partendo da quelle che le fonti indicano come l’origine di una società saharawi (fusione e assimilazione degli arabi Hassan, provenienti dallo Yemen, con i berberi Sanhadja, presenti nella zona), si è cercato di sottolineare come una prima formulazione della struttura sociale rispondesse all’effettiva fusione degli elementi caratterizzanti dei due gruppi sociali, il cui incontro/scontro determinò la nascita di una componente saharawi. La descrizione di una struttura sociale, caratterizzata dalla sovrapposizione di due fluide strutture gerarchiche, una verticale e una orizzontale, strutturate in una logica di opposizione, concepibile solo a partire dai legami agnatici e dalla duttilità, con la quale essi venivano concepiti e significati, ci permette di mettere in evidenza quegli elementi della vita nomadica che sopravviveranno e daranno forza al passaggio a una formazione statuale, quali possono essere la tuiza (lavoro in comune), la priorità della dimensione collettiva, il ruolo della famiglia come cellula base, e l’utilizzo in comune delle risorse.
L’inquadramento storico risulta, inoltre, fondamentale, in quanto ci permette di analizzare altri due elementi, indispensabili a una giusta comprensione della questione saharawi: la colonizzazione spagnola e l’invasione marocchina, con il lungo e sterile percorso diplomatico, che ha portato i Saharawi ad inserirsi nella rete di rapporti diplomatici internazionali.
La colonizzazione spagnola, nonostante si sia dimostrata blanda, tardiva e poco incisiva, ha sicuramente contribuito al parziale abbandono del nomadismo e alla nascita di un sentimento nazionalista, da parte della popolazione saharawi, che si inserì, in questo modo, nel contesto generalizzato di decolonizzazione, in atto a metà del secolo scorso.
L’invasione marocchina, inoltre, risulta indispensabile per comprendere in reazione a che tipo di alterità, la riformulazione identitaria prende avvio e trova il suo più profondo significato. Il processo diplomatico rende, invece, conto (oltre dell’ostruzionismo marocchino) di come il popolo saharawi, una volta concepitosi come tale, si sia inserito nel contesto internazionale, in nome di quei principi di democrazia, di tolleranza e di amicizia dei popoli, appena elaborati.
La conclusione della sezione storica intende sottolineare l’inefficacia dell’azione delle Nazioni Unite e il ruolo che le nazioni occidentali hanno svolto nella gestione del conflitto, mettendo in evidenza l’effettiva problematicità di una risoluzione della contesa.
Il secondo capitolo si propone di affrontare principalmente due aspetti: innanzitutto, partendo dall’analisi dei principi costitutivi e della struttura della Rasd e del Polisario, si cercherà di comprendere come una confederazione arabo-berbera di “tribù” nomadi sia arrivata a pensarsi come un popolo che ha diritto a una nazione, tenendo conto dell’assenza dei concetti di popolo e di nazione nel retroterra culturale saharawi. In base ad alcune considerazioni personali e ad un articolo dell’antropologa francese Sophie Caratini, si cercherà di individuare quegli elementi che hanno maggiormente influito nel ripensamento identitario saharawi, e le modalità con cui il Polisario ha permesso alla popolazione di assorbire e pensare, in maniera graduale, nuovi termini identitari, entro i quali autorappresentarsi, utilizzando il potere performativo del linguaggio.
In secondo luogo, si mira a comprendere e ad analizzare come si sia riorganizzata la società nei campi dei rifugiati e come la riformulazione identitaria, avviata dalla Rivoluzione Sociale del Polisario, abbia trovato una sua coerente ed effettiva applicazione nella gestione di una comunità “fuori-luogo”. Vengono, infine, illustrate brevemente le condizioni di vita dei Saharawi rimasti nei territori occupati e il progetto di “marocchinizzazione” attuato dal regime di Rabat. Come già accennato, il riferimento alla popolazione saharawi rimasta nei territori occupati, risulta necessario per comprendere il principale termine di riferimento, su cui si costruiscono nuove modalità di autopercezione. La questione richiederebbe una trattazione approfondita, dato anche il forte problema della violazione dei diritti umani, ma non è intenzione, in questa sede, addentrarsi in tali problematiche.
Nel terzo capitolo si cercherà di inquadrare il “caso saharawi” entro un quadro di riferimento che tenga conto dell’elemento campo e dello status di rifugiati. Una volta che verranno analizzate le principali caratteristiche dell’icona campo, quali possono essere quelle di temporaneità indefinita, di limen, di fuoriuscita politica, sociale e giuridica e di sospensione spazio-temporale, si cercherà, entro questo contesto, di arrivare a una più profonda comprensione e di cogliere il peculiare significato della gestione dei campi di Tindouf. La questione dei rifugiati e di una forma spaziale, quale quella di campo, necessitano di una breve analisi delle dinamiche di intervento umanitario. Esse, infatti, concorrono a definire l’opzione campo in maniera diretta e costituiscono il principale mezzo di diffusione di quell’immagine di “vittima indifesa”, che i media ci propongono. La problematica dell’intervento umanitario ci permetterà di mettere in evidenza come un’autogestione dei campi, quale si presenta quella dei rifugiati saharawi, possa configurarsi come una valida soluzione, per arginare quel sentimento di spersonalizzazione e di dipendenza, generalmente insito nello status di rifugiato.
L’analisi viene svolta sulla base di una ricerca bibliografica, che ha per oggetto la storia del Sahara Occidentale, la popolazione saharawi, lo status di rifugiato e la problematica dell’identità. Per quanto riguarda la situazione saharawi, mi sono servita della consultazione di riviste quali “20 de Mayo” e “Sahara libre”, di proprietà di un ragazzo saharawi, conosciuto ai campi. Se, dunque, la trattazione prende vita da un materiale prettamente bibliografico, inevitabilmente, le mie due visite ai campi di Tindouf, che non possono essere considerate come un’effettiva ricerca sul campo, risultano determinanti nell’analisi e nella percezione della strutturazione della vita ai campi. Vivere e, soprattutto, lavorare con i Saharawi dei campi mi ha permesso di cogliere, a un livello più profondo, la dimensione collettiva che vige ai campi, i cambiamenti, che il crescente scambio con i paesi occidentali sta apportando, le prospettive che nascono e vengono alimentate nei campi, e quella commistione tra tradizione nomadica e innovazione, che sembra stare alla base della riformulazione identitaria, che prenderemo in esame.
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[1] - G. Perec, Specie di spazi, Bollati Boringhieri, Torino, 1989.